WARP, Agosto 2013

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)



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La parola d'accesso di questo numero è "Arduino" - leggi

LA LENTE

Start up/ End up - leggi

UNA PAGINA A CASO

Clarissa Pinkola Estés - leggi

CALEIDOSCOPIO

Cosa succede nel mondo mentre stai leggendo. Attualità, cultura, curiosità - leggi

WARP ATTACK

La Cura - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

L'importanza della lettura - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Saluti da Ortensia! - leggi

LA PAURA NON ESISTE

di Cristina Masciola

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- È una parente?
- No. Solo un’amica.
- Solo?
- Solo.
- Dovrei farle qualche domanda.
- Sono qui.
- Allora, possiamo cominciare. Domitilla Castulo.
- Nel nome un destino.
- Cosa intende dire?
- Domitilla, aveva un nome così lungo e importante. È sempre stata in lotta per raggiungerlo.

È la prima volta che parlo di Domitilla a qualcuno che non sia me stessa o lei. Mi sembra di violentarla. Ma questo poliziotto sembra più intelligente della divisa che porta, più sensibile del suo apparato metallico.

- Ho già ascoltato i suoi familiari. Altri conoscenti. Ma non sono venuto a capo di nulla. Tutto quello che sappiamo è l’ora e il luogo dove l’hanno ritrovata, così come la vede adesso, priva di sensi. I medici ci hanno appena comunicato che ha ingoiato un’intera boccetta di ansiolitici. Ma io non credo al suicidio.

- Va bene.
- Va bene cosa?
- Le dirò quello che non so, ma che credo sia la verità.

Domitilla.

Molti ne hanno parlato, parecchi a sproposito.

Io no. Io voglio raccontarle quello che nessuno ha voluto dire perché niente costa più della verità, e molti, di questi tempi, si sono votati al risparmio. Proverò a dire lei, senza dire di lei. Quello che mi avrebbe chiesto di dire, se ora avesse fiato per parlare. A meno che non possa sentirmi. Dicono che in coma i sensi continuano a percepire. Chissà che non mi stia già ridendo dietro le spalle.

A Domitilla sarebbe piaciuto che iniziassi questa storia dalla fine.

Domitilla leggeva sempre le ultime pagine dei libri posati sugli scaffali delle librerie. Dalle ultime parole sapeva se avrebbe avuto la pazienza di leggere le duecentocinquanta pagine che le precedevano.

Iniziava a vestirsi dalle scarpe.

Comprava la carta da regalo prima dei regali.

E ordinava il dessert prima dell’antipasto.

Tirava lo scarico prima di fare pipì. Per norme igieniche diceva lei. La pipì degli altri, insomma, lasciava più germi della sua.

Anche su questo molti hanno parlato.  Non sulla pipì. Ma su questa mania di arrivare alla fine senza passare per l’inizio. C’è chi pensa si trattasse di un oscuro senso di morte che pervadeva la sua intera esistenza e inconsciamente la portava ad anticipare la fine perché questa non la sorprendesse. C’è anche chi, più semplicemente, la attribuì ad una fretta sconsiderata che indubbiamente Domitilla mostrava di avere in ogni occasione.

Aveva tredici anni quando ai compiti in classe consegnava il foglio protocollo dopo appena cinque minuti dalla fine della dettatura. Per questo l’insegnante le ripeteva sempre: “la gatta frettolosa fece i micini ciechi”. Domitilla abbassava la testa, leggermente ferita nell’orgoglio, ma sempre troppo leggermente perché si convincesse ad andare più piano.

È pur vero che quell’ “oscuro senso di morte” non contraddice questa seconda ipotesi. Che la fretta di Domitilla fosse il tentativo di consumare più vita possibile prima della fine...

Ma in fondo, muore veramente chi come Domitilla ha seminato tracce di se ovunque? Non conoscerò più nessuno con la stessa mania dell’impronta. E del segno.

Forse era per via dell’altezza. Domitilla non era alta. Anzi. Per dirla tutta più d’una volta le era capitato di sentirsi gridare da qualche giovane poco sensibile “ A nana!”. Domitilla aveva fatto finta di niente, come sempre faceva quando le si squarciava il cuore in un ferita non rimarginabile neanche con infinite cure. Aveva fatto finta di niente. Ma questa cosa dell’altezza l’aveva sentita come un altro disegno del destino. Lei non avrebbe mai avuto accesso alla sbarra superiore dell’autobus. Né avrebbe mai visto in faccia il suo artista preferito ad un concerto. Al massimo le scapole del ceffo che aveva davanti.  E non aveva mai comprato un vestito a cui non avesse dovuto fare l’orlo. Per non parlare di tutto quello che di più buono c’era da mangiare. Sempre accuratamente riposto nello stipo più alto.

Insomma. Tutto nella vita sarebbe stato troppo alto o distante perché lei potesse raggiungerlo facilmente.

Aria di sfida fin dalla nascita. Con se stessa, con quelli più alti di un centimetro. Con la fine. E con gli inizi.

Ma questa è un’altra storia.

Quando Domitilla è scomparsa nessuno pensò mai ad un viaggio improvviso se non quello per altri mondi. Che nessuno avesse pensato ad un viaggio non deve sorprenderla più di tanto. Domitilla aveva il terrore di qualsiasi mezzo meccanico, di tutto ciò che sfuggisse ad un suo elementare controllo. Mi dirà che i mezzi possono essere controllati. Esistono volanti, marce, freni e acceleratori. Quello che in realtà sfuggiva al controllo di Domitilla non era il mezzo ma il potere della sua immaginazione che trasformava qualsiasi cosa in un meccanismo pericoloso e terribile. Non conosco l’origine di tutto questo. Ma è un fatto che da un bel giorno in poi la sua macchina si trasformò in una trappola  mortale. E lei non ci salì mai più. E l’ascensore divenne una gabbia brucia persone, il treno un trita carne, l’aereo chissà, forse un volatile assassino giunto direttamente dalla preistoria. Conclusione: possibilità di un viaggio improvviso, subito cancellata. Mi hanno chiamata tre giorni dopo. Tre giorni dopo che nessuno aveva sentito la sua voce al telefono, vista la sua faccia al supermercato, letto un suo messaggio sulla posta elettronica. Tre giorni di silenzio sono bastati a mettere in moto il cerca persone fai da te: telefonata a catena per dirsi hai visto Domitilla? L’hai sentita, ti ha scritto? No a me no, e a te? No neanche a me. Mi segue?

- Diciamo di si, anche se non ho ancora capito dove vuole arrivare. Ha detto che tutti hanno pensato al suicidio.

- Tutti tranne me, e lei.

- Perché?

- Me lo dica prima lei.

- Bhè, io mi baso su una cosa molto concreta. Se uno vuole suicidarsi con una boccetta di ansiolitici se ne resta a casa. Non se la porta dietro fino al centro della città e se la ingurgita sul greto del fiume.

- Sono daccordo. Io non credo che si sia suicidata. Io so che non ha tentato il suicidio. Io so che anzi, lei ha provato per la prima volta dopo tanto tempo, a vivere.

- Ora non la seguo più.

- La vita di Domitilla era diventata un inferno. Per noi, per me, per lei, il tempo è scandito dalle lancette di un orologio. Dal giorno e dalla notte. Per Domitilla il cerchio dell’orologio era un vortice, e dopo la notte non arrivava mai il giorno, ma un’altra notte ancora. Come stare in un tunnel e camminare aspettando di vedere l’uscita e accorgersi che forse il tunnel è infinito. Ma non si può più tornare indietro. Le ore erano importanti solo come intervallo tra un medicinale e l’altro. Non mi chieda come è successo. Di spiegazioni ne potrei dare tante, ma ognuna non basterebbe a riempire la tela. Il fatto importante, davvero importante, è che Domitilla non è nata così. C’è diventata. E questa è la cosa peggiore. Perché lei aveva nitido il ricordo della vita quando era ancora vita. Lei si ricordava la leggerezza dell’aria prima che le mancasse il respiro, si ricordava l’ebbrezza della velocità prima che diventasse pericolo, si ricordava la gioia di abbandonarsi a un abbraccio senza temere di essere stritolata. Lei ricordava tutto e questo è stato il suo tormento.

- Detta così comincio a pensare che davvero non abbia retto a tutto questo malessere e abbia tentato il suicidio.

- No, la prego, non smetta di tenere aperto cuore e cervello. Io sono sicura che quello che lei ha fatto è stato l’estremo tentativo di rimanere attaccata alla vita e non cadere in quel vortice.

- In concreto, cosa avrebbe fatto?

- Si è svegliata. Si è vestita. Ha aperto la porta di casa, sarà stata terrorizzata, ne sono sicura. E allora avrà preso le prime venti gocce. È scesa per le scale. L’ascensore sarebbe stato chiedere troppo a se stessa. Ha aperto il portone. Ha respirato a pieni polmoni, la testa ha girato e girato e girato. Lei ha fissato l’edicola di fronte casa, solo per avere un punto da raggiungere. Ha attraversato la strada. Ha comprato il giornale. Pensi, in pochi attimi quante emozioni. Discese, folate di vento, traversate, le macchine, le persone, quelle normali, quelle per cui un’edicola è solo un’edicola. Mentre per lei solo chiedere il quotidiano sarà stato riappropriarsi di una scintilla di vita, buongiorno, mi dia il corriere, buona giornata, arrivederci e grazie. Poche parole per sentirsi una di loro, una di noi.

- E poi?

- E poi ha imboccato Corso Trieste? I palazzi antichi, pochi negozi per ricchi, poi solo un filare di alberi e nessuno intorno, poi un liceo e le voci dei ragazzi, poi di nuovo attraversare la strada, Via Dalmazia, gli uffici, le signore vestite bene, il traffico. Solo in questo tragitto si sarà fatta mezza boccetta di gocce.

- Dice?

- Certo. Ma lei ha mai percorso a piedi Corso Trieste. Lei è un poliziotto e per contratto non deve avere paura di nulla. Ma immagini di camminare alle dieci del mattino su quella strada. I primi cento meri niente da temere. Un bar, alcune boutique, ma poi per almeno cinquecento metri non c’è un’anima. I portoni sono chiusi, le macchine poche, da quando hanno fatto tutte quelle zone pedonali. E ci sono quei palazzi scuri, con i finestroni bui, alberi immensi, e un silenzio sinistro. Come di assenza di vita. Come di case disabitate, come di uffici vuoti, come di quartiere fantasma.

- Va bene, è riuscita a rendere sinistra la strada dove ho sempre sognato di abitare.

- Anch’io. Comunque Domitilla percorre Viale Regina, e poi Viale Liegi, arriva a Piazza Ungheria. E li sono sicura che avrà rischiato il tutto per tutto e avrà preso il tram.

- Perché?

- Perché le è sempre piaciuto prendere il tram, o meglio le era sempre piaciuto. I binari, le scintilline fuori dal finestrino, i sedili di legno. Ed è arrivata  a Valle Giulia.

- Siamo ancora lontani dall’Isola Tiberina.

- Pensi per un attimo solo a lei. Pensi per lei quella distanza cosa avrà significato. Domitilla era già a un passo dal vortice eppure si sentiva altrettanto vicina alla vita, era pronta a riprendersela. E ha camminato sul Lungo Tevere.

- Altre gocce.

- E altri ostacoli superati.

- Fino all’isola.

- Fino all’isola. È passata sul ponte, ha guardato il fiume, e forse proprio in quell’istante lei si sarà sentita la vita addosso come mai negli ultimi anni, ma forse era già nel buio. È passata davanti all’atrio dell’Ospedale, forse in quell’istante s’è sentita tranquilla, avrà pensato che se le fosse capitato qualcosa qualcuno si sarebbe preso cura di lei. È scesa per le scalette. E poi, ecco, venga con me. Le vede?

- Si.

- E scesa per quelle scale, e ha camminato lì vicino alle rapide che il fiume fa arrivato vicino al ponte.

E si è seduta. E in un attimo, forse, prima di perdere i sensi, lei ha sentito il rumore dell’acqua, ha annusato il puzzo di un fiume inquinato, ha toccato il marmo freddo del greto, ha visto i gabbiani scendere in picchiata verso di lei, ha assaporato il gusto di tutto questo e poi fine.

- Fine.

- E inizio.

- Come?

- Ma non capisce? Quante volte si sarà detto, prima di morire io devo assolutamente fare questo, non so quali sono i sogni di un poliziotto, forse vuole arrestare il presidente del consiglio, o vedere l’Australia o volare... Insomma io non so cosa desideri lei, ma so cosa desiderava fare, almeno una volta, Domitilla, prima di morire.

- Cosa?

- Vivere. Almeno un’altra volta ancora. Riavere i suoi cinque sensi, tutti insieme in una volta sola, e possederli e non essere posseduta da loro. Ed è per questo che io sono felice oggi. Lei è in coma, e io, io non so neanche se mai si risveglierà. Non so neanche se vuole davvero svegliarsi di nuovo. Ma so che dopo anni e anni passati ad abitare la morte lei è uscita e ha vissuto.

- Non so se potrò mettere a verbale la sua deposizione così com’è senza far passare lei per matta e me per idiota. Però non lo classificherò come tentativo di suicidio. Questo è tutto quello che posso fare.

- È già tanto, mi creda.

- Ora devo andare. Lei resta?

- Vengo via anch’io.

- Le va una passeggiata?

- Lungo il fiume?

- Lungo il fiume.

Bip

Bip

Bip

...sono un infermiere, somministro molte pere, allevio il dolore, lo faccio con amore....
Questa è una ninna nanna
Questa è una ninna nanna
per chi ora dorme
ma ascolta.
Questa è una ninna nanna
per una donna impaurita
che preferisce morire
che esser ferita
Ferita dalla luce di un sole cattivo
che un giorno l’accecò
senza un vero motivo.
Hai detto ho paura
nessuno ti ha capito
pensando la paura
come un mostro indefinito
Ma tu sapevi cosa fosse
quel ragno velenoso
che sempre controllava
tutte le tue mosse.
Diceva non ti muovere
non respirare
se tu vivi
potresti morire.
Così ti sei rinchiusa
aspettando la morte
aspettando che la vita
diventasse la tua sorte.
Sono arrivate insieme
tenendosi la mano
la vita, la morte
sedute al tuo divano.
Le hai viste
ci hai parlato
non ti hanno salutato.
A loro non importa
che tu sia viva o morta
che loro ti posseggono
malgrado il tuo volere
che loro ti distruggono
malgrado il tuo sapere.
Presa alla sprovvista
vita e morte insieme
non te l’aspettavi
che si volesser bene.
Quel giorno tu hai capito
quel giorno ti ha segnata
Così hai preso il largo
e non sei più’ tornata.
Hai preso la tua giacca
hai preso le tue gocce
sei uscita per strada
e hai visto quelle facce.
Le facce di quelli
che non avevano capito
le facce di quelli
che ti segnavan con un dito
Tu povera piccola
nella tela del ragno
non altro volevi
che vivere il sogno.
Il sogno di vivere
senza paura
e di respirare
l’aria più pura.
Ora sei là
tra la vita e la morte
ma la paura
non è più la tua sorte.
Tu l’hai fottuta
brava bambina
con delle gocce
e un cammina cammina.
Quel che è costato
nessuno lo sa
forse la vita
ma infondo che fa?
Meglio il tuo sonno
e la mia ninna nanna
questa canzone
è un dolce di panna
Io sono qui
ascolto il tuo sogno
e tengo lontano
la tela del ragno

Ciao Domitilla

 

Cristina Masciola (cmasciola[at]aminstruments.com)


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Arduino

ERAVAMO 4 AMICI AL BAR....

Quando ero piccola andava molto di moda tra i maschietti il “meccano”, una scatola piena di pezzi montabili all’infinito, il piccolo chimico, ampolle e polveri fetenti, nonchè fare in modo che due patate accendessero una lampadina (questo era sul Manuale di Archimede). Inutile dire che mio fratello non mi ha mai fatto minimamente avvicinare a nessuno di questi giochi. Che non erano solo giochi ma potentissimi stimoli creativi. Dopo 40 anni, al tavolo da pranzo vedo mio marito (in gergo uno smanettone!) che traffica con un saldatore e un piccolo rettangolo meraviglioso. Gli chiedo cosa sia, mi risponde come se fosse la cosa più banale del mondo, “è Arduino!”.

Arduino è una metafora. Già, perchè le metafore altro non sono che l’unione tra mondi distanti che d’incanto diventano significanti solo se uniti. Così questo rettangolo con il segno dell’infinito stampato sopra unisce il mondo dell’artigianato e della creatività, con quello digitale ed elettronico. Arduino è come una fantastica cassetta degli attrezzi in cui puoi trovare di tutto, comunque tutto quello che ti serve per “fare”. 

Ecco la definizione che ne da Wikipedia: “Arduino è un framework open source che permette la prototipazione rapida e l'apprendimento veloce dei principi fondamentali dell'elettronica e della programmazione. È composto da una piattaforma hardware per il physical computing sviluppata presso l'Interaction Design Institute, un istituto di formazione post-dottorale con sede a Ivrea, fondato da Olivetti e Telecom Italia. Il nome della scheda deriva da quello di un bar di Ivrea (che richiama a sua volta il nome di Arduino d'Ivrea, Re d'Italia nel 1002) frequentato da alcuni dei fondatori del progetto.

Questa si basa su un circuito stampato che integra un microcontrollore con pin connessi alle porte I/O, un regolatore di tensione e quando necessario un'interfaccia USB che permette la comunicazione con il computer. A questo hardware viene affiancato un ambiente di sviluppo integrato (IDE) multipiattaforma (per Linux, Apple Macintosh e Windows). Questo software permette anche ai novizi di scrivere programmi con un linguaggio semplice e intuitivo derivato da C e C++ chiamato Wiring, liberamente scaricabile e modificabile.”

Nella definizione ci sono due parole magiche, anzi tre. Comincio dalla terza, la meno scontata. Ed è “bar”. E’ li che Massimo Banzi, il signor Arduino, chiacchierava con i suoi colleghi, tra un caffè ed una pasta, mettendo in piedi quella che è considerata una delle più utili ed innovative “open source” degli ultimi anni. 

Ed ecco le altre due parole “framework” e “open source”.  Un framework è una struttura logica di supporto su cui un software può essere progettato e realizzato, spesso facilitandone lo sviluppo. Chi opera con Arduino non ha bisogno di grandi risorse, codici, strutture. È già tutto lì, a portata di mano. Una collaboratrice di Banzi rivela che come open source, quindi come libera risorsa, Arduino porta con se una manualistica facile come un libro di ricette. Ogni fase di progettazione ha i suoi tempi e il grado di difficoltà illustrati. Insomma, ce la potrei fare pure io ad usarlo!

Ma qui viene il bello. A che serve? A tutto. Arduino rappresenta il ponte tra manualità e progettazione. Lo smanettone di cui sopra (nonché mio marito) ha costruito un robot che cammina per la stanza aggirando gli ostacoli, insieme a nostra figlia dodicenne. Il robottino ha due ruote e una bella faccia, ma il cuore è tutto Arduino. La lampada che cambia colore se ti arriva un tweet, la macchinetta radiocomandata di tuo figlio...

Si può fare tutto con Arduino?

Bene, proprio ieri sera ho chiesto allo smanettone cosa stesse facendo con Arduino. 

La sua risposta è stata: “Sto verificando quello che non ci si può fare.”

E’ forse anche questa creatività?


LA LENTE

Start up / End up

Quando sentiamo parlare di “start up”, immediatamente il nostro immaginario proietta  ideali di passione, innovazione, agilità. Gli stessi ideali che reputiamo persi o almeno usurati in aziende e business più “anziani”. Quelli che in gergo chiameremo “end up”.

Le vecchie aziende, i grandi classici dell’industria, al confronto di una start up sembrano pachidermi immobili.

Tutto ciò che in una start up è trasformazione e movimento, in una end up è ormai standardizzato e fisso.

In realtà ciascuna delle due realtà ha pro e contro. Se da una parte una start up fatica ad attirare il cliente a causa di un basso potere di marchio, una end up è molto cauta proprio per non gettare ombre su marchi riconosciuti.

Una start up vuole essere qualcosa, è un embrione che cerca una forma a cui aderire; la sua cultura è in divenire, è agile; ha budget e risorse limitate, ma d’altro canto poco da perdere; ha ancora tutto da dimostrare, la sua esistenza può essere temporanea; dal punto di vista organizzativo una start up è flessibile, con ruoli non definiti e spesso in continua evoluzione, possiede una struttura orizzontale in cui tutti hanno voce in capitolo.

Ma a cosa mira una start up? Non è forse l’end up il suo target?

Una end up è qualcosa, è stabile, possiede una cultura definita, risorse importanti e perciò anche molto da perdere; una end up non deve più dimostrare ma semplicemente mantenere l’establishment raggiunto nel tempo, e il tempo non è nemico, ha strutture verticali e ruoli ben definiti.

Una start-up è come un bambino che cresce: ha bisogno di cambiare e crescere per diventare se stesso. Ma il “se stesso” a cui ambisce altro non è che una end up. Una cultura imprenditoriale definita e definitiva. Di contro in caso di necessità, una end up è rigida rispetto al cambiamento, proprio come può essere un adulto che cerca di reinventare se stesso.

E’ importante notare che sono le storie e le leggende dei grandi end up che ispirano le start-up – pensiamo a HP, Apple, IBM. Piuttosto che considerare le aziende più anziane come dinosauri in decomposizione, dobbiamo riconoscere che ciascuno necessita qualcosa dell’altro.

Una start up cerca la stabilità, mentre una end up cerca la flessibilità e l’apertura alla trasformazione.

Le end-up hanno imparato a gestire in grande scala, e hanno accumulato saggezza nel tempo; le start-up hanno il vantaggio di una mente agile e libera. La sfida per entrambi è quella di ricercare la grandezza, imparando gli uni dagli altri.


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UNA PAGINA A CASO

Rubrica di passioni letterarie

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“Tutte entriamo nel mondo per danzare.” 

Questo mese voglio lasciare aperto un libro sulla scrivania, un libro che è caro a molte donne, ma che dovrebbe essere lettura per ogni uomo. E’ un libro strano,  è un saggio antropologico, ma anche un racconto, ed è anche poesia. 

“Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estès resituisce al genere femminile la sua natura più potente e selvaggia, quella natura che secoli di strutture culturali hanno adombrato, annichilito, indebolito. Mai come oggi sento che questo libro sia importante, oggi che il “femminicidio” è cronaca quotidiana. Le donne che corrono coi lupi non hanno paura del loro potere, combattono ogni giorno per affrancarsi, per essere libere. Le donne che corrono coi lupi non ricordavano di poterlo fare. Poi un giorno hanno ricominciato ad ascoltarsi, a guardare nel proprio animo, ritrovando la spinta creatrice che è in ognuna di loro. Mi piacerebbe che questo libro fosse dato in mano ad ogni ragazza, e più ancora ad ogni essere umano di sesso maschile, affinché afferri la bellezza di avere accanto una donna libera di essere potente.

Ecco alcuni brani:

La donna selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno per essere e sapere. Porta il medicamento per tutto. Porta storie e sogni e parole e canzoni e segni e simboli. Riunirsi alla natura selvaggia significa fissare il territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione, riprendere i propri cicli. La donna selvaggia è intuito, veggenza, colei che sa ascoltare. Lei è idee, sentimenti, impulsi, memoria. E’ colei da cui andiamo a casa. E’ quello che ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite. Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile. Vive in un mondo lontano che a forza si apre un varco verso il nostro mondo.
Amare significa stare con. Significa emergere da un mondo di fantasia in un modo in cui è possibile un amore sostenibile a faccia a faccia, un amore fatto di devozione. Amore significa restare quando ogni cellula dice: scappa! Poi si ritroveranno entrambi rafforzati , chiamati a una più profonda comprensione dei due mondi in cui vivono, uno terreno, l’altro dello spirito.
Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete.
Ringrazio, infine, l’odore dello sporco buono, il suono dell’acqua libera, gli spiriti della natura che accorrono sulla strada per vedere chi passa. Tutte le donne che sono vissute prima di me e hanno reso il sentiero un po’ più aperto e un po’ più facile. 
Riparare l’istinto ferito, bandire l’ingenuità, apprendere gli aspetti più profondi della psiche e dell’anima, trattenere quel che abbiamo appreso, non volgerci altrove, proclamare a gran voce che cosa vogliamo… tutto ciò richiede una resistenza sconfinata e mistica.
In tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, quelli che, se ci daremo da fare, si avvereranno. I territori spirituali della Donna Selvaggia, nel corso della storia, sono stati spogliati e bruciati, i cicli naturali costretti a diventare innaturali per compiacere gli altri.
Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano da gl’alberi e faticosamente risalivano m’insegnarono la determinazione. Dal loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, imparai come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva.
Tutte le creature della terra tornano a casa. Abbiamo creato rifugi naturali per ibis, pellicani, aironi, lupi, gru, cervi, topi, alci e orsi, e stranamente non per noi stessi nei luoghi in cui viviamo giorno dopo giorno.
La donna selvaggia è nel contempo amica e madre di coloro che hanno perso la strada, si sono sperdute, di tutte coloro che hanno bisogno di sapere, di tutte coloro che hanno un enigma da risolvere, di tutte coloro che vagano e cercano nella foresta o nel deserto. La donna selvaggia, intesa come forza psichica potente, istintuale e creatrice, lupa ferina e al contempo materna, ma soffocata da paure, insicurezze e stereotipi è la straordinaria intuizione che ha fondato una psicanalisi del femminile. E ha cambiato la vita di moltissime persone.
Dobbiamo enunciare con voce chiara la nostra verità ed essere capaci di fare quanto è necessario nei confronti di ciò che vediamo. Quando la vita dell’anima è minacciata non soltanto è accettabile tirare una riga, è indispensabile.

CALEIDOSCOPIO

Archimede

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Archimede. Arte e scienza dell'invenzione Palazzo dei Conservatori e Palazzo Caffarelli

31/05/2013 - 12/01/2014

Una mostra sulla figura di Archimede, ingegno del III secolo a.C.. L'esposizione rivela i tanti aspetti del geniale scienziato siracusano illustrando lo straordinario contributo che hanno dato le sue indagini ed invenzioni alla conoscenza del mondo antico e dei secoli a venire.

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La tradizione storiografica attribuisce ad Archimede l’invenzione delle macchine che ritardarono la caduta di Siracusa assediata dai Romani e di congegni come l’orologio ad acqua, il planetario meccanico, la vite idraulica.

La mostra si articola in due filoni principali: il primo ci fa capire la portata del contributo che ha dato Archimede alla crescita delle scienze in età ellenistica. Qui, i visitatori potranno – attraverso la riproposizione filologica delle macchine che la tradizione attribuisce ad Archimede – ammirare modelli funzionanti di congegni e dispositivi, applicazioni multimediali e filmati in 3D che ne visualizzano il funzionamento, consentendo quasi un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio.

I trattati di Archimede sono invece il cuore del secondo filone della mostra. Questi codici manoscritti – acquisiti tramite riproduzioni di altissima qualità – contengono le opere dello scienziato siracusano e racconteranno gli aspetti più significativi della fortuna di Archimede e del suo mito fino alla riscoperta dei suoi testi da parte degli umanisti del XV secolo e all’uso vantaggioso che ne fecero i protagonisti della Rivoluzione Scientifica.

Un percorso affascinante, arricchito da una selezione di reperti archeologici, che aiuteranno a capire l’ambiente in cui visse e operò Archimede e che accompagnerà il visitatore all’interno di otto sezioni:

- Siracusa, la città di Archimede, racconta, attraverso reperti originali, ricostruzioni, modelli funzionanti e applicazioni multimediali, lo splendore di Siracusa nel III secolo a.C.

- Siracusa e il Mediterraneo. I due principali centri del Mediterraneo per lo sviluppo del sapere scientifico e tecnico descritti da reperti archeologici e apparati multimediali.

- Archimede e Roma. Momento epocale per il mondo antico l’uccisione di Archimede da parte dei Romani durante l’assedio di Siracusa. Proprio a Roma si creano le condizioni per la nascita di un vero e proprio mito legato alla vita e alle opere di Archimede.

- Archimede e l’Islam. la civiltà islamica – che gli attribuisce l’ideazione di congegni di straordinaria efficacia - studia e commenta alcune delle opere di Archimede.

- La riscoperta di Archimede in Occidente. Artisti, studiosi e principi gareggiano per il possesso delle opere del siracusano, oggetto di ricerche da parte dei collezionisti, segnando un punto di svolta per la ripresa delle indagini di matematica e geometria. 

- Leonardo e Archimede. L’interesse degli artisti nei confronti di Archimede è provato anche da un codice con i trattati di Archimede con annotazioni di Piero della Francesca.

- Galileo e Archimede. L’opera di Archimede costituisce un costante punto di riferimento per Galileo che, nel corso della sua carriera scientifica, considererà il Siracusano un esempio da imitare.

- La geometria di Archimede. In questa sezione si celebrano le geniali intuizioni geometriche e meccaniche di Archimede. 

In mostra anche numerosi reperti originali dal Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” di Siracusa che illustreranno la vita nella Siracusa del III secolo a.C. E ancora, statue, dipinti, mosaici, disegni e strumenti scientifici originali provenienti principalmente dai Musei Capitolini, dal Museo Archeologico di Napoli, dall’Antiquarium di Pompei e dai musei statali berlinesi.

Ad arricchire il percorso una galleria di immagini di invenzioni ed oggetti intitolati ad Archimede: lampade, batiscafi, treni, sommergibili e, addirittura, un cratere con il suo nome.

La mostra offre un ricco programma di eventi, conferenze e laboratori didattici. Infatti, lungo tutto il percorso ed in particolare nell’ultima sezione dell'esposizione, sono presentati stazioni sperimentali, modelli ed exhibits che coinvolgeranno attivamente i visitatori di tutte le età, per rendere comprensibili i principi archimedei, inoltre attraverso i laboratori sarà possibile sperimentare alcune delle più significative esperienze archimedee e di effettuare operazioni di calcolo secondo le conoscenze degli antichi.

Un catalogo in italiano e inglese, con ricche illustrazioni e contributi dei maggiori specialisti di settore italiani ed internazionali, sarà a corredo della mostra.

Nel mese di giugno laboratori didattici Io gioco con l’arte gratuiti per i bambini dai 6 ai 12 anni grazie a Roma Capitale e a Il Gioco del Lotto per conoscere come si contava nell’antichità.


WARP ATTACK

La Cura

Salvatore Iaconesi è un designer, ingegnere robotico, artista e hacker.

Ed è un malato di cancro.

Quando ha scoperto di essere malato ha ricevuto la sua cartella clinica in formato digitale, non accessibile. Come un hacker che si rispetti Salvatore ha craccato il documento e lo ha messo on line, rendendolo accessibile al mondo intero. Il sito “La cura” ha ricevuto in poco tempo più di 50000 messaggi, il 30% dei quali da parte di medici ed esperti. Una cartella clinica che diventa open source è stata la sua salvezza. 

“Ogni persona mi ha fornito la sua cura, quello che poteva, non solo con la medicina, ma anche attraverso l’arte o il design. Alcuni mi hanno consigliato un viaggio in Argentina, altri di fumare Cannabis. Addirittura c’era chi stampava la foto del mio cancro e la portava dal suo medico e poi mi inviavano ciò che gli aveva detto”, racconta Iaconesi. 

Il risultato evidente della scelta di Iaconesi è senza dubbio la sua guarigione, ma non è un caso che abbiamo deciso di raccontare la sua storia nella rubrica rivoluzionaria di Warp. Perchè il significato della scelta di questo ragazzo ribalta le dinamiche, le strutture, le modalità delle istituzioni. “La gran parte delle organizzazioni, siano esse ospedali, aziende globali o governi, vivono di una cultura che non prevede di prendere in considerazione la complessità, la diversità, la polifonia delle città. In La Cura siamo stati costretti a farlo. Era una questione di vita o di morte” dice Iaconesi.  “La Cura ha dimostrato questo. La società sta male se sta male anche solo uno dei suoi rappresentanti e tutti dovrebbero sforzarsi per dare il loro contributo. Ci sono un sacco di malattie che scomparirebbero se si aprissero cassetti e si rilasciassero brevetti. Chiediamoci se questi modelli sono qualcosa da vendere oppure rappresentano un desiderio di riappropriarsi delle proprie informazioni e non delegarle ad altri”, dice Iaconesi. 

Ecco direttamente dal sito “la cura”, un messaggio di Iaconesi.

Roma, 23 Dicembre 2012
Cari amici,
Il Natale e la fine dell'anno sono arrivati, e "La Cura", la nostra Cura Open Source, sta procedendo a piena energia.
Io sto bene e sto migliorando. E, cosa più importante di tutte, stanno succedendo delle cose.
Cose che riguardano me, ovviamente, ma anche e soprattutto voi.
Abbiamo parlato, presentato e raccontato la storia. E discusso. Molto. In tutto il mondo. Sui giornali, i programmi televisivi, i siti web, grandi e piccoli.
Centinaia di migliaia di persone sono venute a conoscenza del fatto che esiste una possibilità.
Di tornare ad essere umani.
Per sfuggire a tutti quei meccanismi in cui pensiamo di essere incastrati, e lavorare assieme: tra di noi, con la natura, la scienza, la cultura, le tradizioni e, soprattutto, con i nostri le altre persone.
Voglio ringraziare ciascuno di voi per tutto questo. Ogni testimonianza, contributo, suggerimento, storia, immagine, video, documentario, poesia, performance, connessione, contatto, offerta e consiglio mi ha veramente aiutato. Sia negli aspetti pratici della lotta al tumore, il passeggero indesiderato nel mio corpo, che per trovare l'energia di attuare questa meravigliosa performance globale, di cui tutti noi siamo parte.
Abbiamo la possibilità di fare qualcosa adesso, che è rilevante per trasformare i modi in cui funzionano le nostre società.
Possiamo trasformare il significato della parola "cura". Possiamo trasformare il ruolo della conoscenza. Possiamo essere umani.

Puoi guardare un'intervista a Salvatore Iconesi da qui


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L'immagine del mese

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L'importanza della lettura

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L’importanza della lettura: un argomento di cui non si smetterà mai di parlare; e c’è un perché!

Di questi tempi, la lettura è sottovalutata e, di conseguenza, trascurata.

Oramai le persone preferiscono, come si usa dire, aspettare il film, piuttosto che leggere un libro; oramai le persone provano emozioni in altro modo, preferiscono perdersi tra le finestre di un browser che tra parole stampate su carta.

Con questo, però, si dimenticano quanto sia fondamentale la lettura nella vita di una persona.

Per prima cosa, la cultura. È tramite i libri che impariamo, che ci formiamo una cultura, ed è tramite i libri che impariamo a scrivere e parlare un italiano corretto.

Informazione. Tramite libri, riviste e giornali, impariamo a conoscere chi ci sta intorno e il mondo in cui viviamo, con i suoi lati buoni e cattivi.

Storia. Non dimentichiamoci che gran parte della storia la conosciamo solo grazie ai libri, libri scritti in epoche diverse, che ci permettono di conoscere popolazioni ormai estinte.

Relax. Cosa c’è di meglio, dopo una giornata stressante, tornare a casa, staccare la spina dal mondo ed entrare in una dimensione completamene diversa? Risposta: niente; e, per farlo, basta semplicemente immergersi tra le pagine di un bel libro.

Avventura. Di recente ci lamentiamo, molto spesso, che con la crisi è impossibile fare belle vacanze, in luoghi esotici e ricolmi di nuove esperienze; ci dimentichiamo però di che posti meravigliosi siano descritti nei libri – esistenti e non –, e di che grande capacità di immaginazione siamo dotati. Basta leggere qualche pagina, chiudere gli occhi, ed ecco che viviamo magiche avventure in posti meravigliosi.

Idee. Che siano giornali, libri o riviste, questi esprimono delle idee. Idee che condividiamo, che respingiamo e per cui noi stessi ci battiamo. Conosciamo i modi di pensare di altre persone in cui ci rispecchiamo e non.

Sogni. I libri ci fanno sognare, ci permettono di essere quello che vogliamo. Ci danno speranze e qualcosa in cui credere. I libri ci narrano la grandezza, una grandezza che noi stessi possiamo raggiungere. Tramite i libri noi scopriamo noi stessi.

Non dimentichiamoci anche che i libri sono grandi amici: sono fedeli, sempre presenti nel momento del bisogno, ci fanno compagnia e non ci giudicano.

Questi sono solo alcuni dei motivi per cui la lettura costituisce una parte essenziale della nostra persona.

La lettura non va sottovalutata e in alcun modo messa da parte.

Ecco alcuni pensieri e citazioni di lettori (tratti da Twitter):

“Dopo aver finito un libro, sento come se mi mancasse qualcosa, perché in qualche modo mi affeziono a tutti i personaggi”. – @heylopez_
“Quando leggi un libro che ti piace, ci entri dentro, è come se vivessi un’altra vita mentre leggi quel libro bellissimo”. – @cuoromez
“Preferisco sempre il libro al film. Dà più spazio alla mia immaginazione”. – @ElisaFilippone
“Leggiamo tante storie per trovare la nostra”.
“Leggere è un’arte in via d’estinzione e i libri sono specchi in cui troviamo solo ciò che abbiamo dentro”.
“I libri mi piacciono perché non strillano, sono silenziosi, eppure dicono un sacco di cose”.

 

Emma Belletti, classe '99


ORTENSIA MALINCUORE

Saluti da Ortensia!

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Cartoline dalle vacanze...


La storia di Ortensia Malincuore continua sul prossimo numero di WARP. Se non sei già nella nostra lista:

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