WARP #43 - Dicembre 2016

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


AM Instruments cerca personale!

Abbiamo bisogno dell'entusiasmo, delle capacità e del talento di un PROGETTISTA MECCANICO.
Non esitare, invia la tua candidatura!


TOP NEWS

TOP 500+ - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "Cambiamento" - leggi

IN GOOD COMPANY

Il vino che ha conquistato l'America - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: Dhafer Youssef - leggi o ascolta

UNA PAGINA A CASO

Stefano Benni - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

"A Francesca" - leggi

WARP ATTACK

Revolutionary Christmas - leggi

MI PIACE! (+1)

Coro natalizio - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Ken Robinson - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Caro Babbo Natale - leggi


CALENDARIO 2017

Richiedilo qui!

È uscito il calendario 2017 di AM Instruments!

La letteratura è un argine a difesa dell'essenza stessa dell'uomo.
Un libro aperto è fortezza inoppugnabile dall'ignoranza e dalla morte.
Chi legge vive, chi legge sente, chi legge cerca, chi legge trova.
AM Instruments ha deciso di dedicare il 2017 a costruire una riserva per lo spirito.
I nostri classici saranno le nostre mura di cinta.
E ci ricorderanno ogni mese chi siamo e cosa possiamo essere.

- Cristina Masciola


TOP NEWS

TOP 500+

AM Instruments avanza nella Top500+ di Monza e Brianza

Il 28 Novembre, presso la Villa reale di Monza, si è svolta la terza edizione della “TOP 500+” delle aziende di Monza e Brianza. Il termine dell’addizione non è stato aggiunto a caso: infatti le aziende analizzate sono passate dalle 500 del 2015 alle 700 del 2016.
AM Instruments, al 342° posto, è avanzata di 20 posizioni rispetto allo scorso anno, confermando non solo una crescita in termini di fatturato, ma evidenziando il successo di scelte importanti che hanno caratterizzato l’anno che sta per finire.
 
Il raggiungimento di un obiettivo deve necessariamente essere l’occasione per riflettere sulle strategie attuate per realizzarlo. AM Instruments, da 25 anni in primo piano nel settore del controllo della contaminazione, ha avuto una crescita esponenziale nell’ultimo decennio, un exploit che non nasce dal nulla, ma dalla capacità costante di avere uno sguardo predittivo e innovativo sul mercato life sciences. Le “crisi di crescita” a volte possono creare turbamenti nella gestione di un’azienda. Sono questi i momenti in cui l’imprenditore deve trasformarsi in un alchimista, e creare quell’equilibrio che consenta ad una macchina relativamente semplice ma articolata, di sopportare una nuova complessità in modo dinamico ed efficace. Negli utlimi anni AM Instruments è passata da 30 a 70 dipendenti, si è affacciata prepotentemente al mercato internazionale, ha sviluppato un reparto di ricerca e sviluppo che in poco tempo ha generato prodotti e strumenti innovativi che hanno risposto anticipatamente alle richieste del settore. E ha realizzato, unica azienda nel panorama del controllo della contaminazione, un piano di adeguamento della Qualità agli standard GMP, ad oggi appannaggio delle industrie farmaceutiche, con le quali, in tal modo, ha trovato una lingua comune, una sinergia totale in termini di organizzazione, requisiti ed obiettivi.
 
Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, attraverso il supporto di un partner tecnico, ha analizzato 700 aziende. Quasi la metà, il 45%, hanno una conduzione di tipo famigliare, anche se i manager trovano sempre più spazio (62%). La maggior parte delle realtà imprenditoriali, l’88,46% crede nelle strategie di internazionalizzazione per crescere. Un terzo di quelle esaminate dalla ricerca “Top 500 +” hanno come dirigente, dopo il passaggio generazionale, una quota rosa. Come lo studio sottolinea, malgrado questi anni di “denti stretti” che sembrano non finire mai, ci sono tantissimi campioni che creano valore, difendono e incrementano l’occupazione, pongono le condizioni per difendere il benessere e l’identità del territorio. Un territorio che nel 2015, secondo uno studio della Fondazione Edison e di Confindustria Bergamo è tra i primi in Europa per i settori superspecializzati e sesto per ricchezza prodotta.

Rispetto a questa analisi, AM Instruments si pone in una situazione particolare. Non si tratta di un’azienda familiare, non c’è un’eredità generazionale, ma c’è un’etica radicata che rende questa azienda un luogo di condivisione e di scambio costanti. C’è una quota rosa importante, non solo nella proprietà, ma nell’organico che vanta una presenza femminile di rilevanza nel management.
Le strategie di internazionalizzazione vanno oltre una semplice politica di export, così come oltre i confini dell’Europa, trovando nel rapporto costante con le realtà globali, una fonte di interscambio continuo, a  beneficio di innovazione, crescita, realizzazione degli obiettivi.
 
Queste venti posizioni guadagnate sono 20 passi importanti. Sono i passi di imprenditori che hanno deciso di investire nelle persone, nell’azienda, nel futuro. Sono i passi di 70 persone che ogni giorno si alleano con i loro clienti. Sono i passi di un’azienda che nasce in un territorio che è culla dell’imprenditoria e che è riuscito a mantenersi saldo malgrado le difficoltà.


PASSWORD

"Cambiamento"

Cambiamento: una parola abusata a tutti i livelli, in politica, nelle relazioni, ma anche individualmente, quando guardandoci allo specchio quello che vediamo non ci soddisfa più, e allora decidiamo: da domani si cambia.

Attingo nuovamente dal sito Efficacemente.com, alla ricerca degli aspetti più intimi e individuali del cambiamento. E scopro che nella mia vita, la maggior parte delle volte, mi sono fermata al primo stadio, quello dell’ottimismo ingiustificato, quello dell’entusiasmo di un nuovo inizio. E sono fortunata. Perché la maggior parte delle persone rimangono intrappolate nella Valle della Disperazione.

Andrea Giuliodori suddivide il processo del cambiamento in 5 fasi. Provate a riconoscere in quale siete, in quale siete soliti indugiare. Giocate. Perché dopo andremo oltre. Vi mostrerò qualcosa di inatteso e inquietante sul cambiamento.

Fase 1: Ottimismo ingiustificato
Primo gennaio. Primo del mese. Primo giorno di un nuovo progetto. Tutti noi conosciamo l’entusiasmo di iniziare un nuovo percorso e rincorrere un nuovo obiettivo. Durante questi primi passi siamo pervasi da un senso di invincibilità (poco razionale e del tutto ingiustificato). Tutto ci appare possibile e la nostra motivazione è ai massimi livelli.

Questa fase purtroppo non dura, ma in questi primi giorni abbiamo l’occasione, più unica che rara, per porre le fondamenta del nostro successo.

Ecco nello specifico 2 azioni pratiche che dovresti compiere nei primi giorni del tuo cambiamento:

  1. Metti per iscritto una lista dei benefici che ti aspetti di ottenere da questo cambiamento. Non tralasciare nulla. Questa lista ti aiuterà a “cristallizzare” il tuo entusiasmo e sarà estremamente preziosa nei momenti di difficoltà.
  2. Tira il freno a mano. Sì, hai letto bene: quando intraprendiamo un cambiamento tendiamo a strafare e ci ritroviamo così col fiato corto dopo pochi km. Parti invece in modo graduale, al di sotto di quelle che credi siano le tue possibilità e focalizzati sull’essere costante.

Come detto, l’ottimismo ingiustificato non dura e presto ci troviamo a fare i conti con la seconda fase del ciclo emotivo del cambiamento…

Fase 2: Pessimismo giustificato

Quann’ ‘o mare è calmo, ogni strunz è marenaro.
— Detto napoletano

Dopo pochi giorni (o poche settimane) dall’inizio del nostro glorioso percorso di cambiamento andiamo inevitabilmente a sbattere contro quel muro chiamato… realtà. La luna di miele è finita. Le difficoltà che incontriamo lungo il sentiero aumentano la nostra frustrazione e l’assenza di risultati tangibili ci porta a mettere in dubbio l’impegno che abbiamo preso con noi stessi.

Quella vocina malefica nel nostro cervello inizia a sussurrarci frasi come:

  • “Stai sicuramente sbagliando qualcosa.”
  • “Tutti questi sacrifici non servono a nulla.“
  • “Magari c’è una soluzione più rapida.“
  • “Che senso ha continuare?”
  • “Ma sì, uno sgarro ogni tanto non è poi la fine del mondo“
  • “Domani giuro che lo faccio!“

E con questi pensieri negativi in mente entriamo ne…

La Valle della disperazione: la tomba del tuo cambiamento (a meno che…)

La valle della disperazione è il luogo immaginario dove schiattano i tentativi di cambiamento del 90% delle persone. La motivazione degli inizi ormai è andata a farsi benedire. La forza di volontà è un lontano ricordo. L’entusiasmo della partenza non sappiamo neanche più cosa sia. Davanti a noi vediamo solo un arido deserto in cui crescono solo frustrazioni e sconfitte. Siamo pronti a mollare. E molti lo fanno: mollano.

Queste persone (i mollaccioni) di fatto trascorrono la propria vita oscillando come pendoli tra l’esaltazione provocata da un nuovo obiettivo luccicante e la depressione derivante dalle difficoltà di sporcarsi le mani per raggiungere seriamente questo obiettivo. Io li chiamo gli smaniosi seriali. Smaniano sempre nuovi progetti e non concludono mai un ciuffolo.

Ricorda: solo se sarai in grado di oltrepassare la Valle della disperazione potrai emergere dalla massa dei mediocri. Non potendo più contare sulla sola disciplina personale, devi affidarti a quella che si definisce “forza di volontà estesa“. Questa ti aiuterà a superare il fondo della Valle, ma per risalire avrai bisogno anche di altro…

Fase 3: Realismo incoraggiante

Come dimostrato da Kelley e Conner, gli individui che superano la fase del pessimismo giustificato, oltre ad affidarsi alla forza di volontà estesa, instaurano dei meccanismi di realismo incoraggiante. Prova a pensarci: perché, in passato, hai mollato ogni volta che il gioco si faceva duro?

Semplice: avevi iniziato a percorrere una scala a chiocciola, senza intravederne la fine, ma solo gradini che si aggrovigliavano l’uno sull’altro. Più in alto guardavi e più ti scoraggiavi. Il segreto è tutto in questa frase. Per risalire la Valle della disperazione dobbiamo riportare il nostro sguardo sul prossimo gradino e solo su quello.

Ecco come farlo concretamente e approdare alla fase emotiva di realismo incoraggiante:

  • Datti una data di scadenza. Decidi a priori una data in cui valutare i progressi fatti. Tira le somme del tuo percorso di cambiamento solo in quella data. Ignora del tutto i risultati che stai ottenendo prima di quel giorno. Concentrati piuttosto sulle singole azioni giornaliere (l’output).
  • Analizza e decidi. Arrivata la “data di scadenza” valuta i tuoi progressi: se li hai ottenuti, scala, ovvero fai di più di quello che si è dimostrato funzionare. Se invece i risultati sono stati sotto le tue aspettative, avrai comunque ottenuto informazioni preziose che ti saranno utili per tentare un nuovo approccio a cui assegnerai una nuova data di scadenza.

Essere pragmatico, concentrarti esclusivamente sul prossimo “gradino” ti aiuterà a mettere da parte il pessimismo e a sviluppare un atteggiamento di speranza per il tuo cambiamento.

Questa terza fase è la più importante in assoluto per il tuo percorso.

Man mano che inizierai a macinare strada, rimanendo focalizzato sull’output, anche il tuo stato emotivo cambierà, entrando nella quarta fase…

Fase 4: Ottimismo giustificato

Se rimarrai focalizzato sulle singole azioni quotidiane per un periodo sufficientemente lungo (generalmente 90 giorni), entrerai nella quarta fase del ciclo emotivo del cambiamento: l’ottimismo giustificato. Finalmente le cose inizieranno ad andare nel verso giusto. I tuoi progressi saranno sempre più visibili, avrai piena fiducia nel percorso scelto e saprai perfettamente come affrontare qualsiasi nuovo ostacolo. Il tuo cambiamento però non sarà ancora completo: dovrai cementificare i risultati ottenuti.

In che modo? Aiuta gli altri.

Sei uno dei pochi “sopravvissuti” che è riuscito a superare la Valle della disperazione: se vuoi rafforzare ancor più i tuoi progressi, mettiti a disposizione di chi sta affrontando un cambiamento simile al tuo. Guida questa persona, spronala nei momenti di maggiore stallo e difficoltà, dimostrale col tuo esempio che è possibile ottenere un cambiamento profondo e duraturo. Di fatto TU rappresenterai la forza di volontà estesa di questa persona, ma al contempo questa persona ti ricorderà quanto è importante rimanere focalizzato sul tuo obiettivo, per non perdere i progressi fatti.

E arriviamo così alla quinta e ultima fase del ciclo emotivo del cambiamento.

Fase 5: Conclusione

Celebra il tuo cambiamento.

Quando il cambiamento che ti eri ripromesso di fare sarà finalmente realtà, non commettere l’errore di darlo per scontato: premiati, riconosci i tuoi meriti, celebra il traguardo raggiunto.

Non è un caso che ogni cultura umana abbia i suoi riti di passaggio.

Dobbiamo comunicare al nostro cervello, in modo cristallino, che quello che siamo riusciti a fare è stato grandioso.

Solo così instaureremo quel circolo virtuoso che ci porterà a raggiungere mete sempre più ambiziose.

Conclusioni: cosa ricordare di questo post sul cambiamento

Il cambiamento è duro all’inizio, incasinato nel mezzo e glorioso alla fine
— Robin Sharma

Grazie ad Andrea Giuliodori fondatore di Efficacemente da cui abbiamo preso questo spunto e che vi consigliamo di seguire su efficacemente.com (iscriviti alla newsletter di efficacemente).

Ma ora viene un’altra parte della storia. Trasliamo tutto questo all’interno di un gruppo, di un’azienda, di un contesto sociale allargato.
Cosa succede quando il cambiamento non è un’urgenza personale, ma una scelta che non dipende direttamente da noi? Cosa succede quando il cambiamento non è volontario ma piuttosto una necessità del gruppo?

I passaggi non sono scontati. Se guardiamo alle 5 fasi citate da Andrea Giuliodori avverto istantaneamente la necessità di aggiungerne una e scardinare le restanti. La paura. La paura è senza dubbio una delle fasi più importanti quando il cambiamento non parte da noi ma ci viene proposto o imposto. La paura non è di per sé un’emozione sbagliata, laddove ci protegge da inutili rischi. Ma lo diventa quando si trasforma in forza d’attrito uguale e contraria alla direzione che si chiede di intraprendere. E’ bloccante, paralizzante, a volte può precipitarci in quella famosa Valle della Disperazione.

Rivediamo le fasi: 

  • ottimismo ingiustificato: direi che nel cambiamento programmato questa emozione non possa trovare spazio. Si presuppone che colui, persona o entità che decide del cambiamento, abbia chiare motivazioni e obiettivi del cambiamento. Il suo ottimismo è senza dubbio giustificato dalla logica che ha portato alla scelta di cambiare.
  • Valle della Disperazione: ebbene questa non manca mai. E forse non investe solo chi subisce il cambiamento, ma anche chi lo genera. Sebbene in momenti diversi e per ragioni opposte: l’uno resiste per paura, abitudine, necessità di mantenere un tranquillo status quo, l’altro può disperarsi vedendo una mancata condivisione dell'azione proposta.
  • Realismo incoraggiante e Ottimismo giustificato: se il cambiamento riesce, e riesce solo quando non lascia vittime sul campo, allora esistono tutte le ragioni per guardare positivamente alla realtà ed essere ottimisti per il futuro.

A questo proposito voglio mostrarvi un’intervista all’AD di Enel, Starace. 
Starace afferma che, per cambiare un’organizzazione aziendale, è necessario che “un manipolo di cambiatori distrugga fisicamente i gangli” che si oppongono al cambiamento. A tal fine bisogna “creare malessere e poi colpire le persone che si oppongono al cambiamento” in modo da suscitare paura nell’intera organizzazione. Così, in pochi mesi, l’organizzazione capirà, “perchè alla gente non piace soffrire”.

Inquietante? Si. Cinico? Anche. Vero? Decisamente.
Ho sempre creduto nel valore della professionalità. Per questo sono anche convinta che sia appannaggio di alcuni la capacità di una visione che va oltre il quotidiano. Chi arriva al vertice solitamente è perché è stato in grado di salire, ha avuto il coraggio di rischiare, ha sacrificato parte di sé per questo, e soprattutto ha saputo disegnare il futuro di un gruppo.
La condivisione di quella visione, di quel disegno, non è mai un processo naturale. E’ vero. Esso comporta una violenza. Una violenza che riguarda ogni singolo individuo che in breve tempo deve modificare le sue abitudini, il suo lavoro, il suo modo di affrontarlo, di pensarlo, di svolgerlo. 
Per questo credo che Starace abbia ragione, ma che ce l’abbia riferendosi a contesti a forma di piramide, in cui la comunicazione è prettamente di tipo discendente, imposta dall’alto.
Starace ha ragione in un gruppo che fino al giorno 1 del cambiamento non è mai stato abituato alla condivisione e al dialogo. Starace ha ragione se si riferisce ad un luogo in cui chi comanda versa quotidianamente materia su una superficie monodimensionale di impiegati disegnati in bianco e nero, pronti a ricevere passivamente.

Sarò romantica, ma penso ancora che un’azienda debba essere un luogo di pensiero prima ancora che di attività concrete. Un luogo di scambio prima ancora che un organigramma. Una rete con un vertice, connesso a tutti i livelli con il tessuto aziendale, un vertice che sia guida e ispirazione. Questi luoghi non assomigliano quasi mai ad una piramide. Sono piuttosto forme in continua trasformazione, fluttuanti. Come lo siamo noi, esseri umani, prima ancora che individui che lavorano e producono.
I vertici sono catalizzatori che stimolano processi chimici in grado di far crescere l’azienda. Se è vero che a nessuno piace soffrire, vorrei ribaltare la questione: a tutti piace stare bene. Le persone possono decidere di cambiare, di condividere il pensiero che anima il cambiamento, perché hanno fatto parte della storia di un’azienda, hanno partecipato alla crescita, allo sviluppo, ai fallimenti, alle riprese. Perché sono parte integrante di quella forma fluttuante che è la loro azienda. E perché questo porta il più delle volte a una condivisione di intenti. Mi rendo conto che Enel non è paragonabile a piccole e medie imprese né ad aziende a conduzione familiare. Ma forse la dimensione più consona per un nucleo produttivo non è la grandezza smisurata. Non è il numero di impiegati che fa l’azienda, ma il modo in cui essi pensano, singolarmente ed in gruppo. 
Il cambiamento fa parte della nostra natura: se ci pensate, siamo nati per trasformarci, costantemente. E’ così che ci teniamo in vita. Cambiando.

In conclusione, con grande simpatia per la tecnica terroristica di Starace, mi piace pensare che il giorno in cui un manipolo di cambiatori si insinuerà in un ganglio di potere, troverà persone/professionisti in grado di sgretolare la paura a beneficio di un sano “realismo incoraggiante” e “ottimismo giustificato”.

- Cristina (cmasciola[at]aminstruments.com)

Credo che molto faccia il significato in sé del termine "cambiamento". Da qualche anno il mondo del lavoro ci sta dando molti esempi di aziende, dalle piccole alle molto grandi, che riescono ad ottenere risultati di eccellenza in ambienti che sono guidati soprattutto da entusiasmo, passione e senso di appartenenza. Questo accade da parte di tutti, proprietà, direzione e ambiti operativi. Non si tratta più di mosche bianche come poteva essere qualche lustro fa.
Si potrebbe obiettare che spesso si tratta di aziende nate così, quindi, viene da dire, è più facile trovarsi in quella situazione perché apparentemente non c'è alcun bagaglio precedente da "mollare", non c'è alcuno schema mentale pregresso che condiziona l'andamento dell'organizzazione.
In realtà un bagaglio pregresso c’è sempre anche in questo caso, ed è quello della coscienza sociale collettiva che ha visto, dalla rivoluzione industriale ad oggi, sempre un certo modello di azienda spesso in stile Starace.
Dunque anche un'azienda nuova di zecca nata con la visione più moderna e aperta possibile deve affrontare un cambiamento, e per attuare un cambiamento occorre fare piazza pulita dei condizionamenti precedenti, e la difficoltà principale è quella che non ci accorgiamo neanche di averli acquisiti e incorporati nel nostro modo di pensare e di agire. E soprattutto il cambiamento è continuo e non dovrebbe esserci mai “un punto di arrivo”, visto che la parole “fine” manca nel concetto stesso di miglioramento.
Che un’azienda sia nata così o voglia implementare un cambiamento è importante avere la capacità di condividere, promuovere e coinvolgere in modo da far accettare l’idea del cambiamento tramite il "realismo incoraggiante", abbattendo così il muro della paura. È sicuramente un merito che deve essere condiviso tra la direzione che ha visione, organizzazione e capacità di comunicazione e il personale che ha la capacità di rendere propria la visione ed applicarla nel lavoro quotidiano, si tratta di un circolo di eccellenza in cui tutte le parti sono coinvolte per una vittoria comune.

- Federico (fdifrancesco[at]aminstruments.com)

 

E voi, cosa ne pensate?


IN GOOD COMPANY

Il vino che ha conquistato l'America

L’otto novembre il mondo si è fermato con il fiato sospeso per seguire le elezioni americane. Lontani dai riflettori puntati sulla sfida fra Trump e la Clinton, i cittadini di alcuni stati tramite referendum hanno espresso la propria opinione sull’uso ricreativo della Marijuana, diventata legale in California, Massachusetts e Nevada.
 
Una presa di posizione nettamente differente rispetto a cento anni fa, con l’entrata in vigore del XVIII emendamento, che sancì l’inizio del proibizionismo sulla vendita dell’alcool. In quegli anni l’America si ritrovò a fronteggiare gravi problemi di alcolismo, e l’emendamento fu spinto da due categorie: gruppi religiosi, i quali vedevano nell’alcol la causa della diffusa criminalità e violenza, e i grandi industriali, fra cui Henry Ford e John Rockfeller, che consideravano l’alcol una minaccia per la produttività delle loro aziende.
 
L’emendamento entrò in vigore il 16 gennaio 1920, provocando effetti opposti rispetto a quelli desiderati: la gente non aveva smesso di bere, bensì era disposta a rivolgersi al mercato nero pur di farlo. Ebbe inizio quindi una spirale di violenza e contrabbando che aprì l’era dei “gangsters americani”, il cui più famoso rappresentante era Al Capone.
 
Per fermare la spirale di criminalità, ma soprattutto per ritrovare il gettito fiscale derivante dall’alcol, il 5 dicembre 1933 venne sancita la fine del proibizionismo, e finalmente gli americani potevano soddisfare il loro vizio alla luce del sole.
 
La bevanda prediletta era la birra, della quale gli americani sono sempre stati accaniti consumatori, seguita dal whisky. Il vino era avvolto in una nuvola di mistero: gli americani ne erano fortemente attratti, ma era riservato all’elitè, in quanto solo i benestanti potevano permettersi di importare il vino italiano e francese, mentre i viticoltori americani non erano stati in grado di soddisfare l’immenso mercato statunitense a prezzi contenuti.
 
Alla base di queste incongruenze fra domanda e offerta inizia la storia imprenditoriale di Ernest e Julio Gallo, figli di emigranti piemontesi in California.
 
Il padre, viticoltore in Italia, aveva inculcato nei figli la tradizione del buon vino delle langhe piemontesi, e i fratelli Gallo erano convinti di poterlo riprodurre in America. Per farlo richiesero un prestito di seimila dollari ai suoceri di Ernest, e iniziarono la produzione a Modesto, California.

Gli americani non erano assolutamente dei palati fini in fatto di vino, ma ciò che contava per loro era l’immagine, il poter offrire il vino ai loro party. Julio impronta dunque la produzione su un vino di bassa qualità, venduto in damigiane di alluminio da 6-7 litri; mentre una cassa di vini di importazione costava 100 dollari, una damigiana Gallo poteva essere acquistata a 10 dollari, favorendo quindi la strategia basata sui volumi dei due fratelli.
 
Mentre Julio si occupava della produzione, Ernest si occupava delle vendite, suddivisione dei ruoli che hanno mantenuto per tutta la loro vita lavorativa. Ernest prende la vendita di vino come una vera e propria missione, e le sue tecniche di marketing diventano leggendarie. Gira personalmente tutta l’America, riuscendo addirittura a invadere il Texas col suo vino a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. In aggiunta, inizia a promuovere il vino Gallo anche con campagne pubblicitarie con jingles all’avanguardia.
 
Ai giorni nostri, 83 anni dopo la fondazione della E&J Winery, dopo la morte dei fondatori l’azienda è amministrata dalla seconda generazione dei Gallo. In questi 83 anni la Gallo è diventata la più grande impresa familiare vinicola degli Stati uniti, con Ernest e Julio in pianta stabile nella classifica dei “billionaires” di Forbes.
 
L’azienda è tutt’oggi situata a Modesto, dove tutto ebbe inizio, dove due fratelli con le tasche vuote ma pieni di sogni sono riusciti a rivoluzionare la storia del vino in America.

Articolo di Giacomo Cremonesi (ingoodcompany[at]aminstruments.com)

Giacomo Cremonesi, classe 1994, si è laureato in Management e Imprenditorialità, ramo di Economia Aziendale, presso l’Università Carlo Cattaneo. La sua tesi di laurea ci riguarda da vicino, basta leggerne il titolo:
L’ANALISI DI BILANCIO, IL CASO AM INSTRUMENTS.


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Dhafer Youssef"

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

Dhafer Youssef è una scoperta recente che mi è stata segnalata dal bravo chitarrista Angelo Guarino che vi invito a cercare su internet e ad acquistare il suo unico e bellissimo lavoro intitolato Nautilus.

Resto sempre attratto dalle sonorità orientali, ma anche le contaminazioni occidentali nella musica tradizionale, le trovo particolarmente intriganti e mi riportano un po’ al mio ideale di società fatta di tanti colori e tradizioni, ovvero multietnica.

Dhafer Youssef nasce nel 1967 in Tunisia da una modesta famiglia di pescatori con un’antica tradizione di Muezzin, ovvero le persone incaricate di ricordare l’ora della preghiera dalla cima del minareto. Ed è grazie all’antica tradizione di Muezzin che Dhafer acquisisce quasi naturalmente le grandi capacità vocali tipiche del lirismo arabo. Viene iniziato dal nonno ai canti coranici, ma è all’interno di casa sua, nella cucina di sua madre, dove a soli 6 anni scopre il piacere e il fascino di modulare la voce che sente risuonare tra le mura dell’abitazione.
Il suo canto è talmente penetrante che il Muezzin del villaggio gli propone di registrare la sua voce su un nastro per essere trasmessa proprio dalla cima del minareto.

La musica di Youssef trae ispirazione del Sufismo che è una forma di ricerca mistica dell’Islam ed è proprio per questo motivo che si ritrova presto particolarmente refrattario alla politicizzazione della religione. Appena ne trova l’occasione Youssef si allontana dai luoghi di culto per entrare in un centro giovanile di Teboulba dove comincia a giocare con l’Oud, uno strumento a corda della famiglia dei liuti. L’oud è uno strumento particolarmente presente nella musica Araba che una leggenda lo vuole inventato da Lamak, nipote di Adamo ed Eva, ma che più realisticamente risale al periodo Egizio.

Youssef si fa presto notare e viene chiamato da Radio Monastir per suonare nella sua orchestra e da qui passa al conservatorio musicale di Tunisi.
A Tunisi Youssef cerca di formarsi sempre di più, ma non trova il completo appagamento dall’insegnamento che reputa di scarsa qualità. Decide, quindi, di trasferirsi a Vienna dove finalmente incontra la linfa necessaria per raggiungere le sue aspirazioni, ovvero il multiculturalismo musicale.
Youssef incontra musicisti Jazz, musicisti di cultura indiana e di altri generi, con loro si diverte in incredibili jam session nei vari club di Vienna. In una di queste esibizioni incontra il percussionista Gerhard Reiter e con lui forma il primo gruppo con il quale incide il primo disco autoprodotto intitolato “Musafer”.
Il nuovo progetto interessa moltissimo i club di Vienna che lo costringono ad una quantità sterminata di concerti nella città.
La maturità acquisita durante questi concerti sfocia nel secondo disco di Youssef intitolato “Malak” inciso finalmente sotto etichetta discografica.

Youssef continua nelle sperimentazioni miscelando la sua voce, che viene sempre di più utilizzata come uno strumento, con le sonorità mediterranee e il jazz europeo fino a sconfinare nell’elettronica e soprattutto si fa aiutare nella sua sperimentazione dai più grandi musicisti europei tra cui l’italiano Paolo Fresu.
Nel 2003 incide l’album “Digital Prophecy” e nel 2005 “Divine Shadows” che gli fanno vincere due importanti premi della BBC.

Dhafer Youssef si ispira molto sia per i testi che per la musica a poeti e filosofi Sufi, ma nel 2010 resta folgorato dal poeta Persiano vissuto nel VII secolo Abu Nawas. Abu Nawas è un poeta che scrive di amori omosessuali in quanto lui stesso omosessuale e risulta essere un poeta innovatore nella cultura Araba perché introduce per la prima volta la metafora e le contaminazioni di termini greci nella stessa poesia Araba.
La particolare storia di Abu Nawas colpisce a tal punto Youssef da dedicargli il disco intitolato “Abu Nawas Rhapsody” rimuovendo definitivamente le barriere tra sacro e profano.

Nel 2013 Youssef pubblica il suo ultimo lavoro intitolato “Birds Requiem” dove si fa accompagnare dal clarinetto di Hüsnü Senlendirici e dal bravissimo pianista Estone Kristjan Randalu. Ancora una volta Youssef ha cercato di creare un linguaggio musicale basato sulle tradizioni e la cultura orientale infarcito del meglio che le sonorità occidentali abbiano saputo produrre. Il risultato è qualcosa di accattivante ed unico che vi consiglio assolutamente di scoprire.

- nelle note di impaginazione Tommy mi ha messo questi due video con l'appunto "Quello che ti piace di più...", li ho messi in sottofondo mentre impaginavo e non posso più scegliere tanto sono entrambi dei viaggi meravigliosi. E poi anche se lavoro in AM e "facciamo" contaminazione controllata adoro le contaminazioni ;-) Così li metto tutti e due :-) - Federico

Per flirtare con DJ Tommy Cassano:

tcassano[at]aminstruments.com


UNA PAGINA A CASO

Cyrano de Bergerac raccontata da Stefano Benni

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AMORE E ALTRI INCANTESIMI

A Francesca

Francesca Del Rosso, giornalista e scrittrice, è morta nella notte del 12 Dicembre a 42 anni. Ad annunciarlo, il marito Alessandro Milan, giornalista di Radio24, il quale, sulla sua pagina Facebook, le scrive una lettera, l’ultima. 
Questa lettera non poteva non trovare posto in Amore e altri incantesimi...


A FRANCESCA
Non vi racconterò stupide favolette. Wondy ha perso la battaglia. Perché lei voleva vivere. Francesca amava follemente vivere. Di più: non ho mai conosciuto una persona più attaccata di lei alla vita. Sempre gioiosa, sempre sorridente, sempre ottimista, sempre propositiva, sempre sul pezzo, sempre avanti.

In studio, a casa, c'è il faldone in cui ha raccolto sei anni di referti della malattia. Catalogata così: "Tumore franci :-)"

Poco prima di andarsene, tra i sospiri, ha detto a un medico: "Siamo vicini a Natale, se non erro. Se lo goda tanto, lei che può. Io purtroppo sono qui". Però, dopo mezz'ora, mi ha chiesto se il tal primario che tanto le vuole bene avesse dei figli. "Ma perché lo vuoi sapere?" E non scorderò mai quel gesto lento delle mani che roteano e la bocca che si corruccia. "Così... gossip".

Questa era lei. Altruista fino all'estremo. Curiosa con purezza.

Era il mio Harry Potter. La chiamavo così, sul cellulare è ancora registrata con questo nome. Era il 2002, un giorno imprecisato. Entrai in casa e la vidi di spalle, ricurva sui libri, mentre studiava per prendere la seconda laurea. "Sembri Harry Potter!" esclamai. Una somiglianza fisica. Da allora, per me, è Harry. 

Wondy, Harry Potter.

Franci. Moglie mia, hai perso la battaglia dunque. Ma hai lasciato tanto. A me due splendidi bambini, al mondo una forza incrollabile, una positività che emanava luce. Sfido chiunque ti abbia conosciuta a raccontarmi una volta in cui ti ha vista o sentita piegata dalla vita.

"Ho avuto una vita piena - mi dicevi in ultimo -. Ho fatto il lavoro che volevo, ho scritto libri, ho avuto una bella famiglia, ho viaggiato in mezzo mondo". Però aggiungevi anche che "certo, è dura accettare tutto questo. Mi spiace un po' non vedere crescere i bambini. Pazienza...". Ma io so che avresti voluto urlare di rabbia, perché tu volevi vivere ancora a lungo.

Hai sorriso. Fino all'ultimo secondo, fino a quando la morfina non ti ha stritolata, hai sorriso quando ti dicevo di chiudere gli occhi e tenermi per mano sulle spiagge di Samara, in Costarica; nelle praterie del Kruger a cercare leoni, tra i coralli delle Perenthian a scovare squali, nelle viuzze della Rocinha a scrutare umanità, nelle cascate giamaicane, nei templi induisti di Bali, nei mercatini di Chiang Mai, tra le casette variopinte del Pelourinho di Salvador, tra le pietre millenarie della via Dolorosa a Gerusalemme, insomma in uno qualsiasi degli infiniti luoghi in cui mi hai portato, sempre in cerca di vita e emozioni.

Mai una piega storta sul tuo volto. Eppure di motivi ne avresti avuti, eccome. Harry, hai vissuto un tale calvario negli ultimi sei anni... Un calvario vero, nascosto a tutti, celato dietro a uno sguardo luminoso e sbarazzino e a una cazzuta voglia di reagire. Non ricordo neppure quante operazioni hai subito, quante menomazioni fisiche, quante violazioni del corpo. Non so quante medicine tu abbia preso, quante infusioni di chemio, quante pastiglie, quanti buchi nelle vene, quante visite. Non ne hai mai fatto pesare mezza. A me, prima di tutto.

Per questo, ti ringrazio.

Non ti è stato risparmiato neppure un briciolo di strazio finale. E quando hai alzato entrambi gli indici delle mani al cielo dicendo "ma perché è così faticoso arrivare lassù?", beh sappi che ti ci avrei portata in braccio.

Sì, è vero, Wondy ha perso la battaglia. Ma ha anche trionfato. Perché il mio Harry ha combattuto il tumore proprio da Wonder Woman. Ora vi svelo una cosa che quasi nessuno sa: tre giorni prima di presentarsi alle 'Invasioni Barbariche' da Daria Bignardi ricevette l'ennesima brutta notizia. Una recidiva, l'ennesima operazione, la radioterapia in vista. Ricordo i consulti nel lettone: che si fa, vado? Non vado? Io le dissi che avrebbe potuto annullare tutto, avrebbero capito. Al solito, fece di testa sua. Andò in tv con un unico obiettivo: 'NON devo piangere, a nome di tutte le donne'. E alla inevitabile domanda "Ma ora come stai?" sfoggiò il solito disarmante sorriso: "Bene, grazie!". Lei sorrideva. Io, solo, a casa davanti alla tv, piangevo. Due giorni dopo, era in sala operatoria. Il consueto rituale con i medici, le solite battute sulla Mont Blanc dell'anestesista, la degenza, il ritorno a casa, le terapie, il nuovo viaggio da programmare...

Da tutta questa sofferenza ha tenuto lontani tutti, il più possibile. A cominciare dai nostri magnifici Angelica e Mattia. La Iena e l'Unno.

Lo so che le persone sono stupite. "Ma stava così bene!". No, non stava bene. Ogni tre settimane in ospedale si sottoponeva a esami del sangue (un buco in vena ogni 20 giorni, con la prospettiva che fosse per tutta la vita) con annessa visita e responso sulla possibile avanzata del tumore (e ogni volta il sospiro di sollievo: "Bene, dai, è fermo, chissà tra 20 giorni"); ogni tre mesi faceva una risonanza ("Sai che c'è gente che quando arriva il mezzo di contrasto nelle vene si fa la pipì addosso? A me non è mai successo, bene dai"); ogni giorno prendeva 4 pastiglie di farmaco sperimentale per tenere sotto controllo le metastasi (fanno 1460 pastiglie l'anno, con la prospettiva che fosse per sempre). Non stava bene. Solo che non lo diceva. Solo che consolava gli altri. Lei.

Più il tumore avanzava, più lei scovava motivi e occasioni per fare feste, organizzare eventi, viaggi, iniziative. "Chissà quanto vivrò ancora, avanti: festeggiamo".

Era, anche, una grandissima rompicoglioni. E questo i suoi migliori amici possono confermarlo al 130%.

Ogni tanto crollava, sì, anche lei. Soprattutto quando l'ultima battaglia la stava per abbattere. "Che destino, ogni volta che faccio una cosa bella, arriva una botta". L'ultima cosa bella era il romanzo "Breve storia di due amiche per sempre".

La vedo all'opposto, Harry. Come ti ho detto, la verità è che nessuno al mondo, nella tua sofferenza, avrebbe avuto la straordinaria forza che hai avuto tu di scrivere due libri, fare viaggi, progettare, sognare. Io non avrei combinato un centesimo di quel che hai fatto tu.

Ricordo il giorno in cui dovevi presentare il tuo ultimo libro, e un'ora prima della presentazione ti ho trovata mentre confabulavi al telefono con qualcuno, entusiasta. Quando hai messo giù, ho scrutato quel lampo malandrino tipico dei tuoi occhi, non ti ho fatto domande ma tu mi hai preceduto: "Stavo raccontando all'editor la trama del mio prossimo romanzo: sarà una figata!" Ho scosso la testa e ti ho lasciato lì: al tuo nuovo sogno.

Ora vai. Mi hai guardato negli occhi, quando eravamo vicini all'ultimo chilometro, e mi hai detto: "Spero solo, almeno, di lasciare in te e nei bambini un bel ricordo".

Lasci qualcosa di più: mi hai semplicemente insegnato come si vive. Non imparerò mai, puoi scommetterci, ma ti prometto che ce la metterò tutta.

Lascio da parte le migliaia di immagini nostre, intime. Tranne una. Domenica 11 dicembre, alle 5, ti ho sognata. Eri serena come non ti vedevo da mesi. Mi parlavi, ci abbracciavamo, io piangevo tanto, tu mi hai ringraziato perché hai potuto parlare con Chiara e Sara. Eri tranquilla, anche se avevi "questo ciuffo matto" nella testa. Poi sei partita per un viaggio tutto tuo, verso chissà dove.

Devo dire di cuore dei grazie, e nel farlo dimenticherò tante persone. 

Le amiche e gli amici veri, loro sanno a chi mi rivolgo. 

In un Paese vergognosamente anti scientifico, mi inchino alla competenza e alla preziosa umanità scovata all'Ospedale Humanitas: alle infermiere e agli infermieri, o candidi angeli, un immenso grazie! Anche per i sontuosi caffè con la moka, come se li avessi bevuti. Avete pianto con me, non lo dimenticherò mai.

I medici: Andrea, Barbara, Corrado, Cristiana, Francesco, Marco K., Monica, Pietro. Ancora: Marco R., scusa se spesso ti ho trattato da Frate Indovino e non da splendido UomoDottore quale sei; Vittorio, vabbè Vittorio... Zione putativo, ti dirò sempre un 'grazie' in meno di quanti ne meriteresti. Ridi, ti prego.

Infine: Silvia. La Doc. La Scienza. Tu sei stata una delle scoperte più belle della nostra recente vita. Tu e la tua bella famiglia. Hai fatto tantissimissimissimo. Ricordati che mi devi togliere ancora quelle due cose o quella là continua a rompere il cazzo.

E poi, Maria Giovanna. Nel cuore di Franci avevi un palchetto d'onore tutto tuo, con le tue 'pozioni magiche', le tue visioni, le tue parole profonde e precise, i tuoi consigli sempre azzeccati. Per osmosi, sarai sempre anche in me.

Non piangete, medici, non piangete infermieri. E sappiate che se ci fossero anche solo 100 persone come voi in ogni professione, il mondo sarebbe un posto molto migliore.

Non ringrazio chi, senza neppure conoscermi, in un giorno che voglio dimenticare di inizio novembre mi ha detto con freddezza, senza neppure sfiorarmi, che mia moglie sarebbe morta nel giro di un mese, massimo tre, perché lo dicono le statistiche. Mi hai fatto piangere troppo e prima del necessario. Non si fa. Ma spero che migliorerai negli anni.

Ringrazio infine tutti coloro che hanno capito il motivo per cui ho voluto proteggere il mio Harry all'ultima curva. Non potevo fare più nulla, per lei, se non una cosa: preservarne la dignità, proteggerne il silenzio e il sorriso appena un po' incrinato. Se avessi fatto diversamente, esponendola, non me lo sarei perdonato per il resto dei miei giorni. Di più, avrei violato un suo preciso volere. Non si fa, se si ama.

Se avete capito, bene, altrimenti: amen.

Ora vai, Harry. Che la Vita finalmente ti sorrida un po'. Veglia sui tuoi bimbi, sorreggili, guidali.

Vai lassù, faccia da ranocchia. Porta anche Leo, il neo. Ciao, nasino freddo. 

Tic-ti-tic. Tic-ti-tic. Le senti, le fedi che si sbaciucchiano?

Prometto di rispettare le tue ultime volontà. Tranne una. Perdonami.

Prometto di prendermi cura dei nostri bambini.

Prometto di portarti sempre con me.

Ti chiedo un ultimo sforzo: da lassù getta sul capo di ognuno di noi una goccia del tuo inesauribile ottimismo. Basterà e avanzerà per capire come si vive sorridendo.

Se poi, tu e Rudy, vorrete buttarci giù anche una goccia di mojito, ci terremo pure quella.

Alla tua. Alla vostra.

Mi vivi dentro.

Tuo, Ale.

Alessandro Milan


WARP ATTACK

Revolutionary Christmas

I was dreaming in my dreaming
of an aspect bright and fair
and my sleeping it was broken
but my dream it lingered near
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry
that the people have the power
to redeem the work of fools
upon the meek the graces shower
it's decreed the people rule

The people have the power
The people have the power
The people have the power
The people have the power

Vengeful aspects became suspect
and bending low as if to hear
and the armies ceased advancing
because the people had their ear
and the shepherds and the soldiers
lay beneath the stars
exchanging visions
and laying arms
to waste in the dust
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry

Where there were deserts
I saw fountains
like cream the waters rise
and we strolled there together
with none to laugh or criticize
and the leopard
and the lamb
lay together truly bound
I was hoping in my hoping
to recall what I had found
I was dreaming in my dreaming
god knows a purer view
as I surrender to my sleeping
I commit my dream to you

The power to dream, to rule
to wrestle the world from fools
it's decreed the people rule
it's decreed the people rule

LISTEN
I believe everything we dream
can come to pass through our union
we can turn the world around
we can turn the earth's revolution
we have the power
People have the power …

Patty Smith


MI PIACE! (+1)

Coro Natalizio :-)


NO COMMENT

L'immagine del mese

"Ostacoli" Foto di DJ Tommy (tcassano[at]aminstruments.com).


AM KIDS

Ken Robinson

KEN ROBINSON DICE CHE LA SCUOLA UCCIDE LA CREATIVITÀ (TED TALK)

Sir Ken Robinson espone al TED una divertente e toccante argomentazione a favore della creazione di un sistema educativo che nutra la creatività (anziché metterla a repentaglio). 
Alcuni brani dal suo discorso integrale:

Sono emerse tre tematiche durante la conferenza, che sono attinenti a quello di cui vorrei parlare. La prima è l’evidenza straordinaria della creatività umana in tutte le presentazioni che abbiamo visto e in tutte le persone qui. La sua diversità, la sua varietà. La seconda è che ci troviamo in una situazione nella quale non abbiamo idea di quello che succederà in futuro. Non abbiamo idea di come si svilupperà.

Ho un grande interesse per l’educazione e credo che lo abbiamo tutti. Perché ci riguarda un sacco, in parte perché è l’educazione che dovrebbe prepararci per questo futuro incerto. Se ci pensate, i bambini che cominciano ad andare a scuola quest’anno andranno in pensione nel 2065. Nessuno ha la più pallida idea – nonostante tutte le considerazioni esperte presentate in questi quattro giorni – come sarà il mondo tra cinque anni. Eppure abbiamo il compito di preparare i nostri figli per esso. Per cui l’imprevedibilità, io credo, è straordinaria.

E la terza cosa è che siamo tutti d’accordo, nonostante tutto, sulla straordinaria capacità che i bambini hanno, le loro capacità di innovazione. Sono convinto che tutti i bambini hanno enormi talenti. E noi li sprechiamo, senza pietà. Quindi voglio parlare di educazione e voglio parlare di creatività. Il mio argomento è che la creatività è tanto importante quanto l’alfabetizzazione e le dovremmo trattare alla pari. 

Recentemente ho sentito una bella storia – amo raccontarla – di una ragazzina durante una lezione di disegno. Aveva 6 anni, era seduta in fondo e disegnava. L’insegnante diceva che questa ragazzina di solito non stava attenta, ma in questa lezione invece sì. L’insegnante era affascinata, andò da lei e le chiese: “Che cosa stai disegnando?”. E la ragazzina rispose: “Sto disegnando Dio”. E l’insegnante disse: “Ma nessuno sa che aspetto abbia”. E la ragazzina: “Lo sapranno tra poco”. 

I bambini si buttano. Se non sanno qualcosa, ci provano. Giusto? Non hanno paura di sbagliare. Ora, non voglio dire che sbagliare è uguale a essere creativi. Ciò che sappiamo è che se non sei preparato a sbagliare, non ti verrà mai in mente qualcosa di originale. E quando diventano adulti la maggior parte di loro ha perso quella capacità. Sono diventati terrorizzati di sbagliare. E noi gestiamo le nostre aziende in quel modo, stigmatizziamo errori. E abbiamo sistemi nazionali d’istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che puoi fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa. Picasso una volta disse che tutti i bambini nascono artisti. Il problema è rimanerlo anche da adulti. Io sono convinto che non diventiamo creativi, ma che disimpariamo ad esserlo. O piuttosto, ci insegnano a non esserlo. Dunque perché è così?

Ho vissuto a Stratford-on Avon fino a cinque anni fa. Ci siamo trasferiti da Stratford a Los Angeles. C’è una cosa che ti colpisce quando ti trasferisci in America e se viaggi per il mondo: ogni sistema di istruzione ha la stessa gerarchia di materie. Non importa dove vai. Credi che sia diverso, ma non lo è. In cima ci sono le scienze matematiche e le lingue, poi le discipline umanistiche e in fondo l’arte. Ovunque nel mondo. E, più o meno, anche all’interno di ogni sistema. Esiste una gerarchia nelle arti. L’arte e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza. Non esiste sistema educativo sul pianeta che insegni danza ai bambini ogni giorno, così come insegniamo la matematica. Perché? Perché no? Credo che sia importante. Credo che la matematica sia molto importante, ma altrettanto la danza. I bambini ballano tutto il tempo se possono, noi tutti lo facciamo. Abbiamo tutti un corpo, o no? In verità, ciò che succede è che, quando i bambini crescono, noi iniziamo a educarli progressivamente dalla pancia in su. E poi ci focalizziamo sulle loro teste. E leggermente verso una parte.

Se tu visitassi il sistema educativo da alieno e ti chiedessi “a che serve la pubblica istruzione?” credo che dovresti concludere che lo scopo dell’istruzione pubblica in tutto il mondo sia quello di produrre professori universitari. O no? Loro sono le persone che stanno in cima. E io ero uno di loro. A me piacciono i professori universitari, ma non li dovremmo considerare come il risultato più alto raggiungibile. Sono solo una forma di vita, un’altra forma di vita. Ma sono piuttosto curiosi e lo dico con affetto per loro. C’è qualcosa di curioso nei professori, per quel che è la mia esperienza – non tutti, ma di solito – vivono nella loro testa. Vivono lassù e leggermente da una parte. Sono scorporati, avete presente, quasi in senso letterale. Vedono i loro corpi come un mezzo di trasporto per le loro teste, no? È un modo per portare le loro teste ai meeting. 

Il nostro sistema educativo è basato sull’idea di abilità accademiche. E c’è una ragione. Tutto il sistema è stato inventato – in tutto il mondo non c’erano scuole pubbliche prima del XIX secolo- per venire incontro ai fabbisogni industriali. Quindi la gerarchia è fondata su due idee. Numero uno: che le discipline più utili per il lavoro sono in cima. Voi probabilmente siete stati benignamente allontanati da cose che vi piacevano da bambini a scuola, sulla base che non avreste mai trovato un lavoro facendo quello, no? Non fare musica, non diventerai un musicista; non fare arte, non sarai un artista. Avvisi benevoli, ma profondamente sbagliati. E, punto secondo, è l’abilità accademica che oggi domina la nostra idea d’intelligenza, perché le università hanno creato il sistema a loro immagine. Se ci pensate, tutto il sistema della pubblica istruzione, in tutto il mondo, si concentra sull’ammissione all’università. E la conseguenza è che tante persone di talento, persone brillanti, creative, credono di non esserlo. Perché la cosa per la quale erano bravi a scuola non aveva valore, o era perfino stigmatizzata. E credo che non ci possiamo permettere di andare avanti così.

Nei prossimi 30 anni, secondo l’UNESCO, si laureeranno più persone al mondo di tutte quelle che si sono laureate dall’inizio della storia. Ma ad un tratto i titoli di studio non valgono nulla, non è vero? Quando ero studente, se avevi una laurea avevi un lavoro. Se non avevi un lavoro era perché non ne volevi uno. Ma oggi giovani con una laurea in tasca spesso sono a casa a giocare con i videogame, perché ti serve la laurea specialistica dove prima ti serviva quella normale e adesso ti serve il PhD per l’altra. È un processo di inflazione accademica. E ci indica che tutta la struttura educativa si sta spostando sotto i nostri piedi. Dobbiamo ripensare radicalmente la nostra idea di intelligenza.

Sappiamo tre cose sull’intelligenza. Anzitutto, che è varia. Pensiamo il mondo in tutti i modi nei quali lo percepiamo. Riflettiamo visualmente, uditivamente, cinesteticamente. Pensiamo in modo astratto, in movimenti. Secondo, l’intelligenza è dinamica. Se guardiamo le interazioni di un cervello umano, l’intelligenza è meravigliosamente interattiva. Il cervello non è suddiviso in compartimenti. Infatti, la creatività – che io definisco come il processo che porta ad idee originali di valore – si manifesta spesso tramite l’interazione di modi differenti di vedere le cose.

E la terza cosa sull’intelligenza è che è distinta. Sto scrivendo un nuovo libro chiamato “Epiphany”, che si basa su una serie di interviste di persone su come hanno scoperto il loro talento. Mi affascina come le persone ci sono arrivate. Nasce da una conversazione che ho avuto con una donna meravigliosa, che tante persone non conoscono, si chiama Gillian Lynne, ne avete sentito parlare? Alcuni sì. È una coreografa e tutti conoscono i suoi lavori. Ha fatto “Cats” e “Phantom of the Opera”. Lei è meravigliosa. Comunque, abbiamo pranzato insieme un giorno e ho detto “Gillian, come sei diventata ballerina?”. E lei disse che quando era a scuola era davvero senza speranza. E la sua scuola, negli anni 30, scrisse ai genitori e disse, “Crediamo che Gillian abbia problemi di apprendimento”. Non era capace di concentrarsi, diventava nervosa. Oggi direbbero che ha l’ADHD [Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività]. Non credete? Ma siamo attorno al 1930 e l’ADHD non l’avevano ancora inventata. Non era una condizione disponibile allora. La gente non sapeva che poteva averla.

Comunque, andò a farsi vedere da questo specialista. Stanza in legno di rovere … Ed era là con sua madre, era stata accompagnata e fatta accomodare su una sedia e alla fine stette seduta sulle sue mani per 20 minuti, mentre quell’uomo parlò con la madre di tutti i problemi che Gillian aveva a scuola. E alla fine il medico si sedette vicino a Gillian e disse: “Gillian, ho ascoltato tutte quelle cose che tua madre mi ha detto e le devo parlare a quattr’occhi”. Le disse: “Aspettaci qua, non ci metteremo molto”. E se ne andarono. Ma quando lasciarono la stanza egli accese la radio appoggiata sulla scrivania. E quando erano fuori dalla stanza disse alla madre, “Ora la guardi”. E appena se n’erano andati, lei disse, lei era in piedi e si muoveva con la musica. E la guardarono per qualche minuto ed egli disse a sua madre, “Signora Lynne, Gilian non è malata, è una danzatrice. La porti a una scuola di danza”.

Io chiesi “E poi?” e lei mi disse: “Lo fece. Non ti puoi immaginare quanto era bello. Entravamo in quella stanza ed era piena di gente come me. Gente incapace di stare ferma. Gente che si doveva muovere per pensare”. Ballavano balletto, tap, jazz, danza moderna e contemporanea. Alla fine fece un’audizione per il Royal Ballet School, diventò una solista ed ebbe una splendida carriera al Royal Ballet. E infine fondò una sua company, la Gillian Lynne Dance Company, e conobbe Andrew Lloyd Weber. Lei è stata responsabile di alcune tra le più famose produzioni del teatro musicale della storia, ha portato diletto a milioni di persone ed è multi-milionaria. Un altro le avrebbe somministrato qualche farmaco e detto di calmarsi. 

Ora credo che il punto sia questo: credo che la nostra unica speranza per il futuro sia di adottare una nuova concezione di ecologia umana, nella quale cominciare a ricostruire la nostra concezione della ricchezza delle capacità  umane. Il nostro sistema educativo ha sfruttato le nostre teste come noi abbiamo sfruttato la terra: per strapparle una particolare risorsa. E per il futuro non ci servirà. Dobbiamo ripensare i principi fondamentali sui quali educhiamo i nostri figli. C’è una magnifica citazione di Jonas Salk: “Se tutti gli insetti scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutta la vita sulla Terra finirebbe. Se tutti gli esseri umani scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutte le forme di vita fiorirebbero”. E ha ragione.

Ciò che celebro oggi è il dono dell’immaginazione umana. Dobbiamo fare attenzione ad usare questo dono saggiamente ed evitare alcuni degli scenari dei quali abbiamo parlato. E lo faremo solo se sapremo vedere le nostre capacità creative per la ricchezza che sono e se sapremo vedere i nostri figli per la speranza che sono. Il nostro compito è di educarli nella loro interezza affinché possano affrontare il loro futuro. Forse noi non vedremo questo futuro, ma loro sì. E il nostro compito è di aiutarli a farne qualcosa.

Grazie mille.


ORTENSIA MALINCUORE

Caro Babbo Natale


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