WARP #47 - Aprile 2017

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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La parola d'accesso di questo numero è "Industrie 4.0" - leggi

IN GOOD COMPANY

Dalla puntina del giradischi all'ascolto shuffle di Spotify - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Chuck Berry" - leggi o ascolta

UNA PAGINA A CASO

John Williams - Stoner - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Chandra Livia Candiani - leggi

WARP ATTACK

E se 2+2=5 facesse 5? - leggi

MI PIACE! (+1)

Vivian Dorothea Maier - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

30 anni di Simpson! - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Science, not silence - leggi


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"Industrie 4.0"

L’espressione Industrie 4.0 è stata usata per la prima volta alla Fiera di Hannover nel 2011 in Germania. A ottobre 2012 un gruppo di lavoro dedicato all'Industria 4.0, presieduto da Siegfried Dais della multinazionale di ingegneria ed elettronica Robert Bosch GmbH e da Henning Kagermann della Acatech (Accademia tedesca delle Scienze e dell'Ingegneria) presentò al governo federale tedesco una serie di raccomandazioni per la sua implementazione. L'8 aprile 2013, all'annuale Fiera di Hannover, fu diffuso il report finale del gruppo di lavoro.   

Finora le rivoluzioni industriali del mondo occidentale sono state tre: nel 1784 con la nascita della macchina a vapore e di conseguenza con lo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione; nel 1870 con il via alla produzione di massa attraverso l’uso sempre più diffuso dell’elettricità, l'avvento del motore a scoppio e l'aumento dell’utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica; nel 1970 con la nascita dell’informatica, dalla quale è scaturita l'era digitale destinata ad incrementare i livelli di automazione avvalendosi di sistemi elettronici e dell’IT (Information Technology). La data d’inizio della quarta rivoluzione industriale non è ancora stabilita, probabilmente perché è tuttora in corso e solo a posteriori sarà possibile indicarne l’atto fondante. L'argomento è stato al centro del World Economic Forum 2016, dal 20 al 24 gennaio a Davos (Svizzera), intitolato appunto “Mastering the Fourth Industrial Revolution”.  

Gli osservatori stanno cercando di capire come cambierà il lavoro, quali nuove professionalità saranno necessarie e quali invece presto potrebbero scomparire. Dalla ricerca "The Future of the Jobs" presentata al World Economic Forum è emerso che, nei prossimi  anni, fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Alcuni (come la tecnologia del cloud e la flessibilizzazione del lavoro) stanno influenzando le dinamiche già adesso e lo faranno ancora di più nei prossimi 2-3 anni. L'effetto sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. L’Italia ne esce con un pareggio (200mila posti creati e altrettanti persi), meglio di altri Paesi come Francia e Germania. A livello di gruppi professionali le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti distrutti. Secondo la ricerca compenseranno parzialmente queste perdite l’area finanziaria, il management, l’informatica e l’ingegneria. Cambiano di conseguenza le competenze e abilità ricercate: nel 2020 il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata, ma diventeranno più importanti il pensiero critico e la creatività. Proprio perché lo scenario è in rapida evoluzione, dobbiamo attrezzarci per cogliere i benefici dello Smart Manufacturing, l'innovazione digitale nei processi dell'industria: lo dice Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, secondo il quale “nel breve termine si possono prevedere saldi occupazionali negativi, nel medio-lungo termine non è assolutamente certa una contrazione degli occupati in numero assoluto, considerato anche l’impatto nell’indotto, in particolar modo nel terziario avanzato. Il nostro Paese però deve sapere cogliere a pieno i benefici della quarta rivoluzione industriale, attuando iniziative sistemiche per lo sviluppo dello Smart manufacturing e fornendo ai lavoratori le competenze digitali per le mansioni del futuro”.

Ma quali sono le caratteristiche principali della trasformazione verso il 4.0? Innanzi tutto la digitalizzazione. Un recente articolo di Alessandro D’Adda su Sole24Ore ne specifica i momenti essenziali.

In tutti i settori le aziende “tradizionali” stanno affrontando o si accingono ad affrontare un percorso di trasformazione digitale. Un percorso che non può però limitarsi semplicemente alla “digitalizzazione” dei processi esistenti e o a portare online il vecchio modello di business. I cambiamenti indotti dal digitale nella società, nei comportamenti d’acquisto, nei modelli competitivi, richiedono alle aziende di ripensare e innovare in maniera sostanziale i propri modelli di business. A prescindere dalle specificità settoriali in cui le aziende operano, osservando i leader di questa nuova era industriale emergono alcuni tratti ricorrenti sulle caratteristiche essenziali di un’azienda digitale. Vogliamo indicare qui le 4 caratteristiche secondo noi imprescindibili e che devono essere tenute in considerazione nel disegnare una strategia digitale.

1) Centrata sui “dati” (Datacentric)

Operare in un mondo digitale significa produrre e consumare una mole enorme di dati. Diventa quindi fondamentale la capacità di utilizzare questi dati per migliorare, ripensare e innovare il proprio modello di business. Prendiamo il caso di Amazon. L’azienda è passata nel tempo da essere un puro retailer online a una delle più grandi compagnie Big Data al mondo. Questi gli step principali della sua evoluzione:

a) Offrire un catalogo online 10 volte più grande del più grande distributore fisico, al 10% in meno.

b) Creare una community di blogger e acquirenti per valutare i prodotti offerti; i dati generati da questo network “collaborativo”, insieme ai dati di comportamento dell’utente (per esempio: andamento storico degli acquisti; interrogazioni sulla piattaforma; modalità di interazione sul sito) permettono un livello elevatissimo di personalizzazione nel suggerire i prodotti e i bundle di offerta, con il risultato di migliorare in maniera drammatica il cross e up-selling in fase di acquisto.

c) Utilizzare i dati generati dalla piattaforma per offrire il miglior livello di customer care al mondo: in qualunque modo un cliente richieda assistenza (telefono, chat, email …) gli operatori Amazon hanno sempre immediatamente a disposizione tutte le informazioni rilevanti sul cliente e accesso all’enorme knowledge base aziendale, per dare risposte precise e puntuali nonostante l’eterogeneità della propria offerta.

d) Aprire i propri servizi e gli algoritmi di big data alle aziende.

Un esempio di player “tradizionale” che sta scommettendo su questa transizione è Ford. Prima ha utilizzato i modelli di analisi big-data per migliorare la gestione della supply chain, poi per disegnare i nuovi modelli di auto, ora per reinventare il proprio modello di business. Nelle ultime presentazioni agli analisti il top management ha infatti chiaramente delineato un futuro per Ford basato su mobility e connectivity . Ma attenzione: la trappola in cui si può cadere è quella di avere troppi dati, investire nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali, per poi affidarsi come sempre all’esperienza “passata” per guidare l’azienda. Un player digitale deve essere capace di prendere decisioni manageriali sulla base delle evidenze mostrate da questi dati, anche quando queste vanno contro il “paradigma” corrente/ accettato e comportano un certo livello di rischio.

E allora ecco un profilo dell’azienda digitalizzata:

1) Il cliente al centro (Customer centric)

Nel mondo digitale il cliente si è abituato ad un nuovo livello di servizio. Tutto, subito, al miglior prezzo. Sempre e ovunque. E per giunta disegnato su misura. Per competere su questo segmento crescente di clientela - oggi in Italia forse ancora limitato ad alcune aree demografiche e geografiche, ma che a tendere rappresenterà la maggioranza dei consumatori - è necessario concentrarsi sui suoi bisogni e su come offrirgli la migliore esperienza e livello servizio. La logica di prodotto e di prezzo non è più sufficiente, è data per scontata. E questo è vero per tutti i settori e mercati. Alla fine il consumatore è sempre lo stesso individuo, che compri un libro online, un’assicurazione RCA, un viaggio al mare o una nuova lavatrice. Le grandi aziende del 21° secolo si concentrano quindi in maniera maniacale sul cliente. Amazon, è un esempio di eccellenza lato customer care.

2) Innovativa

Il livello di innovazione al giorno d’oggi sta vivendo un'accelerazione mai vista, spinta dalle tecnologie digitali. La velocità, unità all'ampiezza e eterogeneità degli ambiti e competenze in cui quest’innovazione avviene rendono ormai insufficiente il vecchio approccio aziendale: con centri di R&D interni, al massimo con qualche collaborazione universitaria. Basta navigare per un po’ su crunchbase, la bibbia online sull’innovazione e le operazioni di Venture Capital per osservare alcuni dati interessanti: tutti i grandi, non importa quanto sia forte il loro R&D interno, devono comprare innovazione da fuori, che siano tecnologie, brevetti o competenze. È un modello di “open innovation” ben noto nella Silicon Valley, ma che viene sempre più adottato anche in altri ambiti.

3) Veloce e agile

Per competere in un mondo digitale bisogna essere veloci e agili. Questo di certo presuppone un’eccellenza della macchina operativa, ma richiede anche la capacità di cambiare idea, adeguare e rivedere i modelli di business, senza aver paura di sbagliare e correggere in corsa e di mettersi in discussione. A corroborare questa tesi penso aiuti pensare più ai grandi fallimenti della rivoluzione digitale piuttosto che ai casi di successo. Sono numerosi gli esempi di aziende che si sono mosse troppo lentamente, in gran parte per limiti manageriali e di leadership. Nokia e Kodak sono solo due dei tanti. Nokia nonostante avesse introdotto per prima gli smartphone è stata troppo lenta a innovare la propria piattaforma e il proprio ecosistema applicativo, così come ad introdurre un hardware innovativo che competesse direttamente con il nuovo iphone di Apple. Alla Nokia non mancavano certo le competenze e più volte era stata citata come esempio di eccellenza nella comprensione dei bisogni dei clienti. Non è stata quindi mancanza di consapevolezza, ma una paralisi manageriale di fronte a una nuova onda di cambiamento. Per parte sua Kodak, dopo aver inventato la fotografia digitale nel 1975, in uno studio datato 1981 aveva già compreso come la fotografia digitale avrebbe cambiato il mercato. Nonostante questo il management, che all’epoca traeva profitti principalmente dalla vendita di consumabili, quali pellicole e carta fotografica, non ebbe il coraggio di affrontare il trend digitale come un’opportunità, pur rischiosa, ma si ostinò fino all’ultimo a difendere la propria rendita di posizione.


IN GOOD COMPANY

Dalla puntina del giradischi all'ascolto shuffle di Spotify

Playlist consigliata per la lettura dell’articolo:

·      Vinile: Pink Floyd – Breathe (1973)

·      Musicassetta: Queen – A Kind of Magic (1986)

·      CD: The Fugees – Killing Me Softly With His Song (1996)

·      iPod: U2 – City of Blinding Lights (2004)

·      Spotify: Drake – Passionfruit (2017)

Il 10 marzo 1973 viene pubblicato The Dark Side of the Moon, ottavo album dei Pink Floyd, considerato uno dei migliori album di tutti i tempi, con oltre 50 milioni di dischi venduti. Oltre al successo artistico, l’album passa alla storia anche per la sua copertina, con un prisma attraversato da un fascio di luce di sei colori, contribuendo a rendere quel vinile un pezzo da collezione ancora oggi.

Fare paragoni artistici rispetto al presente sarebbe quantomeno disarmante, ma soprattutto soggettivo, mentre è oggettivo il fatto che sia cambiato il modo di ascoltare la musica, e si può dire che ogni generazione abbia avuto il suo.

Negli anni ’70-’80 per ascoltare i vinili vi era una lotta continua con la puntina del giradischi, erano gli anni dell’iconica marca di mangiadischi Geloso. L’alternativa al vinile erano le più pratiche musicassette, più comode e a portata di tasca, ma anche qui si potevano riscontrare dei problemi, risolvibili con un po’ di pazienza e una biro per riavvolgere il nastro.

A cavallo fra gli anni ’80 e  ’90 altra rivoluzione tecnologica e nuovo dispositivo: il walkman, lettore CD e uno dei prodotti di punta della Sony, che permetteva di poter ascoltare la musica in ogni posto con delle comode cuffiette.

Successivamente nel 2001 Apple lancia sul mercato iPod, probabilmente la svolta più importante per la riproduzione musicale e il motivo si può spiegare con lo slogan di lancio, “1000 songs in your pocket”: non sono più costretto a comprare CD fisici potendolo fare comodamente in digitale da iTunes, e posso avere “mille” canzoni nel mio iPod a fronte di una ventina sui tradizionali CD. What else?

L’introduzione dell’iPod è la spinta definitiva verso la digitalizzazione: nel giro di pochi anni i negozi di dischi sono costretti a chiudere, la Sony abbandona la produzione del Walkman, i big del settore cercano di imitare il più famoso lettore MP3 e i consumatori iniziano a scaricare musica compulsivamente, chi da iTunes, chi da Emule, Torrent o Youtube.

Con la rivoluzione digitale del settore, cambia anche il business model degli artisti: i dischi venduti sono sempre meno, la pirateria e i download illegali serpeggiano, e quindi non si punta più a una monetizzazione diretta con concerti e vendite dei dischi, ma si punta a una monetizzazione indiretta: la popolarità ora non deriva più dai dischi venduti, bensì dalle visualizzazioni e dagli ascolti sulle varie piattaforme, quindi gli artisti cercano di crearsi un brand per essere rivendibili in un secondo momento.

Nel 2016 FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana rende pubblici i dati di mercato del primo semestre, con un risultato storico: il prodotto digitale supera come quota mercato il prodotto fisico, soprattutto grazie ai servizi di digital streaming, cresciuti del 68%, dove a farla da padrone c’è Spotify, seguita da Apple Music e Deezer.

Dietro Spotify c’è Daniel Ek, 33enne svedese che ha fondato a 14 anni la sua prima azienda, Tradera, che si occupa di vendite all’asta e attira l’attenzione di Ebay, che l’acquista nel 2006.

Ek si ritrova ad essere multimilionario a 23 anni, e decide di andare in pensione, salvo poi diventare CEO di µTorrent per un breve periodo e fondare a Stoccolma con Martin Lorentzon la startup Spotify AB.

Dopo alcuni anni di ricerca e sviluppo Spotify sposta la sede legale a Londra, diventando Spotify LTD, e dal 2008 inizia la distribuzione del programma, una piattaforma che offre contenuti musicali, fruibile sottoscrivendo un abbonamento, oppure in maniera gratuita con delle restrizioni sulle riproduzioni, l’ascolto shuffle dei brani e l’inserimento di contenuti pubblicitari.

Nel giro di pochi anni Spotify consolida la sua posizione di gigante del mercato, raggiungendo la quota di 60 milioni di utenti attivi nel 2014, e 50 milioni di abbonati all’inizio del 2017, risultati straordinari se paragonati a quelli del suo maggior competitor, Apple Music, che può contare su 20 milioni di abbonati. Dietro i due colossi c’è il vuoto, se si considera che gli altri maggiori player come Tidal e Deezer non raggiungono nemmeno 10 milioni di utenti.

Per renderci conto della portata del fenomeno e del cambio di abitudini dei consumatori, il 18 marzo 2017 è uscito More Life, ultimo album del rapper canadese Drake. Se l’uscita dell’album fosse stata nel secolo scorso, ci sarebbero state le file fuori dai negozi di dischi, ma nell’era 2.0 Drake ha raggiunto il record di 76 milioni di ascolti in un singolo giorno su Spotify.

Tuttavia il giocattolo Spotify non è proprio rose e fiori come potrebbe apparire, e si trova in una situazione paradossale: leader di settore, valutata 8.5 miliardi di dollari, i rumours di una quotazione in borsa sempre più vicina, eppure…. 194 milioni di perdita del 2015!

Spotify è la piattaforma di streaming più completa di tutte, capace di offrire ai suoi utenti 30 milioni di brani, alcuni dei quali in esclusiva, e proprio per questo motivo la perdita di bilancio risulta consistente. Nonostante un fatturato da record, i costi per i diritti dei brani, assimilabile ai “costi per materie prime” nel bilancio di una qualsiasi società, coprono circa l’80-85% dei ricavi, rendendo la situazione economica abbastanza critica.

Tuttavia gli analisti danno fiducia a Spotify, che nel presente mira a consolidare la sua leadership di settore e a coprire le perdite incrementando gli utenti in abbonamento, mentre per il futuro sta studiando l’approdo nell’hardware, con lo sviluppo di un apparecchio intelligente in grado di funzionare come cuffie, altoparlante e lettore musicale.

Nel frattempo, in questo mondo sempre più tecnologico c’è un dato che fa sorridere: la vendita di vinili sono cresciuti del 58% l’anno scorso, con una quota di mercato cresciuta dal 3 al 6% negli scorsi tre anni. Perché la digitalizzazione sarà anche bella, ascoltare Spotify dal telefono è comodo, ma vuoi mettere poter toccare con mano The Dark Side of the Moon e poterlo conservare in casa?

Articolo di Giacomo Cremonesi (ingoodcompany[at]aminstruments.com)

Giacomo Cremonesi, classe 1994, si è laureato in Management e Imprenditorialità, ramo di Economia Aziendale, presso l’Università Carlo Cattaneo. La sua tesi di laurea ci riguarda da vicino, basta leggerne il titolo:
L’ANALISI DI BILANCIO, IL CASO AM INSTRUMENTS.


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Chuck Berry"

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

<<Quando sento del buon rock, del calibro di quello di Chuck Berry, cado praticamente in ginocchio. Nient'altro della vita mi interessa. Il mondo potrebbe finire e non me ne importerebbe>>. Questo è quanto diceva John Lennon di Chuck Berry. Poche settimane fa il mondo della musica ha perso l’ideatore del rock and roll, colui che ha inventato uno stile preso a modello da tanti musicisti arrivati dopo di lui. E quando parliamo di musicisti venuti dopo, ci riferiamo ai mostri sacri della musica, parliamo dei Rolling Stones, Beatles, AC/DC, Beach Boys, Dire Straits, Jimi Hendrix e tantissimi altri da poter riempire la pagina di questa rubrica.

Senza Chuck Berry forse oggi non conosceremmo il  Rhythm and Blues così come siamo abituati ad ascoltarlo e penso che anche tanti artisti, che oggi apprezziamo, siano frutto dell’ispirazione trasmessa proprio da Chuck Berry.

Nato a Saint Louis nel 1926 in una famiglia agiata che purtroppo non è riuscita a tenerlo lontano dalle cattive compagnie. A soli 18 anni Chuck conosce le prigioni di stato per aver compiuto una rapina a mano armata. Chuck non è mai stata una persona tranquilla e in prigione ci tornerà più volte fino agli anni 90, per violenze, truffe, droga e furti.

La scintilla che fece scoppiare nel giovane Chuck l'amore per la chitarra fu scatenata da Tommy Stevens. Chuck rimase impressionato, durante un recital scolastico, dal modo di suonare di Stevens al tal punto da voler imparare a suonare quello che sarebbe diventato il suo strumento simbolo.

Come per tutti i poeti maledetti, Chuck ha mostrato la dualità dell’anima alternando la vita fuori dalle regole con la poesia di quella straordinaria miscela di musica bianca e nera che tanti ha fatto innamorare con i suoi riff di chitarra.

Chuck è stato il primo artista a portare la chitarra elettrica al centro della scena e, nell’America della segregazione razziale, ha scritto canzoni che raccontavano i giovani con testi molto semplici capaci di arrivare a tutti ma mai banali. In questo contesto nasce la sua più famosa canzone, Johnny B. Goode, che racconta la storia di un povero ragazzo di campagna che diventa una star grazie alla sua abilità a suonare la chitarra. Johnny B. Goode è considerata una delle canzoni più conosciute nella storia della musica.

Una registrazione di Johnny B. Goode fu inclusa nel Voyager Golden Record, un disco inserito nelle due sonde spaziali del Programma Voyager, lanciato nel 1977, contenente suoni e immagini al fine di far conoscere, ad una ipotetica forma aliena nello spazio, le diverse varietà di vita e cultura della Terra. Johnny B. Goode è stata usata come rappresentazione del rock & roll fra le imprese culturali dell'umanità.

Chuck ha diversi punti di contatto con altri grandi artisti blues o rock ma la sua musica ha qualcosa di unico, una vena narrativa fluida che diventa modello per tutti quelli che con una chitarra in mano vogliono esprimere se stessi.

Quando agli inizi degli anni 70 il rock entra in una fase più dura, lo stile di Chuck pare appannarsi ma è solo una falsa sensazione. Chuck non torna in Europa da diverso tempo e nel febbraio del 1972 viene invitato ad un festival in Inghilterra dove accade qualcosa di inaspettato: migliaia di persone si ritrovano a ballare e a saltare scatenati al ritmo di “My Ding a Ling” lasciando meravigliati anche i musicisti sul palco. Ancora una volta il grande Chuck trova la fama e la gloria grazie al suo stile così diretto.

Chuck Berry era un uomo difficile che non si è mai affezionato ad una band sentendosi sempre il più grande. La sua vita iniziata con piccole rapine, si è chiusa con applausi e ricchezza. Il riassunto della sua vita è dichiarato in una sua intervista dove si esprimeva così:

<< Non credo di essere speciale; niente a che vedere con l’espressione di Nat King Cole, la poesia di Maya Angelou o l’eleganza di Duke Ellington. La mia musica è molto semplice. Volevo suonare il blues ma non ero abbastanza ‘blue’. Non ero come Muddy Waters o altra gente che aveva veramente sofferto. In casa nostra non mancava il cibo in tavola ed eravamo benestanti rispetto a tante altre famiglie. Così mi sono concentrato sul divertimento, sull’allegria e sulle novità. Ho scritto di automobili perché una persona su due le possedeva. Ho scritto d’amore perché tutti vogliono l’amore. Ho scritto canzoni che i bianchi potessero comprare perché ciò mi avrebbe portato denaro. Era quello il mio scopo: guardare il mio estratto conto e vedere milioni di dollari >>

A noi appassionati di musica, nonostante tutto, non resta che inchinarci alla sua grandiosità e al suo genio che rimarrà per sempre sulla terra e, nel vero senso del termine, nello spazio.

 

Per flirtare con DJ Tommy Cassano: tcassano[at]aminstruments.com


UNA PAGINA A CASO

John Williams - Stoner

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Non credere di scappare. amico mio. Ora tocca a te. Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c'è il segno dell'antica malattia. Tu credi che ci sia qualcosa qui, che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità. Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme. E non hai un posto al mondo dove andare.

Trovandoci, come siamo, al cospetto del mistero della letteratura e del suo inenarrabile potere, è nostro compito scoprire la fonte di questo potere e di questo mistero. E in fondo, tuttavia, a che scopo? La letteratura stende davanti a noi un velo profondo, che non possiamo scandagliare. Non ci resta che contemplare le sue oscillazioni, devoti e impotenti. Chi sarebbe così temerario da sollevare quel velo, mostrando ciò che non può essere mostrato e raggiungendo l'irraggiungibile? Il più forte di noi non è che un esserino gracile, il tintinnio d'un cembalo, il fiato d'un ottone, davanti all'eterno mistero.

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l'amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un'altra.

Quand'era giovanissimo, Stoner pensava che l'amore fosse uno stato assoluto dell'essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l'aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un'illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento. e giorno dopo giorno, dalla volontà, dall'intelligenza e dal cuore.

"Lussuria e conoscenza”, disse una volta Katherine. “È il massimo che si può avere, giusto?”


AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Chandra Livia Candiani

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro.


Chandra Livia Candiani
La bambina pugile
Einaudi


WARP ATTACK

E se 2+2=5 facesse 5?

Molti matematici hanno una certa qual familiarità - o almeno hanno visto riferimenti in letteratura - con l'equazione 2+2 = 4. Non tutti però sanno che anche l'equazione meno nota 2+2=5 ha una storia ricca e complessa alle sue spalle. Come per ogni quantità complessa, tale storia ha una componente reale e una immaginaria: questa breve trattazione si occuperà unicamente di quest'ultima.

Molte culture, durante i loro primi sviluppi matematici, hanno scoperto l'equazione 2+2 = 5. Si possono prendere come esempio i membri della tribù Bolb, che discendono dagli Incas sudamericano. I Bolb contano facendo nodi su una cordicella, e si sono ben presto accordi che se si univa una corda con due nodi a un'altra corda con due nodi il risultato finale era una corda con cinque nodi.

Recenti ritrovamenti sembrano indicare come la setta pitagorica aveva trovato una dimostrazione del fatto che 2+2 = 5, ma questa dimostrazione non è mai stata messa per iscritto. Bisogna però precisare che, a differenza di quanti si potrebbe credere, la mancata divulgazione della dimostrazione non è stata causata da un'occultazione volontaria simile a quella che tentarono per nascondere l'irrazionalità della radice quadrata di due. Molto più banalmente, non avevano denaro a sufficienza per il necessario servizio di scrittura da parte degli scribi. I loro fondi erano stati completamente dilapidati in una serie di cause legali contro un gruppo di attivisti per i diritti dei bovini, che li avevano citati in giudizio a causa dei metodi utilizzati dai pitagorici per celebrare la scoperta di un teorema. Fu così che gli Elementi di Euclide contennero solamente l'equazione 2+2 = 4, e nessuno udì parlare di 2+2 = 5 per diversi secoli.

Un timido tentativo di portare alla conoscenza delle masse questo risultato fu effettuato nel quinto secolo d.C, mentre l'Impero Romano d'Occidente stava ormai volgendo al termine. Gli scalpellini avevano infatti notato come scrivere "II ET II SVNT V" riduceva il numero di lastre di pietra che si dovevano gettare via a causa di un'improvvida martellata. Ma non erano i tempi migliori: i secoli bui del Medio Evo si stavano avvicinando, e il problema venne accantonato, tanto che la Regola Benedettina nella sua versione completa ha come titolo "Non summabis, ora et labora" perché i monaci non si distogliessero dalle loro occupazioni per trattare il problema.

Nel tredicesimo secolo, Leonardo Fibonacci scoprì che lasciando in una gabbia due conigli maschi e due conigli femmine si ottenevano ben più di quattro conigli. Non avendo il coraggio di mettere troppo apertamente in dubbio il valore dato da Euclide, Fibonacci si limitò ad affermare che "2+2 è più vicino a 5 che a 4". Nonostante questo approccio cauto, i suoi contemporanei lo trattarono come un pazzo; il suo approccio di sottostimare il numero di conigli si è però conservato fino ad oggi, tanto che il modello che prende da lui il nome considera che da ogni coppia di conigli ne nascono solamente due a ogni parto. Chiunque abbia visto i conigli figliare capisce il problema.

La mancanza di una dimostrazione definitiva che 2+2 = 5 si faceva ormai sentire, con una serie di disavventure davvero incredibili. Nei margini della sua copia dell'Aritmetica di Diofanto, Pierre de Fermat aveva lasciato una dimostrazione, che a volte è nota come "Penultimo teorema di Fermat". Il margine in questo caso era sufficiente per la dimostrazione. Purtroppo quello fu l'unico caso in cui il noto matematico francese utilizzò il margine interno, che venne rifilato quando il libro, che stava andando a pezzi, fu rilegato. La dimostrazione venne così nuovamente perduta. Il precedente approccio cartesiano, con la famosa dimostrazione "cogito 2 et 2 sunt 5: ergo est" non fu ritenuto sufficientemente rigoroso.

L'eccitazione tra i matematici per le incredibili nuove scoperte che l'analisi permetteva tolse interesse all'equazione, tanto che durante il XVIII secolo l'unico noto riferimento ad essa è stato quello del filosofo e vescovo Berkeley che, dopo averla scoperta in un antico manoscritto, commentò seccamente "Beh, adesso ho capito dove tutti questi infinitesimi vanno a finire: nel lato destro di questa equazione". Questa frase impressionò gli intellettuali californiani a tal punto che decisero di dare il suo nome a un'università.

La prima metà dell'800 segnò un rinnovato interesse per la somma 2+2. Riemann sviluppò un sistema aritmetico in cui 2+2 = 5, che stava in parallelo all'euclideo 2+2 = 4. Allo stesso tempo, Gauss aveva creato un'aritmetica in cui 2+2 = 3. Tutto questo ha portato a decenni di confusione sul valore effettivo di 2+2: proprio a causa delle mutevoli opinioni al riguardo, la dimostrazione del 1880 di Kempe del teorema dei 4 colori fu aggiornata undici anni dopo come "Teorema dei cinque colori". Riemann stesso, con la sua Ipotesi oggi non ancora dimostrata, fece una congettura sugli zeri della funzione (s) data dalla sommatoria su s di (2+2)s-5s. Anche Dedekind entrò nel dibattito, con una sua memoria intitolata "Was ist und was soll 2+2?".

La diatriba andò a toccare persino i fondamenti della matematica. Frege pensò di avere stabilito la questione una volta per tutte: mentre stava preparando una versione condensata del suo "Begriffsschrift", intitolata "Die Kleine Begriffsschrift" (Piccola Ideografia), vi inserì quella che riteneva essere la dimostrazione definitiva che 2+2 = 5. Prima che la versione definitiva venisse pubblicata, però, Frege ricevette una lettera da Bertrand Russell, che gli faceva notare che nei suoi "Fondamentalismi della matematica" Frege aveva già dimostrato che 2+2 = 4. Questa contraddizione scoraggiò così profondamente Frege da fargli abbandonare completamente la matematica, e accettare una posizione da vicerettore universitario.

Anche prima che gli sforzi per trovare un risultato che discriminasse tra i casi 2+2=4 e 2+2=5 venissero vanificati dai Teoremi di Indecidibilità di Gödel, i matematici avevano già scelto di rispondere a tale dubbio fondazionale nel modo preferito dalla stragrande maggioranza di loro: ignorando del tutto la questione. Tutti tornarono a 2+2 = 4, equazione che restò senza rivali per tutto il ventesimo secolo. Ci sono state in effetti delle voci che Bourbaki volesse dedicare un volume delle sue opere a 2+2 = 5 (con le prime quaranta pagine che contenevano l'espressione simbolica del numero 5), ma non ci sono conferme del fatto.

Il XXI secolo potrebbe però portare ancora un altro revival di questa storica equazione. Per il momento, forniamo una prova a supporto della nostra equazione. Si ha infatti che 2.4 + 2.4 = 4.8; operando a virgola fissa e arrotondando i valori all'intero più vicino, si ricava che 2+2=5.

Basato su testo di Houston Euler in “Mathematics Magazine”


MI PIACE! (+1)

Vivian Dorothea Maier

Vivian Dorothea Maier nasce il primo febbraio 1926 a New York, nel Bronx. È figlia di Maria Jaussaud, nata in Francia, e del marito Charles Maier, di origine austriaca. I genitori presto si separano e la figlia viene affidata alla madre, che si trasferisce presso un’amica francese, Jeanne Bertrand, fotografa professionista.

Negli anni Trenta le due donne e la piccola Vivian si recano in Francia, dove Vivian vive fino all’età di 12 anni. Nel 1938 torna a New York, città in cui inizierà la sua vita di governante e bambinaia. Il primo impiego è presso una famiglia a Southampton, nello stato di New York. Poi nel 1956, si trasferisce a Chicago per lavorare con la famiglia Gensburg. Verso la fine della sua vita si ritrova in gravi ristrettezze economiche e un giorno viene ricoverata per un banale incidente. Quel ricovero, che doveva essere passeggero, si rivela fatale. Nell’arco della sua vita realizza oltre centomila fotografie ma il suo lavoro rimane sconosciuto fino a quando non viene scoperto per puro caso. La vita e l’opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.


NO COMMENT

L'immagine del mese

Aspettando il sereno. Immagine di DJ Tommy (tcassano[at]aminstruments.com).


AM KIDS

30 anni di Simpson!

Era il 19 aprile 1987 e per la prima volta veniva trasmessa sulla televisione americana la prima puntata del cartone diventato oggi la serie televisiva animata più longeva mai trasmessa, "I Simpson". Inizialmente la serie si presentava in forma di brevi corti animati all'intero del Tracey Ullman Show. Poi, due anni dopo, il 17 dicembre 1989, ha conquistato la prima serata diventando una pietra miliare della storia della tv. Oggi, a distanza di 30 anni, la serie animata detiene ancora un record a livello di ascolti, conquistando quotidianamente una media di oltre 1.200.000 spettatori totali con il 21.40% di share sul target di riferimento 15-34 anni.

Nel corso della loro storia, gli amati personaggi gialli hanno vinto numerosi premi: nominati perfino per un Golden Globe, hanno ottenuto 32 Emmy Awards e 8 Peoplès Choice Awards.

Il cartone, irriverente e spesso con riferimenti all'attualità, ha lanciato anche oltre 15 profezie divenute realtà, dall'elezione del Presidente Trump alla performance di Lady Gaga al Superbowl, dall'invenzione dello smartwatch a quella del correttore automatico.

Sono oltre 100 le star apparse all'interno della serie. Solo per ricordarne alcune: Meryl Streep, Elton John, Richard Gere, Britney Spears, Paul e Linda McCartney. Ci sono stati due crossover con i cugini cartoni animati "Futurama" e "I Griffin".

I personaggi del cartone creato da Matt Groening portano il nome dei suoi reali familiari: i genitori Homer e Marge e le sorelle Lisa e Maggie. Bart avrebbe dovuto chiamarsi Matt come il fumettista, ma scelsero di dargli il nome che conosciamo in quanto anagramma della parola "brat" che tradotto vuol dire "monello".

Nel 1999 la rivista Time acclama I Simpson come "miglior serie televisiva del secolo". Lo stesso magazine, l'anno precedente, aveva definito Bart Simpson la 46/a persona più influente del XX secolo. Bart e Lisa si sono classificati, invece, all'11/o posto tra i "50 migliori personaggi animati di tutti i tempi" di Tv Guide.

Uno dei momenti più esilaranti…

Cosa c’è nel cervello di Homer?


ORTENSIA MALINCUORE

Science, not silence.

La spilletta Ortensia l’ha comprata subito, appena è atterrata a Washington per la marcia della scienza!

Il 22 Aprile erano oltre duecento, tra società scientifiche, associazioni, musei, organizzazioni. Subito dopo l’insediamento di Trump, qualcuno si era preoccupato: i provvedimenti del presidente americano sull’immigrazione avevano impedito l'arrivo di molti ricercatori e studenti negli Stati Uniti. E il cambiamento di rotta nella politica riguardante il cambiamento climatico, i tagli ai fondi per la ricerca...insomma, qualcuno si è domandato: non sarà forse il caso di far sentire la nostra voce? Così i ricercatori sono arrivati, da tutto il mondo (almeno quelli che sono riusciti a passare la frontiera!). E anche Ortensia!

Certo poteva anche evitare di volare fino a Washington: manifestazioni sono state organizzate in contemporanea in tutto il mondo, compresa l’Italia. Ma a Orty piace stare al centro degli eventi.

Se volete sapere come è andata a finire…


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