WARP #44 - Gennaio 2017

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


AM Instruments cerca personale!

Abbiamo bisogno dell'entusiasmo, delle capacità e del talento di tre persone: un ADDETTO/A UFFICIO AMMINISTRATIVO CONTABILE, un PROGETTISTA MECCANICO, un PROGRAMMATORE PLC/SCADA.
Non esitare, invia la tua candidatura!


TOP NEWS

AM Instruments & Getinge Group - leggi

PASSWORD

Le parola d'accesso di questo numero è "Parole nuove" - leggi

IN GOOD COMPANY

Black Friday, Golden Time - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "The Joshua Tree" - leggi o ascolta

UNA PAGINA A CASO

Se una notte d'inverno un viaggiatore - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Charles Bukowski - leggi

WARP ATTACK

101 piccole rivoluzioni - leggi

MI PIACE! (+1)

Città immaginarie - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Questa è l'acqua - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia e Getinge - leggi


TOP NEWS

AM Instruments & Getinge Group

*|MC:SUBJECT|*

Getinge Group e AM Instruments annunciano un accordo commerciale di distribuzione esclusiva.

L’accordo prevede che venga affidata ad AM Instruments la distribuzione ed il service delle seguenti linee di prodotti: 

  • La Calhene – Isolatori e Sistemi di trasferimento rapido DPTE®
  • Lancer e Getinge GEW – Termodisinfettori GMP - Washer Dryer
  • Getinge GE Biopharma  – Sterilizzatori a vapore
     

Getinge è internazionalmente riconosciuta per l’innovazione e l’affidabilità dei suoi prodotti altamente tecnologici. AM Instruments è da oltre 25 anni l’azienda di riferimento nel mercato italiano nel controllo della contaminazione.
Lo scopo di tale accordo è di offrire al mercato Life Science prodotti di indubbia qualità attraverso una organizzazione ed una rete commerciale competente e capillarmente introdotta nel settore di riferimento.

 


 
Getinge Group è leader mondiale nella fornitura di prodotti e sistemi in ambito medico e scientifico. 
Getinge Group attualmente genera un fatturato di oltre 3 miliardi di Euro e conduce le vendite in tutto il mondo mediante società di proprietà o distributori selezionati con elevato know how e valore aggiunto. La produzione si svolge presso le strutture in Brasile, Francia, Canada, Cina, Germania, Polonia, Svezia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. In totale, il Gruppo ha più di 15.000 dipendenti in 40 paesi.
AM Instruments è in primo piano nel settore del controllo della contaminazione dal 1990. 
Dal 2005 l’azienda è certificata ISO 9001 e dal 2015 ha in atto un programma, unico nel settore, denominato “GMP oriented®”.  Un’organizzazione di 80 persone e una rete commerciale presente su tutto il territorio nazionale. Un team di ricerca e sviluppo dedicato alla realizzazione di prodotti innovativi. Un’ampia offerta commerciale di elevata qualità. Il meglio del Made in Italy nel controllo della contaminazione.

L’offerta AM Instruments - Getinge Group comprende:

ISOLATORI PER TEST DI STERILITÀ

Approfondisci

SISTEMI DI TRASFERIMENTO RAPIDO DPTE®

Approfondisci

TEST DI TENUTA PER GUANTI E SISTEMI DI TRASFERIMENTO

Approfondisci

TERMODISINFETTORI GMP

Approfondisci

STERILIZZATORI

Approfondisci

NON ESITATE A CONTATTARCI PER QUALSIASI ULTERIORE INFORMAZIONE
 

CONTATTACI

PASSWORD

"Parole nuove"

E se una di queste parole diventasse la vostra password?
In questa pagina del sito dell’Accademia della Crusca  sono riportate le parole segnalate dagli utenti. La redazione accademica prende in considerazione il numero delle segnalazioni, le parole di maggiore interesse e i suggerimenti più frequenti.
Da ciaone a divanata, da mmobbasta a merendare ce n’è per tutti i gusti!!!!


IN GOOD COMPANY

Black Friday, Golden time

Il 5 gennaio sono iniziati in tutta Italia i saldi, concetto introdotto nel ventennio fascista per controllare la vendita a prezzi ribassati delle rimanenze.
Tuttavia, al contrario di quello che accadeva fino a poco tempo fa, non si vedono ingorghi di macchine nelle vie dello shopping, resse nei negozi e corse per aggiudicarsi le ultime taglie disponibili. I commercianti devono affrontare una nuova sfida: le modalità di acquisto sono cambiate.

Le transazioni online sono diventate sempre più sicure, i saldi sono meno attraenti del Black Friday, e un nuovo interrogativo guida le abitudini di consumo degli italiani: perché prendere la macchina e andare in un centro commerciale, sperando di trovare qualcosa che mi piace, quando posso accedere a un negozio globale rimanendo sul mio divano con tutto a portata di click?

I dati del 2015 recitano un incremento del 19% del mercato online, e tutta questa silenziosa rivoluzione culturale e tecnologica ha un nome e un cognome: Jeff Bezos, patron di Amazon, of course.

Originario di Albuquerque, Bezos si laurea nella prestigiosissima Princeton, per poi iniziare a scalare il mondo della finanza a Wall Street nel 1986. Bezos lavora inizialmente nel settore informatico, occupandosi della costruzione di una rete per il commercio internazionale, dove sviluppa un elevato know-how in campo tecnologico.
Insoddisfatto della sua carriera, nel 1994 arriva la svolta: leggendo un articolo del Wall Street Journal rimane folgorato dall’utilizzo di internet, che all’epoca cresceva del 2300%, e, intuendo le potenzialità del web, decide di mollare tutto per fondare Amazon nel suo garage, in pieno stile American dream.
In principio la società venne denominata Cadabra.com, passando poi ad Amazon come dal nome del Rio delle Amazzoni. L’azienda iniziò come libreria online, offrendo una scelta di titoli molto più ampia rispetto a qualsiasi altro competitor di vendita per corrispondenza.

In pochissimo tempo Amazon divenne una realtà consolidata: nel 1997 si quotò al Nasdaq, e la visione imprenditoriale di Bezos, pioniere di internet per come lo conosciamo oggi, gli valse il titolo di “persona dell’anno” secondo il settimanale Time nel 1999.
Nonostante il successo, Amazon si trovò a fronteggiare diverse sfide: agli inizi del nuovo millennio, la bolla delle “Dot-com” fece fallire molte aziende internet-based, mentre Amazon resistette. Inoltre, il piano aziendale per la quotazione di Amazon in borsa consisteva in una strategia prudente: prevedevano di non fare profitto per i primi 5 anni, scelta che irritò gli azionisti che ricevettero come dividendo solo un centesimo per azione nel 2002, in corrispondenza del primo risultato in utile di 5 milioni di dollari.
A quel punto, è facile pensare che molti azionisti, delusi e con ben più alte aspettative, abbiano gettato la spugna vendendo le proprie azioni di Amazon.
Non potevano fare scelta peggiore, visto che da allora è sempre rimasta in attivo, fino ad arrivare ai 98 miliardi (!) di dollari di fatturato nel 2015, con un incremento del 20% su base annua.

Ovviamente, i motivi di questa incredibile esplosione di fatturato di Amazon in poco più di 20 anni di attività si trovano nel modello di business progettato dal geniale Jeff Bezos. Amazon espanse rapidamente la propria linea di prodotti, offrendo oltre ai libri, CD musicali, DVD, VHS, software, elettronica, abbigliamento, articoli sportivi e strumenti musicali, fino ad arrivare ai giorni nostri, dove Amazon si può considerare un grande bazar che vende qualsiasi prodotto immaginabile.
Inoltre, le vendite di Amazon si basano su un sistema di più di un milione di “affiliati”, venditori indipendenti a cui Amazon offre il servizio di logistica, con i clienti che possono rilasciare recensioni sui prodotti acquistati.

Recentemente, anche grazie ad Amazon Prime, servizio in abbonamento che permette di ricevere i prodotti entro un giorno, Amazon è riuscita a stabilire dei record straordinari, che rendono l’idea della portata del fenomeno: a Natale 2015 sono stati spediti globalmente un miliardo di pacchi, nel giorno del Black Friday sono stati venduti 1,1 milioni di prodotti (12 articoli al secondo), e in Italia la spedizione più veloce è avvenuta a Milano in 10 minuti e 53 secondi.

Tuttavia, dietro a questo trionfo a suon di click e successi in borsa, vi è il lato oscuro dei dipendenti. Per rimanere dietro alla consistente mole di lavoro e per incarnare la mission aziendale basata sulla velocità, i dipendenti sono sottoposti a ritmi di lavoro sfiancanti, costretti a correre per i magazzini, e addirittura cronometrati e sorvegliati dalle telecamere e dai manager, che non vedono di buon occhio nemmeno le pause per andare in bagno, considerate ostacoli all’efficienza.

L’ufficio stampa di Amazon ha sempre respinto le critiche ricevute, comportandosi tuttavia in maniera autoritaria nei confronti dei dipendenti che parlano con i giornali. Probabilmente Bezos non crede molto nella creazione di un ambiente armonioso di lavoro, ossessionato com’è dalla soddisfazione del cliente, che è il suo primo pensiero della giornata, come da lui stesso affermato.
Amazon ha ormai raggiunto una notorietà consolidata, quindi il focus aziendale riguarda il cambiamento delle abitudini di acquisto dei nuovi consumatori e la fidelizzazione dei clienti già affezionati. Per raggiungere questi obiettivi, Amazon afferma di essere già pronta a spedizioni con droni autopilotati e tecnologicamente avanzati, pronti a fare consegne in un’ora. In aggiunta, Amazon si sta espandendo in altri settori, e con la sua liquidità e il lancio del progetto Amazon Video, piattaforma che offre video-on-demand, può diventare un serio competitor di Netflix nel breve periodo.

Nel frattempo il progetto più interessante di Jeff Bezos è senza dubbio la fondazione di Blue Origin, compagnia spaziale che impiega più di 350 ingegneri, e ha già ottenuto buoni risultati nei test di decollo e atterraggio. Nelle idee di Bezos Blue Origin inizierà un programma di turismo spaziale a partire dal 2018, per poi cercare di colonizzare lo spazio in futuro.

L’idea è sicuramente ambiziosa e può essere considerata una follia, ma non provate a dirlo a Bezos: quando partendo dal tuo garage con una start-up riesci a rivoluzionare il commercio e il sistema di vendita, cosa ti può fermare dall’emulare i tuoi idoli dell’Apollo 11?

Articolo di Giacomo Cremonesi (ingoodcompany[at]aminstruments.com)

Giacomo Cremonesi, classe 1994, si è laureato in Management e Imprenditorialità, ramo di Economia Aziendale, presso l’Università Carlo Cattaneo. La sua tesi di laurea ci riguarda da vicino, basta leggerne il titolo:
L’ANALISI DI BILANCIO, IL CASO AM INSTRUMENTS.


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "The Joshua Tree"

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

Ricordo la grande delusione quando nel settembre del 2014 venne pubblicato il tredicesimo album degli U2 “Songs of Innocence”. Tra me pensai: «di questo disco potevamo farne a meno».
Non provai la stessa sensazione quando quasi trent’anni prima, il 9 marzo 1987, gli U2 presentarono l’album “The Joshua Tree”. La prima volta che lo ascoltai ero in macchina con un mio caro amico in direzione Bologna. Ci fermammo in un autogrill poco dopo il casello di Melegnano per un caffè e prima di uscire vedemmo nell’espositore la nuova musicassetta degli U2. La comprammo immediatamente e saliti in macchina, alle le prime luci dell’alba, ci mettemmo in viaggio verso Bologna con “The Joshua Tree” a farci compagnia. La strada non era molto trafficata e il noioso rettilineo che da Milano porta a Bologna diventò un viaggio mistico. Le porcilaie tra Piacenza e Modena non esistevano più e grazie a quella musica vedevo solo una strada in sconfinate pianure, nei più classici paesaggi Americani.
I Still Haven't Found What I'm Looking For, With or Without You e fino alle lacrime di Running to Stand Still, ogni brano carico di intensità, di emozioni e di pelle d’oca. Che fantastico ricordo. L’autoradio aveva l’incredibile funzione dell’autoreverse che ci permetteva di ascoltare la musicassetta senza interruzioni all’infinito. Arrivati a destinazione ricordo che decidemmo di non scendere dalla macchina fino a che non fosse finito l’ultimo brano del lato B.
Se l’intenzione di Bono era quella di creare un disco che riportasse alle radici del rock classico americano, con me aveva avuto l’effetto desiderato.

The Joshua Tree nasce in seguito ad un incontro emozionante tra Bono e Bob Dylan. Da questo incontro Bono ha una sorta di attrazione trascendentale verso Dylan tanto da arrivare a considerarlo come una religione. Con Dylan verranno scritte canzoni a quattro mani, cantate cover e intrusioni nei live.
The Joshua Tree è la prima svolta americana del gruppo e trae ispirazione da un viaggio negli Stati Uniti dove Bono si lascia coinvolgere sia dalla letteratura che da  argomentazioni politiche e sociali vive o vissute nel mondo americano. Nel classico stile di Bono si coglie la contraddizione tra la rabbia e il disgusto nei confronti della politica estera Americana e il fascino per la natura della sua terra che richiama alla libertà.
The Joshua Tree porta anche alcune tensioni creative tra Bono e The Edge. Quest’ultimo, dopo aver incontrato Van Morrison e Keith Richard, desidera rimanere nella tradizione Irlandese e nel panorama wave del grande successo di “The Unforgettable Fire”. Scelte cruciali che daranno ragione a Bono, visto il grande successo dell’album inserito tra i 500 migliori dischi rock di tutti i tempi.

Il titolo originario dell’album doveva essere “Desert Songs”. Bono qualche tempo prima fece un viaggio in Etiopia dove toccò con mano la povertà e venne profondamente colpito dalla forza di questo popolo che viveva nel deserto ma che aveva un grande spirito di sopravvivenza. Da quell’esperienza Bono ricavò un grosso insegnamento che confrontato con il mondo americano lo portò a riflettere sui deserti della civiltà occidentale che non sono fisici ma spesso più aridi del deserto reale. La vista dell’albero di Giosuè, l’albero meraviglioso capace di vivere centinaia di anni nel difficile deserto del Mojave in California e che i mormoni chiamarono così per la particolare forma che ricorda una storia della Bibbia nella quale Giosuè alza le braccia al cielo per pregare, riportò a Bono l’esperienza Etiope e l’albero di Giosuè, The Joshua Tree, divenne la migliore rappresentazione dell’uomo nei deserti dell’anima.
The Joshua Tree è un album più complesso rispetto ai precedenti dove il rock si contamina di blues e di folk con testi sempre più infarciti di impegno politico. Durante la registrazione del disco, gli U2 partecipano ad un tour di beneficenza organizzato da Amnesty International che accresce ulteriormente il carattere sociale dell’album in particolar modo contro la politica imperialista e militare degli Stati Uniti che sono alla base del brano “Bullet The Blue Sky”. The Joshua Tree racconta la religione, lo sfruttamento umano, i desaparecidos Argentini ma anche l’amore in maniera impeccabile, che tocca l’anima dell’ascoltatore nel suo intimo.
In seguito all’uscita del disco, gli U2 partirono per un tour mondiale che gli fece toccare ben 109 tappe con oltre 3 milioni di spettatori e dal quale venne tratto il documentario “Rattle and Hum” .

Per festeggiare i 30 anni dalla pubblicazione del disco, gli U2 riportano prossimamente in tour The Joshua Tree ed eseguiranno integralmente l’intero album a partire dal 12 maggio 2017 da Vancouver con due tappe Italiane, il 15 e 16 luglio allo stadio Olimpico di Roma.
La rivista Rolling Stones, quando venne pubblicato The Joshua Tree, scrisse: «un album che verte sulla capacità di ripresa di fronte a una forte desolazione politica e sociale… The Joshua Tree è la risposta a questi tempi, e l’immagine più desolante mai descritta dagli U2: una visione di speranze devastate, violenza senza senso e angoscia… Musica di profonda tristezza ma anche di inesprimibili compassione, accettazione e calma». Non è cambiato molto da allora e come allora cercheremo di esserci nuovamente per ritornare a cantare e a lottare con le stesse emozioni.

Per flirtare con DJ Tommy Cassano:

tcassano[at]aminstruments.com


UNA PAGINA A CASO

Se una notte d'inverno un viaggiatore

Unapagina.jpg

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! » O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.
Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce.
Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava così quando si era stanchi d'andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l'idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla
criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura.
Bene, cosa aspetti? Distendi le gambe, allunga pure i piedi su un cuscino, su due cuscini, sui braccioli del divano, sugli orecchioni della poltrona, sul tavolino da tè, sulla scrivania, sul pianoforte, sul mappamondo. Togliti le scarpe, prima. Se vuoi tenere i piedi sollevati; se no, rimettitele. Adesso non restare lì con le scarpe in una mano e il libro nell'altra.
Regola la luce in modo che non ti stanchi la vista. Fallo adesso, perché appena sarai sprofondato nella lettura non ci sarà più verso di smuoverti. Fa' in modo che la pagina non resti in ombra, un addensarsi di lettere nere su sfondo grigio, uniformi come un branco di topi; ma sta' attento che non le batta addosso una luce troppo forte e non si rifletta sul bianco crudele della carta rosicchiando le ombre dei caratteri come in un mezzogiorno del Sud. Cerca di prevedere ora tutto ciò che può evitarti d'interrompere la lettura. Le sigarette a portata di mano, se fumi, il portacenere. Che c'è ancora? Devi far pipì? Bene, saprai tu.
Non che t'aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare. Sei uno che per principio non s'aspetta più niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d'esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio. Questa è la conclusione a cui sei arrivato, nella vita personale come nelle questioni generali e addirittura mondiali. E coi libri? Ecco, proprio perché lo hai escluso in ogni altro campo, credi che sia giusto concederti ancora questo piacere giovanile dell'aspettativa in un settore ben circoscritto come quello dei libri, dove può andarti male o andarti bene, ma il rischio della delusione non è grave.
Dunque, hai visto su un giornale che è uscito Se una notte d'inverno un viaggiatore, nuovo libro di Italo Calvino, che non ne pubblicava da vari anni. Sei passato in libreria e hai comprato il volume. Hai fatto bene.

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d'intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s'estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D'Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D'Essere Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque È Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza i Libri Che Da Tanto Tempo Hai in Programma Di Leggere, i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli, i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento, i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza, i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest'Estate, i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Ne! Tuo Scaffale, i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.
Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d'un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all'interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D'Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D'Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l'attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

Tutto questo per dire che, percorsi rapidamente con lo sguardo i titoli dei volumi esposti nella libreria, hai diretto i tuoi passi verso una pila di Se una notte d'inverno un viaggiatore freschi di stampa, ne hai afferrato una copia e l'hai portata alla cassa perché venisse stabilito il tuo diritto di proprietà su di essa.

Hai gettato ancora un'occhiata smarrita ai libri intorno (o meglio: erano i libri che ti guardavano con l'aria smarrita dei cani che dalle gabbie del canile municipale vedono un loro ex compagno allontanarsi al guinzaglio del padrone venuto a riscattarlo), e sei uscito.

E uno speciale piacere che ti dà il libro appena pubblicato, non è solo un libro che porti con te ma la sua novità, che potrebbe essere anche solo quella dell'oggetto uscito ora dalla fabbrica, la bellezza dell'asino di cui anche i libri s'adornano, che dura finché la copertina non comincia a ingiallire, un velo di smog a depositarsi sul taglio, il dorso a sdrucirsi agli angoli, nel rapido autunno delle biblioteche. No, tu speri sempre d'imbatterti nella novità vera, che essendo stata novità una volta continui a esserlo per sempre. Avendo letto il libro appena uscito, ti approprierai di questa novità dal primo istante, senza dover poi inseguirla, rincorrerla. Sarà questa la volta buona? Non si sa mai. Vediamo come comincia.

Forse è già in libreria che hai cominciato a sfogliare il libro. O non hai potuto perché era avviluppato nel suo bozzolo di cellophane? Ora sei in autobus, in piedi, tra la gente, appeso per un braccio a una maniglia, e cominci a svolgere il pacchetto con la mano libera, con gesti un po' da scimmia, una scimmia che vuole sbucciare una banana e nello stesso tempo tenersi aggrappata al ramo. Guarda che stai dando gomitate ai vicini; chiedi scusa, almeno.

O forse il libraio non ha impacchettato il volume; te l'ha dato in un sacchetto. Questo semplifica le cose. Sei al volante della tua macchina, fermo a un semaforo, tiri fuori il libro dal sacchetto, strappi l'involucro trasparente, ti metti a leggere le prime righe. Ti piove addosso una tempesta di strombettii; c'è il verde; stai ostruendo il traffico.

Sei al tuo tavolo di lavoro, tieni il libro posato come per caso tra le carte d'ufficio, a un certo momento sposti un dossier e ti trovi il libro sotto gli occhi, lo apri con aria distratta, appoggi i gomiti sul tavolo, appoggi le tempie alle mani piegate a pugno, sembra che tu sia concentrato nell'esame d'una pratica e invece stai esplorando le prime pagine del romanzo. A poco a poco adagi la schiena contro la spalliera, sollevi il libro all'altezza del naso, inclini la sedia in equilibrio sulle gambe posteriori, apri un cassetto laterale della scrivania per posarci i piedi, la posizione dei piedi durante la lettura è della massima importanza, allunghi le gambe sul piano del tavolo, sopra le pratiche inevase.

Ma non ti sembra una mancanza di rispetto? Di rispetto, s'intende, non verso il tuo lavoro (nessuno pretende di giudicare il tuo rendimento professionale; ammettiamo che le tue mansioni siano regolarmente inserite nel sistema delle attività improduttive che occupa tanta parte dell'economia nazionale e mondiale), ma verso il libro. Peggio ancora se invece tu appartieni - per forza o per amore - al numero di quelli per i quali lavorare vuol dire lavorare sul serio, compiere - intenzionalmente o senza farlo apposta - qualcosa di necessario o almeno di non inutile per gli altri oltre che per sé: allora il libro che ti sei portato dietro sul luogo di lavoro come una specie d'amuleto o talismano t'espone a tentazioni intermittenti, pochi secondi per volta sottratti all'oggetto principale della tua attenzione, sia esso un perforatore di schede elettroniche, i fornelli d'una cucina, le leve di comando d'un bulldozer, un paziente steso con le budella all'aria sul tavolo operatorio.

Insomma, è preferibile tu tenga a freno l'impazienza e aspetti ad aprire il libro quando sei a casa. Ora sì. Sei nella tua stanza, tranquillo, apri il libro alla prima pagina, no, all'ultima, per prima cosa vuoi vedere quant'è lungo. Non è troppo lungo, per fortuna. I romanzi lunghi scritti oggi forse sono un controsenso: la dimensione del tempo è andata in frantumi, non possiamo vivere o pensare se non spezzoni di tempo che s'allontanano ognuno lungo una sua traiettoria e subito spariscono. La continuità del tempo possiamo ritrovarla solo nei romanzi di quell'epoca in cui il tempo non appariva più come fermo e non ancora come esploso, un'epoca che è durata su per giù cent'anni, e poi basta.

Rigiri il libro tra le mani, scorri le frasi del retro-copertina, del risvolto, frasi generiche, che non dicono molto. Meglio così, non c'è un discorso che pretenda di sovrapporsi indiscretamente al discorso che il libro dovrà comunicare lui direttamente, a ciò che dovrai tu spremere dal libro, poco o tanto che sia. Certo, anche questo girare intorno al libro, leggerci intorno prima di leggerci dentro, fa parte del piacere del libro nuovo, ma come tutti i piaceri preliminari ha una sua durata ottimale se si vuole che serva a spingere verso il piacere più consistente della consumazione dell'atto, cioè della lettura del libro.

Ecco dunque ora sei pronto ad attaccare le prime righe della prima pagina. Ti prepari a riconoscere l'inconfondibile accento dell'autore. No. Non lo riconosci affatto. Ma, a pensarci bene, chi ha mai detto che questo autore ha un accento inconfondibile? Anzi, si sa che è un autore che cambia molto da libro a libro. E proprio in questi cambiamenti si riconosce che è lui. Qui però sembra che non c'entri proprio niente con tutto il resto che ha scritto, almeno a quanto tu ricordi. È una delusione? Vediamo. Magari in principio provi un po' di disorientamento, come quando ti si presenta una persona che dal nome tu identificavi con una certa faccia, e cerchi di far collimare i lineamenti che vedi con quelli che ricordi, e non va. Ma poi prosegui e t'accorgi che il libro si fa leggere comunque, indipendentemente da quel che t'aspettavi dall'autore, è il libro in sé che t'incuriosisce, anzi a pensarci bene preferisci che sia così, trovarti di fronte a qualcosa che ancora non sai bene cos'è.


AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Charles Bukowski

Jeanne Reclining nude, Pablo Picasso

“Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto…
…Quando creò te distesa a letto
sapeva cosa stava facendo
era ubriaco e su di giri
e creò le montagne e il mare e il fuoco
allo stesso tempo
Ha fatto qualche errore
ma quando creò te distesa a letto
fece tutto il Suo Sacro Universo”.

Charles Bukowski


WARP ATTACK

101 piccole rivoluzioni

Piccole azioni per cambiare il sistema e i nostri stili di vita

Paolo Cacciari racconta 101 buone prassi di economia solidale e di buen vivir, dall’agricoltura alla finanza, dall’urbanistica alla salute: una raccolta – curatissima e aggiornata – di progetti da tutta Italia, capaci di scardinare il sistema fondato sul capitale.

Un meticoloso lavoro di ricerca e narrazione: le iniziative di un “popolo” – sempre più numeroso – di “obiettori di coscienza al mercato”. Sono i decrescenti e i “transizionisti” delle Transition Towns, i contadini della filiera corta e i consumatori critici, i banchieri etici e i produttori di pubblica felicità, i restauratori di case (o di cose) e i permacultori, gli ingegneri rinnovabili e i pubblicitari pentiti e molti altri. Una rete ampia e plurale che propone di trasformare i nostri stili di vita a tutto vantaggio dell’ambiente e delle persone.

L’invito è a partecipare, con la propria personale “rivoluzione”. Scrive Cacciari “Il cambiamento ci sarà solo se sapremo immaginare una vita diversa, liberata dagli imperativi del sistema economico che ci soverchia”. Nell’ampia presentazione, Aldo Bonomi sottolinea la dimensione locale delle “piccole rivoluzioni”: “Questo libro è anche un repertorio di protagonismo dei luoghi. Dove fare impresa di comunità e rivitalizzare spazi dismessi, condividere conoscenza  e beni, disegnare filiere corte e circuiti solidali”

“Questo libro documenta le attività di quelle persone, collettivi, associazioni, gruppi e movimenti sociali che accompagnano la critica e il rifiuto delle relazioni sociali esistenti, giudicate inique e dannose, con la proposizione e la sperimentazione di nuovi modelli di convivenza fondati su sistemi economici più sostenibili, sia sotto l’aspetto ambientale che sociale. (…) Ampia è la gamma delle best practice socio-economiche realizzate fuori dagli schemi e dalle logiche strettamente mercificate. Azioni e attività diffuse, spesso piccole e limitate, che hanno però in sé la potenzialità di cambiare in profondità i modi di pensare e i comportamenti perché riconducono la vita degli individui e le relazioni umane in un contesto di responsabilità, di collaborazione e di sobrietà, convergendo su valori che creano legami solidali e attenzione verso l’ambiente”.

Ecco alcune delle piccole rivoluzioni citate da Cacciari.

  1. Tutte le aziende hanno delle eccedenze: spazi inutilizzati, scarti di lavorazione, competenze non del tutto sfruttate. In Puglia 50 imprenditori, riuniti in Costellazione Apulia, hanno deciso di metterle a disposizione di tutti, gratis. Qualche esempio? Il teatro Kismet Opera regala last minute i biglietti invenduti per i propri spettacoli, Sud Sistemi offre agli studenti lo spazio libero della propria banda larga, mentre alcune figure professionali sono messe in circolo a rotazione per scambiare competenze. Un modo di fare rete innovativo, dagli sbocchi imprevedibili, che valorizza il territorio nel suo complesso.
  2. Porti un libro usato (ma non troppo) e ricevi un buono per comprarne un altro. È Leggi Gratis, iniziativa che rilancia la lettura senza soldi o quasi. L'idea è venuta a una libreria illuminata, la Zanetti di Montebelluna, in provincia di Treviso. Ogni persona può portare al giorno fino a 10 libri letti, a patto che siano stati pubblicati negli ultimi 10 anni. Quelli scelti dal libraio, a suo insindacabile giudizio, finiscono nello scaffale dei libri vintage, in vendita a 2,99 o a 5,99 euro, e il donatore riceve, a seconda del prezzo di copertina, un buono che va da 1 a 3 euro. 
  3. In Italia, nonostante il diritto alla salute, anziani, poveri e migranti non sempre accedono alle cure. Dopo 18 anni di attività nelle zone di guerra, Emergency ha visto l'emergenza anche da noi e nel 2006 ha aperto il primo ambulatorio a Palermo. Sono passati 10 anni e nel frattempo l'associazione di Gino Strada, con Fondazione Smemoranda, ha inaugurato presidi da Marghera (VE) a Napoli, senza contare gli ambulatori mobili, offrendo, al 31 dicembre scorso, 210.000 prestazioni, gratuitamente.
  4. Ci sono i single e le famiglie con bambini, le coppie anziane e pure un prete: sono gli inquilini di una palazzina molto speciale, la Ecosol, tre piani a emissioni zero, con giardino, orto, dispensa comune e car sharing, a Fidenza. L'hanno progettata e fatta costruire insieme secondo i criteri della bioedilizia, ottenendo pure un prezzo competitivo. Segno che, a condividere, c'è solo da guadagnare. 
  5. Nel 2012 la loro fabbrica ha chiuso i battenti. Così gli operai della Maflow, storica azienda di pezzi per auto a Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, si sono uniti in una cooperativa chiamata Rimaflow e hanno convertito la fabbrica al riciclo di vecchi apparecchi elettronici. Al Rimaflow si producono pure spremute (con gli agrumi mafia-free di Rosarno) e trovano spazio concerti, spettacoli, una falegnameria, una ciclofficina, lo studio di un commercialista e di un videomaker. Parole d'ordine sono: reddito, lavoro, dignità, autogestione.
  6. Hanno traslocato la casa editrice, che i vecchi proprietari gli avevano donato per evitare la chiusura, da Posillipo a Scampia, il quartiere di Gomorra. A gestire oggi la Marotta&Cafiero, marchio editoriale con 50 anni e più di attività alle spalle, alcuni ventenni del quartiere tra i più poveri di Napoli. Che grazie a loro rinasce: Marotta&Cafiero è diventata anche etichetta discografica, caffè letterario, galleria d'arte, agenzia di comunicazione e sponsor ufficiale della prima squadra di rugby di Scampia. Una storia premiata anche con una speciale medaglia dalla Presidente della Camera Laura Boldrini.
  7. Davide Fuggetta e Marco Actis dovevano pagarsi gli studi al Politecnico di Torino. Iniziarono a fare le consegne in bici, sviluppando una app che, collegata al gps, permette di tracciare i pacchi e calcolare le tariffe seguendo i percorsi stradali. Oggi la loro Pony Zero è un'azienda a zero emissioni che consegna a pedali anche a Genova, Firenze, Milano e Bologna. Hanno assunto 18 persone a tempo indeterminato e altre trenta con contratti flessibili. 
  8. Tutti ricordano le rivolte degli immigrati a Rosarno, in Calabria, 6 anni fa: già vessati dal caporalato e dalla 'ndrangheta, gli africani si ribellarono dopo che alcuni di loro erano stati feriti, in un agguato, da colpi di fucile ad aria compressa. Una bomba sociale, che alcune associazioni di agricoltori locali hanno cercato di risolvere, fondando Sos Rosarno, una rete che unisce le aziende che si impegnano a dare lavoro regolare e dignitoso ai braccianti immigrati, ai gruppi di acquisto solidale, che si impegnano a comprare i loro prodotti: agrumi, formaggi, miele, cipolle, olio e marmellate.
  9. Sono oltre 1000 i negozi a Palermo che hanno attaccato alla porta l'adesivo di Addio Pizzo. Premiati da 12.891 consumatori che li scelgono per fare acquisti, questi 'soldati' del'antiracket tolgono terreno alla mafia in modo concreto, rifiutando di pagare le estorsioni. Non solo: aderendo ad AddioPizzoCard, le aziende donano parte dei ricavati a un fondo per la riqualificazione dei beni comuni, dimostrando che la ''res publica'' vince su ''Cosa Nostra''. 
  10. Il nostro smartphone è fatto di minerali di cui non conosciamo la provenienza e, quando lo cambiamo, lo buttiamo nella spazzatura anziché smaltirlo. Un problema enorme: in Olanda c'è chi ha pensato di risolverlo creando il primo cellulare etico, il FairPhone, un gioiellino con sistema Android da 525 euro, che garantisce tracciabilità delle materie, condizioni di lavoro eque e piani di smaltimento controllati. Lo hanno realizzato la fondazione Fairphone insieme ad ActionAid, Schrijf-Schrijf e la società Waag. Il prezzo è troppo alto perché diventi popolare, ma finalmente qualcuno solleva la questione. 
  11. Nel paradiso delle mele, alcuni paesini hanno bandito, o quasi, l'uso di pesticidi. Malles in Val Venosta, Malosco in Val di Non e Vallarsa in Trentino hanno approvato regolamenti comunali che limitano notevolmente l'uso dei fitofarmaci in agricoltura, vietando del tutto i prodotti tossici, in nome del ''principio di precauzione''. Alcuni agricoltori hanno protestato, ma non c'è stato niente da fare: il sindaco, per legge, è responsabile della salute dei cittadini.
  12. Banca Etica è l'unico istituto di credito che presta "attenzione alle conseguenze non economiche delle azioni economiche". Nata 16 anni fa, conta 39.241 risparmiatori soci e propone prodotti di finanza etica e non speculativa, evitando, ad esempio, di investire in armi. In Banca Etica i fondi comuni puntano ad aziende responsabili da un punto di vista sociale e ambientale. E i certificati di deposito finanziano il commercio equo e solidale. 
  13. Coltivano in modo biologico, ma senza passare da certificazioni costose. Sono i contadini ribelli di Genuino Clandestino, comitato di agricoltura pirata, quella fatta recuperando terre abbandonate e snobbando le leggi in materia di igiene e standard del prodotto, che, dicono, vanno bene per la grande distribuzione ma affossano i piccoli agricoltori.
  14. Oggi è possibile avere una fornitura elettrica 100% rinnovabile, grazie a Trenta Spa e alla Coperativa Enostra, che danno energia certificata soltanto da fonti idroelettriche, eoliche e fotovoltaiche. Un passo fondamentale per ridurre le emissioni di gas serra a partire dalle nostre case. 
  15. Eco-galateo a Venezia. È quello che i turisti dovrebbero seguire secondo Fuori Rotta, la mappa per girare tra calli e canali in modo sostenibile: a bordo di traghetti pubblici, visitando parchi e aziende a Km zero, mangiando in ristoranti bio e comprando artigianato made in Venice. Un modo alternativo di visitare la città. Sulla mappa Fuori Rotta sono pure segnalate le fontanelle da cui sorga acqua di ottima qualità.
  16. Poveglia è un'isola veneziana abbandonata dal 1968 e di proprietà del Demanio. Lo Stato vorrebbe venderla ai privati per far cassa, ma i cittadini non ci stanno e, riuniti nell'associazione Poveglia per Tutti, hanno fatto una colletta che in poco tempo ha raccolto oltre 400mila euro. Il destino dell'isola, avvolta da leggende che la vorrebbero infestata dai fantasmi, è ancora tutto da decidere, ma una cosa è certa: i veneziani non staranno a guardare.
  17. Nel 2002 avevano occupato l'Ex Asilo Filangieri, a Napoli, facendone un centro autogestito di cultura, cinema, teatro, sede di festival anche internazionali. Un esperimento di democrazia così ben riuscito che il sindaco De Magistris lo scorso dicembre ha regolarizzato l'occupazione trasformando l'Asilo in uno spazio civico di cultura, confermando che chi si prende cura del territorio ha diritto anche a gestirlo. 
  18. SlotMob è una campagna che invita a boicottare i bar con le slot machine, e, tramite un flash mob, fare colazioni di massa nei bar che non lucrano sulla ludopatia. Il successo dell'iniziativa è dato dalla sua ripetibilità: gli ideatori hanno messo online il materiale per promuovere uno SlotMob nella propria città, in modo che chiunque, sempre, possa lanciarne uno. 
  19. Binario Etico è una cooperativa di giovani informatici che recupera vecchi computer dismessi dalle aziende, li rimette a nuovo e li vende a prezzi bassissimi. Insegnano a convertirsi agli open software, i programmi gratuiti, legali e liberamente scaricabili, e promuovono l'utilizzo di tecnologie informatiche eco compatibili, per ridurre al massimo la spazzatura informatica. 
  20. L'Autorità Portuale di Venezia voleva trasformare alcuni campi della laguna in un parcheggio per container chiamato "polo logistico". Tre aziende agricole, insieme ad alcuni comitati, vi hanno piantato il grano, l'hanno coltivato in modo bio, raccolto e fatto macinare da mulini locali. Il risultato, fragrante, si chiama "Pane logistico" ed è in vendita nelle panetterie locali. Un modo creativo per conservare l'ambiente, dando lavoro ai locali.

MI PIACE! (+1)

Città immaginarie

Avete mai fatto un giro ad Arkham, città dai tetti a mansarda e avvolta da leggende secolari che la vedono al centro di terribili eventi come le sparizioni di bambini (forse assassinati in sacrifici rituali)? Non esiste se non nei racconti di Howard Phillips Lovecraft che la posiziona a nord di Boston vicino a Innsmouth e Dunwich. Così il suo manicomio appare nei racconti La cosa sulla soglia, Il modello di Pickman e La maschera di Innsmouth.

Ricorda New York e il suo ponte George Washington, invece, Lud, la città immaginaria della serie La Torre Nera di Stephen King. Città in rovina da duemila anni, da lì i protagonisti del libro si muovono verso un universo parallelo in un Kansas fantastico su una monorotaia supersonica. Si trova nel Maine, invece, Castle Rock, la cittadina immaginaria del Maine inventata sempre da King e che torna in tanti romanzi: Cose preziose, Cujo, La metà oscura o nella raccolta di racconti Quattro dopo mezzanotte.

È galleggiante invece Armada, la città immaginaria che costituisce la principale ambientazione del romanzo La città delle navi, dello scrittore britannico China Miéville (autore anche del più noto The City&The City). Armada è costituita da centinaia di navi fissate tra loro, adibite per lo più ad alloggio per le centinaia di migliaia di abitanti, e sono collegate da ponti e passerelle che costituiscono le vie e le strade della città. Altre navi ospitano fabbriche, mercati, ristoranti.

In un tutto perfettamente funzionante. Nel mondo immaginario.

Anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura. D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

ITALO CALVINO- LE CITTÀ INVISIBILI


NO COMMENT

L'immagine del mese

"La casa vuota" Foto di DJ Tommy (tcassano[at]aminstruments.com).


AM KIDS

Questa è l'acqua

Il 21 maggio 2005 per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, David Foster Wallace tiene un discorso diventato poi molto celebre con il titolo di This is water. Il nome deriva dalla storiella con cui esordisce:

«Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?” e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”»

Di seguito la trascrizione del discorso di David Foster Wallace.

Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

E' una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.

Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tolleranza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.

Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.

Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale.

Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.

Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto più significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Così la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università.

Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.

Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.

Avete capito l’idea.

Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia così terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi legittimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada.

Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.

Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.

Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.

Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.

Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti.

Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.


ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia & Getinge

Ortensia scopre il fantastico mondo di Getinge Group!!!!!
Non la tiene più nessuno!!!!


WARP continua sul prossimo numero. Se non sei già nella nostra lista:

Grazie per aver letto questo numero di WARP, la pubblicazione online di AM Instruments. Ci piacerebbe conoscere il tuo parere o avere dei suggerimenti su temi di tuo interesse per le prossime pubblicazioni, puoi farlo da questo form.

Immagini tratte da Google foto, da contributi spontanei o regolarmente acquistate da servizi di foto stock.

AM Instruments srl - P.I. 02196040964

aminstruments.com