WARP #51 - Agosto 2017

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


LASSÙ MI È RIMASTO ZIO

Racconto di Cristina Masciola




C’è sempre un momento nella vita di un uomo in cui l’estate smette di essere estate.
Capita improvvisamente. Il caldo è arrivato, umido, pesante, ingombrante. Sulla tangenziale una voce femminile ti dice che arriverai a percepire 38° grazie ad una ventata di scirocco dritta dritta da una finestra lasciata aperta in Africa. E parte una canzoncina in spagnolo che inavvertitamente canticchi, salvo poi rientrare in te e ricordarti che un tempo avresti preso a colpi di fucile chiunque non si chiamasse Deep Purple.
In fila. Sulla rampa che pare un trampolino sul nulla. Si accosta una macchina. La bocca senza denti di un bambino appiccicata al finestrino, la sua lingua sta perlustrando i cristalli. Che schifo. Pensi. E benedici il giorno in cui hai deciso che questa cosa dei figli non ti avrebbe mai riguardato, tutti quegli umori, quei suoni, quell’inquinamento fisico e sentimentale, sono cose che non fanno per te. Il bambino ti guarda. D’altronde oltre te non c’è un panorama che valga la pena. E tu poi hai questa bella macchina piena di pulsanti e display in cui passi tre quarti della giornata parlando a voce alta con il cruscotto.
Con la coda dell’occhio ricambi lo sguardo e ti inoltri. Accanto al bambino bavoso ce ne sono altri due. Due femmine, più grandi, ma sempre abbastanza piccole per rendere la permanenza in macchina una tortura. Davanti una madre e un padre. Dicesi famiglia. Famiglia anomala di questi tempi bui. Tre figli. Devi essere un pazzo o un cretino per votare la tua esistenza alla crescita di tre figli. L’ultima donna che gli ha fatto capire di volerne non ha avuto neanche il tempo di poggiare il cappotto sulla poltrona che già erano partiti tutti i piani di sicurezza. Finta telefonata dall’ufficio, terremoti e cavallette. Avevi bruciato il numero di telefono che lei prontamente ti aveva scritto sul bordo di una carta regalo. Neanche grazie per un libro che chissà quanto tempo aveva impiegato a scegliere per te. Carta regalo a fuoco e con lei il numero. In effetti quel libro poi l’avevi letto. Era una storia triste. Di un uomo senza qualità. E avevi passato una notte insonne cercando una spiegazione del perché di quella scelta. Voleva forse dirti qualcosa? Il fatto è che queste domande sono sempre durate il tempo di una difficoltà digestiva. Un cucchiaio di Malox e sia cena che coscienza non fanno più male.
I clacson suonano all’impazzata. Inutilmente. Lavori in corso, un incidente, nessuno sa cosa stia succedendo. Bisogna solo guardare nel vuoto, non pensare, e attendere.
L’aria condizionata rende tutto più sopportabile. Gli sfigati della macchina accanto hanno i finestrini abbassati. Si sente un incrocio di voci ognuna su una diversa tonalità, in perfetta disarmonia. Qualche parola più chiara di altre, acqua, caldo, quando, mare.
Volti lo sguardo verso di loro con compassione. Vieni sorpreso dalla bellezza di lei. Ti chiedi come si fa a conservare la bellezza dopo tre parti. Ha i capelli raccolti in modo precario, una giostra di forcine che sembra debbano cadere da un momento all’altro, alcune ciocche rimaste fuori tradiscono una lunghezza infinita. Porta occhiali da vista e stringe gli occhi creando estuari di rughe, non le importa del sole, è al sole che importa di lei. A lei importa di vedere, vedere bene. Questo fanno le madri, sopra ogni cosa: loro guardano, osservano, attente. Sempre. Anche mentre dormono. Ti balza in mente il ricordo di tua madre, una vacanza infinita, quando l’estate durava tutta l’estate. E in macchina eravate in sei, compreso il cane, la lingua di fuori a raccogliere ossigeno, accoccolato sulle gambe di lei, che cantava a squarciagola di un vagabondo che sono io che non aveva soldi in tasca e che lassù gli era rimasto Dio. E tuo padre le andava dietro e ogni tanto allungava una mano, staccandola dal volante bollente, e le dava una carezza.
Metti in folle. Rilassi la gamba, stacchi i piedi dai pedali, ti metti comodo.

“Ciaooooo”.

Volti lo sguardo e quel bambino ha smesso di leccare il finestrino (ora hai capito perché li hanno abbassati, che lecchi l’aria se vuole) e saluta te, proprio te e allarga la bocca in un sorriso a cui mancano all’appello incisivi sopra e sotto.
La madre si volta verso di lui, sorride, e non dice di non dare fastidio.
Forse ora si usa così, una sana ineducazione. Sarà perché pensi che salutare gli sconosciuti sia ineducato che non ricambi. Ma lui è tenace.

“Ciaooooooo”.

Lo guardi, accenni a un sorriso che ti costa una fatica immane, se gli dai retta per te sarà finita, non te ne libererai fino a che qualche vigile, l’esercito, i pompieri non avranno liberato questa maledetta tangenziale.
Si volta suo padre in compenso. Una barba non da hipster. Una di quelle barbe che lasci crescere perché hai più peli che pori. E la battaglia sarebbe comunque persa, e allora chissenefrega, crescesse e andasse dove vuole. E infatti è così che va, dove vuole.

“Luca, dai...Ciao e ciao e ciao...l’abbiamo capito.”

Ecco un uomo sano di mente, almeno in parte.
Tuo padre non era così, tuo padre era matto, o almeno così l’hai sempre considerato. Matto vero. Tutto emozioni, niente ragione. Fino alla morte, che finalmente aveva placato quella insanità degli ultimi anni, che la perdita della moglie l’aveva spinto nel vuoto e fatto precipitare.
Come si fa a impazzire per amore? Non te lo sei neanche mai posto il problema. Ti dava fastidio persino l’abbraccio di tua madre, niente contatto fisico, niente smancerie. Forse troppo cuore in giro per casa, così sei diventato una lamina di metallo, argine all’incontrollabile che regnava.
Le lamine di metallo riflettono la luce, e accecano. Così gli altri ti vedono solo indistintamente, solo stringendo gli occhi, come ora sta facendo questa donna nella macchina accanto. Ti guarda, sorride. E intanto le figlie gridano “Alzaaaaaa” e dallo stereo e dai finestrini un intreccio di despacito e despacito e poi quiero desnudarte a besos despacito e firmo en las paredes de tu laberinto Y hacer de tu cuerpo todo un manuscrito (e 5 gole impazzite in coro sube, sube, sube). Non puoi farcela. Deep Purple a cagare. Despacito un po’ anche tu. Dai. Ti viene da cantare, stai cercando di resistere, ma alla fine sube sube sube…
Lei si gira e mima anche un passo di danza contenuto e tu ridi e canti con loro, sube sube sube…E la tangenziale risuona di percussioni e delle voci acute di due bambine che dimenano i culi in ginocchio sui sedili di dietro.
Torni in te. Giusto il tempo di pensare ai sedili di dietro. In 4 stavate. i due centrali in ginocchio, come loro. I laterali teste fuori dal finestrino. A turno, rigorosamente, si cambiava posizione. Tuo padre era matto ma giusto. Gli occhi puntati sulla strada che se ne andava e non capivi come quelle linee bianche potessero scorrere così magicamente sotto di te. E poi la somma dei numeri delle targhe, e indovina che città è TN, Trento, no Trieste, no Terni, e poi quanto manca?
E al turno del finestrino dimenticavi tutto, chiudevi gli occhi e respiravi anche con i capelli. Ed eri libero. E l’estate era eterna, era quel momento, ed era un momento che sarebbe durato per sempre.
Si sentono le sirene. Qualcuno arriva a salvarvi tutti.
La macchina è infuocata, hai sbagliato ad abbassare il finestrino, ma non hai resistito a quel fiume di vita della macchina accanto. Così alzi l’aria condizionata, e lasci che ne arrivi un po anche fuori, a refrigerare quelle gote rosse di 5 umani troppo umani.

“Papà, indovinelliiiii!”

E tutti in coro: in-do-vi-nel-li in-do-vi-nel-li in-do-vi-nel-li

“Ditemi la capitale della Tanzania”

E lei: “Ma daiiii! Ma neanche sai dove sta la Tanzania!”

“Sì, papà non è giusto, la Tarzana non esiste, te la sei inventata”.

“No Tarzana, Tan-za-nia…”

Non resisti, proprio non resisti!

“DODOMA!”

Ed è come se questa 5 porte scolorita assumesse una grande bocca e due occhi fanali. E potesse parlare, e tutti in coro:

Dodomaaaa? Ma non è vero!!!!! Ma che nome è? e poi ancora, non è giusto, lui non può giocare, e ancora do-do-ma do-do-ma e infine una voce capofamiglia che dice:

HA VINTO LUI!!!!!!!

E all’improvviso ti vedi saltare sulle ginocchia una caramella zuccherosa viola. Si, una caramella, il premio, il trofeo, lanciato senza esitazione dalle mani affusolate di quella donna che sembra di una bellezza che non trova spiegazione.
E ti ritrovi a scartarla, mangiarla e fare quello strano gesto con i pugni chiusi a dire sono io il più forte, ho vinto!
E le bambine: buuuuuuuuu.
E tu ti esalti e fai quella faccia da campione che ti piaceva fare quando indovinavi che TN era la targa di TRENTO e tuo padre strizzava l’occhio nello specchietto retrovisore a dirti bravo, sei il mio campione.

Qualcosa si muove di fronte a voi. Lentamente, come una processione che si tira dietro un santo pesantissimo caricato a spalla da poveri cristi. Ingrani la prima, e piano spingi sull’acceleratore e d’un tratto un botto che sa di bruciato. E fumo denso che esce dal cofano luccicante. E ti paralizzi, perché non è possibile, non è consentito, non è previsto. E ci sono troppe cose oggi che ti stanno accadendo e che non erano previste. Così come non è previsto che lei esca veloce dalla sua macchina ti apra lo sportello, ti gridi attento. Prenda il suo pareo e cerchi di aprire il cofano, e non ci riesce allora esce anche lui, gridando bambini state fermi in macchina, e allora infila un braccio sotto al volante, tira la leva, mentre tu sei inebetito e sembri un materassino bucato. E allora lei alza il cofano e una nuvola grigia scura li inonda e spariscono ai tuoi occhi e allora senti mammaaaaa. E ti svegli da quel torpore e ti avvicini al disastro. E così, finalmente rinsavito, insieme a loro spingi la macchina in una piazzola, la guardi sbuffare, nuova e già stanca, lucida e inutile, appena nata e già morta. E mentre le auto imprecano contro di voi, e piano fluiscono lasciandovi in pace, lui ti dice dimmi dove e ti accompagno. Grazie. Dici grazie, incredibile, un grazie così vero non l’avevi mai detto. Erano sempre dei grazie strappati i tuoi, una parte di te ha sempre pensato che tutto ti sia dovuto, quindi solo una parola vuota a dire che conosci una sana educazione e non ti sottrai alle convenzioni sociali. Invece questo grazie è uscito direttamente dalla pelle, pare sia stato pronunciato dalla bocca del tuo stomaco. Sarà forse tutta questa umanità umida e rumorosa?
Sali dietro, lei insiste perché tu vada davanti, ma sarebbe troppo. sali dietro, e ti ritrovi in mezzo a due femmine che promettono essere amazzoni. E sulle tue ginocchia 8 chili di ragazzino bagnato e speri sia solo il caldo che se dovesse essere pipì sarebbe troppa vita tutta in una volta.

Dove ti portiamo? Eur. Eur sia.

Papà, indovinelli!

No cantiamo.

Sì cantiamo.

Io vagabondo che sono io vagabondo che non sono altro, soldi in tasca non ne ho ma lassù mi è rimasto zio.

Non è zio, Luca, è Dio.

E’ uguale.

Di Cristina Masciola (cmasciola[at]aminstruments.com)


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