WARP #45 - Febbraio 2017

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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Abbiamo bisogno dell'entusiasmo, delle capacità e del talento di tre persone: un ADDETTO/A UFFICIO ACQUISTI, un PROGETTISTA MECCANICO, un PROGRAMMATORE PLC/SCADA.
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TOP NEWS

AM Instruments all'evento Clean Room & Sterility Assurance - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "Kemioamiche" - leggi

IN GOOD COMPANY

Il vichingo che ha conquistato il mondo - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "The Beatles - Eleanor Rigby" - leggi o ascolta

UNA PAGINA A CASO

Il Porto Sepolto - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Wislawa Szymborska - leggi

WARP ATTACK

«Basta odio» - leggi

MI PIACE! (+1)

Street art - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Il futuro ai giovani - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Paura del buio? - leggi


TOP NEWS

AM Instruments all'evento Clean Room & Sterility Assurance

AM Instruments partecipa all'evento Clean Room & Sterility Assurance che si terrà il prossimo 8 marzo a Milano, presso l'Atahotel Expo Fiera.

Nell'ambito del convegno, Charles Daviau, ingegnere presso Getinge-La Cahlène, i cui prodotti sono distribuiti in Italia da AM Instruments, terrà un intervento dal titolo "Isolator for sterility testing: a solution based approach".

A questo link qualsiasi ulteriore informazione sul convegno. A questo link ulteriori informazioni sui prodotti Getinge.


PASSWORD

"Kemioamiche"

La password di questa settimana è più di un neologismo o di una parola composta. La lettera K mi ricorda antiche lotte sui muri della mia città, adesso la lotta è contro un mostro molto democratico di quello che si combatteva allora.

E’ sabato sera. Nel delirio della programmazione televisiva incappo casualmente su un’immagine che interrompe il mio zapping frenetico. E’ una donna. Il primo piano non lascia intravedere altro che i suoi occhi. La camera allarga, una poltrona, tubicini, una flebo, altre donne intorno a lei. Qualcuna spavalda cammina portando con sé tutto l’alambicco. E’ un reparto di chemioterapia. E’ sabato sera, potrei scegliere un varietà, un talkshow pieno di felici carrambate, un film in replica per la trentesima volta. Ma decido di fermarmi. E non è la morbosa curiosità per il dolore altrui che negli ultimi anni pare caratterizzare lo spettatore televisivo. Non c’è dolore in quello che vedo, o meglio, non quel dolore urlato, ostentato, amplificato. C’è piuttosto un nodo di emozioni talmente vere, così semplici, da risultare ancora più potenti. C’è paura, speranza, frustrazione e ancora speranza. E c’è più di tutto quella complicità femminile che ha del miracoloso.

D’un tratto l’immagine si interrompe, appare una sagoma, un cartone animato. Una donna sfila come una modella e quando si ferma invece di togliersi un vestito lancia una parrucca. E a stacco in un salone di bellezza, sempre quella donna, stavolta i suoi occhi dicono decisione, scelta, determinazione. I capelli cadono, e vuole darci un taglio netto. 
Le mani del parrucchiere scorrono sulla sua testa. Una macchinetta percorre il suo cranio. E quella donna ora è così fragile eppure sembra una guerriera, pronta per la sua battaglia. Dietro di lei un marito, due figlie. Ecco. La paura che ho intravisto nei suoi occhi all’inizio era certamente per loro. Più che per se stessa.

Così, continuando a guardare, scopro la storia di un gruppo di donne, accomunate dal mostro che alberga nel loro seno. E scopro che c’è una gentilezza di fondo anche nella malattia che aggredisce, e a volte ti lascia il tempo per una chiacchierata mentre il veleno che dovrebbe ammazzare il mostro si prende anche un po di te, della tua parte sana. E c’è il tempo per creare un gruppo whatsapp, con un nome originale: kemioamiche. Che è poi il titolo di questo meraviglioso documentario. Le loro storie mi hanno avvolta. Donne come me, potrei esserci io lì.

Madri, lavoratrici, giovani che tremano all’idea che quel veleno uccida la possibilità che un giorno possano avere un figlio. Una caposala che riesce a dire qualche parola, ma poi si commuove. perchè in fondo chissà quante ne ha viste in tutti i suoi anni di lavoro. Quante emozioni ha raccolto, quanto ha dovuto buttare via per sopravvivere. 

Infine. Infine la cosa più bella. Tutte insieme al salone di bellezza. Perchè in fondo è divertente scegliere una parrucca e osare, magari se avessi ancora i tuoi capelli non li coloreresti mai così. E tutte insieme a cantare una vecchia canzone di Niccolò Fabi...Io vivo bene coi miei capelli…

Il giorno dopo cerco notizie...E scopro che queste sono le storie di  Alessandra, Carmen, Elisabetta, Giulia, Laura, Manuela, Stefania, Valentina e Vanda; che hanno due cose in comune: l’esperienza di un tumore al seno e la loro lotta contro questo male raccontata in un docu-reality che diventa anche musical: è ‘Kemioamiche‘ e loro ne sono le protagoniste. E proprio raccontare la battaglia quotidiana delle donne contro il cancro è l’obiettivo del programma – in sei puntate, prodotto da Kimera Produzioni per Tv2000 e Real Time. Davanti alle telecamere che le seguono fin all’interno del Policlinico Gemelli per il consueto trattamento di chemio, le donne di Kemioamiche si cimentano in veri e propri intermezzi di musica e ballo in cui, con energia e ironia, e non senza esibire la propria fragilità, cantano la voglia di farcela. Il programma è realizzato in partnership con la onlus ‘Susan G. Komen Italia’ e il Policlinico Gemelli con la partecipazione del prof. Riccardo Masetti, direttore della Chirurgia Senologica (UOC) del Policlinico Gemelli.  Ecco il trailer della prima puntata con le protagoniste che cantano e ballano sulle note di “I will survive” di Gloria Gaynor”.


IN GOOD COMPANY

Il vichingo che ha conquistato il mondo

La vita è una questione di punti di vista, un coacervo di sfumature cromatiche che non si limita mai alla contrapposizione tra “bianco” e “nero”. Tuttavia, esiste un luogo capace di dividere in maniera netta gli uomini e le donne: l’IKEA.
Locus amoenus per tutte le donne alla ricerca di oggettistica e suppellettili, labirinto infernale senza fine per gli uomini, che oltre a dover cercare di sopravvivere per interi pomeriggi in quel percorso obbligato, spesso si ritrovano pure la beffa del montaggio dei mobili a casa.

I negozi IKEA troneggiano all’uscita delle tangenziali, con gli inconfondibili colori della bandiera svedese e le quattro lettere in giallo a caratteri cubitali, acronimo del nome del fondatore, Ingvar Kamprad, della sua fattoria Elmtaryd, e del suo villaggio Agunnaryd.

Proprio da Agunnaryd inizia la storia di Ingvar, che a 17 anni mostra una spiccata intraprendenza imprenditoriale, macinando kilometri sulla sua bici per vendere fiammiferi nelle fattorie adiacenti. Il suo piccolo business prende piede, inducendo Ingvar ad andare a Stoccolma ad acquistare fiammiferi in grandi quantità, per realizzare economie di scala e rivenderli a prezzi più allettanti.

Il padre decise di premiarlo per il suo impegno regalandogli un furgoncino, e Ingvar iniziò a vendere tutto ciò di cui la gente dei villaggi aveva bisogno: pesce, penne, matite e oggettistica, e il numero di clienti crebbe così rapidamente da rendere impossibile ad Ingvar la consegna a domicilio, e introdusse quindi un catalogo dei suoi prodotti per la vendita per corrispondenza.

Nel 1947, all’età di 21 anni, Ingvar inserisce nell’ormai famoso catalogo IKEA anche i mobili, prodotti da fornitori della zona. Il successo fu tale da spingere Ingvar a focalizzare la propria attività sui mobili, fino ad aprire nel 1953 uno showroom ad Almuth, trasformato in un vero e proprio negozio nel 1958, un prototipo dell’IKEA che tutti conosciamo.

Per raccontare la crescita di IKEA e lo sviluppo imprenditoriale di Ingvar Kamprad, è doveroso ripercorrere alcune delle sfide significative affrontate, che hanno contribuito a rendere IKEA quella che è ai giorni nostri.

Subito dopo aver deciso di focalizzare il proprio business sui mobili, Ingvar ha dovuto affrontare l’ostracismo degli altri mobilieri svedesi, che storcevano il naso per i prezzi nettamente minori di IKEA, e hanno fatto valere le proprie dimensioni per bloccare i fornitori di IKEA, impedendogli tra l’altro di partecipare alle fiere di settore. Una situazione del genere avrebbe tagliato le gambe a qualsiasi startup, ma non a Ingvar, che non si perse d’animo e, non potendo contare sui canali di approvvigionamento tradizionale, si rivolse a piccoli artigiani indipendenti svedesi e polacchi, riuscendo a strappare prezzi d’acquisto ancora più vantaggiosi.

Negli anni ’60 IKEA si afferma rapidamente in tutta la Scandinavia, e nei magazzini IKEA si inizia a vedere una rivoluzione che dura fino ai giorni nostri: alcuni addetti al trasporto dei mobili decidono di segare le gambe di un tavolo per poterlo trasportare più facilmente, e da quel momento i mobili IKEA vengono imballati nei classici “pacchi piatti”, più comodi da trasportare e da stivare in magazzino.

Un altro snodo cruciale nella filosofia IKEA è l’apertura dello showroom di Stoccolma nel ’65, ispirato architettonicamente al Guggenheim di New York. Il negozio venne letteralmente preso d’assalto dai visitatori, e per gestire la folla venne aperto anche il deposito al pubblico, di modo che i clienti potessero servirsi da soli. Dopo quest’esperienza positiva il modello self-service dal magazzino venne applicato a tutti i prodotti, venduti nei famosi flat pack, riversando quindi sul cliente l’onere della ricerca nel magazzino e del montaggio casalingo.

Negli anni ’70 e ’80, IKEA si espande nel resto d’Europa e in Nord America, mantenendo un catalogo standard a cui si aggiunge un catalogo personalizzato per ogni paese. I prodotti IKEA non hanno codici sul catalogo, bensì nomi svedesi di luoghi, fiumi, isole, professioni, fiori, piante, e nomi propri di persona: Ingvar era dislessico, e ha ammesso di aver scelto i nomi al posto dei codici perché aveva difficoltà con i numeri.

Negli anni ’90 IKEA è ormai una solida realtà mondiale dell’arredamento, con un fatturato di 4 miliardi e 120 negozi in 25 paesi, ma il quasi settantenne Ingvar continua ad andare di persona nei propri negozi a controllare la propria creatura, ed è insoddisfatto dal comportamento della clientela. I clienti non rimanevano a lungo nei suoi negozi, dovendo abbandonarlo per mangiare o per esigenze dei figli. Ingvar ha quindi l’intuizione di trasformare l’esperienza di shopping in una gita familiare, dotando i negozi IKEA di ambienti dedicati ai bambini, bar e ristoranti, per esaudire tutte le esigenze della famiglia.

Tutti questi step evolutivi hanno portato IKEA ad essere l’azienda che conosciamo adesso, un colosso dell’arredamento low-cost da 34 miliardi di fatturato e 345 negozi in 42 paesi.

Ingvar ha lasciato la presidenza ai figli, cercando di dare negli ultimi anni di attività un’impronta “green” ad IKEA, che punta sempre di più ad avere un impatto ecologico e sostenibile.

Nel 2016 IKEA ha avuto circa 800 milioni di visitatori, e con il suo giro d’affari potrebbe sistemare il debito pubblico greco. Il suo catalogo è il testo più consultato in Svezia dopo la Bibbia e l’elenco telefonico, e secondo il Bloomberg Billionaire Index la fortuna di Kamprad è stimabile in 51 miliardi di dollari.

Niente male per il fiammiferaio che macinava kilometri in bici…

 

Articolo di Giacomo Cremonesi (ingoodcompany[at]aminstruments.com)

Giacomo Cremonesi, classe 1994, si è laureato in Management e Imprenditorialità, ramo di Economia Aziendale, presso l’Università Carlo Cattaneo. La sua tesi di laurea ci riguarda da vicino, basta leggerne il titolo:
L’ANALISI DI BILANCIO, IL CASO AM INSTRUMENTS.


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "The Beatles - Eleanor Rigby"

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

Visto il contenuto particolarmente sentito di questo numero di Clean Music, DJ Tommy ha deciso di non allietare il nostro udito con la sua leggendaria voce ma di utilizzare un mezzo che potesse enfatizzare ancor più il messaggio importante del suo testo.

Qualche tempo fa rimasi colpito da un reportage della fotografa francese Julian Mauve. Il reportage prendeva il nome di Lonely Window e aveva lo scopo di catturare i volti di utenti al computer, illuminati dalla luce incandescente, al fine di mostrare una nuova forma di solitudine: la solitudine ai tempi di internet.

Il reportage mi portò a riflettere su come siano cambiati gli schemi mentali rispetto la solitudine. Personalmente i momenti di solitudine me li sono sempre volontariamente cercati sia per fuggire dalle fatiche della vita che per riflettere. Per questo motivo ho sempre inserito la solitudine in recinti ben definiti che potevano essere desiderati o imposti dal caso, ad esempio, in seguito ad una perdita.

Nell’era di internet abbiamo appreso un nuovo modo di comunicare che ci da l’illusione di non essere mai soli. Ho visto post pubblicati su Facebook dove si comunicava al mondo la corsa verso un pronto soccorso per la crisi d’asma del proprio figlio. Una follia virtuale ripagata con decine di like e con parole di pseudo conforto ma che si trasformano, improvvisamente e violentemente, in una inquietante solitudine alla quale non si è più preparati perché tutti i contatti, che ci danno l’illusione di essere sempre accompagnati, fuori dalla rete non esistono.

Gli studiosi di sociologia ci dicono che, nonostante questo nuovo mondo iperconnesso, stiamo vivendo il più alto tasso di solitudine della storia umana.

La solitudine, mistica o malinconica, è stata trattata da poeti e artisti e una lezione di come prendersi nuovamente il controllo della propria vita, partendo dalla ricerca di isolamento, ce la diedero i Beatles nel 1966.

Negli anni dei grandi successi live, i componenti del gruppo furono portati ad un livello di stress altissimo e furono prigionieri di innumerevoli malesseri. Perennemente circondati da migliaia di fan si ritrovarono, di fatto, a condurre una vita in solitudine emotiva. Solo grazie all’affiatamento, che ancora regnava tra i quattro, i Beatles fuggirono dallo show business live decidendo di non esibirsi più dal vivo. Affrontarono il volontario distacco che permise a Paul McCartney di tuffarsi alla scoperta della musica classica e nello sperimentalismo; a George Harrison di immergersi nella filosofia indiana; John Lennon di concentrarsi nell'esplorazione dei propri spazi interiori, indotti, in verità, anche dall’uso di sostanze stupefacenti e a Ringo Starr di starsene in un sostanziale far niente.
In questo contesto nasce l’album Revolver, uno dei capolavori dei Beatles nonché uno tra i dischi più importanti del gruppo. Un disco che cambia, di fatto, il modo di fare musica; qualcosa che prima di allora nessuno aveva mai sentito. Uno shock musicale dagli effetti sconvolgenti che saranno le basi per tutto il rock dal quel momento in poi.

Abbiamo detto dell’interesse di Paul McCartney verso la musica classica e in Revolver viene messo in musica il dramma della solitudine con il brano Eleanor Rigby creato proprio sulla base classica di due quartetti d'archi, da cui scaturì il celebre ottetto.
Eleanor Rigby è un capolavoro di narrativa che rappresenta le immagini di due personaggi distinti nella loro vita in solitudine.
La prima figura narrata è proprio Eleanor Rigby, personaggio di fantasia inventato da Paul. Il nome pare sia stato rubato all’attrice Eleanor Bron e dal negozio di abbigliamento Rigby, ma più verosimilmente pare che il nome sia stato preso da una tomba nel cimitero della chiesa di Saint Peter a Woolton. Lo spazio antistante la chiesa di Saint Peter è il luogo dove McCartney e John Lennon si incontrarono per la prima volta.

Eleanor è intenta a raccogliere il riso in una chiesa dove c'è stato un matrimonio e vive la sua vita come in un sogno aspettando alla finestra che qualcuno arrivi a strapparla dal suo stato di solitudine.
La seconda figura narrata è quella di padre McKenzie, il prete della chiesa dove Eleanor raccoglie il riso gettato durante il matrimonio appena celebrato. Anche padre McKenzie è dilaniato dalla solitudine, intento a “scrivere le parole di un sermone che nessuno ascolterà”.

Il dramma finale è la morte di Eleanor e il funerale fatto da padre McKenzie a cui non parteciperà nessuno. La canzone si chiude con la strofa «nessuno fu salvato» che suona come una definitiva condanna.
In Eleanor Rigby i Beatles sfatano il tabù della morte senza troppi giri di parole e anche questo risulterà come uno sconvolgimento alle orecchie dei fan che fino a poco tempo prima li hanno acclamati per le loro canzoni, il più delle volte piene di richiami affettivi.
I Beatles fecero, inoltre, la scelta coraggiosa di pubblicare Eleanor Rigby, una canzone malinconica incentrata sugli umili e gli emarginati, come un singolo dimostrando una straordinaria maturità artistica.

Eleanor Rigby e altre letture che mi stanno accompagnando in questo periodo, mi hanno aiutato a riflettere sulla necessità di imparare a cercare consapevolmente la solitudine, non per disperarci ma per migliorarci cercando di evitare l’irrefrenabile e illusoria ricerca di continue nuove emozioni. Fare della propria solitudine un motivo di crescita interiore, credo possa aiutare a relazionarci meglio con altre persone e a farlo con una totale armonia in modo che quelle stesse persone non possano mai dimenticarci.

I Beatles scelsero volontariamente l’isolamento e il distacco dalla confusione dello show business. Questo ha consentito loro di rinascere e di cambiare in maniera definitiva il percorso della musica moderna fino a renderli indimenticabili e irraggiungibili.

Per flirtare con DJ Tommy Cassano, o con la voce del suo Mac:

tcassano[at]aminstruments.com


UNA PAGINA A CASO

Il Porto Sepolto

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AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Wislawa Szymborska

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un'occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l'erba;
e seguire con gli occhi una scintilla di vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d'importante.


Wislawa Szymborska


WARP ATTACK

«Basta odio»

«Basta odio» è la non facile missione che l’iniziativa internazionale P2P Program ha affidato a 150 università di tutto il mondo. Organizzata da Facebook ed EdVenture Partners, mette in palio tre premi in denaro per altrettanti gruppi di studenti in grado di distinguersi con un progetto Web per combattere estremismo e incitamento alla violenza. 
L’Università di Cagliari si è classificata terza, alle spalle degli atenei libanese e belga. Racconta Alessia Dessalvi, 22 anni, volata a Washington con le sue quattro compagne di avventura per ritirare il riconoscimento: «Ci siamo guardati intorno: la Sardegna e l’Italia stanno convivendo con l’immigrazione, un grande problema anche dal punto di vista culturale. Soprattutto i più giovani si informano poco e quando lo fanno si soffermano solo sui titoli senza approfondire. Si crea così un clima di paura del diverso». La risposta (premiata) dell’Ateneo sardo è stata la campagna React, caratterizzata da brevi spot capaci di ottenere centinaia di migliaia di visualizzazioni sul social network. Per «smontare le notizie false (fra le priorità di Facebook, ndr) — come quella sull’assegnazione di 35 euro al giorno a ogni immigrato a scapito degli italiani— e gli stereotipi», le ragazze e i loro compagni hanno creato contenuti ad hoc, cimentandosi anche nella recitazione; hanno cercato e raccontato storie positive di immigrazione e integrazione e hanno invitato gli utenti a fermarsi e informarsi con l’hashtag-claim #TimeOut.
Adesso Alessia Dessalvi, Giulia Tumatis, Giulia Marogna, Luciana Ganga ed Ema Kulova rimarranno per qualche settimana negli Stati Uniti nell’ambito del progetto Young leaders per condividere le buone pratiche emerse. Sul punto di forza della loro campagna non hanno dubbi: «È stata la coesistenza di un lavoro realizzato sia online sia offline. Abbiamo organizzato incontri e ci siamo confrontati faccia a faccia. Continueremo a farlo nelle scuole che ci hanno contattato». Informarsi, dentro e fuori la Rete. E parlarne.

http://edventurepartners.com/category/p2p/


MI PIACE! (+1)

Street art

Arte di strada o arte urbana (in inglese "street art") è il ramo della cultura Hip-Hop che riguarda forme di arte che si manifestino in luoghi pubblici, spesso illegalmente, nelle tecniche più disparate: bombolette spray, adesivi artistici, arte normografica, proiezioni video, sculture ecc. La sostanziale differenza tra l'arte di strada e i graffiti si riscontra nella tecnica non per forza vincolata all'uso di vernice spray e al soggetto non obbligatoriamente legato allo studio della lettera, mentre il punto di incontro che spesso fa omologare le due discipline rimane il luogo e alle volte alcune modalità di esecuzione, oltre all'origine mediatica della terminologia (originariamente nota come graffitismo o writing). L'arte urbana non è da confondere con i graffiti perché, questi ultimi, sono una sorta di "sotto categoria di quest'ultima": infatti, mentre i graffiti sono incentrati solo sull'espressione nella lettera, l'arte urbana trova come espressione soprattutto soggetti umani o animali accompagnati da slogan.
Ogni artista che pratica l'arte di strada ha le proprie motivazioni personali, che possono essere molto varie. Alcuni la praticano come forma di critica o come tentativo di abolire la proprietà privata, rivendicando le strade e le piazze; molto frequentemente, nell'arte di strada, si fa una contestazione contro la società o contro la politica. Altri più semplicemente vedono le città come un posto in cui poter esporre L'arte di strada offre infatti la possibilità di avere un pubblico vastissimo, spesso molto maggiore di quello di una tradizionale galleria d'arte.

E per una volta lasciatemi esaltare la mia città, Roma:


NO COMMENT

L'immagine del mese

"Da dove cominciamo" - immagini di Fabio Fioravanti (ffioravanti[at]aminstruments.com), presso la stazione di servizio di Chiesina Uzzanese sulla FI-mare. Fabio aggiunge: "dalla foto non è facilmente identificabile ma sul sedile del passeggero c'è un cane... Però aveva la cintura allacciata".


AM KIDS

Il futuro ai giovani

...nonostante tutto... continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo... 
(dal diario di A. Frank)


      In anni recenti, percorrendo la nostra penisola dalle Alpi alle coste sicule prospicienti il continente africano, ci siamo per la prima volta incontrati nelle scuole sparse in città, paesi e villaggi. 
      Ho accettato all’inizio con perplessità l’invito, che mi perveniva dai vostri insegnanti e anche direttamente da voi, di venire a parlarvi, temendo che l’enorme differenza di età tra quelli della mia e della vostra generazione rendesse troppo difficile un dialogo. Voi, e non io, avete superata questa temuta barriera, ascoltando in silenzio per una o due ore quanto vi dicevo. L’espressione attenta e assorta dei vostri visi, le domande che mi avete rivolto e le lettere che mi avete scritto nei giorni successivi ai nostri incontri, che si sono accumulate a decine sul mio scrittoio, mi hanno convinta di quanto fosse ingiustificato il mio timore di non poter stabilire un rapporto con voi a causa di questa disparità di età e di esperienza. Il tema delle nostre conversazioni, pur variando di volta in volta, aveva come oggetto di trattare uno o l’altro dei molteplici problemi che preoccupano i giovani che si affacciano alla vita e sono sostanzialmente simili a quelli che hanno turbato gli adolescenti delle generazioni che li hanno preceduti. 
      E’ consuetudine ritenere questo periodo come il più bello della vita, in realtà è il più difficile. A noi adulti spetterebbe il dovere, al quale ben raramente adempiamo, di assistervi mettendo a vostra disposizione la nostra esperienza, nel ricordo dei traumi che abbiamo sofferto alla vostra età. Traumi lontani nel tempo ma così vividi nella memoria. Derivano, per la maggior parte, dalla sfiducia dei giovani nelle loro capacità di far fronte a problemi che ritengono superiori alle loro forze e dal timore del giudizio dei ‘grandi’: genitori, insegnanti ed altri. Molti di questi timori si dimostreranno in seguito infondati o almeno ingranditi oltre misura dall’ansia che opera come una lente di ingrandimento e di deformazione non tanto dei messaggi che pervengono dal mondo esterno quanto dell’immagine che ognuno di noi, e particolarmente i giovani, si configurano di loro stessi, non quali sono ma quali appaiono agli altri. 
      La scelta dell’itinerario da seguire trova la maggioranza degli adolescenti impreparati, sia per la scarsa conoscenza delle loro proprie attitudini che delle opportunità offerte da una società che si trova in una fase evolutiva così tumultuosa di sviluppo e cambiamenti quale quella attuale. Tuttavia dalle scelte fatte in questa tappa iniziale del percorso, dipenderà la completa, parziale o mancata realizzazione delle potenzialità intellettuali ed emotive delle quali ognuno è dotato. 
      La giustifica per arrogarmi il diritto di darvi non una serie di precetti ma di suggerimenti è la viva simpatia che mi ispirano gli adolescenti e la partecipazione ai loro problemi. Se pure non sia possibile trasmettere, a chi oggi è ai primi passi, l’esperienza di chi è arrivato all’ultima tappa e rivive nel quotidiano contatto con i giovani i dubbi e le angosce che ha conosciuto ai tempi della sua giovinezza, perché l’esperienza appartiene a chi l’ha vissuta e non è un bene esportabile, si possono estrarre da questa semplici regole di portata generale. 
      La prima di queste è la consapevolezza che ognuno dovrebbe sempre avere presente che la vita è una esperienza unica di straordinaria importanza che dovrebbe essere vissuta in profondità traendo da questa gli elementi positivi, anche se questi al momento nel quale sono vissuti non appaiono come tali. Chi vi parla ha provato la validità di questo principio: le difficoltà e gli intralci, di qualunque natura essi siano, possono incidere favorevolmente nelle scelte e nel decorso della vita. Desidero insistere su questo punto in quanto il giovane, coinvolto emotivamente nelle esperienze al momento nelle quali le vive, è portato a sopravvalutare l’aspetto negativo di quelle traumatizzanti e non rendersi conto di quanto queste, al contrario, possono risultare a distanza di tempo benefiche. 
      Di non minore importanza, è la capacità di affrontare la vita con ottimismo e fiducia nel prossimo, anche se bisogna riconoscere che questa fiducia è messa, molte volte, a dura prova. Questo concetto è espresso nello splendido messaggio che ci lasciò Anna Frank: "E’ un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora nonostante tutto perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui saranno ancora attuabili". Lo scrisse nel suo diario alla vigilia di affrontare la deportazione e la morte nel campo di sterminio a Bergen Belsen. 
      Voi siete portati, attraverso i messaggi e le immagini crudeli e feroci che vi pervengono attraverso la televisione e i mass media, a ritenere che l’uomo sia di natura malvagio. Un atteggiamento quale quello di Anna Frank vi permetterà di affrontare con serenità e fiducia la vita. Questa fiducia è giustificata dal fatto che in realtà la grande maggioranza del genere umano non è portata alla crudeltà e le informazioni che giungono a voi sono basate su casi singoli che fanno cronaca. Non dovete formarvi il concetto della vita su questi sinistri avvenimenti, ma come Anna Frank, mantenere intatta la vostra fede nel prossimo. 
      Un atteggiamento ottimista e sereno è un talismano di immenso valore che vi aiuterà in tutti i momenti della vita e particolarmente in quelli più difficili. 
      Il periodo dell’adolescenza, come già detto, seppure è il più bello è in realtà il più difficile. La sfiducia nelle proprie capacità, così diffusa tra i giovani, è causa di angoscia e di dubbi sulle proprie potenzialità. Tuttavia la mia lunga esperienza e il quotidiano contatto con i giovani mi hanno convinta che gli adolescenti non differiscono gli uni dagli altri tanto nelle maggiori o minori capacità intellettuali, quanto nell’impegno con il quale affrontano il compito che è stato dato loro o che si sono prefissi. 
      "I care" (Io mi impegno): è il motto che il grande educatore Don Milani affisse sulla porta della scuola che aveva istituito nel paese di Barbiana. L’impegno è infatti la più potente molla che permette di superare i più ardui ostacoli. 
      Ricordatevi che la vita non va mai vissuta nel disimpegno. L’Homo Sapiens si distingue da tutte le altre specie viventi per l’impegno con il quale sin dai tempi remoti della sua emergenza ha affrontato le formidabili difficoltà che mettevano a repentaglio la sua stessa esistenza. Le difficoltà che voi dovete oggi superare sono di ben altra natura: non sono né le intemperie del tempo né gli agguati di predatori ma quelle del vostro inserimento in un mondo così gravido di problemi quale quello odierno. 
      L’impegno, la fiducia in voi stessi, la serenità e il coraggio nell’affrontare le difficoltà sono le doti che io mi augurerei che ognuno di voi possedesse. 
Roma, 2 ottobre 1992

 

ORTENSIA MALINCUORE

Paura del buio?


WARP continua sul prossimo numero. Se non sei già nella nostra lista:

Grazie per aver letto questo numero di WARP, la pubblicazione online di AM Instruments. Ci piacerebbe conoscere il tuo parere o avere dei suggerimenti su temi di tuo interesse per le prossime pubblicazioni, puoi farlo da questo form.

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