WARP #72 - Maggio 2019

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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TOP NEWS

Servizio di riconfezionamento Pharmaclean® - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "Digitale" - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Måneskin" - leggi

UNA PAGINA A CASO

“Rainer Maria Rilke” - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Antonella Anedda - leggi

WARP ATTACK

Banksy a Venezia - leggi

CI PIACE! (+1)

Il flashmob dei ricercatori - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Cortili e bambini - leggi


TOP NEWS

Servizio di riconfezionamento Pharmaclean®

Pharmaclean®: servizio di riconfezionamento per applicazioni farmaceutiche in cleanroom.

Quando i materiali necessari per la produzione farmaceutica non sono adeguatamente imballati, il cliente farmaceutico deve provvedere alla decontaminazione e al riconfezionamento per renderli idonei all’uso in ambienti sterili e aree a contaminazione controllata. Il team di Pharmaclean può fornire consulenza e gestione completa del servizio di riconfezionamento che opera in conformità con il proprio Sistema di Gestione della Qualità. Il team Pharmaclean, operando in conformità con il proprio Quality Management System, è in grado di fornire la consulenza e la gestione completa del servizio di riconfezionamento.

La Quality Unit Pharmaclean, in collaborazione con il team del cliente, analizza il bisogno, mette a punto una SOP in accordo alle GMP, stipula un Quality Agreement al fine di standardizzare il processo e garantire i requisiti di qualità. Il tutto con particolare attenzione ai costi del servizio e ai tempi di consegna.

I NOSTRI VANTAGGI

  • cleanroom ISO 5 e ISO 7

  • approccio GMP

  • risk assessment

  • decontaminazione dei materiali eseguita con prodotti specifici per l’utilizzo in cleanroom

  • prodotto finito in singolo, doppio, triplo imbusto, sterile o non sterile in funzione delle richieste

  • possibilità di confezionamento dei materiali all’interno di Beta bags Getinge La Calhène

  • confezionamento in VHP sterile personalizzato di utensili (forbici, morsetti, penne, filtri, ecc.) da utilizzare in isolatori, RABS, pass-box

  • sterilizzazione dei materiali mediante irraggiamento eseguito presso fornitori qualificati con possibilità di validazione del processo in accordo alle ISO 11137 e 11737 ed esecuzione del test di sterilità in accordo alla EUPh 2.6.1

  • identificazione e tracciabilità di tutto il processo

  • identificazione personalizzata del lotto in conformità con i sistemi ERP/MRP del cliente

  • servizio eseguito da personale altamente qualificato e costantemente addestrato

  • totale esternalizzazione del processo di riconfezionamento da parte del cliente con la conseguente possibilità di focalizzare le attività sul proprio core business

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"Digitale"

Siamo soliti pensare al mondo del digitale come un’alterità fredda e lontana che poco ha a che vedere con l’aspetto prettamente umano. Leggendo un articolo da “LINKIESTA” si evince che entro i prossimi due decenni il 90% di tutti i posti di lavoro afferenti al sistema sanitario richiederanno importanti competenze digitali. Ma il digitale libererà risorse per un rapporto più umano tra medico e paziente.

Lo sappiamo, nell’ultimo quindicennio abbiamo registrato un passaggio epocale senza precedenti, segno tangibile dell’impatto della quarta rivoluzione industriale. Lo scettro delle compagnie a più alto valore si è mosso dai settori “energia e finanza”, che assieme ricoprivano otto posizioni della classifica “top 10” nel 2016, ai settori “IT e Telecomunicazioni”.

Non è un caso che a metà degli anni novanta, il nostro paese registrava un rallentamento rispetto al panorama mondiale, dovuto proprio al fallimento delle sue imprese a sfruttare appieno la rivoluzione delle ICT (Information and Communication Technology) - studio Diagnosing the Italian Disease di Bruno Pellegrino e Luigi Zingales (NBER Working Paper No. 23964, 2017 e 2019).

A questo punto però vale la pena farsi una domanda legittima. Perché parlare di sviluppo tecnologico, crescita delle compagnie hi-tech e formazione in un articolo che dovrebbe soffermarsi sul futuro della medicina? Ce lo spiega Nicola Marino, esperto del settore con periodo di formazione in intelligenza artificiale e big data alla Harvard Medical School e fondatore della startup Intech (Innovative Training Technologies – che sta per “Tecnologie di formazione innovative”). “Secondo quanto è emerso da ‘The Topol Review 2019’, la più grande revisione indipendente mai realizzata e prodotta dal National Health Service sul futuro della medicina, commissionata dal Governo inglese e curata da Eric Topol, uno massimi esperti al mondo di medicina digitale, entro i prossimi due decenni il 90% di tutti i posti di lavoro afferenti al sistema sanitario richiederanno importanti competenze digitali. Quindi non semplicemente l’uso di word o excel, bensì profonde conoscenze in merito a genomica, medicina digitale, intelligenza artificiale e robotica. Ecco quali saranno i pilastri della medicina del futuro, insieme ovviamente alle competenze medicali”.

Tra i vantaggi della digitalizzazione in ambito medico:

  • aumento delle performance in termini di capacità di calcolo dei dispositivi computerizzati alla riduzione dei costi a parità di volume, che hanno raggiunto livelli tali da fornire un enorme contributo alla biologia e alle scienze che descrivono i fenomeni della vita;

  • indagini del profilo genomico a basso costo

  • sensori per determinare parametri extra e intracorporei in tempo reale.

Tutto ciò basato su un’infrastruttura composta da algoritmi di intelligenza artificiale per la gestione dell’enorme mole di dati prodotti.

Cos’altro va aggiunto sul futuro della medicina?

Entrando nello specifico, considerato che le morti per errori medici sono aumentate annualmente da 90.000 nel 1999 a 250.000 nel 2016 (fonte: John’s Hopkins), mentre le spese mediche aggiuntive dovute a complicanze mediche sono aumentate negli Stati Uniti da 17 miliardi di dollari nel 2008 a 20,8 miliardi di dollari nel 2016, aggiungendo inoltre che un chirurgo poco esperto provoca 2,5 volte più riammissioni, 3 volte più complicanze e 5 volte più morti rispetto ai chirurghi più performanti (fonte: Birkmeyer NEJM 2013), uno dei temi principali è appunto quello di ridurre al minimo l’errore chirurgico. Giusto? “Assolutamente sì. Benché datato, un rapporto del 1999 pubblicato dall’Institute of Medicine (diventato successivamente National Academy of Medicine), dal titolo To Err is Human (“Errare è umano”), riconosce le imperfezioni del processo decisionale umano e i limiti della conoscenza individuale del clinico come il più grande problema in medicina”.

E considerando che i medici in prima linea devono sintetizzare, interpretare e applicare una quantità sempre crescente di conoscenze biomediche derivanti da un tasso esponenziale di nuove scoperte, il quadro del futuro pare complicarsi… “È così e in questo senso è proprio qui che si inseriscono i prodotti dell’informatica in ambito biomedico di maggior valore per operatori e pazienti, ovvero per promuovere due processi fondamentali in medicina, quello della democratizzazione e dell’umanizzazione. Il primo che sia capace di fornire una qualità, dalla prevenzione al trattamento, passando per la diagnosi, grazie all’assistenza tecnologica, che sia il più possibile indipendente dal luogo e dalle capacità dell’operatore; il secondo come responsabile di valorizzare il rapporto umano medico-paziente delegando alle macchine i compiti a minor impatto intellettuale ed emotivo”.

Democratizzazione e umanizzazione, se suonano bene per la medicina del futuro, suonano altrettanto bene anche nella vita di tutti i giorni, oggi come domani!


CLEAN MUSIC

Måneskin

«Papi mi accompagni a vedere i Måneskin?»

Un genitore lo sa che prima o poi, quando i figli entreranno nell’età dell’adolescenza, arriverà il momento in cui passerà ore della notte, con la palpebra che fatica a rimanere aperta, ad attendere in auto i propri figli davanti a una discoteca, un cinema o davanti casa di un compagno di scuola dove, in assenza dei genitori, si svolgerà una sorta di devastante rave party. E tu genitore, per la cura e l’attenzione che provi verso la prole, spesso non ricambiata, sei pronto, te lo aspetti e sei disposto a sacrificare il rassicurante divano per infilarti nella caotica movida metropolitana e non certo come protagonista.

Chiederti, però, di andare insieme a vedere un concerto di 4 ragazzini usciti da un talent show è una cattiveria e questo no, non me lo puoi chiedere. Sono disposto a mortificarmi parcheggiato in una via buia alle tre del mattino semi-addormentato sul sedile dell’auto mentre aspetto che sia finito il rave party o la notte folle in discoteca, ma no, vedere un concerto di ragazzini, perdonami non ce la faccio.

«Dai papi, guarda che sono bravi, sono certa che ti piaceranno.»
«No guarda, non ce la faccio. Perché non andiamo a vedere Avishai Cohen, oppure Mark Knoplfer? Ti faccio sentire della musica diversa che apprezzerai sicuramente.»
«Papi, la tua musica è noiosa e tutta uguale. Lascia stare, chiedo alla mamma.»

Ero certo che la questione “concerto dei Måneskin” si fosse così chiusa fino a quando, dopo qualche tempo, mi vedo recapitare in ufficio una busta. Come mittente il noto circuito on-line di vendita biglietti per spettacoli.

Per un momento ho sperato ad un delicato pensiero per il mio compleanno che soddisfava il desiderio di andare a vedere, il 2 giugno, il concerto di Fantastic Negrito. Apro con fiducia la busta e un brivido avvolge la mia schiena: 3 biglietti per i Måneskin, 24 marzo 2019. Considerando che Sara, la mia figlia più grande, non ascolta i Måneskin, la più piccola ha solo 6 anni, non restavano che gli ultimi tre componenti della famiglia quali destinatari dei biglietti: io, Giulia e mia moglie Paola.

Il 24 marzo arriva veloce e mi ritrovo in coda, insieme ad una marea di ragazzi e ragazze per entrare nel luogo dello spettacolo. Qua e là, dispersi come animali in estinzione, qualche genitore più o meno entusiasta.

Una volta entrati, l’atmosfera è quella tipica del pre concerto, ragazzi che chiacchierano si ride, si beve e io mi guardo intorno cercando qualche coetaneo con il quale condividere l’esperienza. La musica di sottofondo però mi piace, nel frastuono mi pare di sentire gli Oasis, qualcosa dei The Black Eyed Peas e Smells Like Teen Spirits” dei Nirvana. Beh niente male per essere ad un concerto per ragazzini, penso tra me e me.

Ma chi sono questi Måneskin? Cerco notizie aiutato dal mio smartphone:

Damiano David (voce), Thomas “Er Cobra” Raggi (chitarra) sembra timidissimo ma suona da vera rockstar, Ethan Torchio (batteria) e Victoria De Angelis (basso).

Il gruppo nasce nel 2015 da Thomas e Victoria, successivamente si uniscono Damiano e Ethan. Quest’ultimo viene reclutato con una inserzione su Facebook.

Måneskin in danese significa ‘Chiaro di Luna’. Il nome viene scelto in onore della bassista che è di origini Danesi. Cominciano a suonare tra i banchi del liceo Kennedy di Roma e piano, piano arrivano fino alla finale di X Factor, dove hanno combattuto fino all’ultima esibizione.

Nel 2018 pubblicano il loro primo album dal quale vengono estratti diversi singoli. L’album è intitolato “Il ballo della vita” e sono rimasto piacevolmente colpito dalla dichiarazione di Victoria fatta alla rivista Rolling Stone:

«Pensiamo che rappresenti a pieno l'idea dell'album: il ballo è un atto che avvicina le persone, che fa liberare che fa perdere le sovrastrutture per far uscire la parte più spontanea di noi. Ed è quello che abbiamo cercato di fare con questo disco. Il ballo della vita significa una celebrazione della giovinezza, della libertà.»

Nel disco viene più volte menzionato, nel testo delle canzoni, il nome femminile di Marlena che ha intrigato i fan sin dal primo singolo. Dopo qualche tempo il mistero viene svelato dagli stessi Måneskin che dichiarano che Marlena è il loro messaggio di libertà, di vita. Una sorta di venere del gruppo che rappresenta la libertà e la creatività.

Le idee di questi ragazzi cominciano a piacermi. “Marlena torna a casa” cantano nel brano “Torna a casa” e tra me e me penso che è proprio un augurio bellissimo sperare che la creatività possa tornare nella vita degli uomini, ovvero a casa.

All’improvviso cala il buio e una musica elettronica annuncia l’imminente ingresso del gruppo. La platea si scalda e il concerto comincia tra qualche brano originale e qualche bella cover. Suonano i ragazzi e io mi lascio trascinare agitandomi al tempo della loro musica. E’ impossibile non notare l’energia e la grinta del gruppo e tutti si divertono anche quando viene chiesto di non far suonare i cellulari mentre suonano un brano acustico.

Non mi guardo più intorno, è vero sono ragazzini ma la musica mi piace. Al diavolo i preconcetti e godiamoci lo spettacolo. Verso la fine del concerto viene presentato il video del loro ultimo singolo “L’altra dimensione”. Il video narra di un ragazzo che si perde nel sottopassaggio di una stazione dei treni e improvvisamente viene proiettato in un’altra dimensione che è un tripudio di fiori, colori, piume, giocolieri e balli.

Si vedono persone di tutte le etnie che disegnano segni sul volto del ragazzo, coppie omosessuali che si baciano e si vive un senso di comunanza e felicità.

Non ci sono disuguaglianze e tutti si integrano perfettamente in questo ballo della vita che ci coinvolge tutti. Quasi mi commuovo. Mi leggo il testo della canzone:

E adesso giuro faccio le valigie
E scappo via in un'altra dimensione
Son stanco delle vostre facce grigie
Voglio un mondo rosa pieno di colore

Già, voglio un mondo pieno di colore. E’ il mio stesso desiderio.

Il concerto finisce e mi avvio verso l’uscita. Metto il mio braccio sulle spalle di Giulia e le sussurro:

«Grazie Giulia, mi è piaciuto il concerto»
«Te l’avevo detto papi. Sono bravi»

Qualche tempo fa mi capitò di leggere una citazione attribuita a Tito Maccio Pluto, un commediografo di epoca romana, che diceva: “Le cose in cui non speri accadono più spesso delle cose in cui speri”. Credo che i Måneskin abbiano ancora molta strada da percorrere prima di raggiungere la maturità artistica, ma i messaggi che trasmettono sono pieni di speranza. Per il momento penso che questo mi possa bastare e quando cantano “Amico mio devi essere felice perché il nuovo mondo sta per arrivare” non può non essere che un messaggio di bella speranza.


UNA PAGINA A CASO

“Rainer Maria Rilke”

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AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Antonella Anedda

AMORE

Somiglia a un pigiama e ha un odore di lama

e ci sono altre cose: l’asciugamano che si può scambiare

le poltrone vicine davanti al televisore

l’insofferenza per le reciproche mancanze

che però si svuota come si fa con le buste della spesa.

Molte leggende, il sesso sopravvalutato

ma non la solitudine che segue.

Il resto è molto poco.

Quando morì mia madre mio padre radunò i vestiti,

se li mise sul petto, un cumulo di stoffa

e restò a lungo così, sotto quel peso di calore,

una notte e un giorno,

per poi alzarsi e innaffiare

le piante già secche sul balcone.

ANTONELLA ANEDDA


WARP ATTACK

Banksy a venezia

Banksy rivendica anche il graffito ‘Naufrago bambino’ apparso a Venezia, dopo essere stato cacciato dai vigili, mentre esponeva un’opera ‘scomposta’ raffigurante il passaggio di navi da crociera sulla costa veneziana.

I due vigili urbani hanno invitato l’artista a raccogliere i cavalletti e ad allontanarsi da Piazza San Marco. Se, per un eccesso di zelo, gli avessero chiesto i documenti, avrebbero forse potuto svelare uno dei misteri dell’arte contemporanea. Infatti quello strano pittore di strada, con sciarpa e cappello a coprirgli il volto, probabilmente era Banksy, lo street artist più famoso del mondo, la cui identità è ancora segreta, nonostante i vari tentativi di attribuirgli un nome e cognome.

AVREMMO POTUTO SCOPRIRE L’IDENTITA’ DELLO STREET ARTIST PIU’ MISTERIOSO DEL MONDO!


CI PIACE! (+1)

Il flashmob dei ricercatori

I ricercatori scendono in piazza e organizzano un Flash Mob in piazza di Spagna a Roma: tra la gente incuriosita un gruppo di scienziati ha fatto la danza Maori della Haka per sottolineare l'importanza della scienza. E tutti si sono messi a ballare.


NO COMMENT

L'immagine del mese

“Scorri”. Immagine di Federico Di Francesco (fdifrancesco[at]aminstruments.com).


AM KIDS

Cortili e bambini

Cominciano le vacanze, riappropriamoci dei cortili!!!!

Se vivete in un condominio sono certa avrete assistito mille volte a diatribe collettive che coinvolgono i giochi dei bambini. Ricordo, quando ero piccola, un condomino killer di palloni. Ogni volta che il nostro andava a finire nel suo terrazzo, estraeva l’apposito coltello a serramanico e lo faceva a pezzi. Un altro, molto più accanito, piantava alberi al centro del nostro campetto. Così, anno dopo anno, ragazzini dissennati che correvano verso la porta segnata da felpe e maglioni, si trovavano a tu per tu con tronchi improvvisamente comparsi sulla traiettoria di tiro.

Poi un bel giorno tutti i ragazzini del condominio decisero di fare un’alleanza. Fu creato addirittura un manifesto. Una sorta di Costituzione. Anche se il titolo lasciava un po’ a desiderare: Alla faccia dei gufi! E i gufi erano tutti i nemici dei bambini, che adoravano il silenzio e sostenevano a gran voce lo sterminio loro e dei loro accessori: biglie, palloni, cerbottane, elastici, gessi e aquiloni.

Come ogni costituzione che si rispetti, prevedeva degli articoli. Non li ricordo tutti, ma ricordo perfettamente quello a difesa della lingua: vietato dire parolacce, dopo tre si esce dal campo!

Insomma, eravamo degli scapestrati, ma educati.

Oggi dal mio terrazzo vengo ogni tanto attirata dalle urla della dirimpettaia del secondo piano che, non appena i bimbi mettono piede sul nostro prato che non ha nulla di inglese, sembra abbiano calpestato Wimbledon. Loro la guardano annichiliti, poi riprendono i loro giochi. Lei urla di più e senza risposta. Dopo qualche giorno puntualmente trovo un foglio scritto in calligrafia militare che chiama a raccolta tutti i santi del paradiso, e tutte le leggi del codice civile e termina sempre così: una condomina. mai una firma.

Ecco, almeno noi, alla faccia dei gufi, ci mettevamo nomi e facce.

Invece da adulti, chissà perchè si finisce nella palude dell’anonimato.

Senza più coraggio, molti di noi, non hanno più memoria di quelle ginocchia sbucciate, delle grida “puzzone” a chi faceva un fallo, delle mani sporche di gesso a disegnare campane, dei cartoccetti leccati che diventavano armi, e della gioia incontenibile di un grande goal.


WARP continua sul prossimo numero. Se non sei già nella nostra lista:

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