WARP #39 - Agosto 2016

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


CPhI

AM Instruments al CPhI, dal 4 al 6 ottobre 2016 - leggi

CHICCHI D'UVA

Un racconto di Cristina Masciola - leggi


AM Instruments, dal 4 al 6 Ottobre 2016, a CPhI, Barcellona

 

CPhI, una delle fiere più importanti per i professionisti del settore farmaceutico, ha scelto ancora una volta la Spagna dopo l’edizione globale a Madrid nel mese di ottobre 2015, indicando Barcellona come prossima sede dell’evento.

La fiera, vetrina per principi attivi, prodotti chimici, attrezzature e soluzioni per la gestione dei farmaci, si svolge ogni anno in una città europea, e riunisce le più importanti aziende del settore farmaceutico. CPhI ottiene cifre record ad ogni fiera annuale, con circa 2.200 espositori e oltre 36.000 visitatori provenienti da 140 paesi.

Perché visitare CPhI?

La possibilità di incontrare l’intera industria farmaceutica in un’unica sede: raggiungere 36.000 professionisti senior pharma da oltre 150 paesi in un unico luogo
Trovare le aziende appartenenti ai settori chiave: con oltre 2.500 espositori in 20 zone dedicate copre ingredienti, API, eccipienti, dosaggio terminato, servizi, imballaggi, macchinari e altro;
Incontrare le aziende di tutto il mondo: questo è il modo più efficiente ed efficace per incontrare i fornitori dai principali mercati mondiali
Tenere il passo con gli ultimi sviluppi del settore: essere aggiornati sulle novità e le tendenze di mercato durante la conferenza pre-connect, CPhI Pharma Innovation Award, sessioni libere a espositori, vetrine, Pharma Insight Briefings.
 

AM Instruments sarà a CPhI con prodotti innovativi:  My&Clean, dispositivo automatizzato per la sanitizzazione delle mani guantate, MyPage+, dispositivo di messaggistica broadcast per ambienti classificati, ed altre novità per il controllo della contaminazione in cleanroom.

Vi aspettiamo a Barcellona, dal 4 al 6 Ottobre 2016.

Stand 2B38

 

 
 

CHICCHI D'UVA

Racconto di Cristina Masciola

La casa di cura è appena fuori la tangenziale, tra quadrifogli d’asfalto e campi nomadi.
Ogni volta che arrivo allo svincolo penso al maledetto giorno in cui ho portato qui mio padre.
Non c’era scelta, hai fatto la cosa giusta. Il medico continuava a ripeterlo come un mantra. Non puoi prenderti cura di una persona malata di Alzheimer. Serve una struttura organizzata. Il declino è repentino e tu non puoi farcela da solo.
Già, non potevo farcela. Me lo ripeto anche io, ogni giorno. Ogni giorno alla stessa ora, quando, rientrando a casa dal lavoro, passo davanti alla sua, ormai disabitata, le tapparelle abbassate, il giardino incolto, una traccia di quell’orto che nelle stagioni buone dava da mangiare a tre famiglie, per tutto l’anno. Papà si alzava tutte le mattine alle cinque. Il caffè e una tazza di latte in cui intingeva croste di pane dure come sassi. E non ho mai capito come riuscisse a masticarle, con quei pochi denti rimasti. C’avevo provato a portarlo dal dentista, ma lui diceva che non voleva diventare come Gino Bramieri, che quando sorrideva la dentiera spuntava come una mensola di marmo.
Se ne andava nel suo orto con ancora le pieghe del cuscino sulla faccia che si mischiavano con le sue rughe fitte e profonde. Bisogna amarla tanto la terra, perché la terra è bassa. La si può maledire anche, a volte capita, come con una moglie, ma bisogna amarla tanto. Solo così lei ti ripaga di tanto sforzo. Così d’inverno bieta, cicoria, broccoli, e poi arrivavano le fave e poi le zucchine e i pomodori e le melanzane. Parevano frutto di mutazioni genetiche. Senza concime e senza droghe, quell’orto partoriva zucchine grandi come pali del telefono.

Ora sarebbe tempo di pomodori, rossi, polposi. E’ luglio. Avremmo il frigo pieno, e ci lamenteremmo perché “tuo padre ci riempie di verdure che poi vanno a male…”.
Domani parto per le vacanze. E’ un anno che lavoro, non mi sono mai fermato. Me le merito un po’ di vacanze. Voglio portare i miei figli dove il mare è limpido, voglio abbracciare mia moglie, se lei ne ha ancora voglia. Voglio respirare. E non pensare a niente. Voglio il vuoto, un vuoto buono da riempire solo con quello che mi va.

Il cancello è aperto. Oggi un via vai di visite: almeno per quelli come mio padre che hanno un figlio che si ricorda ancora di avercelo, un padre. Qui va così. Li portano, vengono una o due volte, poi basta un bonifico, e poi c’è traffico, e poi magari passo e lui dorme…Ma la migliore scusa, quella più potente è sempre quella: che vado a fare, tanto neanche mi riconosce.

Io mi chiamo Edoardo. Ma a mio padre piace darmi nomi diversi. Tutte le volte. Oggi chissà chi sarò. Parcheggio. Faccio pochi passi nel giardino pieno di panchine dove infermieri fumano sigarette, parenti fanno telefonate al cellulare, quei pochi che ancora ricordano come si cammina sono in pigiama a prendere il sole del tramonto.

Appena entro sento questo odore di marcio misto a varechina. Lo odio. Mi ricorda un odore che non ho mai sentito, ma sono certo sia esattamente quello della malattia. Sono stato fortunato. Io non ho mai passato la porta di un ospedale, neanche per un parente. Solo quando Anna ha partorito, due volte, i nostri figli. Ma quello non conta. Ha scelto una clinica privata. Avevamo l’assicurazione. Così si è trovata a partorire nella suite dell’Excelsior. E li l’unico odore era quello del borotalco e dei fiori.

Salgo le scale, al primo piano, stanza 304. Mi affaccio. Due letti. Quello più vicino alla finestra è occupato da un uomo di 93 anni. Non ho mai visto un parente al suo capezzale. Lui ha smesso di avere qualsiasi desiderio di vita. Non ha più sete, ne fame, ne sonno. Non sente più nulla. Così dicono. I malati di Alzheimer si dimenticano pure di avere delle funzioni vitali che li facciano sopravvivere. E lui rientra nel manuale. Eppure non mi convince. Sono certo di averlo visto sorridere qualche volta. Ma Anna dice che mi sono convinto solo per sopportarne più facilmente la vista e pensare che non accadrà a mio padre. Anna avrebbe dovuto fare psicologia, invece ha sposato me, e ha mescolato le due cose. Le piace scavarmi dentro come una trivella, incurante del fastidio, a volte del dolore. Per lei è una missione.
Un passo in più, e dall’angolo spunta il letto di mio padre.
Mi avvicino. Lui guarda fuori, verso la finestra.
Papà.
Lui abbassa lievemente lo sguardo. Mi riconosce senza riconoscermi. Ah, Giovanni, ciao.
Papà, sono Edoardo.
Giovanni. Papà.

Tante volte mi sono detto che non devo correggerlo. E invece mi ritrovo sempre a passare i primi cinque minuti di visita a cercare di ricordargli chi sono. E a chiedermi chi cazzo sia Giovanni, o Andrea, o Tommaso.
Stare davanti a mio padre: è il labirinto del vecchio Luna Park, quello con gli specchi deformanti. Istante dopo istante vedo immagini che non riconosco, eppure sono sempre io. Se sono fortunato trovo l’uscita. E in quei momenti, quei miracolosi momenti, lui mi guarda e io riconosco i suoi occhi e mi vedo esattamente nei suoi. Edoardo. Papà.

Oggi è caldo, il caldo non aiuta mi dice un’infermiera di passaggio. Gli infermieri qui non sostano, passano veloci, assuefatti, hanno risposte automatiche per ogni disperata domanda di noi poveri confusi. Le domande sono sempre le stesse, e noi pure conosciamo la risposta, ma ci illudiamo che proprio quel giorno, per chissà quale motivo ne possa esistere una diversa.

Papà ha le mani incrociate sul lenzuolo. Le sue mani sono piene di vene, fiumi che non arrivano al mare, che se ci arrivassero forse il suo cervello adesso non sarebbe così spoglio di pensieri. Le accarezzo, le mie ancora giovani, si vede che non le ho mai affondate nella terra.
Io mi occupo di computer. L’informatica non fa venire i calli, è una scienza rassicurante almeno finché usi la logica. Se smetti ti crolla addosso, come un ombrellone mal piantato. Quando ho cominciato era altro. Era alchimia. E io cercavo la pietra filosofale.
Non ricordo come e quando ma un certo punto ho smesso di cercarla. E sono tornato alla logica.
Ho provato a usarla con papà. Quando tutto è cominciato io in modo scientifico mi mettevo davanti a lui e gli dimostravo empiricamente che sua moglie era morta portandolo alla sua tomba, che Roma era Roma portandolo al Colosseo, che io ero io, con la mia carta d’identità.
E’ logico, no? No, non lo è affatto. E’ crudele e stupido.
Presuntuoso e inutile.
Ma questo l’ho capito dopo. L’ho capito un giorno che mio padre, uscendo dal cimitero, dopo aver sistemato i fiori nel vaso della tomba di mia madre, accarezzandone la foto, mi ha detto: “Tua madre avrà già preparato la cena, lo sai che si arrabbia se si fredda…” E con dolcezza, lievemente, se ne era rinnamorato. E lei era viva. Io non potevo vederla. Ma lui sì.

Così ho capito. Ho capito che esistono universi paralleli. Ho capito che nessuno è realmente vivo o morto. Ho capito che qui mi chiamo Edoardo, ma in quell’altro universo sono Giovanni. Ho capito che a guidare non è la logica, ma solo delle fottutissime emozioni che ci catapultano da un mondo all’altro senza che neanche ce ne accorgiamo. Sono le stesse emozioni che da tutta una vita cerco di controllare, ed è per questo che non ho mai fatto una capriola con triplo salto carpiato che mi permettesse ora di stare davanti a mio padre e passeggiare con lui, chissà dove, quando, come, perché e con chi.

Forse è per questo che neanche io so più che senso ha essere Edoardo. Forse, se fossi Giovanni, adesso mio padre mi parlerebbe, e non si troverebbe davanti un uomo imbarazzato, un estraneo capitato per caso in questa stanza e che si rifiuta di essere Giovanni.

E se ci provassi, se provassi ad essere Giovanni, anche solo per oggi, cosa succederebbe?

- Papà.

- Giovanni. E Rita? Te la ricordi Rita?

- Rita? Forse….

- Rita, quella con quelle tette enormiiiiii….



E ride di una risata soffocata, come a non farsi scoprire e gonfia le guance come due mammelle.

- Certo, Rita.

- Eh…Rita…Se non fosse che ci avevi messo gli occhi addosso tu….Ma poi..



E così dicendo fa un gesto che non è mio padre o forse è lui, lui come non lo ho mai conosciuto, lui a vent’anni, che ha il mondo in mano, è bello, due spalle larghe e mani grandi, lui che si sogna di notte le enormi tette di Rita come due montagne da scalare.
E allora decido che ci sto.

- Si, si…certo…Rita, erano proprio un paradiso!

- E sta ancora a Corviale?

- Certo che ci sta, e c’ha ancora due tette enormi.

Ecco, dicono che lui ha l’Alzheimer, e invece sono io che rimuovo pezzi di memoria. Corviale. Mio padre è cresciuto là. Quando ancora non esisteva un serpentone di cemento, quando gli uomini e le donne arrivavano e costruivano una casetta, grande il giusto, e coltivavano la terra intorno ed erano famiglia.

- E se l’andiamo a trovare?

- Eh…quasi quasi.

Torno un istante nell’universo parallelo numero uno, giusto il tempo di guardarmi intorno, di realizzare che papà in fondo cammina ancora e se non lo fa è perché noi un bel giorno abbiamo deciso che dato che non seguiva una linea retta non era più in grado di farlo. E può arrivare fino alla macchina. E se qualcuno mi dice qualcosa, è mio padre cazzo!

- Dai, andiamo dalla Rita, magari ti fa fare un giro sulle tette!!!!

Lo prendo per le spalle, gracili, dimentiche di quello che sono state, e lo sollevo appena un po’. Alzo il lenzuolo e spuntano due gambe magre, senza muscoli, nude, varicose, un paio di mutandoni orribili (devo ricordarmi che mio padre è un uomo e ha diritto a delle mutande decenti), lo aiuto a spostarle verso il bordo del letto, e lui mi aiuta, che ancora qualche spunto di forza e di energia esiste. Sarà la Rita. Lo lascio seduto un istante, apro il piccolo armadietto, c’è ancora il pantalone con cui l’avevo portato qui, è una 50, ora porterà al massimo una 46.

- E’ caldo papà, esci così, tanto è estate!

- La barba, devo farmi la barba.

- Ma no, ora va di moda così.

- Fammi guardare allo specchio. Ohi, ci aspetta la Rita, mica una qualunque.

Lo sollevo e gli offro il mio braccio. E’ immensamente piccolo accanto a me. Arriviamo piano davanti allo specchio. Si guarda. E’ un corto circuito. Siamo nell’universo due adesso. Lui è forte e ha le spalle larghe, non un filo di barba e due occhi brillanti, e io, Giovanni, sono più basso di lui, e sicuramente meno affascinante. Piano piano camminiamo nel corridoio. Si affaccia l’infermiera, senza neanche guardarci, “bravi, vi fate una passeggiata…” Già, ci facciamo una passeggiata. Impieghiamo 35 minuti per arrivare alla macchina. Gli apro lo sportello, gronda sudore. Lo metto seduto. Metto in moto. Passo il cancello, e d’un tratto realizzo: ma che sto facendo? Ma dove vado? Lo guardo, lui sorride. Gonfia le guance.

Oggi credo alla teoria delle stringhe, e così con un salto spaziotemporale, posso fare finta che mio padre è ancora mio padre. O meglio, è lui, quando non sapevo chi fosse. Lui esisteva prima di me, e ora è una proiezione di se, qualcosa a cui non sapevo dare un nome e per questo, con presunzione, credevo fosse una burla del cervello. Ma le cose, le persone esistono, anche quando nessuno le nomina. La strada per Corviale. E’ lunga. Papà si guarda intorno, accendo lo stereo, Radio Italia, solo musica italiana. E lui non ne sa neanche una. E allora comincia a cantarci sopra e nessuna nota corrisponde. Non dimenticar che t’ho voluto tanto bene…Non dimenticar….. In cima alla collina spunta un mostro grigio, interrotto dai colori dei panni stesi, una carcassa di macchina bruciata, un gruppo di ragazzi fumanti sul ciglio della strada.

- Siamo arrivati

Non è esattamente come 50 anni fa. Rallento. Parcheggio. Scendo dall’auto. Gli apro lo sportello. Chissà cosa mi aspetto che accada. Mio padre si solleva, i ragazzi lo guardano, una ragazzina con i capelli rasati a metà ride delle sue mutande.

- Bella zi!, gli dice.

- Sai mica dove sta Rita?

- Rita chi?

- Rita! Tutti la conoscono Rita….e gonfia le guance e mette le mani a cucchiaio davanti al petto.

- Ma che stai a di, qui de Rita ce ne staranno dumila.

- Si ma non con quelle tette!

- Ahó, me sa che è l’amica de mi nonna – un ragazzino basso e chiatto si fa avanti – E’ l’amica de mi nonna, daje, c’avete presente? Quella che c’ha er fijo ar gabbio. Che quando stende i reggiseni se gonfiano come du mongolfiere!

Scoppiano tutti a ridere.

- Sta li, è la terza scala. È la casa cor cancello de fero che non se chiude.

- Grazie, gli rispondo io che papà è già partito.

Mentre camminiamo mi pare che sia più alto. Cresce come l’entusiasmo per le tette di una donna che troveremo di 50 anni più vecchia e che neanche ci riconoscerà.
Arriviamo sotto la scala, scritte sui muri, spazzatura, cemento, ferro, disastro urbanistico all’ennesima potenza. Qui di popolare non c’è nulla a meno che non intendessero per popolare la morte della dignità umana.
L’ascensore non funziona, forse la porta è solo disegnata sul muro.
Mi affaccio verso le finestre che danno su un prato incolto. Le guardo una ad una. Lenzuola, magliette, mutande, reggiseni, e finalmente due mongolfiere. Rita ha mantenuto la promessa. Allora comincio a chiamare.

- Ritaaaaa, Signora Ritaaaaaa….

- Eh, che c’è?

Si affaccia una vecchia enorme, i capelli tinti neri corvini, un rossetto che pare malta, e due tette enormi mi penzolano dal davanzale, viva le leggi della fisica.

- Che vuoi, chi sei? Se cerchi mi fijo è inutile, che sta a Regina Coeli.

- No no, cercavo lei, sono il figlio di Nazareno. Se lo ricorda Nazareno?

- Nazareno chi? Ah bello, me stai a prende in giro? Nazareno che conosco io adesso sarà pure morto.

Mio padre mi guarda, dille che sei Giovanni, e che io sono vivo!

- Guardi, Nazareno è vivo, è qui sotto, e vorrebbe salutarla.

- Ma che me stai a di!!!! Madonna santa…Aspettame che scendo!

- Papà, si ricorda!

- E certo che si ricorda, perché non dovrebbe?

Già, perché non dovrebbe ricordarlo. Alla fine sono io che non ricordavo e non sapevo, mica lui, o Rita. Mi viene da ridere. Era tanto che non ridevo. Mi viene da ridere e rido, e lui ride con me, e ci ammazziamo dalle risate che quando si affaccia Rita ci guarda e comincia a ridere pure lei, più sonoramente di tutti, che ha una cassa armonica come l’organo di Santa Maria Maggiore!

- Nazzarè!!!! Ma come te sei ridotto, mortacci tua!

- Rita….

Lei lo abbraccia che pare suo figlio, la testa di mio padre affonda in quel materasso morbido di tette nona misura. E per qualche minuto so che papà ha scoperto il Paradiso. E so che anche mia madre da lì, lo starà perdonando.

- Salite, che ve faccio un caffè. E tu sei er fijo? – mi da una pacca sulla spalla che mi ribalta e ride.

- No, che mio figlio, lui è Giovanni.

Rita mi guarda, io alzo le spalle.

- A Nazzarè, te sei rincojonito ma sei sempre bello, viè con me, che te faccio il caffè.

Ecco. Capisco qualche cosa in più. Questa donna, questo trionfo della natura, in un attimo ha ribaltato tutta la logica del mondo numero 1. Che se pure sei un malato di Alzheimer, se pure sei un rincoglionito, come dice lei, niente cambia. Sei sempre tu, sempre bello. E io che non mi ricordavo di quanto fosse bello mio padre. Un gradino alla volta, dopo 16 minuti siamo seduti al tavolo di una cucina assemblata alla meno peggio. Santini e madonne, più volte bestemmiati, ne sono certo. La tavola piena di broccoletti da pulire, per terra giocattoli di bambini, i suoi nipoti figli di una qualche colpa.
E lei ride, e prepara un caffè che so già sarà il più buono che avrò mai bevuto.
E papà si perde nello sguardo in lei. E ci rimane, in silenzio, per più di un’ora. E lei parla e parla, e gli racconta una vita che lui non sa e che neanche gli interessa, e ride e piange e si asciuga una lacrima per un figlio carcerato ingiustamente, che in fondo ha fatto solo una rapina a mano armata ma non ha ammazzato nessuno, e continua a parlare senza sosta. Fino a che mi guarda e dice:

- Bello mio, se er vino nun lo reggi, magnatelo a chicchi.

La guardo interrogativo.

- Er dolore tutto insieme nun se può regge! Te lo devi prende a chicchi, così lo reggi mejo. Hai capito?

- Si.

Guardo mio padre. E il suo viso è una boccia di vino da 15 litri. Perso nel nulla, l’interruttore si è spento. L’universo due non esiste più. Siamo tornati qui. E questi quindici litri di vino, questo dolore che mi stringe il collo e mi strozza non posso sostenerlo.
Un chicco alla volta.
Lo sollevo. Rita mi da una carezza buona sulla guancia.

- Annate che c’ho ancora da pulì i broccoletti…

Scendiamo gli scalini uno a uno, come chicchi d’uva.
E così arriviamo alla macchina.
E così partiamo, il traffico, il sole è sparito, i semafori rossi e verdi, e persone accaldate cercano refrigerio nell’aria della sera, e poi passo il cancello e parcheggio, e piano sempre piano, un chicco alla volta torniamo nella stanza. E lui riprende le sue sembianze. Mi chino su di lui e poggio il viso sul suo, guancia a guancia e sento forte il suo odore. Ed è il chicco più grande da mandare giù. Ma ci va.
Devo ricordarmi di tutto questo. Devo ricordarmi di universi paralleli e alchimie, chicchi d’uva e tette grandi. Devo ricordarmi di fare una capriola stasera, quando torno a casa.

Ciao papà.

Di Cristina Masciola (cmasciola[at]aminstruments.com)


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