WARP, Aprile 2013

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)



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La parola d'accesso di questo numero è "Talento" - leggi

CLEAN MUSIC
Musica per orecchie pure: Tori Amos - leggi o ascolta

LA LENTE
Biotecnologie - leggi 

CALEIDOSCOPIO
Cosa succede nel mondo mentre stai leggendo. Attualità, cultura, curiosità - leggi

WARP ATTACK
Orto rivoluzionario - leggi

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RACCONTAMI
I diari della motocicletta - leggi

AM KIDS
Visioni del futuro - leggi

ORTENSIA MALINCUORE
Il primo giorno di lavoro - leggi

 

TOP NEWS

AM Instruments presenta

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Uno spazio dove la tecnologia diventa arte e l’arte prodotto di consumo. Un percorso originale attraverso prodotti e servizi, l'incontro tra arte e tecnologia.

Un team pronto ad accogliere, informare, rispondere a tutte le tue esigenze.

artintech sarà in esposizione dal 17 al 19 aprile al Pharmintech, vieni a Bologna a trovarci e a ritirare il nostro gadget artistico: Padiglione 22 Stand B34. Se non ti sei ancora preregistrato per l'ingresso gratuito al Pharmintech puoi farlo da questo link o cliccando sul logo qui sotto. Ti aspettiamo.

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Talento o demone? 

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“Se sei una ghianda non potrai che diventare una quercia, un giorno. Per quanto tu tenti di deviare il corso degli eventi o di forzare la tua natura, il tuo destino è di diventare una quercia. Niente altro che una quercia.  E’ il tuo daimon.”

James Hillmann, psicologo e analista americano, così tratteggia nel “Codice dell’anima” ciò che molti di noi chiamano talento. In effetti il talento così come lo intendiamo sembra contenere in sè un’accezione positiva. In effetti, andando a fondo nella lettura di Hillman, la vera addizione risiede nel seguire questa spinta profonda, qualsiasi essa sia, e che non necessariamente porterà al successo in senso stretto, ma alla realizzazione del sè, “successo” ben più importante e duraturo.

Ciascuno di noi è unico, ciascuno di noi ha il suo daimon, scoprirlo e nutrirlo con l’applicazione è il nostro compito sulla terra. E’ condizione necessaria per il raggiungimento della felicità.  La teoria della ghianda e il concetto del daimon sono il nostro legame con il mistero. Non sempre infatti il daimon si rivela in modo chiaro, spoprattutto se noi stessi ci opponiamo alla sua rivelazione con le noostre sovrastrutture educative, culturali ed emotive.

Daimon in greco significa demone e si collega al mito di Er di Platone. Prima di nascere la nostra anima ha scelto un disegno che dimentichiamo quando veniamo al mondo. Eppure il disegno è in noi, permane malgrado la nostra “amnesia”. Manda dei segnali che noi dobbiamo essere in grado di captare.

Alla chiamata del destino spesso sembriamo però resistere, siamo confusi, non sappiamo riconoscere la nostra vocazione. Paura? Disistima? Pigrizia? Forse, semplicemente un’ attesa necessaria al suo manifestarsi.  Ma bisogna prestare attenzione ai segnali dell’infanzia. A volte sono improvvisi, a volte perfino  contraddittori, ma solo in apparenza.

Tra i vari esempi Hillman ricorda che Ella Fitzgerald ad un concorso per dilettanti all’Opera House di Harlem dove si presentava per ballare improvvisamente cambiò idea decidendo che avrebbe cantato. Era … Ella Fitzgerald.

A volte il daimon si rivela così, all’ improvviso, a volte ti protegge affinchè tu raggiunga l’età in cui sarai in grado di guardare in faccia il tuo destino.

“Il modo in cui siamo stati cresciuti, i condizionamenti esterni, gli schemi mentali che ci costruiamo, le necessità del vivere ci soffocano e ci confondono, ma il nostro daimon è lì per ricordarci che dobbiamo compiere il nostro destino ed è lì a creare le condizioni stesse affinché accada. Facendoci incontrare le persone che dobbiamo incontrare, frapponendo nella nostra vita anche gli ostacoli da superare perché necessari alla nostra evoluzione.”

La sofferenza emotiva derivante dal nostro non prestare attenzione al daimon è enorme secondo Hillmann.  E il malessere può esplodere in rabbia o farci implodere. Tutto pur di non ascoltarci, perché  quando stiamo male dentro di noi la nostra anima urla. Eppure proseguire su una strada conosciuta, per quanto dolorosa è, almeno all’apparenza, più semplice e sicuro. Ed è il motivo per il quale resistiamo al cambiamento necessario alla nostra realizzazione.

Seguire il daimon, assecondarlo, nutrirlo, e magari, come Ella Fitzgerald salire su un palco per ballare e iniziare a cantare.

 Talento cercasi

Talento cercasi


CLEAN MUSIC

Tori Amos

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Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo con un clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

22 Agosto 1963, a Newton, Carolina del Nord, nasce Myra Ellen Amos, bambina prodigio e adolescente ribelle. Qualche anno più tardi un amico le appiopperà il soprannome Tori, traduzione giapponese di “pollastrella”. Questo numero di CleanMusic è dedicato a Myra Ellen Amos in arte Tori Amos, la rossa bambola americana.

Tori Amos, cresce nella tipica famiglia dell’america profonda; la mamma bacchettona di origini Cherokee, il padre pastore metodista conservatore e la nonna calvinista, predicatrice della verginità femminile. In questa opprimente realtà familiare, Tori Amos vive grossi conflitti tra libertà e religione; conflitti che affiorano spessissimo nelle sue canzoni sfociando in  testi provocatori nel rapporto con Dio o nella rappresentazione esplicita del senso di costrizione vissuto durante l’infanzia.

Comincia a suonare il pianoforte all’età di 3 anni e a 4 compone le prime melodie. Il suo insegnante di musica è Pat Springer dal quale apprende le tecniche della musica classica. Tori Amos esegue alla perfezione brani di Beethoven, ma appena le è permesso insegue i suoi miti: Led Zeppelin, Hendrix, Doors. Avversa alla lettura degli spartiti e interessata alla musica rock, all’età di 11 anni abbandona il conservatorio perdendo così la borsa di studio. Lo spirito ribelle di Tori obbliga suo padre, il reverendo Amos, ad accompagnarla, a soli 13 anni, in un bar per soli Gay di GeorgeTown dove si esibisce al pianoforte. Il reverendo Amos rimase così affascinato dal modo di suonare di sua figlia che arrivò a dichiararla come un genio della musica, il Mozart femminile dei nostri tempi.

A 21 anni Tori Amos si trasferisce a Los Angeles accrescendo la sua carriera musicale nei pub della città. Tori perfeziona sempre più il suo stile con virtuosismi vocali che ricordano moltissimo le ottave di Kate Bush. Con il pianoforte ha un rapporto quasi fisico e la postura adottata durante le esibizioni finiscono per diventare lo stile che la contraddistingue. Proprio la postura a gambe aperte e il bacino buttato all’indietro fa scalpore a tal punto che le procura le critiche delle femministe più bigotte. Tori Amos si giustificherà dichiarando che il tocco dei tasti del piano le fanno sentire la stessa energia di quando è innamorata, qualcosa di forte, più forte del sesso.

Il suo stile fuori dal comune viene notato dalla Atlantic Records che la mette sotto contratto facendole incidere, nel 1988,  il suo primo lavoro intitolato Y Kant Tori Read. Nella produzione troviamo musicisti di rilievo quali Matt Sorum (futuro batterista dei Guns N'Roses) e Vinnie Colaiuta.
Il disco non ottiene però il successo sperato e anche Tori Amos rinnegherà il lavoro definendolo: "Kate Bush e Madonna in rotta di collisione dopo aver mangiato funghi cattivi".

Dopo la deludente esperienza, Tori Amos si rimette al lavoro e in quattro anni produce un nuovo disco “Little Earthquakes”; un vero shock. Un disco emotivamente molto forte, un esplosione di confessioni e una grande padronanza della voce e della musica, fanno si che nel giro di poco tempo il disco vende oltre un milione di copie portando finalmente Tori Amos nell’olimpo delle grandi cantautrici americane.

La corsa al successo non si ferma e due anni più tardi Tori è pronta con altre stravolgenti canzoni incidendo l’album “Under the Pink”, dove troviamo la famosissima “Cornflake Girl”.

Cornflake Girl si ispira al romanzo “Il colore viola” di Alice Walker, che parla di una donna africana costretta alla mutilazione dei genitali.
Amos rimase sconvolta all’idea che una madre potesse permettere di sottoporre la figlia ad un atto così brutale. Scrisse la canzone pensando ad un concetto che trasmettesse la sensazione di un  tradimento tra donne.
Del brano Cornflake Girl vennero prodotti 2 diversi videoclip. La prima versione, prodotta per il pubblico Inglese, si basa sul racconto del “Mago di OZ”, dove Dorothy finisce, però, all’inferno.
Giudicato troppo eccentrico per il mercato americano, venne prodotta una seconda versione rappresentando Tori che guida un camion pieno di ragazze nel tipico deserto americano.

Il decennio creativo e fortunato si chiude nel 1998 con il disco From The Choirgirl Hotel. I dischi successivi troveranno solo qualche brano degno di nota, per il resto si faticherà a trovare quella forza creativa che ha suggellato i primi 4 dischi della sua carriera.

Il grande ritorno avverrà nel 2011 con un disco avvolgente; un esperimento ben riuscito per l’etichetta Deutsche Grammophon. Tori Amos rispolvera la sua formazione classica, si circonda di un quartetto d’archi e qualche fiato, prende le partiture di arie classiche (Chopin, Bach, Shubert) e scrive Night Of Hunters, un concept album che racconta la storia di una donna che si confronta con Annabelle (interpretato dalla figlia adolescente di Tori), una creatura infantile che "emerge dalla natura".

Il disco racconta di una creatura mitica, che rappresenta la dualità del cacciatore e della preda, persuade la donna a seguirla nella notte, li trasporta entrambi a circa tre mila anni nel passato per assistere a una precedente incarnazione della donna.

Tori Amos è una donna molto attiva anche nel sociale e nel 1994 fonda un’associazione contro la violenza sulle donne.

Due durissime esperienze segnano la vita di Tori Amos. Nel 1988 perde, al terzo mese di gravidanza, la sua bambina. Il trauma affiorerà il senso di colpa in due brani del disco From The Choirgirl Hotel: "Lei sa muoversi come un ghiacciaio/ ma non riesce a far vivere una bambina" ("Spark"), "Non giudicarmi così severamente, piccola, hai una mamma playboy" ("Playboy Mommy").

Nel 1985 Tori Amos è a casa dei suoi genitori, siamo vicini al Natale e insieme hanno finito di addobbare l’albero. Poco dopo Tori prende l’auto per andare a suonare in un pub di Los Angeles.
Finito il il suo concerto Tori viene avvicinata da un uomo che dice di essere un fan. Tori si fida e gli da un passaggio in macchina. Dopo qualche chilometro l'uomo le punta una pistola alla tempia e la violenterà sul retro dell'auto.
Mentre si consuma quella orrenda violenza, Tori si mette a cantare sottovoce per non pensare a ciò che sta subendo.
Tori riesce a confessare la violenza solo a sua madre fino a quando, sette anni dopo, una sera si reca al cinema da sola ed assiste alla visione della pellicola Thelma & Louise. Alla scena dello stupro Tori capisce che è arrivato il momento di parlare.
Una volta a casa scrive una canzone confessione che racconta la sua brutta storia al mondo: Me and the gun.
"Erano le cinque del mattino.../ Ero io e una pistola/ e un uomo alle mie spalle.../ E io cantavo 'Santo Santo', mentre lui si sbottonava i pantaloni"

Il video che posto su warp è la struggente “Winter”, brano che Tori Amos dedicherà a suo padre.


LA LENTE

Biotecnologie

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Questo mese abbiamo posato la nostra lente sulle Biotecnologie. A seguire una sintesi dell’ultimo rapporto che ne descrive non solo lo stato attuale ma le prospettive per il prossimo futuro.

Il settore delle biotecnologie in Italia si caratterizza per essere un comparto dinamico e promettente, nonostante l’acuirsi della difficile congiuntura economico-finanziaria con la quale le imprese si devono quotidianamente confrontare.

L’Italia è terza in Europa, dopo la Germania e il Regno Unito, per numero di imprese pure biotech. Le biotecnologie della salute si confermano il settore trainante dell’intero comparto. La maggioranza delle imprese è costituita da Piccole Imprese Innovative, dedicate soprattutto ad attività di R&S. Un numero rilevante delle nostre pure biotech è localizzata all’interno di Parchi Scientifici Tecnologici (PST), favorendo lo sviluppo di autentici poli di aggregazione tra operatori della ricerca, imprese e investitori. Analizzando nel dettaglio i prodotti in relazione alla loro fase di sviluppo, il ruolo delle imprese pure biotech è ancora più evidente: dalla loro ricerca origina quasi l’ 80% dei prodotti è in fase di sviluppo preclinico (ben 63 su un totale di 80), tanto da poterle considerare una autentica promessa per l’intero settore. Nessuno dei prodotti sviluppati dalle imprese pure biotech italiane ha ancora raggiunto la fase di immissione in commercio, anche se non dobbiamo sottovalutare il fatto che la maggior parte di esse è ancora relativamente giovane, considerati i tempi necessari a completare lo sviluppo di una nuova molecola (mediamente 10-15 anni). Sono tuttavia numerosi i farmaci che hanno recentemente raggiunto la Fase III, e diversi altri la potrebbero presto raggiungere visto il considerevole numero di progetti già in stadio avanzato di sviluppo clinico. Solo nel 2011, sono infatti 2 i nuovi farmaci entrati in Fase III, e ben 12 quelli entrati in Fase II.
Nonostante la crisi di liquidità a livello globale, e la scarsa disponibilità di cassa che caratterizza le nostre pure biotech, è comunque possibile evidenziare un trend decisamente positivo per quanto riguarda il numero di prodotti, lo stadio di sviluppo da questi raggiunto, e il numero di sperimentazioni in corso in Italia. Ciò rappresenta una conferma, anche per il 2011, della loro capacità di ottimizzare gli investimenti in termini di creazione di valore.

Da alcuni anni si parla delle biotecnologie come di Key Enabling Technologies (KET). Per la loro diffusione e il significativo aumento di produttività che esse sono in grado di generare, le biotecnologie trovano infatti applicazione in numerosi comparti: la filiera tessile e quella cartaria, l’industria agroalimentare e quella chimica, il settore energetico e dell’ambiente, quello informatico e delle costruzioni. Per questo si guarda ormai al biotech come a un meta-settore. Sono sempre più numerose le aziende che, pur operando in settori “tradizionali” integrano prodotti e tecnologie biotech nei propri processi produttivi, al fine di migliorarne la qualità e la resa, o di diminuirne l’impatto ambientale. Nessun processo produttivo risulta, infatti, meno invasivo sull’ambiente di quello dei processi naturali dai quali, non a caso, le biotecnologie originano (la produzione di antibiotici per via fermentativa ha ridotto del 50% il consumo di energia e del 65% le emissioni inquinanti).

Si sta quindi affermando un nuovo modello di sviluppo, nel quale gli idrocarburi saranno sempre più largamente sostituiti dai carboidrati - gli zuccheri - con i quali si possono fabbricare moltissime molecole, esattamente come fanno in natura gli organismi viventi. Già oggi siamo in grado di produrre biomasse utilizzando gli scarti agricoli e industriali, e di convertirle in energia o in un’ampia gamma di prodotti industriali.

Lo sviluppo delle biotecnologie, e l’impatto che queste avranno nell’affermazione del modello di sviluppo sopra delineato, è strettamente legato alla nostra capacità di sostenere la ricerca e l’innovazione. Gli incentivi all’innovazione e le politiche fiscali in favore della ricerca sono, pertanto, strumenti chiave per lo sviluppo di progetti e iniziative innovative. Tali strumenti, soprattutto quando declinati in favore della piccola-media impresa che produce innovazione sono infatti in grado di innestare un circolo virtuoso all’interno del quale il sistema politico- economico nazionale agisce non solo promuovendo l’innovazione scientifica, ma anche incoraggiando il costituirsi di nuove iniziative imprenditoriali, che costituiscono, nel medio-lungo periodo, una fonte di valore per il paese. 


CALEIDOSCOPIO

Milano e Roma

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 MILANO
La scienza in periferia!

Il Consiglio di Zona 3 di Milano, in collaborazione con l'Associazione Didattica Museale, organizza serate sulle scienze naturali. Questa iniziativa vuole portare fuori dal centro di Milano la divulgazione scientifica di alto livello, per gli abitanti e le scuole della zona.

Programma:
10 aprile 2013 ore 21.00 - Strani crani (Benedetta Scanni)
La biodiversità animale attraverso l’osservazione diretta di crani di ogni foggia e dimensione

17 aprile 2013 ore 21.00 - L’evoluzione del l’evoluzione (Stefano Papi)
Breve storia del pensiero evoluzionistico: come un’idea ha cambiato il mondo

8 maggio 2013 ore 21.00 - Caldi poli, gelidi deserti (Andrea Formenti)
Cambiamenti climatici tra allarmismo e scetticismo

15 maggio 2013 ore 21.00 - Gemme e pietre preziose (Isabella Cantù Rajnoldi)
Tesori minerali dallo scrigno della Terra

Ore 21.00 presso Auditorium di Zona 3 - Via Valvassori Peroni, 56 – Milano

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ROMA
TAV Bologna-Milano. Fotografia, ricerca e territorio al Maxxi

Roma dal 15/03/2013 al 21/04/2013
I lavori per l’alta velocità sulla tratta Bologna-Milano documentati e raccontati da dieci fotografi di fama internazionale: è TAV Bologna-Milano. Fotografia, ricerca e territorio, la mostra nata dall’indagine condotta dal 2003 al 2009 dall’associazione Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea sui lavori per l’Alta Velocità che esplora le innumerevoli conseguenze micro-territoriali e l’impatto sociale dell’opera infrastrutturale attraverso la visione multipla e diacronica di fotografi di nazionalità e generazioni diverse.

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I fotografi hanno condotto le loro ricerche presso i siti e le aree adiacenti alle strutture principali della rete ferroviaria. In particolare, dal 2003 al 2006, sono stati presi in considerazione i cantieri fra Parma e Bologna e alcuni dei principali manufatti realizzati sul tracciato, come il “ponte strallato” sul fiume Po, il tunnel di Fontanellato, il viadotto “Modena” e le gallerie naturali del percorso urbano di Bologna. Durante l’ultima fase dell’indagine, dal 2008 al 2009, l’attenzione è stata rivolta alle opere di mitigazione ambientale e alla tecnologia per il controllo della marcia del treno.

Le ricerche sono state accompagnate da due giornate di studio a carattere interdisciplinare e cinque laboratori di fotografia a cui hanno partecipato numerosi giovani autori italiani. 


WARP ATTACK

Orto rivoluzionario

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SEMINARE BIO: UN PIANO SOVVERSIVO?


Come creare una rivoluzione nel proprio cortile, terrazzo, giardino o balcone

Mi sono imbattuta casualmente (ma non troppo) in uno strano personaggio. Si tratta di Roger Doiron, fondatore di "Kitchen Gardeners International" una rete non profit composta da 20.000 persone in 100 Paesi che si occupa di riportare la sovranità del cibo a livello locale. La semplicità del messaggio è talmente evidente da essere “sovversiva”, e in sintesi è: coltivatevi il cibo che mangiate, le conseguenze saranno rivoluzionarie”. Mio padre coltiva un piccolo orto, e a dire la verità somiglia a un vecchio garibaldino, ma mai avrei pensato che mentre raccoglieva i suoi pomodori stesse minando il potere costituito. Doiron invece sostiene esattamente questo.

“Il mio nome è Roger Doiron e coltivo un orto (e un piano) sovversivo. E' così sovversivo, infatti, che ha il potenziale per modificare radicalmente l'equilibrio del potere. Riconosco che le mie parole possono suonarvi come se dette dal Dottor Male*, lo  capisco, ma vi giuro che io e lui non abbiamo nulla in comune. I suoi piani parlano di distruzione e segretezza, mentre i miei piani (orti) parlano di creazione e apertura. Infatti il mio orto può funzionare solo se lo condivido con più gente possibile. E infatti ora lo condivido con voi ma mi aspetto che anche voi lo condividiate con altri. [...]

L'orticoltura è un'attività sovversiva. Pensate al cibo come a una forma di energia ma allo stesso tempo una forma di potere. Quando incoraggiamo le persone a coltivare ciò che mangiano, le stiamo incoraggiando a riprendere il potere nelle proprie mani. Potere sulla propria dieta, salute e portafogli. E' sovversivo perchè incoraggia a sottrarre quindi il potere a qualcuno che lo detiene.”


NO COMMENT

L'immagine del mese

 Life in the fast lane - gomma su asfalto. Immagine di Federico Di Francesco (fdifrancesco[at]aminstruments.com)

Life in the fast lane - gomma su asfalto. Immagine di Federico Di Francesco (fdifrancesco[at]aminstruments.com)


RACCONTAMI

I diari della motocicletta

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Questa è la storia di una passione, la passione di un uomo, un uomo che è stato bambino, ragazzo, e poi padre. Il padre di una di noi, una di AM.
E’ stata lei stessa, Veronica, a chiedere a suo padre di raccontargliela, lei che pure l’ha vissuta, l’ha vista crescere, ha tremato a bordo pista, ha esultato per la vittoria e pianto dopo una caduta. Raccontare una passione, è come raccontare la vita, perché a volte le due cose coincidono. E quando poi essa permane viva nel tempo, anche quando hai i capelli bianchi, allora vuol dire che il miracolo è avvenuto. Non c’è più età anagrafica, c’è solo la vita.

Ecco Veronica che ci racconta suo padre.... 

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“La sua passione per i motori e la meccanica inizia da piccolino, verso i 6/7 anni (anni 1957/1958 circa). Gli piacevano molto, voleva capire come funzionavano. Pensa che in prima media ne ha costruito uno utilizzando un tappo di spumante che faceva da pistone.

Il primo motorino lo ha guidato a 7/8 anni (anni 1958/1959 circa), era di suo padre che lo usava per andare a lavorare. Non arrivava a terra con i piedi per cui usava tutta una sua tecnica per salirci. Non vedeva l'ora che arrivasse a casa suo papà per poterlo montare. Non sapendo mettere mano, creava un po' di caos al padre: una volta lo ha smontato completamente per vedere come era fatto, peccato che non lo ha rimontato completamente lasciando indietro dei pezzi necessari per farlo accendere. Mio nonno poi ha dovuto portare il motorino dal meccanico spendendo dei soldi. Ha anche provato a mettere l'olio nei posti sbagliati impastando il motore.

A 14 anni (anno 1965 circa), il giorno del suo compleanno, ha chiesto al papà di comprargli il motorino, e il nonno lo ha fatto subito. Il motorino era un FBM della Minarelli, 4 marce, faceva 90 km/h originale. Appena ricevuto il motorino si è fatto subito un giro, ed era talmente felice che si è dimenticato di mangiare.  Quel motorino ne ha passate davvero tante ed è durato tanti anni. Praticamente lo ha consumato.

Verso i 20/21 (anni 1971/1972 circa) è passato alla lambretta 150. L'aveva verniciata con i colori delle sigarette "John Player Special" che aveva dato i colori alla F1 per le macchine. Questa durò meno perché il suo vero obiettivo erano le moto.

Finalmente a 25 anni (anno 1976 circa) ha comprato la prima moto, di seconda mano perché non aveva i soldi per comprarla nuova, dando in cambio una vecchia macchina e attrezzature da lavoro. Era una moto decisamente pericolosa perché frenava poco e andava forte. Proprio per questo è stata chiamata "la bara". Era una Kawasaki 500, 2 tempi, 3 cilindri, andava a miscela.

Questa moto, ovviamente, durò poco, infatti nel 1976/1977 passò ad una Kawasaki 650, 4 tempi, ai tempi gran bella moto, faceva già i 200 km/h.

La sua passione iniziale era, come già detto, per i motori, per cui il primo vero interesse fu per la F1. Infatti ha frequentato la scuola per piloti di Henry Morrogh, ma costava troppo e ha dovuto lasciare il posto ai più ricchi che potevano permetterselo. Solo dopo questa esperienza e il brivido provato con motorino e moto, il suo interesse si è spostato su queste ultime.

Poi arrivò mia madre, ovviamente molto sportiva, che iniziò a girare l'Italia con lui in moto.

Nell'84 sono arrivata io e mio padre decise di accantonare la moto per passare il tempo con tutta la famiglia. Dall'84 al 95 circa, decise di prendere in carico le moto di alcuni clienti (ha un distributore di benzina) per aiutarli a venderle, quindi faceva avanti e indietro dal lavoro con la moto.

Poi sono cresciuta e ho iniziato ad avere le mie amicizie ed esigenze, quindi preferivo uscire con gli amici. I miei, appena hanno capito e visto che iniziavano ad essere loro due al sabato e la domenica, hanno deciso di ricomprare la moto. Nel 99 hanno preso una Kawasaki Ninja 900 ricominciando con il loro giri.

Poco dopo, nel 2001, decise di cambiare moto comprando la Suzuki GSX-R (prima moto ad ignezione elettronica). Caso vuole che acquistandola, la concessionaria dava in omaggio un ingresso in pista per due giorni con un corso pratico e teorico.

Quella fu la sua prima volta in pista. Gli è piaciuto subito come puoi immaginare: seguire le lezioni che erano tenute da professionisti e piloti, poi la pratica con il maestro davanti che ti mostra la giusta traiettoria. Insomma ha capito che voleva continuare cercando di migliorarsi continuamente. Ha iniziato a guardare la moto anche dal punto di vista meccanico per migliorare la performance: la marmitta, le manopole, i pedalini, ecc... la cosa che ha sempre reso mio papà orgoglioso di se stesso e orgogliose mia mamma e me è che non ha mai apportato modifiche al motore della moto, l'ha sempre utilizzata con pezzi originali. Ovviamente era svantaggiato rispetto agli altri che preparavano la moto, magari con meccanici specializzati nelle corse, mentre lui ha sempre fatto tutto da solo.

L'anno scorso, a 61 anni, ha coronato il suo sogno, partecipando al Trofeo Amatori. Andava più forte di tanti altri più giovani con la moto preparata.

Ha avuto paura all'iscrizione, pensava di non essere all'altezza, un po' di ansia per una cosa nuova e impegnativa, con persone più giovani, con più esperienza nel mondo delle corse, ecc... Ma tutto è passato subito: quando metteva il casco cambiava tutto. Diventava sicuro di sè, sapeva cosa voleva e voleva vincere.

Nel giro di poco tempo si è abituato all'ambiente, ha conosciuto nuove persone che lo stimano, lo rispettano e gli chiedono sempre consigli. Insomma si è creata una situazione piacevole per lui e per tutti noi perché  è davvero bello poterlo seguire in giro per l'Italia, dormire in pista nella tenda, conoscere nuove persone, in particolare un gruppo di Roma.   Mio papà  ha avuto modo di conoscere meccanici specializzati, piloti come Pirovano (campione del mondo).

Ha avuto la sua bella soddisfazione di vincere qualche coppa e il premio finale a fine trofeo. E' stato bello vederlo così contento.

Da come scrivo si capisce bene che la cosa non ha mai interferito  con la famiglia o con il lavoro. Lo abbiamo sempre supportato e ci dispiace che quest'anno non parteciperà. Ma sono sicura che lo farà ancora l'anno prossimo e tutti gli amici lo aspettano.

Per descrivere le emozioni di una gara non ci sono parole: è da vivere per capire l'emozione che si prova. Ti fa sentire forte, importante, ti toglie ogni pensiero.  Papà era orgoglioso di se stesso, delle sue possibilità. La prima gara  era agitato un po' come tutti noi che lo guardavamo. Però quando ha messo il casco ed è partito, tutto è cambiato. Si sentiva pieno di energia, carico. (un vero ragazzino.. :-))

La prima gara, per me, è stata la peggiore. Più che altro ero più agitata io di lui. Sai, non sai mai se arrivi in fondo alla prima curva in piedi. Quelli non erano professionisti, per cui può sempre capitare qualcosa di brutto a chiunque. Alla terza gara, infatti, uno è caduto e si è rotto il femore... poco bello. Poi mi sono abituata e già alla seconda ero più tranquilla, ma sempre con l'ansia della prima curva alla partenza.

L'ultima gara era al Mugello. C'era il sole nei giorni delle prove, ma il giorno della gara, ha piovuto. Tutti hanno paura dell'acqua, ma mio papà no. E' abituato ad andare in giro con l'acqua in moto per cui era contento perché tutti sarebbero andati più piano. Invece lui è partito a bomba. Dimenticavo di dire che quella pista è più difficile se gareggi con una Suzuki 750, contro tutte 1000 magari belle pompate.

Lui era indietro nello schieramento, ma alla fine del primo giro era già decimo. Peccato però che è caduto a causa del casco che si appannava e non gli faceva vedere bene...ahahah pazzo!! Non voleva rallentare. Non si è fatto assolutamente nulla, anzi ha solo rovinato il casco....che era mio !!!i Si è gonfiata un pochino la mano per la botta, ma nulla di serio. Quando è tornato ai box era felicissimo. Era tutto infangato e si è buttato in doccia con la tuta di pelle per tirare via il fango... ahahah un vero ragazzino!!
Era contento perché stava andando benissimo e non si è pentito di nulla..anzi non vede l'ora di rifare questa bella esperienza.

A me le moto piacciono molto.  Un collega mi chiamava la figlia del Ninja quando quando mio padre aveva la Kawasaki. Non ho la patente perché sono un po' pigra, lo ammetto, però mi piace molto.

Spero di averti trasmesso le mie emozioni...e quelle di mio padre”

Veronica la Rocca


AM KIDS

Visioni del futuro

 Immagine di Davide, 14 anni.

Immagine di Davide, 14 anni.

Chiunque di noi abbia figli adolescenti si interroga costantemente su quale sarà il loro futuro. Ma più raramente ci chiediamo come essi stessi se lo prefigurino.

Qualche tempo fa, un articolo del Sole 24 a firma del sociologo Aldo Bonomi, trattava esattamente di questo, sebbene allungasse il range di riferimento - e non a caso se pensiamo che oggi i giovani rimangono “figli” ben oltre la maggiore età. A colpire maggiormente è l’assenza di “speranza”, quella speranza a cui ci ha richiamato con forza il nuovo papa, Francesco, e che religiosi e non, ha toccato tutti. Se per le vecchie generazioni l’ignoto era una sfida, per le nuove sembra un tunnel oscuro e terrificante. Il futuro non è tempo da conquistare, sogno da realizzare, presente da trasformare, ma piuttosto terreno instabile e precario, dove la ricerca del riferimento certo - posto fisso o famiglia - sembra essere l’unico riferimento.

A illustrare questo tema non a caso un giovane, un ragazzo di 14 anni, a cui ho chiesto espressamente una visione del futuro. Con piena consapevolezza Davide ha disegnato un’emozione, forse una paura, comunque una visione.

In Italia la riflessione sulla questione  giovanile è scandita dalle tristi statistiche su disoccupazione o precarietà o su quei 2 milioni e 200 mila sospesi nel limbo del non studio e del non lavoro. I giovani sono pochi, quasi una specie protetta, e soprattutto contano poco. Vale la pena andare oltre gli usuali indicatori per scomporre e ricomporre i dato del dramma giovanile. A partire da 3 ricerche, 3 diversi punti di osservazione. Il primo è rappresentato da oltre 3300 giovani clienti di una grande banca nazionale, tra i 18 e i 34 anni, intervistati sulla crisi. Si parla sempre dei giovani come economicamente deprivati. Ci siamo chiesti invece come vivano questa fase storica i figli di quel cedio medio risparmiatore oggi stretto tra debito e costo della vita. Sono per lo più giovani adulti occupati, il 66% ha un lavoro e guadagna un reddito, e patrimonializzati visto che il 44% risparmia oltre il 20% del reddito: non poco di questi tempi. Insomma chi è riuscito a fare il salto nella società adulta. Bene, né il gruzzolo né il lavoro ormai bastano più ad acciuffare il futuro. Il 54 % di loro giudica il proprio reddito insufficiente e il 41% ha visto peggiorare le condizioni della famiglia negli ultimi quattro anni. Su tutto temono il futuro, per loro un’ombra da cui fuggire più che la meta verso cui procedere: il 37% risparmia per far fronte ad imprevisti non per costruire un percorso di crescita. Il 55% vede il futuro pieno di rischi e incognite e il 75,2% giudica peggiore la situazione futura dei giovani rispetto ai genitori. I due rischi più paventati nel diventare adulti sono disoccupazione (34%) e povertà (33%). Sono intrappolati in un presente che vedono come il tritacarne di un passaggio epocale che la società adulta stenta a dominare e pensare. E reagiscono mettendo al primo posto nella scala dei valori famiglia e posto fisso. Hanno sviluppato una coscienza triste dell’insicurezza. Inseguono la stabilità eppure, per migliorare la propria condizione, il 76,1% si trasferirebbe in un’altra provincia, il 65,7% in un’altra regione, il 54,2% espatrierebbe. Mettendosi sotto sforzo: il 91,1% è disponibile a straordinari, l’80,8% a rinunciare ai  ai consumi, il 61,8% a fare un secondo lavoro, un quarto a lavorare in nero. Il 75,5% è convinto che l’unico modo per fare carriera è trasferirsi all’estero. Un adattamento passivo più che un problema di aspettative troppo alte. Il 46% vive ancora con i genitori: di questi il 55 % per motivi economici. Familisti mediterranei? In parte si; ma anche persone che valutano razionalmente l’autonomia come rischio di povertà. Anche nell’anglosassone e individualista America sta aumentando il doubling-up delle famiglie, ovvero la presenza di adulti e giovani non studenti oltre al capofamiglia. Anche il secondo punto di osservazione, l’indagine della fondazione Toniolo su 4.500 giovani italiani mette al centro il tema dell’adattamento alla crisi. Con sullo sfondo l’enorme tema della contraddizione tra una popolazione giovanile con investimenti formativi fuori squadra rispetto alla capacità di assorbimento del sistema produttivo. E il conseguente adattamento al ribasso: uno su due si adegua ad un salario più basso di quello che considererebbe adeguato e il 47% a svolgere un’attività che non è coerente con gli studi. Solo il 33% dei laureati svolge un lavoro coerente con quanto studiato. E il 77% dei maschi tra 18 e 29 anni dopo un periodo di autonomia sono tornati a vivere in famiglia.  Sono solo “schizzinosi” o abbiamo un problema grande come una casa non solo sul lato delle famiglie e della scuola ma anche sul lato dell’adattamento del sistema produttivo all’economia della conoscenza? Questione grande che ha a che fare con il sentiero di uscita dalla crisi del nostro capitalismo. Tema che ritroviamo anche tra quei giovani che hanno tentato la strada dell’ingresso alto nel mondo del lavoro, tra le professioni sia tradizionali che del terziario digitale e creativo. Con un doppio lavoro di ricerca sulle due grandi concentrazioni metropolitane del lavoro della conoscenza, Milano e Roma, emerge in tutta evidenza la forza di una frattura generazionale che sta travolgendo le tradizionali distinzioni tra chi ha un ordine e chi non ha altro che la sua partita Iva con l’incognita del ruolo che potrà avere la nova legge sul riconoscimento delle professioni non-regolamentate. C’è in fondo più somiglianza, nelle difficoltà, tra un giovane designer e un giovane avvocato di quanto ne passi tra un praticante e il dominus di un grande studio. È il mercato bellezza, qualcuno potrebbe sostenere. Salvo che la crisi sta divaricando la forbice a tal punto che oggi a Roma il 76,9% dei giovani (fino a 30 anni) avvocati, architetti, ingegneri e il 46,7% dei loro colleghi trentenni (30-39 anni) guadagnano meno di mille euro al mese. A Milano il 60% dei giovani professionisti si identifica con l’etichetta sociale di precario; a Roma il 72 per cento. Nella capitale il 54% dei giovani professionisti giudica negativa la propria condizione economica e il 26,4% vorrebbe passare da autonomo a dipendente.

In entrata nel mondo del lavoro il 51% dei giovani professionisti romani è favorevole alle modifiche dell’art. 18 e ben l’85% al contrasto delle “finte partite Iva” nella riforma Fornero. Insomma, voglia di rottura degli equilibri e richiesta di tutele convivono. Il problema dell’oggi, dei giovani davanti alla crisi, non si limita dunque alle condizioni di accesso al mercato ma al fare società, a come sviluppare cooperazione trasversale per sostenersi mutuamente. In assenza della quale non resta che adattarsi o fare esodo. Non lasciare i cittadini del futuro dentro questa tenaglia dovrebbe essere l’obiettivo da darsi. A loro i miei auguri. Ne hanno bisogno.

Aldo Bonomi Sole24 Ore


ORTENSIA MALINCUORE

Il primo giorno di lavoro in AM Instruments

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Primo giorno della mia nuova vita. Ho preso in affitto una casa poco distante. E’ primavera. Mi avevano dipinto una Brianza grigia, invece ho trovato tutto a colori. O forse è solo il mio umore.

Quando entro, ad accogliermi c’è la centralinista. Mi sorride, “Ortensia!”. Ma come, mi riconosce? Come fa a ricordarsi di me? “Un nome così chi se lo dimentica!”, anticipa la mia domanda.

Mi indica la strada per l’amministrazione, qualche documento burocratico da firmare e poi mi presenteranno agli altri. L’ufficio amministrativo non è un ufficio, è una persona, è una donna. Una donna che è anche un ufficio, che è anche una memoria, che è tanti numeri, e pure un sacco di disegni bellissimi attaccati ovunque sulle pareti. Appena entro li guardo e lei sorride fiera: “Mia figlia....”. Mi porge un contratto, lo firmo senza neanche leggerlo. Tanto non ci capirei nulla. E poi ho lavorato gratis per anni in un postaccio, qui ci lavorerei anche gratis.

“Adesso percorri il corridoio, alla fine c’è una sala riunioni. Ti aspettano là.”

Cammino incerta. Non so come mi sia venuto in mente di mettere tre centimetri di tacco. Io prendo le storte anche con le ballerine! Questa volta nessuna sorpresa in corridoio, nessuno che mi spruzza nebbia o mi offre un cono gelato. Forse era un giorno matto, uno di quei giorni in cui capitano solo cose strane. Io ne ho parecchi di giorni così. Ma questo sembra un giorno normale, normalmente speciale. Busso. Entro.

Oddio, sono tanti, tutti seduti intorno a un tavolo ovale, due computer accesi con due altre facce che sorridono dal monitor.

“Entra Ortensia, eccoci....”

Il boss femmina mi accoglie spostando la sedia libera accanto a lei, “vieni che ti presento agli altri!” Sorrido mentre sento formicolio in ogni parte del corpo, non mi piace stare al centro dell’attenzione, preferisco i lati, gli angoli, le tane. Il centro non fa per me.

Vengo investita da nomi e cariche, linee di prodotti e sorrisi. E non capisco nulla. Non ricorderò niente alla fine di questo incontro. E poi la mia attenzione è attirata dai due monitor. C’è una tipa che mangia ininterrottamente dall’inizio dell’incontro, e uno che fa facce da commedia anni 50. Mi hanno detto anche i loro nomi e cosa fanno ma non ricordo, forse i saltimbanchi!

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“Adesso ti porto in laboratorio, è li che lavorerai!”

Finalmente qualcosa di familiare.

Una scritta: “AM TECH”. E un mondo tutto da scoprire. Il capo oggi non c’è, quindi a farmi da cicerone c’è un tipo che sembrerebbe voler fare qualsiasi cosa pur di non fare la guida a una novellina. Sembra burbero e quasi infastidito dalla mia presenza. Quando entro non si volta neanche. Continua il suo lavoro, concentrato, in postazione. E che postazione. Avanzo di un passo e mi si svela un mondo. Qui anche il più serio sembra essere uscito da Fantasilandia. Sulla parete davanti a lui ci sono delle opere d’arte rivedute e corrette.

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“Di cosa ti occupi?”
“Nanotecnologie”
Mi aspetto stupore e meraviglia, ma a rimanere stupita sono io, davanti a lui che comincia a cantare...
“I sogni son desideriiiii, di felicità, nel sogno non hai pensieriiii, li esprimi con semplicità...”
E subito dopo mi apostrofa, “Allora Biancaneve, vieni con me che ti presento i sette nani!”
Lo seguo intimorita fino a un laboratorio enorme, bellissimo, altro che miniera di smeraldi. E i ragazzi non sono neanche bassi!!! C’è musica rock che risuona fino al corridoio, computer, attrezzi, strumenti, nebbia e luci stroboscopiche, qui è meglio di un parco giochi!!!!

La mia guida fa un fischio di quelli possenti e i ragazzi si girano all’istante.

“Questa è la tua casetta nel bosco! Ti lascio in buone mani, e mi raccomando...non accettare mele dagli sconosciuti!”

Così dicendo se ne va.

Rimango sola, sola in mezzo a tutti questi sconosciuti, che mi guardano incuriositi, forse scettici, o forse nessuno gli ha detto che avrei lavorato con loro!

“Ortensia! Là c’è la lavagna, scrivi la tua playlist, a te tocca il giovedi, scegli la musica che vuoi, basta che non sia Eros, Britney Spears, Boney M, Justin Bieber, Madonna, I Cugini di Campagna, per il resto accettiamo tutto. Qui c’è il frigo, dentro ogni tipo di caloria consumabile, compresi cioccolatini al rhum che puoi prendere solo a fine giornata. Là i camici, c’è rimasto quello con la scritta “Dio c’è ma non sei tu, quindi rilassati”. Ma se preferisci puoi fartene uno tu, basta che non ci sia scritto “Io sono mia” o “Forza Roma”. Noi siamo una squadra fortissimi, e siamo lieti di averti tra noi, ci serviva un cervello nuovo e non contaminato!”

Mi gira la testa, non so se devo indossare Eros o ascoltare Dio, non so cosa devo mangiare ma in compenso questa è davvero una squadra fortissimi!!!!


La storia di Ortensia Malincuore continua sul prossimo numero di WARP. Se non sei già nella nostra lista:

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