WARP, Agosto 2015

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


Tecnologia AIHP™

(Activated Ionized Hydrogen Peroxide)

Incrementare i tempi di produzione mediante l’ottimizzazione dei cicli di biodecontaminazione ambientale

 

AM Instruments organizza due seminari dedicati all’approfondimento di questa innovativa tecnologia e delle sue applicazioni in campo farmaceutico.

27 Ottobre 2015: Limbiate (Milano)
29 Ottobre 2015: Roma

Sicurezza per gli operatori, salvaguardia delle superfici, efficacia, ripetibilità e rapidità del ciclo di sterilizzazione sono alla base della tecnologia AIHP™ brevettata da TOMI Environmental Solutions.

Sessioni di formazione e approfondimento, dimostrazioni pratiche, esperienze dirette illustrate da rappresentanti delle case farmaceutiche che già utilizzano la tecnologia AIHP™.

Le giornate sono dedicate a:

  • Responsabili di produzione
  • Responsabili della sicurezza
  • Responsabili del laboratorio
  • QA
  • Regulatory affairs
  • Validation and Compliance
  • Engineering

 Il programma dettagliato e le informazioni organizzative saranno disponibili a partire
dal 7 Settembre 2015.

La partecipazione è gratuita.

 
 

SONO UN NUMERO IMMAGINARIO

Racconto di Cristina Masciola

“Parla breve!”
Mio padre era uno sgrammaticato. E non solo di linguaggio. Mio padre era sgrammaticato nel corpo e nella testa. Se uno avesse fatto l’analisi logica del suo corpo ecco una faccia al passato remoto, rughe e solchi come incisioni su legno, spalle al presente, dritte e potenti, mani al futuro, che non si fermano mai,  al congiuntivo, aperte verso un se fosse.
E la testa non andava meglio. Diceva una cosa per farne l’esatto contrario, mentiva come un attore, aspettando l’applauso, e parlava come un analfabeta, convinto che quella lingua fosse l’unica possibile. Non so se parli ancora così, perché ormai sono anni che parla solo il linguaggio dei segni, la bocca di labbra cucite a trattenere un filtro giallo di sigaretta.
Io gli voglio bene così, anche se la grammatica c’avrebbe aiutato.
La grammatica è un’ottima cosa. La grammatica è un recinto sicuro che trattiene il pensiero, impedendogli di imbizzarrirsi. Io di pensieri bizzarri ne ho avuti parecchi, ma mai come mio padre, che di recinti non ne ha mai conosciuti.
Vivevamo in una casa enigmistica, per far uscire l’acqua calda dovevi prima risolvere un quesito con la Susi, forse aprendo tutti i rubinetti per aumentare la pressione, o magari tenendo spinto il pulsante della fiammella, ma se lo tenevi spinto non potevi andare dentro a vedere se funzionava, e allora ti arrendevi e facevi la doccia fredda pure alla Befana. Gli interruttori della luce accendevano lampadine inaspettate, gli armadi contenevano attrezzi, i letti sostenevano vestiti, i divani abbracciavano corpi.
E lui non faceva altro che cambiare lavoro. Flessibilità, così la chiamava. Imbianchino, portiere di stabile, venditore porta a porta, il suo forte diceva, barista, perfino il cuoco. Quando comprò il taxi mia madre disse “finalmente”. Finalmente papà ebbe il suo recinto, e, domato, smise di sognare.
“Parla breve”, così mi diceva ogni volta che gli rivolgevo la parola “papà”, aspettandosi un problema direttamente proporzionale al numero di parole che avrei utilizzato. Così ho imparato la sintesi.
“Papà, il prof di matematica ti vuole parlare.”
“Perché?”
“Non lo so”.
Mi guardava dritto negli occhi. A lui piaceva il cinema, e sapeva a memoria tutte le pose dei grandi attori. Ora mi guardava come Robert De Niro in Taxi Driver, quando il cervello svalvola, e gli occhi si fanno assassini.
“Non ho fatto niente di male”.
Si rilassava.
“Meglio per te”.
 
Facevo il secondo liceo scientifico. Mio padre s’era rifiutato di comprarmi i libri di scuola, mi dovevo arrangiare con quelli che avevo in casa. Per fortuna mia madre comprava un sacco di libri, anche se non gliene ho mai visto leggere neanche uno. Lei aveva grandi ambizioni, e mio padre faceva parte di queste: la sua follia allora le pareva genio artistico, solo dopo capì che talvolta follia vuol dire solo follia, e niente di più. Così prese a frequentare attivamente il suo dirigente, un tizio senza capelli ma con dei peli lunghissimi sul collo che vedevo affiorare dal colletto della camicia. Quando avevo nove anni, lei di tanto in tanto mi portava in ufficio, alla regione, un palazzo fascista bianco di marmo con un gran puzzo di polvere. Io avevo capito che i suoi ormoni s’erano messi a lavorare parecchio quando aveva cominciato a lasciarsi la camicetta sbottonata, giusto il po’ che sarebbe bastato per tuffarsi in quell’incrocio di carni dove si poggiava il crocifisso. In ascensore le dicevo, mamma ti si vedono le tette. Lei mi fulminava non come Robert De Niro. E faceva finta di ricomporsi, fino al sesto piano.
Mia madre comprava un sacco di libri, li teneva in mano mentre era sull’autobus, attenta che si vedesse la copertina. Era accurata nella scelta, spaziava: filosofia, matematica, fantascienza e pure saggistica. Sul mobile basso dell’ingresso, quando entravo in casa mi trovavo sempre la facciona di Bruno Vespa, un ritratto a matita di Kant, e una pila volutamente disordinata di altri volumi, un po' stropicciati, che sembrassero vissuti, sfogliati, letti.
 
A scuola, durante la ricreazione davo un’occhiata ai libri degli altri, mi copiavo gli esercizi, e cercavo di giustificare il mio zaino leggero con una finta scoliosi. Questo non aumentò il mio fascino con le ragazze, ma d’altra parte provavo già da allora un certo ribrezzo per le ragazze della mia classe. La maggior parte non aveva gli occhi. Una frangia di capelli lunghissima copriva il loro sguardo rendendole misteriose, pensavano loro, ridicole pensavo io. L’unico occhio visibile era il loro ombelico, talvolta affossato nella ciambella straripante dai jeans a vita bassa, stretti da una cinta borchiata con ciondolini pendenti. Non sapevano chi fossero, e io non ho mai avuto alcuna intenzione di aiutarle a trovarsi. Il livello della mia classe era basso tendente al nulla. Il prof di matematica amava umiliare l’ignoranza dei suoi alunni dando loro epiteti senza speranza, sfoderando tutta la sua conoscenza scientifica, chiamandoli esseri unicellulari, amorfi, invertebrati. Con me era diverso, io almeno per lui, e solo per lui, ero un superdotato. Questo giocava a mio favore con lui ma aveva distrutto completamente la mia immagine con il resto dell’umanità scolastica. Un giorno, di fronte alla soluzione di un problema data in pochi secondi, mi disse “ragazzo, sei un superdotato”. I miei compagni scoppiarono a ridere, e senza attendere la ricreazione qualcuno trasformò il suo righello in uno strumento di misurazione per i miei genitali. Nessuno ha pensato che quell’espressione potesse fare riferimento alla mia intelligenza. La scuola non è fatta per questo, la scuola, forse non tutte, ma certo la mia, era campo di calcio, ring di lotta libera, zona di spaccio e istituto di bellezza. Perciò da allora io fui additato come quello dal pisello piccolo, scoliotico, socialmente disadattato e vittima sacrificale per bulli da palestra.
 
Non era una vita facile, ma io non sono nato nella casetta del Mulino Bianco, e inoltre quel righello l’ho pure usato, e il mio pisello misurava nove centimetri. Lo conservo ancora, e nei momenti di bassa autostima mi chiudo in bagno e passo dieci minuti da geometra, prima e dopo la lettura di un volume di Manara che mia madre comprò sotto la spinta di un interesse per il fumetto colto, scoprendo poi che si trattava di una serie infinita di chiappe e organi genitali, posizioni scomode ma eccitanti e cultura, si, un po' di cultura.
A me i numeri piacciono, mi piace scriverli e pronunciarli, mi piace fonderli e mescolarli, mi piace giocarci e farli a pezzi. I numeri sono miei amici, più dei miei amici. E la musica. La musica e i numeri camminano insieme, mano nella mano e l’una non può vivere senza gli altri, e pure i numeri che sembrano bastare a se stessi, senza la musica sono segni, ma con un sottofondo di percussione anche le tabelline fanno la loro figura.
 
Quando ero un ragazzino io un amico ce l’avevo. Uno di quelli che i genitori non amano che uno frequenti, e non perché si presenti male, ma semplicemente perché non si è mai presentato. In effetti non esisteva, non per loro. Mi portarono perfino dal pediatra di base, un vecchio rintronato che quando veniva a casa per una febbre a 40 invece di prescrivermi supposte mi chiedeva se avevo i soldatini, tanto per giocare un po’. Insomma, era il medico più sballato che ci fosse in giro, soprattutto il più sballato a cui chiedere se fosse normale che parlavo da solo dalla mattina alla sera e quando mi chiedevano spiegazioni io senza problemi dicevo, guarda che non parlo mica da solo, sto parlando ad Eulero.
Il medico disse loro che non solo Eulero esisteva, ma aveva pure inventato un’equazione meravigliosa. Ricordo ancora le facce dei miei genitori quando con lo stetoscopio in mano il medico cominciò ad agitarsi entusiasta dicendo che il loro figlio frequentava gente per bene, e che mi lasciassero in pace quando ero con Eulero, che magari un giorno avrei capito quell’equazione e gliela avrei spiegata. Da quel momento mia madre smise di farmi domande, memore di una delle sue pseudo letture, “Le cinque equazioni più belle del mondo”, volume di cui aveva letto solo l’indice, quanto basta per aver familiarizzato con Eulero insomma. Mentre mio padre di nascosto si arrampicò in cima alla libreria e cercò per tre ore Eulero sull’enciclopedia universale; ci mise tanto perché nell’alfabeto non era convinto quale fosse esattamente la posizione della e.
Io avevo sentito parlare per la prima volta di Eulero in uno di quei programmi alla televisione dove un non scienziato spiegava con parole semplici ad altri non scienziati come funzionano le cose del mondo, perché ci sono i terremoti, quale reazione  chimica si scatena durante un rapporto sessuale, e se Dio esiste. Una sera tra un tornado e la storia della principessa Sissi spuntò un’equazione. Io non sapevo cosa fosse un’equazione, avevo cinque anni e conoscevo i numeri solo fino a cinquanta. Però era bellissima. Un tizio occhialuto e molto spettinato spiegava che in quella cosetta scritta alla lavagna c’era l’intero universo matematico. C’erano tutte cose diverse e distanti tra loro, incompatibili, eppure il risultato era esatto. Mi sembrò per un istante che stesse parlando della mia famiglia, forse anche la mia famiglia corrispondeva a un’equazione, ma il risultato io ancora non potevo conoscerlo. Questo Eulero era un tipo anche romantico, figurarsi che scrisse miliardi di lettere a una principessa, che forse si voleva rimorchiare, cercando di insegnarle i segreti della matematica. Immagino le mie compagne di scuola, se avessi scritto loro una lettera cercando di spiegare il teorema di Pitagora, avrebbero chiamato la polizia e mi avrebbero denunciato per molestie sessuali, convinte che quel triangolo fosse una posizione del kamasutra.
Con una calligrafia stortignaccola, a pennarello, copiai sul mio diario segreto dei draghi l’equazione. La ritagliai e la incollai sulla testiera del letto. Mia madre pensò a uno scarabocchio, mio padre mi disse che per imparare a disegnare bene dovevo fare ancora molta strada. Nessuno dei due ebbe pensieri matematici.
Il bello di avere una amico come Eulero è sempre stato questo: che se nessuno lo vedeva, nessuno me lo poteva portare via. Non che io temessi di rimanere solo. Ma alla fine succede sempre così: che passa qualcuno di più interessante di te e quello che credevi il tuo vero amico un attimo dopo non c’è più. Eulero è un tipo fedele, sono passati anni ed è sempre con me. Sotto altre forme.
Mio padre non è mai stato portato per numeri, e si vede dal suo conto in banca. Quando arrivavano le buste della banca non le apriva neanche.
Ne abbiamo ancora un pacco enorme, dice che non si buttano alla spazzatura che se passa uno zingaro e fruga dentro, poi magari ci frega il numero del conto e ci ruba tutti i soldi. Papà, ma noi non abbiamo soldi, gli dico. Lui fa una smorfia, che non ho ancora capito se sia di dolore. Ci sono persone che camminano per tutta la vita sull’orlo del baratro. E ci godono. C’è una canzone di Jovanotti che dice che la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare. Mio padre ha le ali di carta straccia, e un tempo credevo che se si fosse buttato avrebbe trovato comunque il modo di tornare su, un triplo carpiato, un doppio avvitamento, una corrente ascensionale e via di nuovo in cima.
Io sono diventato un uomo il giorno che vidi mio padre sfracellato per terra, eppure in piedi. Sono diventato un uomo quando mi sono accorto che i tripli carpiati è roba da olimpiadi, non da gente come mio padre. E che la gente come mio padre, quando prova a volare, di solito si ritrova col culo per terra, e sei fortunato se non ti ci trascina.
Mi ricordo di quando sostava in cima ad un’impalcatura, un pennello a rullo gigante e litri di colla ad attaccare immensi manifesti pubblicitari su cartelloni abusivi. Così si godeva enormi scatole di pomodoro, sederi torniti da creme anticellulite e faccioni di politici sorridenti. Il più sorridente di tutti, diceva, era Berlusconi. Il giorno che avrebbe trovato un posto migliore, mi giurava sempre,  avrebbe preso della vernice rosso fuoco e ci avrebbe scritto sopra a caratteri cubitali “ridi sul mio attrezzo!” Non ha mai trovato un posto migliore, da quel posto lo licenziarono quando, incurante dell’ordine anatomico e sillabico, invertì un manifesto attaccando una testa ad una chiappa, e per leggere il messaggio la gente fu costretta a fare un anagramma. Perciò Berlusconi continuò a ridere e non sul suo attrezzo.
Mia madre provò a fuggire da tutto questo, insieme a quel dirigente col riporto. Ci chiamava ogni mattina, per accertarsi che fossimo ancora vivi. Avrebbe voluto che andassi a vivere con lei. Ma tra noi ci fu un tacito accordo. In fondo qualcuno doveva continuare ad occuparsi di papà, e limitare i suoi danni. Lei non lo ammise mai, ma lo amava ancora come il primo giorno, perché papà è il nostro perimetro. Lui ha costruito un castello di piccole follie,  senza quelle né io né lei avremmo avuto un senso. Lei l’ha trovato nelle sue fughe, io nei miei numeri. “Ciao Edo, sei sveglio?”. La perdonavo sempre per la sua deficienza in logica e le rispondevo “si, mamma, sono sveglio”.  E le perdonavo il fatto che non avesse mai pronunciato il mio nome per intero. Edoardo. Eppure non è lungo né complicato. Ma a lei piace storpiare le parole, parlare per monosillabi, grattare la sua lingua fino a renderla una serie di suoni onomatopeici. Da piccolo credevo fosse solo il vezzo di una madre che convinta di non essere compresa chiama le cose per il rumore che fanno. Ma quando ancora oggi mi chiede di farle un drin, per essere chiamata al telefono, le farei ingoiare la suoneria del nostro portatile e farle fare drin per tutto il resto della sua vita.
Mi ricordo ancora il giorno che andò via. Forse non era tanto convinta nemmeno lei. Voleva solo che papà le chiedesse di restare. Ma lui non lo fece. Ha sempre rispettato i desideri degli altri. E poi i suoi attori preferiti non avevano mai supplicato una donna. Semmai si erano girati da un’altra parte. Se avessimo avuto un pianoforte e io fossi stato negro sono certo che mi avrebbe detto “Suonala ancora Sam”, mentre la porta si chiudeva e una che non somigliava minimamente ad Ingrid Bergman se ne andava via. Altrove.
Si limitò a scolarsi mezza bottiglia di Vecchia Romagna e quando si addormentò sul divano cominciò a russare come Bogart non avrebbe mai fatto. Ecco, anche nei momenti tragici, mio padre ha sempre trasformato la nostra vita in una pellicola che avremmo potuto riavvolgere, niente di definitivo e irreversibile, solo un intervallo, il tempo di un Vecchia Romagna, e poi via con il secondo tempo. “Tanto torna”, bofonchiò prima di fare un rutto.
Per fortuna avevo Eulero. Il mio amico Eulero sì inventò un’equazione pazzesca. Inventare non è la parola giusta. Uno inventa un trita carne, una macchina per spremere gli agrumi, un calcolatore elettronico. Lui se la immaginò come fanno i poeti, che secondo me di tanto in tanto si sdraiano per terra, chiudono gli occhi e vedono passare nel nero parole improbabili che pure stanno bene insieme. Poi li riaprono, vanno alla loro scrivania, si siedono, e come niente fosse le scrivono su un foglio bianco. Poi la moglie arriva, è pronto, dice, lui le fa un cenno, sta componendo. Allora la moglie rannicchia le spalle, fa finta di andarsene, ma con la coda dell’occhio sbircia, e su quel foglio trova il motivo per amare ancora quell’uomo. Come si può non amare un poeta?
Eulero era uno sfigato in amore. Perché da che mondo è mondo tutti pensano che la matematica non abbia niente a che vedere con la poesia. E invece si sbagliano. Una volta ero con papà in macchina. Eravamo andati a riscuotere il suo stipendio in un magazzino sotto terra dove lui aveva passato gli ultimi mesi ad attaccare etichette di prezzi su medicinali. Il capo era un tipo losco che pareva uno spacciatore. E in fondo era questo che faceva, diceva papà. Solo che era uno spaccio legalizzato. Come le banche che fanno usura alla luce del sole senza mai pagare il fio. Venti centesimi a etichetta, non una gran cosa. In più papà aveva le dita come salsicce, e le etichette gli si incastravano tra i polpastrelli. La paga era bassa, e contrariamente a come faceva di solito, quando prendeva i soldi, stavolta non si sarebbe passati al videoclub a prendere un classico di quelli che piacevano a lui. Così in silenzio sul Lungo Tevere, ascoltavamo la radio. Una donna con voce profonda e maschile, una vecchia poetessa che aveva conosciuto la gloria di incontri importanti, raccontava di un suo litigio con un altro grande poeta. Una sera a cena se ne stavano lì e tra una bistecca e un’insalata s’erano messi a disquisire se la poesia avesse bisogno dell’esperienza reale per nascere o se invece potesse venire fuori dalla pura immaginazione. La poetessa, concreta come tutte le donne, parteggiava per la prima tesi. Io ero d’accordo con il poeta, e sapevo che anche Eulero sarebbe stato d’accordo con noi, ma in quel momento non era il caso di tirarlo in ballo. Mio padre avrebbe aperto lo sportello e m’avrebbe scaraventato fuori dalla macchina in corsa. La matematica era proprio così. Dalla pura immaginazione sarebbe saltata fuori una formula come un verso, e solo dopo qualcuno l’avrebbe riletta e riflettendoci sopra avrebbe potuto dire, è vero!
 
Eulero s’era immaginato di mettere insieme un gruppo di entità così diverse tra loro che nessuno mai avrebbe creduto possibile potessero resistere insieme a produrre qualcosa di probabilmente esatto.
Nel calderone aveva buttato un numero fisso, uno di quei numeri nei secoli fedele, come l’arma dei carabinieri, poi un numero immaginario, il mio preferito, quello che tutti dicono che è impossibile che esista ma tutti in fondo in fondo ci credono, come Dio; poi un bel numero negativo, uno di quelli combattenti, quelli che si oppongono sempre, e infine uno zero, il niente e il tutto, il vuoto da riempire.
Ebbene tutto questo funzionava, proprio come il nostro appartamento, come la nostra famiglia, come le nostre vite. E non sappiamo ancora dire come.
 
Quando mia madre rimase incinta mio padre faceva il cuoco. Lui diceva Chef, maiuscolo, come il tono con cui lo pronunciava. In effetti era aiutante cuoco alla mensa della Rai, la televisione nazionale. Si sentiva investito di un’alta carica statale. Tutte le mattine usciva di casa, comprava il quotidiano e leggeva solo la programmazione televisiva. Gli dava l’idea di essere preparato per affrontare eventuali colloqui con le star della TV. “Oggi andate in onda con la crisi di governo!” Un sorriso a tutta dentatura di fronte a un distratto redattore di penultima categoria che a malapena lo guardava in faccia. Mia madre era davvero fiera di lui. La sera le portava gli avanzi delle stelle della TV, e lei si sentiva come Maria Giovanna Elmi. Erano innamorati di un amore intenso, che li faceva sognare e progettare. E che mi portò una mattina di marzo, dopo poche ore di travaglio, che mia madre mi descrisse minuziosamente almeno tre volte al giorno per i successivi dieci anni di vita. Per l’occasione papà aveva comprato un lettino in legno, e l’aveva messo proprio davanti alla televisione. Così l’avrei sentito vicino anche quando era al lavoro. Neanche fosse stato Pippo Baudo. Poi un giorno, avevo appena sei mesi, papà tornò a casa sporco di calce. Mia madre pensò al crollo di un soffitto nella sala mensa. Ma l’unica cosa a crollare era stata la sua carriera culinaria. Era successo che il capo cuoco l’aveva ripreso malamente davanti a un folto pubblico di non star, e mio padre che aveva appena visto Mezzogiorno di Fuoco s’era detto che non avrebbe più subito alcun affronto. Come James Stewart, ma senza pistola, s’era parato davanti al cuoco panciuto e l’aveva assalito con epiteti che con la cucina avevano poco a che fare. In un batter d’occhio s’era trovato tra due guardie giurate che l’avevano messo alla porta con una bella lettera di licenziamento in mano. Una busta con su scritto, Rai Radio Televisione Italiana. Quello rimase l’unico cimelio del suo periodo di gloria nel mondo dello spettacolo. Era mezzogiorno e mezza. Non di fuoco. Alle tre aveva già trovato un altro lavoro. Imbianchino.
Mia madre aveva superato prontamente l’attimo della disperazione. Hai fatto bene, gli aveva detto. Nessuno può trattarti così. In fondo era fiera di essere sposata con un uomo forte e coraggioso, uno di quelli che non si fa mettere i piedi in testa. Solo dopo pochi mesi aveva cambiato idea. Per uno stipendio fisso ci si può fare zerbino, soprattutto se hai moglie e figli. Nella nostra palazzina non residenziale, erano tutti impiegati statali, compresa lei. Che finito il periodo di allattamento mi aveva lasciato alla nostra vicina, una donna baffuta di origini venete, con un enorme seno, un materasso di carne morbida e calda. Tutte le mattine mi portava da lei, “ecco il piccinin”. I miei occhi si tuffavano sul suo viso e cominciavano a contare i baffi. La matematica ce l’avevo nel sangue. Clara baffuta mi preparava un recinto di cuscini sul tappeto impolverato del salotto e iniziava a fare le faccende domestiche. Prima però si premuniva di accendere contemporaneamente tutte le apparecchiature elettriche di casa. La televisione in salotto parlava del mal di schiena, la radio in cucina cantava l’ultima di Mina, lo scaldabagno brontolava bolle d’aria, l’aspirapolvere gridava vendetta per tutto quello che gli toccava mangiare e lei, pur non avendo la spina, parlava, parlava e parlava. Con me. “Piccinin, devi sapere che la Clara da giovane era una bella donna, con le curve al punto giusto. Nella valle del Brenta erano tutti innamorati di me, lo sai piccinin?”. Io sorridevo, non capivo, ma solo al guardare quelle immense tette mi veniva da sorridere di godimento dei sensi. Non aveva giocattoli. Mi dava pentole e cucchiarelle,  giornali da strappare e masticare, quanto piombo avrò mangiato da piccolo, e una Olivetti antica, eredità del marito morto d’infarto, probabilmente soffocato da quel ben di dio. Io ci mettevo le dita sopra e quelle non ne volevano più sapere di uscire, incastrate tra i tasti. Sfilavo il nastro e rimanevo a guardare quella magia di mani nere d’inchiostro. Di tanto in tanto la Clara riceveva delle visite. Erano sempre dei signori, qualcuno baffuto come lei, con i quali si chiudeva in una stanza per una decina di minuti. Tra una sclerosi multipla in Tv e un notiziario alla radio, sentivo rumori come singhiozzi, che parevano i miei quando mi rimaneva un chicco di riso in gola e non andava né su né giù.
Dopo un po’ i due uscivano. L’uomo posava della carta sul mobile all’ingresso,  la Clara dava una rapida occhiata e salutava. Nessuno di loro mi rivolgeva mai lo sguardo, ma a me bastava quello di lei, grasso e compiaciuto. Quando la stanza diventava scura di ombre e i rumori si facevano bassi arrivava mia madre a ritirare il pacco. “Il piccinin è stato buono e ha mangiato tutto”. Felice la mamma mi prendeva in braccio e mi baciava nelle pieghe del collo, respirandomi il suo fiato caldo addosso. Stretto a lei, me ne tornavo a casa, la Clara sulla porta, a domani.
Le mie giornate furono queste per cinque lunghi anni, quanto basta per imparare a contare. La Clara dai tre anni in poi prese a darmi quella carta posata sul mobile, e mi diceva, conta! Diecimila, ventimila, trentamila…Così avevo imparato a contare da uno a dieci e per migliaia, quanti erano stati i singulti misteriosi della camera da letto. Solo dopo tanto tempo, in un impeto di sincerità mio padre m’aveva raccontato una storia di un tal Masaniello che aveva sorelle liberali di loro corpo per moneta, e che la Clara di mestiere faceva proprio quello. Io che non ero portato per l’italiano avevo faticato a carpire il senso di quella metafora. Papà, comprensivo e amante della sintesi, sentenziò: mignotta! Da amante del cinema quale era però, mi disse, non una mignotta qualunque, una mignotta felliniana, una stella…
Quando mia madre tornò dalla sua breve vita di amante di dirigente, perché tornano sempre, mio padre ebbe la buona creanza di non dirmi “te l’avevo detto”. Perché quel giorno io e lui, in silenzio, avevamo assistito a una tumulazione. Lei si era presentata, valigia in mano, alle sei del pomeriggio, che papà aveva appena messo su una pentola d’acqua per due spaghetti da uomini. Aveva suonato, pur possedendo ancora le chiavi. Io avevo aperto la porta, lei aveva le guance bagnate, occhi gonfi di lacrime versate tutte in una volta, ma sorrideva.
“Mamma!”. La abbracciai forte, un profumo nuovo, intenso, che non avevo mai sentito. Lei mi chiese “Posso entrare?” Rimasi senza parole e non perché avessi dubbi se farla entrare o meno, ma solo perché sapevo già che quella sarebbe stata la sua resa definitiva, che da quelle quattro mura non sarebbe più uscita se non per andare a lavoro o fare la spesa, che presto si sarebbe dedicata all’uncinetto e avrebbe ucciso i suoi sogni di gloria per sempre. Se fossi stato cosciente di ciò che pensavo le avrei sbattuto la porta in faccia, “vattene” le avrei dovuto dire. Ma allora non ero cosciente di nulla se non del fatto che averla nuovamente lì avrebbe buttato una scintilla di certezza in quel luogo fatto solo di cose e gesti precari. Così la feci entrare, le presi la valigia, chiamai papà, mamma è tornata. Mio padre si affacciò dalla porta della cucina, “aglio e olio va bene?”
Ecco, io non sono mai riuscito a capire se quel modo di mio padre di riprenderla in casa fosse un gesto d’amore o d’assoluto disprezzo. So solo che mia madre versò molte altre lacrime mentre disfaceva la valigia e metteva accuratamente a posto i suoi vestiti in un armadio che nel frattempo era diventato dispensa, cassetta degli attrezzi, ripostiglio.
Ci raggiunse in cucina, si sedette accanto a me. Cominciammo a mangiare in silenzio e da allora fu così, per sempre.
Non ho mai avuto il coraggio di chiederle perché fosse tornata. Ma guardandola spegnersi a poco a poco, capii che una donna ha un triste destino, che la pelle invecchia più velocemente dei suoi desideri, e che se fosse stata un uomo le cose sarebbero andate diversamente.
 
Così,  tornata a casa, ha cominciato a costruirsi una prigione all’uncinetto. Cominciò comprando strane riviste dai titoli improbabili, Filet, Hobby Donna, Tutto Merletti. Seduta sul divano, televisione accesa, una maglia dopo l’altra, in pochi giorni fummo sommersi da metri e metri di catenella, una ragnatela di cotone sulla quale era impossibile non inciampare. Io, che già nutrivo sensi di colpa ad averla riaccolta in casa, iniziai a preoccuparmi. Come con i pazzi, che studi le parole per dire, mi avvicinavo e piano le chiedevo, “Che fai?” Lei non rispondeva, roteava sapientemente le mani su se stesse,  e via un altro metro di ragnatela le scendeva tra le ginocchia. “Mamma…” “Zitto, che perdo il conto!”. Ma il conto di che? Papà pareva non avere alcun pensiero a riguardo. La sua non era indifferenza. Era semplicemente stanco. Per la prima volta, semplicemente stanco. La flessibilità va bene per i ventenni. Lui, che di anni ne aveva molti di più, cominciava ad accusare i colpi della precarietà.

 
Una mattina l’avevo trovato seduto al tavolo della cucina, carta e penna. Era la prima volta che lo vedevo con una penna in mano.
Mi ero avvicinato incuriosito. Era una lista. Non della spesa. Era una lista di quello che era stato, di quello che era, una serie infinita di numeri e trattini, accanto un mestiere, uno stato, una certezza temporanea. Imbianchino, cuoco tra parentesi Rai, attacchino, pony express, guardiano notturno, magazziniere, temporaneamente disoccupato, prezzatore (mi chiesi per un istante che cavolo di lavoro fosse, poi mi ricordai delle scatole delle medicine), muratore, piastrellista, temporaneamente disoccupato, camionista, temporaneamente disoccupato, portiere di stabile, temporaneamente disoccupato. Quest’ultima dicitura sottolineata tre volte.
Il temporaneamente disoccupato appariva troppe volte nelle ultime righe, e forse era su questo che ragionava. Poi un lampo negli occhi, con la penna tracciò un cerchio e al centro scrisse la parola magica, TAXI.
Questo, e lo so solo adesso, questo accadde in pochi giorni. Mentre mia madre si costruiva la sua lapide a maglia bassa, alta e incrociata, mio padre scriveva il suo epitaffio in cucina, TAXI.
La mia professoressa di filosofia aveva detto un giorno che i sogni si spengono in modo silente e non te ne accorgi neanche. Ma non era così. In quei giorni di silenzio casalingo, i sogni dei miei genitori avevano gridato forte la loro agonia. Mia madre aveva ucciso il suo desiderio, mio padre aveva ammazzato la sua libertà.
E io assistevo rassegnato, mi chiudevo in camera, e risolvevo l’ennesimo studio di una funzione trigonometrica. Eulero mi guardava dalla testiera del letto, ancora segnata dalla sua formula, che io piano piano cominciavo a capire. Un numero negativo, un numero immaginario, uno zero….Mia madre avanzava per sottrazioni successive di brandelli di vita, mio padre era ridotto al niente, io forse avevo ancora una possibilità…l’immaginazione.
Così cominciai a immaginare. Una vita diversa. Loro due si erano fottuti l’esistenza, io potevo ancora salvarmi. Come un naufrago che si aggrappa alla prima tavola di legno che gli galleggia vicino, io mi aggrappai al nostro dirimpettaio. Mi fece entrare al corso per infermieri, niente a che vedere con i  numeri, con la musica, con la poesia, ma almeno uno stipendio alla fine del mese. Con il quale sopravvivere e magari affittare un classico del cinema per mio padre e regalare a mia madre l’abbonamento a “tutto uncinetto”.
Ho passato così questi ultimi tre anni. Come nella sala d’attesa di un ospedale. Un silenzio interrotto da voci accennate, aspettando la cura.
E un pensiero fisso nella testa: ma se quest’equazione fosse solo una gran cacchiata? Se un numero fisso, uno immaginario e uno negativo davvero non potessero vivere insieme, e fare qualcosa di buono? Se Bach avesse scritto il suo clavicembalo ben temperato senza preoccuparsi minimamente della sua perfezione matematica ma avesse solo avuto culo? E se io, con un padre che non è un acrobata e una madre che conta catenelle non avessi altro destino che quello di un numero immaginario?

Di Cristina Masciola (cmasciola[at]aminstruments.com)


Grazie per aver letto questo numero di WARP, la pubblicazione online di AM Instruments. Ci piacerebbe conoscere il tuo parere o avere dei suggerimenti su temi di tuo interesse per le prossime pubblicazioni, puoi farlo da questo form.  

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