WARP #57 - Febbraio 2018

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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TOP NEWS

BetaBag® Getinge - La Calhène - leggi

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La parola d'accesso di questo numero è "Amore" - leggi

UNA PAGINA A CASO

Emma Belletti - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Patti Smith - leggi

WARP ATTACK

One Day - leggi

MI PIACE! (+1)

Sir William Golding - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Che cos'è l'amore - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia innamorata - leggi



TOP NEWS

BetaBag® Getinge - La Calhène

La tecnologia di trasferimento DPTE® Getinge-La Calène rappresenta il fattore cruciale di successo per sicurezza, semplicità operativa e conformità alle normative di riferimento relative agli ambienti life science.
 
La  parte Beta dei sistemi di trasferimento offre sacche e contenitori rigidi, secondo le esigenze produttive e modalità di sterilizzazione. Sono disponibili in varie dimensioni e volumi, con diametro da 105 a 270 mm e capacità da 10 a 150L.
 
APPLICAZIONI
 
•   introduzione di item sterili (flaconi in plastica, tappi, siringhe, ecc.)
•   introduzione di attrezzature sterili in una linea di riempimento
•   introduzione di prodotti semi lavorati imballati in packaging primario, (la DPTE BetaBag® può essere usata come packaging secondario)
•   introduzione di item per il monitoraggio microbiologico
•   rimozione di rifiuti e scarti
•   rimozione di campioni di prodotti per test microbiologici
•   rimozione e stoccaggio di prodotti semilavorati (liquidi, polveri)
•   rimozione o introduzione + trasporto + stoccaggio di prodotti (liquidi, polveri)
 
•   DPTE BETABAG
•   DPTE CONTAINER
•   DPTE TUBING
 
DPTE®-BetaBag si distinguono per varietà di modelli e materiali, fornendo le soluzioni ideali per spostare il materiale dentro e fuori un isolatore, senza rompere il contenimento e senza necessità di biodecontaminazione intermedia.

DPTE BetaBag® è fondamentalmente un’integrazione della flangia DPTE® Beta, con una sacca per il trasferimento isolato di prodotti sterili o materiali di scarto. Dimensioni, forme e materiali variano secondo parametri legati ai componenti e al tipo di produzione.
In caso di sterilizzazione Gamma, la sacca ha un attacco in PE, PSU o PEHD, e il corpo in PU, PE/ EVOH.
Nel caso di sterilizzazione in autoclave l’attacco è in PC, mentre il corpo in Tyvek®.
 
La sacca con i componenti può essere sterilizzata e preparata per il collegamento alla linea di riempimento. Il sistema offre un trasferimento sicuro, multiuso e bidirezionale, dall’interno all’esterno dell’isolatore per la rimozione degli scarti o dall’esterno all’interno dell’isolatore per l’introduzione di componenti sterili.
 
LA DPTE-BETABAG® È COMPOSTA DA:
•   flangia Beta
•   porta Beta
•   guarnizione J3L E
•   maniglie
•   sacca
 
Le BetaBag presentano uno scivolo interno per la protezione della guarnizione durante lo scarico e per un facile trasferimento di componenti, maniglie per il collegamento alla parte Alpha e indicatore di sterilizzazione. Sono monosuso, sterilizzabili a raggi Gamma o in autolclave.
 

Modelli disponibili
 
DPTE-BetaBag® in TYVEK® / HDPE
•     sacca singola
•     sterilizzazione a vapore
•     ingresso di componenti sterili come ghiere, tappi e altri piccoli componenti rigidi compatibili con sterilizzazione a vapore
 
DPTE-BetaBag® TYVEK® / HDPE Double
•     sacca doppia
•     sterilizzazione a vapore
•     ingresso di componenti sterili come ghiere, tappi e altri piccoli componenti rigidi compatibili con sterilizzazione a vapore
 
DPTE-BetaBag® PE/EVOH/PE
•     sterilizzazione a raggi gamma
•   ingresso di componenti sterili come ghiere, tappi, e altri piccoli componenti rigidi
 
DPTE-BetaBag® in PU
•     sterilizzazione a raggi gamma
•     smaltimento rifiuti
•     ingresso di prodotti vari
 
DPTE® Beta Container
 
Getinge - La Calhène offre un’ampia gamma di contenitori a flangia DPTE® Beta realizzati in acciaio inox 316 o in polietilene che possono essere utilizzati per diverse applicazioni, quali il trasferimento di prodotti strilizzabili in autoclave o prodotti tossici.
 
I contenitori DPTE® sono usati per introdurre attrezzature e oggetti all’interno di un isolatore o area sterile. I contenitori consentono anche la rimozione di oggetti da un’area sterile senza rompere la sterilità.
 
CONETNITORI DPTE® IN ACCIAIO INOX 316L
La flangia e la porta Beta, così come il corpo del contenitore, sono in acciaio inox 316L. Le superfici sono lucidate per facilitare la pulizia (N7 = Ra 1,6 Dm secondo la norma ISO 1302).
La guarnizione J3L, in silicone, è montata sulla flangia Beta. Assicura la tenuta tra porta Beta e flangia Beta e tra porte Alpha e Beta quando il contenitore viene aperto.
Il filtro idrofobico è montato sul connettore a morsetto da 1“ 1/2 e consente la penetrazione del vapore all’interno del contenitore durante la fase di sterilizzazione in autoclave.

CONTENITORI DPTE® IN POLIETILENE
Il contenitore rimovibile in polietilene DPTE®, parte BETA di un sistema DPTE®, è usato per trasferire materiali sterili o tossici da un isolatore ad un altro, e/o rimuovere rifiuti o prodotti finiti dall’interno di un isolatore. Il sistema è robusto, leggero e semplice da utilizzare.
La flangia e la porta DPTE® Beta sono in HDPE (polietilene ad alta densità) mentre il corpo del contenitore in MDPE è in polietilene a media densità.

TUBING SYSTEM DPTE®
Il sistema di DPTE® Tubing è stato progettato per consentire una dinamica di trasferimento sterile di rifiuti o prodotti dall’interno dell’Isolatore all’esterno, in modo semi-continuo senza rottura della sterilità.
Tubing System utilizza il sistema DPTE® e il metodo di funzionamento è il medesimo di un contenitore standard. Il tubo e il gruppo DPTE® vengono sterilizzati per irraggiamento. Può essere collegato e scollegato in tempi diversi senza perdita di sterilità e integrità del contenuto. I vantaggi di questo sistema di trasferimento sono la facilità di smontaggio e l’intercambiabilità.

ACCESSORI
Al fine di ottimizzare l'utilizzo del nostro sistema di trasferimento DPTE® sono disponibili accessori per semplificarne l'uso preservando e migliorando la sicurezza operativa:
- Trasporto e carrelli di aggancio per contenitori DPTE®
- Cestelli in acciaio inossidabile per facilitare il trasferimento dei materiali
- Coperchio di protezione per contenitori in polietilene
- Coperchio di protezione e di tenuta della pressione per contenitori in acciaio


PASSWORD

"Amore"

L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L'amore non verrà mai meno.
Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi


Febbraio è il mese di cioccolato e nocciola, cuori rossi e innamorati cronici.
Volevo scrivere dell’amore. La parola più abusata in tutte le lingue del mondo.
Il rischio di cadere nella banalità è talmente grande che sarebbe meglio tacere. E non provare neanche a definirlo. 
Se ci pensate, quando parliamo d’amore non possiamo fare a meno di similitudini e metafore. Ti amo come... Non si riesce proprio ad acchiappare questa parola. A coglierne un senso esatto, preciso, scientifico. Ci hanno provato i poeti, per secoli. Hanno scandagliato ogni figura retorica per estrarne il senso profondo.

Forse anche questa, come tutte le parole, ha una sua storia in ciascuno di noi. Le parole acquistano significati diversi nel corso della nostra vita, portano con sé la loro memoria di noi, non siamo noi a ricordarle, sono loro spesso a viverci, evolvendosi dal momento in cui le abbiamo pronunciate la prima volta, al momento in cui si sono trasformate, fino alla loro morte. La maggior parte delle parole sembrano morire prima di noi, quando smettiamo di pronunciarle.
Eppure sono certa che della parola amore non sia mai riuscito a liberarsi nessuno. Perché è una parola più forte di noi.

Volevo scrivere dell’amore, ma ho deciso che sarà l’amore a scrivere di noi.
Di quando avevamo pochi mesi di vita, e l’amore non era altro che il seno di una madre, di quando ne avevamo 3 e l’amore era stare nel letto tra mamma e papà, di quando ne avevamo 8 e l’amore era un cuore scritto con il gesso bianco sulla lavagna, e a 12 quando diventò una cosa pelosa che correva su un prato, e a 16 che era un cuore che batteva forte per quel tipo della classe accanto, e a 21, quando diventò un non ne voglio più sapere il giorno che lo stesso ci aveva lasciato, e di quando ne avevamo 27 che l’amore pareva un rebus, e a 32 che diventò un’ecografia, e poi 36 che amore diventò un forse, e a 45 che si trasformò in un dare, e a 60 che divenne tenerezza e poi a 70 che diventò memoria e a 90 che la memoria di perse.

Io, in verità, non so dire l’amore se non attraverso un verbo. Perché forse dovremmo smettere di parlare d’amore e farlo soltanto.


UNA PAGINA A CASO

Emma Belletti

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Vi ricordate di Emma? All’inizio di questa avventura editoriale vi sarà capitato di leggere i suoi racconti. Allora venivano proposti nella rubrica AM Kids. Ma questa volta, sebbene Emma abbia solo 18 anni, è qui che trova posto. Perché questa rubrica nasce da quel rapporto unico e irripetibile che si crea tra una pagina e chi la legge, tra le parole stampate e ciò che esse suscitano. 
Questo racconto trascina Emma da una rubrica di ragazzi, ad una rubrica di letteratura. 
Un racconto originale che ci proietta in una guerra possibile, una guerra che avremmo potuto evitare: un monito e al tempo stesso un affondo verso la società contemporanea, pur nell’intimismo con cui vengono disegnati i personaggi. La narrazione si compie come nella sceneggiatura di un film, in un piano sequenza tra le macerie di una città distrutta, nell’attimo in cui la scelta è tra la salvezza di uno a scapito della vita degli altri. 

P.S. Da qualche tempo Emma studia all’estero. Il suo racconto è scritto in inglese. 
Sperimentare la scrittura in una lingua diversa è un viaggio difficile e affascinante.
La nostra lingua costruisce il nostro sistema di pensiero, disegna il nostro stesso approccio alla realtà. La generazione di Emma ha la possibilità di spostare i confini e superarli, fare propri linguaggi e culture distanti: questo racconto lo dimostra.

Buona lettura

 

Too good for war
December 27th, 2019
 
I am not sure where we were. I think it was Budapest, but the city was hardly recognisable, having been turned into a ghastly pile of rubble. It was freezing cold, that I remember. Christmas had just passed, and temperatures never exceeded zero degrees Celsius. We were lucky enough to have winter coats, but we had no scarves or hats, and only two pairs of gloves that we wore in turns.
Harry had found a house to spend the night in; it had no water or electricity, of course, but it was still mostly intact, and it had a fireplace. Once Harry had decided the place was suitable, we laid Carol down on an old mattress, and we left her in the hands of Honey. Carol’s fever had gotten worse; she could not walk on her own legs anymore, and by the time we had gotten to the city she was barely conscious. A regular cold wasn’t something she was supposed to die of, even without antibiotics, but the freezing weather and the endless marches had completely knocked out her immune system. We all knew it was a problem that needed to be dealt with. Someone seriously ill was someone who slowed down the group, and slowing down was a risk that we could not afford.
The train to France was our best chance of survival, and at the moment our only hope to escape the horrors of the fast approaching battles. But we had to reach the meeting point in time. The announcer at the radio had said that the train was scheduled to leave at the stroke of midnight on January 1st, as the bells of St Stephen’s Cathedral marked the beginning of 2020. He had made it very clear that those who were not on the train by the twelfth stroke would be left behind. We only had four days to reach Vienna, which, according to Harry, were just about enough. None of us dared to imagine what would be of us if we missed that train; the only thought of being stuck in a country that would soon become a battlefield was enough to send shivers down our spines. Leaving Carol behind was the only thing we could do if we wanted to reach Vienna in time, but that would have meant certain death for her. Equally, though, missing that train would have sealed her fate, as well as ours. In our desperation we kept on waiting for a sudden and miraculous recovery; we couldn’t bring ourselves to condemn an innocent woman. A friend.
It was night when I walked in on Harry trying to light the fire, Romain squatting beside him. The latter turned when he heard me entering the room.
“I saw a supermarket earlier, not far from here,” I told him “We should go check it out, for food and other stuff.”
He just nodded and started towards me, as I turned to leave.
“Wait.”
We both stopped at hearing Harry’s voice.
“Now it’s dark outside, it could be dangerous,” he said.
“The city is deserted” I replied, “We’re not going to get robbed or anything.”
“We have enough food for tonight, you can check the store tomorrow.”
“We won’t have time tomorrow; we are going now.”
He looked at me in frustration, the way one looks at a child who refuses to go to bed. He reminded me of my father.
“I’d rather you not go,” he said eventually.
I stared at him in silence before turning to Romain.
“Let’s go,” I said, leaving the room.
He stared at Harry, not knowing what to do; he never did anything without Harry’s permission, even though he was twenty-five years old.
“Go with her” Harry finally said, “and make sure she doesn’t get into trouble.”
Romain spun around and quickly followed me, trying to zip up his coat at the same time.
It was cold inside the house, but stepping outside into the night air was a shock. I felt my face becoming rigid, my skin turning into cold metal; every breath felt like thousands of tiny needles, piercing my nostrils, my throat, my lungs.
Saying that the city was deserted had been an understatement; a city is deserted at night, when everyone is sleeping, or in summer, when everyone is on holiday. Dead was a more accurate adjective. The city’s past as capital was a distant memory, revived every now and then by an abandoned car or a rustling newspaper, which contributed to the aura of destruction and misery. As I made my way back to the supermarket with the help of a flashlight, I stared at the moonlit streets that I had seen as a tourist just a couple of years earlier. Inside my heart was a calm indifference that I didn’t even know I possessed. The sad truth is, my eyes were now used to that sight; I had mourned so many times for so many people and so many places, that I had extinguished all emotions available to me. Besides, I was sure that if I had tried to express my sorrow, my tears would have instantly frozen at the corners of my eyes.
We reached the supermarket in less than fifteen minutes. It was a general store like many others, probably part of a chain. It only occupied one floor, but it still looked quite vast, a line of several cash desks separating the entrance from the goods. We entered through a smashed window, glass cracking under our boots.
“We should split,” I said, “You start from the right, I start from the left, and we meet in the middle.”
I realised, as I heard my own voice, that we hadn’t talked during the whole journey, and I knew how uncomfortable Romain felt about silence.
“I’d rather stay with you, if you don’t mind” he replied.
Of course, I thought, to look after me just like Harry had told him to.
I decided to keep the remark for myself, and I just walked to the far side of the store, Romain trotting along behind me. We carefully examined every aisle, looking for things that could still be eaten or used. As I had expected, the shelves were almost entirely empty; the store, like all the others, had probably been raided as soon as the first bombs were dropped. Nevertheless, some things had survived: a box of cookies, a few cans… things that could last unrefrigerated.  Water was the hardest thing to find; that was usually what people took first. Sometimes, when we were lucky, we would turn on the tap in a house, and something would come out of it, but it was rare. Most of our water came from streams and rivers. And rain. During that year I learnt to appreciate rain like never before, which is why we picked up empty bottles and other containers to fill on stormy days.
Half an hour later we had almost walked through every aisle, and the silence between us had become deafening. I knew Romain was desperate to talk; I felt his gaze upon me, and every now and then I could hear him drawing in sharp breaths as if about to say something. He resisted another couple of minutes before giving in to his urge for noise.
“You shouldn’t be so harsh with Harry,” he said “You know how much he suffered… is suffering.”
“We are all suffering” I quickly replied.
“Yeah but… for a dad to lose his daughter–”
“Listen, Romain, I know this and I’m sorry for him, really. But I don’t want to take up the role of his daughter, as much as I don’t want him to take up the role of my dad.”
I looked deeply into his eyes before lowering my gaze.
“Some things cannot be replaced” I whispered.
Sensing where the conversation was heading and not wanting to get involved in family issues, he changed the topic.
“When do you think the war will end?” he asked, “I really don’t understand how people can do such horrible things to each other.”
“Do we really need to talk about this now?”
Romain fell silent.
I had not intended to be harsh, but a philosophical discussion on the morality of war was not what I needed. Besides, I thought it was a pretty stupid thing to say. People don’t need a reason to hurt each other, it’s in their nature. I have always found it quite hilarious how shocked people get when they hear about a new conflict that has broken out. War is as old as humanity itself, it has always existed and it always will. But we are too stupid to realise it, too blinded by our ego to see the danger approaching. This had been our mistake before the war broke out: we thought we were too good for it. We thought that our diplomacy couldn’t fail. We thought we were too smart to fall for another war, to make the mistakes that other countries were making. We thought we were too advanced, superior, reasonable. And when you think you’re something that you’re not, bad things happen.
“I think she will die.”
I almost jumped when Romain broke the silence again. He was staring down at an empty box of cereals, wide-eyed and motionless. Had he not been breathing, I would have said he had frozen to death. I remained silent, waiting for him to continue.
“Carol, I mean,” he said “She’s not getting better. She’s worse, much worse. Even Honey has lost all hopes, you know? Today I asked her if there was anything I could do to help her and she told me that there is nothing any of us can do at this point. And she’s right! I mean, the weather is not going to get warmer, we can’t stop to let her recover, there are no doctors, and… and look at this fucking place!”
He abruptly broke from his stillness, spreading his arms wide apart in a theatrical gesture.
“It’s empty! We are late for everything. No painkillers, no antibiotics. Nothing that could help her. How is she going to survive? She’s not. She is fucking not!”
He paused for a moment, trying to see if I could understand what he was saying, then looked at his feet, unable to stand my gaze.
“Sometimes… sometimes I feel like we should just… I mean, she’s going to die anyway, but we, we have a chance! If we reach Vienna in time, if we get on that train… I want my life back. I didn’t want the war, I’m not a soldier, I don’t even care about politics! I just want to get my PhD and become a historian and write books. I need to get on that train.”
He finally looked at me, and I could see his eyes glistening in the dark. He was crying.
“You must think I’m a monster now.”
I didn’t. He wasn’t a monster; he was just a regular guy whose life had been obliterated by the war. Besides, he hadn’t said anything that we didn’t all think. We were all scared, we were all concerned about Carol, and we all thought about saving ourselves more than anything else. I found that entirely normal, the selfishness that comes with war. I have always admired those everyday heroes that even in the most dangerous moments can put others before themselves. But I have to say, those people are rare. It’s hard to be selfless in a war zone. When you’ve seen what happens when a bullet goes through your heart, when you’ve survived so much for so long, when you’re four days away from being saved, it’s hard to risk it all.
“I don’t think you’re a monster,” I said, unable to think of anything more reassuring to tell him.
That seemed to calm him down, and he managed an uncertain smile.
“Thank you,” he said “We should go back now, Harry probably thinks we’re dead already” he then added.
We gathered the few things that we had been able to find, and we left the supermarket through the same hole we had used to get inside. As we walked out, I immediately noticed how the night seemed darker than before. I raised my head to find that the moon had become invisible, almost certainly covered by clouds. Our flashlights were now the only thing that prevented us from being swallowed by the blackness. It felt like being covered in a cold and menacing blanket, but I thought it perfectly matched both Romain’s and my mood.
Then, as we were walking in silence, I felt something wet touching my forehead. I stopped when another hit my hand.
“Shit, is it raining?” I asked.
Romain stopped, too, and held his palm out to receive the drops.
“I can’t feel anything,” he said after a short pause.
I pointed my flashlight towards the sky, trying to distinguish something, but what I saw was far too slow and far too gracious to be raindrops. I let out a gasp of surprise as my face got wetter and wetter.
Snowflakes.
Even though my light wasn’t pointed at him, I could see Romain staring open-mouthed at the clouds. It was the first snow of that winter, and it came completely unexpected. I stayed still for several minutes, contemplating the lazy descent of the white crystals.
I was fascinated; which, thinking about it now, was quite ironic. I had never liked snow. Sure, it was pretty to look at, especially on Christmas morning, but it wasn’t nice to walk through. To me, snow was just wet and cold, basically a colder and more annoying version of rain. Nothing more than an inconvenience when I had to walk to school during the winter months. But that’s not what I was thinking on that night, as I watched the ground slowly getting covered in white. I was thinking of my family, my parents, and the holidays in the mountains that I always spent on the couch watching TV. I thought of my old school, in England, and how the boys used to throw snowballs at us even though the rules explicitly forbade it. I thought of that time, when I was ten, when it had snowed so much that all the schools had been closed. On that night, as the ground around me slowly turned white, I thought of my old self and my old life. And for the first time in months, I cried. I cried for the friends that I was never going to see again and for the dad that I was never going to hug again. I cried for Romain and his PhD, and for Harry and his daughter. I cried for the soldiers fighting the battles and for all those who had lost someone in the war. I cried because I, too, had thought to be too good for war. And when war came, I wasn’t ready.  

Emma Belletti


AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Patti Smith

preghiera

con le calze di nylon o scalza
stracolma d’orgoglio o curva come l’amore
ramoscello o ballerina al vento
lo stesso vento ma fetido di porci
polline che dà la tosse o rosa
fantastica crudele diversa da tutto
fare a meno dell’apparecchiatura
da sala operatoria
essere immune da ogni danno fisico
conoscere l’amore senza eccezione
essere santa in qualsiasi forma

Patti Smith


WARP ATTACK

One Day

"Quando sono arrivato a Belgrado ho trovato 1500 persone stipate in vecchi magazzini dismessi. Oltre la metà erano minori non accompagnati, bambini di dodici anni, arrivati soli dal Pakistan e dall'Afghanistan con i contrabbandieri di uomini, che li avevano lasciati lì nel limbo".
"One Day", in mostra dal 18 gennaio all'8 febbraio a Officine Fotografiche di Milano, è il progetto fotografico di Alessandro Penso, una mappa geografica pluriennale che prende le mosse dalla scritta di speranza che un ragazzino eritreo si è tatuato sulla mano e ripercorre per immagini dieci anni di migrazioni, da Pozzallo alla Siria, da Sofia agli sbarchi di Lampedusa fino all'emergenza di Lesbo con i migranti irregolari rimasti bloccati sull'isola dopo l'entrata in vigore dell'accordo tra Unione europea e Turchia nel 2016. Un viaggio calcando gli stessi passi di Medici Senza Frontiere. L'ultima tappa in ordine di tempo è stata la Serbia nel 2017.

La mostra a Milano è terminata ma l'impegno di Alessandro Penso continua e lo porta fino al Yangon Photo Festival.

Belgrado

Verso Lampedusa

Lesbo

Sofia

Pozzallo

Palazzo San Gervasio


MI PIACE! (+1)

Sir William Golding

Ci piace tanto... Soprattutto a noi donne!


NO COMMENT

L'immagine del mese

Immagine di Sergio Fabio Brivio, scoperto grazie alla sua stretta parentela con la nostra Anna Corcella :-) (https://www.flickr.com/photos/sergiofabiobrivio)


AM KIDS

Che cos'è l'amore

Forse loro conoscono la risposta….
Che cos’è l’amore?
I bambini rispondono...


ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia innamorata

Ortensia si è innamorata di Tutaman! Come darle torto!!!!


WARP continua sul prossimo numero. Se non sei già nella nostra lista:

Grazie per aver letto questo numero di WARP, la pubblicazione online di AM Instruments. Ci piacerebbe conoscere il tuo parere o avere dei suggerimenti su temi di tuo interesse per le prossime pubblicazioni, puoi farlo da questo form.

Immagini tratte da Google foto, da contributi spontanei o regolarmente acquistate da servizi di foto stock.

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