WARP, Gennaio 2015

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)



A pochi giorni dall’attentato di Parigi, nel fragore delle mille voci a commento di un evento tragico quanto forse prevedibile, vogliamo, piuttosto che unirci al coro, riportare alla luce uno spunto di riflessione non comune. È la lettera che Tiziano Terzani mandò pubblicamente ad Oriana Fallaci dopo l’invettiva che la stessa gridò contro l’Islam all’indomani dell’11 Settembre.

Il Sultano e San Francesco
di Tiziano Terzani.

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle "Lettere da due mondi diversi": io dalla Cina dell'immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall'America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l'impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.

Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia", scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell'umanità, un'opera che sembra essere ancora di un'inquietante attualità.

Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.

Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L'orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell'odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l'uccidere. "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me", scriveva nel 1925 quella bell'anima di Gandhi. Ed aggiungeva: "Finché l'uomo non si metterà di sua volontà all'ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza".

E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, "Libertà duratura".

O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c'è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa.

Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d'aver davanti prima dell'11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all'inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.

Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un'altra nostra e così via.

Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari "intelligente", di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.

Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche - Stati Uniti in testa - d'impegnarsi solennemente con tutta l'umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale - di per sé un'arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l'orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L'arte di non essere governati: l'etica politica da Socrate a Mozart). L'autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all'Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà.

Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima città. La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio.

Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine.

Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore.

A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle "Tigri Tamil", votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di "Hamas" che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po' di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull'isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l'Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell'innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli.

Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l'ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio.

Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c'è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l'atto di "una guerra di religione" degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure "un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale", come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell'Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato l'America: hanno attaccato la politica estera americana", scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri - l'ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l'anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo "contraccolpo" al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l'elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il "contraccolpo" dell'attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l'Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell'Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana "a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico".

Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Esatta o meno che sia l'analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c'è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi "amici", qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola.

L'occasione per uscirne è ora.

Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d'anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?

Ci eviteremmo così d'essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi "contraccolpi" che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta.

Magari salviamo così anche l'Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri.

A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull'Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d'essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell'Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l'India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall'Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli "orribili" talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell'oleodotto attraverso l'Afghanistan.

E dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l'imminente attacco contro l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. E per questo che nell'America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell'industria petrolifera con quelli dell'industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all'interno del paese, in ragione dell'emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l'America così particolare.

Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l'aggettivo "codardi", usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e l'allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L'aver diviso il mondo in maniera - mi pare - "talebana", fra "quelli che stanno con noi e quelli contro di noi", crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l'America ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.

Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di sputo - alle "cicale" ed agli intellettuali "del dubbio" va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l'aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d'aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande.

In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo "ufficiale" della politica e dell'establishment mediatico, c'è stata una disperante corsa alla ortodossia. E come se l'America ci mettesse già paura. Capita così di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell'America che per due volte ci ha salvato. Ma non c'era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?

Per i politici - me ne rendo conto - è un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l'angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici.

Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente.

Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia", come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America.

Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.

Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l'Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l'arabo, oltre ai tanti che già studiano l'inglese e magari il giapponese?

Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia.

Mi frulla in testa una frase di Toynbee: "Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme".

Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per "gli altri", per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati ("vide il male ed il peccato"), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c'era ancora la Cnn - era il 1219 - perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati.

Mi diverte pensare che l'uno disse all'altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d'accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.

Ma oggi? Non fermarla può voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all'orrore dell'olocausto atomico pose una bella domanda: "La sindrome da fine del mondo, l'alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l'uomo più umano?". A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere "No".

Ma non possiamo rinunciare alla speranza.

"Mi dica, che cosa spinge l'uomo alla guerra?", chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. "È possibile dirigere l'evoluzione psichica dell'uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell'odio e della distruzione?" Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c'era da sperare: l'influsso di due fattori - un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.

Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all'umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza:

"Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto".

Per difendersi, Oriana, non c'è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c'è bisogno d'ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni.

M'è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, "vede" che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'acqua ad affogare per salvare gli altri.

Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?

"Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate", scrive in questi giorni dall'India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell'esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse sì.

L'immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del "nemico" da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell'Afghanistan, ordina l'attacco alle Torri Gemelle; è l'ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?

Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.

I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti.

Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra.

"Dateci qualcosa di più carino del capitalismo", diceva il cartello di un dimostrante in Germania.

"Un mondo giusto non è mai NATO", c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo "più giusto" è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po' più di moralità.

La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché ora tornano comodi, è solo l'ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.

Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L'interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l'utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i "lavoretti sporchi" di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera.

Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l'etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze.

A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell'Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione.

E così perché anche Firenze s'è "globalizzata", perché non ha resistito all'assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato.

Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch'io non mi ci ritrovo più.

Per questo sto, anch'io ritirato, in una sorta di baita nell'Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo.

La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.
 

Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte.


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Dono

Il dono è un gesto eversivo

Natale è appena passato. Le nostre case sono piene di doni, dati e ricevuti. Un gesto scontato e abituale, quello del donare, che forse ha perso la sua reale connotazione. Per questo il testo che ho deciso di riportare su questo numero di Warp, è uno stralcio della lezione magistrale che Enzo Bianchi, il priore della comunità monastica di Bose, ha tenuto a Carpi ne 2012, nella giornata conclusiva del Festival Filosofia, intitolato «”Dono” senza reciprocità». Una lezione che restituisce un senso profondo e non scontato a una parola, trasformandola in un’azione unica e irripetibile.

Esiste ancora il dono, oggi? In una società segnata da un accentuato individualismo, con i tratti di narcisismo, egoismo, egolatria che la caratterizzano, c’è ancora posto per l’arte del donare? Ecco una domanda a mio avviso decisiva: nell’educazione, nella trasmissione alle nuove generazioni della sapienza accumulata, c’è attenzione al dono e all’azione del donare come atto autentico di umanizzazione? C’è la coscienza che il dono è la possibilità di innescare i rapporti reciproci tra umani, qualunque poi sia l’esito?

Da una lettura sommaria e superficiale si può concludere che oggi non c’è più posto per il dono ma solo per il mercato, lo scambio utilitaristico, addirittura possiamo dire che il dono è solo un modo per simulare gratuità e disinteresse là dove regna invece la legge del tornaconto. In un’epoca di abbondanza e di opulenza si può addirittura praticare l’atto del dono per comprare l’altro, per neutralizzarlo e togliergli la sua piena libertà.

Si può perfino usare il dono - pensate agli «aiuti umanitari» - per nascondere il male operante in una realtà che è la guerra. Questa ambiguità che pesa sul donare e può pervertirne il significato non è nuova: già nell’antichità si diceva «Timeo Danaos et dona ferentes», «Temo i Greci anche quando portano doni»... Ma c’è pure una forte banalizzazione del dono che viene depotenziato e stravolto anche se lo si chiama «carità»: oggi si «dona» con un sms una briciola a quelli che i mass media ci indicano come soggetti - lontani! - per i quali vale la pena provare emozioni...

Dei rischi e delle possibili perversioni del dono noi siamo avvertiti: il dono può essere rifiutato con atteggiamenti di violenza o nell’indifferenza distratta; il dono può essere ricevuto senza destare gratitudine; il dono può essere sperperato: donare, infatti, è azione che richiede di assumere un rischio. Ma il dono può anche essere pervertito, può diventare uno strumento di pressione che incide sul destinatario, può trasformarsi in strumento di controllo, può incatenare la libertà dell’altro invece di suscitarla. I cristiani sanno come nella storia perfino il dono di Dio, la grazia, abbia potuto e possa essere presentato come una cattura dell’uomo, un’azione di un Dio perverso, crudele, che incute paura e infonde sensi di colpa.

Situazione dunque disperata, la nostra oggi? No! Donare è un’arte che è sempre stata difficile: l’essere umano ne è capace perché è capace di rapporto con l’altro, ma resta vero che questo «donare se stessi» - perché di questo si tratta, non solo di dare ciò che si ha, ciò che si possiede, ma di dare ciò che si è - richiede una convinzione profonda nei confronti dell’altro.

Donare significa per definizione consegnare un bene nelle mani di un altro senza ricevere in cambio alcunché. Bastano queste poche parole per distinguere il «donare» dal «dare», perché nel dare c’è la vendita, lo scambio, il prestito. Nel donare c’è un soggetto, il donatore, che nella libertà, non costretto, e per generosità, per amore, fa un dono all’altro, indipendentemente dalla risposta di questo. Potrà darsi che il destinatario risponda al donatore e si inneschi un rapporto reciproco, ma può anche darsi che il dono non sia accolto o non susciti alcuna reazione di gratitudine.

Donare appare dunque un movimento asimmetrico che nasce da spontaneità e libertà. Perché? Possono essere molti i tentativi di risposta, ma io credo che il donare sia possibile perché l’uomo ha dentro di sé la capacità di compiere questa azione senza calcoli: è capax boni, è capax amoris, sa eccedere nel dare più di quanto sia tenuto a dare. È questa la grandezza della dignità della persona umana: sa dare se stesso e lo sa fare nella libertà! È l’homo donator. Certo, c’è un rischio da assumere nell’atto del donare, ma questo rischio è assolutamente necessario per negare l’uomo autosufficiente, l’uomo autarchico. E se il dono non riceve ritorno, in ogni caso il donatore ha posto un gesto eversivo: attraverso il donare ha acceso una relazione non generata dallo scambio, dal contratto, dall’utilitarismo. Ha immesso una diastasi nelle relazioni, nei rapporti, fino a porre la possibilità della domanda sul debito «buono», cioè il «debito dell’amore» che ciascuno ha verso l’altro nella communitas. Sta scritto, infatti: «Non abbiate alcun debito verso gli altri se non quello dell’amore reciproco» (Rm 13,8).

La prima possibilità del dono avviene attraverso la parola: parola donata, data all’altro. Oggi siamo forse meno consapevoli di cosa significhi «dare la parola, donare la parola», ma il dono della parola è il sigillo sulla fiducia, sul credere negli altri. Senza fede negli altri non c’è cammino di umanizzazione, ma l’eloquenza della fiducia è proprio il donare la parola, che è promessa e accensione di responsabilità verso l’altro. Nelle più quotidiane e autentiche «storie d’amore», proprio perché l’incontro diventi storia, perché l’attimo diventi tempo, occorre la parola data, la promessa.

Ma dal dono della parola si deve tendere, attraverso una serie di atti di dono, al dono della vita. Questo dono estremo è possibile là dove un uomo o una donna hanno ragioni per cui vale la pena dare la vita, spendere la vita, dedicare tutta una vita a... Sono le stesse ragioni per cui vivono, per le quali la loro vita trova senso. Dare la propria vita è però l’operazione più difficile, che urta contro le nostre fibre e il nostro senso di autoconservazione. Noi siamo abitati dalla pulsione biologica a vivere, a ogni costo, anche senza gli altri e magari contro gli altri... Ma ecco la possibilità di dare noi stessi, la nostra vita per gli altri. Non c’è via intermedia.

La tentazione dell’uomo è quella di dare, piuttosto che se stesso, altre cose a lui estranee: è la logica dei sacrifici offerti a Dio... Ma quello non è un dono, ed è significativo che nel cristianesimo la sola offerta possibile sia quella di se stessi, del proprio corpo, della propria vita per gli altri. Si tratta di non sacrificare né gli altri né qualcosa, ma di dedicarsi, mettersi al servizio degli altri affermando la libertà, la giustizia, la vita piena. Ma cosa significa donare se stessi? Significa dare la propria presenza e il proprio tempo, impegnandoli nel servizio all’altro, chiunque sia, semplicemente perché è un uomo, una donna come me, un fratello, una sorella in umanità. Dare la propria presenza: volto contro volto, occhio contro occhio, mano nella mano, in una prossimità il cui linguaggio narra il dono all’altro.

Ma il dono all’altro - parola, gesto, dedizione, cura, presenza - è possibile solo quando si decide la prossimità, il farsi vicino all’altro, il coinvolgersi nella sua vita, il voler assumere una relazione con l’altro. Allora, ciò che era quasi impossibile e comunque difficile, faticoso, diviene quasi naturale perché c’è in noi, nelle nostre profondità la capacità del bene: questa è risvegliata, se non generata, proprio dalla prossimità, quando cessa l’astrazione, la distanza, e nasce la relazione.

C’è una parola di Gesù - non riportata nei Vangeli, ma ricordata dall’apostolo Paolo nel suo discorso a Mileto riferito negli Atti degli apostoli - che è molto eloquente: «C’è più gioia nel donare che nel ricevere». Esperienza reale di chi sa farsi prossimo avvicinandosi all’altro perché l’altro, anche quando avesse il volto del lebbroso, se è visto faccia a faccia, chiede alle nostre viscere di soffrire insieme, chiede la compassione, chiede il dono della presenza e del tempo, chiede il dono di noi stessi. L’atto del donare provoca gioia al donatore perché è un atto concreto che lega il donatore al cosmo, all’altro: è un atto percepito come speranza di comunione. L’accumulazione che non conosce la logica del dono, invece, accresce sempre la dipendenza dalle cose e separa l’uomo dall’uomo, l’uomo dagli altri. Non c’è vera gioia senza gli altri, come è vero che non c’è speranza se non sperando insieme. Ma la speranza è frutto del donare, della condivisione, della solidarietà.

In questo donare e ricevere, proprio perché l’azione è oltre la giustizia che si nutre delle regole dell’eguaglianza, si fa spazio l’amore che è ispirato dalla sovrabbondanza, come dice Paul Ricoeur, appare cioè il «buon debito dell’amore». L’azione del dare la parola, del donare le cose espropriandole da se stessi, del dare la presenza e il tempo non chiede restituzione, ma richiede che l’iniziativa del dono sia proseguita, continuata. Il donare non può essere sottoposto alla speranza della restituzione, di un obbligo che da esso nasce, ma lancia una chiamata, desta una responsabilità, ispira il legame sociale. Il debito dell’amore regge la logica donativa alla quale è peculiare il carattere della gratuità, l’assenza della reciprocità. Com’è vera la parola di Gesù sull’arte del dono: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6,3)! Ogni vita umana è istituita dal debito dell’amore, grazie al quale l’altro è colui del quale si è responsabili, una persona che, una volta incontrata, ha diritto a essere destinataria dell’amore in virtù della prossimità che si è creata.


LA LENTE

Sistemi monouso per il trasferimento polveri

Gepco produce diversi tipi di manicotti dedicati al trasferimento delle polveri e di altri materiali solidi. Progettati con soluzioni esclusive integrate, assicurano un trasferimento preciso senza rischi di contaminazione. Gepco ha selezionato un tipo di Tyvek traspirante che permette il passaggio dell'aria o di altri gas impendendo allo stesso tempo la dispersione del prodotto nell'ambiente circostante. I manicotti Gepco sono a basso rilascio di particelle e di fibre, antistatici, resistenti all’umidità, all’abrasione e usura.

I prodotti possono essere progettati su misura per il cliente integrando con elastici, bottoni, visive o pannelli traspiranti per soddisfare al meglio le esigenze dell’utilizzatore.

I manicotti Gepco, essendo prodotti di consumo, eliminano le problematiche relative al lavaggio, alla convalida e alla tracciabilità dei manicotti contaminati, azzerando il rischio di cross-contamination.


APPLICAZIONI

Mulini, granulatori, compattatori, miscelatori, asciugatori, macchine per il rivestimento, presse, etc.


VANTAGGI

Eliminano il rischio della cross-contamination.
Minimizzano l’esposizione dell’operatore alle polveri.
Facilitano la manutenzione (nessuna esigenza di lavaggio né riparazione).
Semplificano la gestione (nessuna necessità di tracciare i manicotti).
Velocizzano le fasi di setup e changeover.
Riducono le particelle aeree e lo scarto del prodotto.
Personalizzati in base alle esigenze del cliente.
Dotati di fasce elastiche perfettamente calzanti.
Consentono outgassing con contemporaneo contenimento del prodotto.

 

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UNA PAGINA A CASO

Rubrica di passioni letterarie

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La rivista americana Buzzfeed, nata da un'idea di Jonah Paretti, co-fondatore dell' Huffington Post, ha selezionato per la sua community le frasi di libri che hanno fatto sognare, emozionare e riflettere milioni di lettori in tutto il mondo e l'ha fatto proprio tramite i suggerimenti dei suoi seguaci. Ecco le prime venti. Leggetele, ma vi prego, fatene buon uso! (per un uso corretto delle citazioni si prega di non postare su Facebook come fossero nostre, non utilizzare per renderci fascinosi durante una cena, non dire “ah, proprio quello che volevo dire io!”, ma soprattutto, ricordare sempre che ciascuno di noi è una citazione di se stesso!)

 

Ad ogni modo, questa è la felicità; dissolversi in qualcosa di completo e di grande
Tratto dal libro "My Antonia" di Willa Cather
 
Nel nostro paese, la gente dice che Dio sbriciola la luna vecchia in stelle
Tratto dal libro "Un giorno nella vita di Ivan Denisovich" di Alexander Solzhenitsyn
 
Lei non stava facendo nulla che io potessi vedere, eccetto stare li in piedi appoggiata alla ringhiera del balcone, tenendo insieme l'universo
Tratto da "A girl I knew" di J.D.Salinger
 
Feci un respiro profondo e ascoltai il mio vecchio cuore; sono io, sono io, sono io
Tratto da "La campana di vetro" di Sylvia Plath
 
Non è abbastanza per pensare così?
Tratto da "Fiesta" di Hernest Hemingway
 
La bellezza è un enorme e immeritato dono dato a caso, stupidamente
Tratto da "E l'eco rispose" di Khaled Hosseini
 
Qualche volta posso sentire le mie ossa sforzarsi sotto il peso delle vite che non sto vivendo
Tratto da "Molto forte, incredibilmente vicino" di Jonathan Safran Foer
 
Che cosa sono gli uomini in confronto alle rocce e alle montagne?
Tratto da "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austen
 
Abbassò gli occhi, per evitare di fissarla, come se fosse il sole, ma la vide, come il sole, anche senza guardarla
Tratto da "Anna Karenina" di L. Tolstoy
 
Caro Dio - pregò - fa' che io sia qualcosa ogni minuto di ogni ora della mia vita
Tratto da "Un albero cresce a Brooklyn" di Betty Smith

Le curve delle nostre labbra riscrivono la storia
Tratto da "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde
 
Un sogno, tutto solo un sogno, che finisce in nulla, e lascia colui che dorme dove si sdraiò, ma mi auguro che tu sappia che l'hai ispirato
Tratto da "Le due città" di Charles Dickens

Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono identiche
Tratto da "Cime tempestose" di Emily Bronte

Non appena Estha agitò la spessa marmellata pensò due cose e le due cose erano queste: a) Tutto può succedere a tutti e b) Meglio essere preparati
Tratto da "Il Dio delle piccole cose" di Arundhati Roy

Se non può esserci egual sentimento, che io sia colui che ama di più
Tratto dalla poesia "Colui che ama di più" di W.H. Auden

E ora che non devi essere perfetto, puoi essere buono
Tratto da "East of Eden" di John Steinback
 
E in quel momento, giuro che eravamo infiniti
Tratto dal romanzo epistolare "Noi siamo infinito" di S. Chbosky, da cui l'omonimo film

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia
Tratto da "Amleto" di William Shakespeare

America, ti ho dato tutto, e ora non sono niente
Tratto da "La caduta dell'America" di Allen Ginsburg

Potrebbe essere che arrendersi alla felicità è stata una sconfitta, ma è stata una sconfitta migliore di molte vittorie
Tratto dal romanzo di formazione "Schiavo d'amore" di W.S.Maugham

 


CALEIDOSCOPIO

Bellissima e Walter Bonatti

BELLISSIMA, L'ITALIA DELL'ALTA MODA
FINO AL 03/05/2015

Oltre vent’anni di moda in un’esposizione che restituisce le atmosfere e gli stili di un periodo che ha contribuito in modo straordinario a definire il carattere italiano a livello internazionale.
 

Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968 non è la storia dell’alta moda, è piuttosto il tentativo di ricomporre, con il filtro dell’oggi, la complessa e cangiante immagine della moda italiana, in un racconto corale fatto di tante storie esemplari che sono il tessuto che darà forma e consistenza al grande successo dell’etichetta “made in Italy”.


Dalle creazioni spettacolari che hanno illuminato i grandi balli e i foyer dei teatri, all’eleganza trattenuta degli abiti da mezza sera; dal grafismo rigoroso del bianco e nero, all’esplosione cromatica tipica degli anni sessanta; dalle invenzioni per le attrici della Hollywood sul Tevere, agli esiti della sofisticata ricerca formale frutto delle collaborazioni fra sarti e artisti.


A sottolineare la complicità tra arte e moda che ha profondamente segnato quegli anni, gli abiti di Emilio Schuberth e delle Sorelle Fontana, di Germana Marucelli e Mila Schön, di Sarli e Simonetta, di Capucci e Gattinoni, di Fendi, Balestra, Biki, Galitzine, Pucci e Valentino dialogano con opere di Lucio Fontana, Alberto Burri, Paolo Scheggi e Massimo Campigli, e ancora Carla Accardi e Giuseppe Capogrossi, testimonianza della sperimentazione e della grande vitalità creativa di un’epoca eccezionale.


Infine, oltre a importanti contributi video tratti da cinegiornali, trasmissioni televisive e cinema d'epoca, lungo il percorso di mostra gli scatti di tre grandi fotografi raccontano i paesaggi dell’alta moda italiana: Pasquale De Antonis (Teramo 1908 - Roma 2001) che mette gli abiti dell’alta moda in dialogo con la classicità della Roma antica;  Federico Garolla (Napoli 1925 - Milano 2012) che invece porta dentro le sue foto la Roma moderna, le architetture più grafiche e razionali; Ugo Mulas (Pozzolengo, Brescia 1928 - Milano 1973) che documenta l’intera evoluzione della moda italiana e ricrea una sorta di ottocentesco viaggio in Italia, fotografando le sue modelle in giro per il paese.

WALTER BONATTI
Fotografie dai Grandi Spazi
Fino all’8 Marzo 2015

L’esposizione dal titolo Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore italiano.

Le immagini in mostra testimoniano oltre 30 anni di viaggi alla scoperta dei luoghi meno conosciuti e più impervi della Terra e raccontano una passione travolgente per l’avventura insieme alla straordinaria professionalità di un grande reporter.

È difficile separare il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie. Ed è sorprendente scoprire quanto la sua figura e le sue imprese siano radicate nella memoria di un pubblico tanto differenziato per età e interessi. La persistente popolarità di Bonatti ha più di una spiegazione. Imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione con cui si impadronì dei segreti della montagna: alpinista estremo, spesso solitario, ha conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, affascinando nello stesso tempo l’immaginario dei più giovani.

Il mestiere di fotografo per grandi riviste italiane, soprattutto per Epoca, lo portò a cercare di trasmettere la conoscenza di luoghi estremi del nostro pianeta. Al tempo stesso, non smise mai di battersi con forza per tramandare la vera storia, troppe volte nascosta, della conquista del K2 e del tradimento dei compagni di spedizione.

Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.

Il talento per la narrazione, l’amore per le sfide estreme, l’interesse per la fotografia come possibilità di scoprire e testimoniare per sé e per gli altri. Una passione, e probabilmente anche un’esigenza, nata già negli anni dell’alpinismo (con i trionfi e le amarezze che li segnarono), con le foto scattate sulle pareti più difficili, e poi consolidata nel tempo, con i racconti d’imprese affascinanti e impossibili.

 


WARP ATTACK

Chindōgu ovvero invenzioni inutili

Che i giapponesi non fossero persone normali l’ho sempre pensato fin da piccola, guardando Ufo Robot, di fronte alla richiesta del suddetto alla sua findanzata “Miva, lanciami i componenti!”. Ma che arrivassero a tanto non ero preparata. I Chindōgu, ovvero le idee inutili, sono un concetto sviluppato dall’inventore giapponese Kenji Kawakami. Io, di idee inutili, ne ho decine al giorno, ma la cosa davvero inutile è che non trovano mai una realizzazione concreta. Al contrario i giapponesi (e qui è tutta la loro follia) le realizzano! E anche con delle regole precise. Infatti, un Chindōgu, per essere tale, deve seguire dieci norme imprescindibili:

  • Non può avere un utilizzo reale
  • Deve esistere fisicamente
  • Deve avere insito uno spirito di anarchia
  • È uno strumento per la vita quotidiana
  • Non può essere in vendita
  • L’umorismo non dev’essere la sola ragione per crearne uno
  • Non è pubblicitario
  • Non tratta mai temi scabrosi
  • Non si può brevettare
  • Non ha pregiudizi

Ecco una ricca collezione di oggetti assurdi, dall’ombrellino per non far bagnare le scarpe al cuscino “egonomico”. È assurdo certo, eppure non avete mai sognato di averlo almeno una volta nella vita?


LE BUONE NOTIZIE

Antibiotico

Scoperto un nuovo antibiotico contro i batteri resistenti
Riportiamo l’articolo apparso il 7 Gennaio su AboutPharma, rivista di informazione nel settore dell’healthcare.


La molecola, individuata dallo screening di oltre 10mila composti, è efficace contro Clostridium difficile, Mycobacterium tubercolosis e Staphylococcus aureus


L’allarme lanciato contro i super batteri, resistenti agli antibiotici attualmente in commercio – di cui abbiamo parlato anche sul numero 120 di Aboutpharma and Medical Devices di luglio –  sembra finalmente aver trovato una prima risposta. Da tempo gli scienziati ci avevano avvisato che senza un uso corretto degli antibiotici oggi in commercio, una maggior attenzione e senza lo sviluppo di nuove molecole in grado di sconfiggere la resistenza antibiotica, saremo entrati un’era post-antibiotica, dove anche le comuni infezioni sarebbero tornate ad uccidere. In tutta risposta un gruppo di ricerca della Northeastern University di Boston guidati da di Kim Lewis, è riuscito a individuare un nuovo composto efficace proprio contro i ceppi di batteri resistenti, che oggi ci preoccupano di più. La ricerca è stata pubblicata su Nature.
Il nuovo antibiotico, la teixobactina, sembra in grado di uccidere numerosi batteri causa di diverse pericolose malattie, e si è rivelato efficace contro ceppi batterici resistenti agli altri farmaci, mentre sembra che non abbia provocato il pericoloso fenomeno nei patogeni esposti alla sostanza sperimentale. Per indentificarlo il gruppo di Boston ha esaminato oltre 10 mila composti isolati da batteri del terreno fino a scovare questa nuova molecola che possiede un'eccellente attività contro batteri insidiosi come Clostridium difficile, Mycobacterium tubercolosis e Staphylococcus aureus.


Molti degli antibiotici finora ricavati, erano prodotti analizzando i microorganismi del suolo, ma già dagli anni '60 si erano esauriti i batteri coltivabili in laboratorio, come spiega l’articolo su Nature.


“Nel terreno ci sono più specie di batteri di quante ve ne siano nell'uomo, ma in laboratorio riusciamo a coltivare solo l'1% di loro – spiega ad Adnkronos Antonio Lanzavecchia, direttore dell'Istituto di ricerca in Biomedicina di Bellinzona –  perché non sappiamo quali sono i nutrienti necessari che si trovano nel terreno. In questo caso i ricercatori, usando il metodo classico, sono riusciti a studiare dei batteri altrimenti non coltivabili: il trucco è stato l'impiego dell'Ichip, delle specie di nanotubicini, con cui sono riusciti a isolare i batteri uno a uno dal terreno e poi a coltivarli nel suolo, facendone crescere tanti da poterli studiare”.


La teixobactina, rompendo le pareti cellulari dei super batteri è in grado di causarne a morte, e la sua azione è tale che, per i microrganismi, diventa molto difficile sviluppare una resistenza al farmaco. L’effetto è dovuto al legame con bersagli multipli, molecole di lipidi e non proteine, come gli altri antibiotici, fenomeno che rallenta così lo sviluppo di eventuali resistenze. I ricercatori non escludono che un domani i super batteri possano sviluppare forme di resistenza anche contro il nuovo antibiotico, ma questo non accadrà prima di 30 anni se non di più.


“Questo antibiotico è molto promettente –  conclude Lanzavecchia –  ed è stato trovato con un metodo che consente di studiare il 99% dei batteri che altrimenti non potremmo esaminare, espandendo così di 100 volte la nostra capacità di scoprire nuovi antibiotici”.


NO COMMENT

L'immagine del mese

"Paesaggio lombardo" - dati di scatto: f/16, 1/30 sec, ISO 100, focale 10 mm, filtro polarizzatore - immagine di Luca Camillo (lcamillo[at]aminstruments.com)


AM KIDS

Chains

La porta della cantina si aprì con un cigolio. Socchiusi gli occhi quando dall’uscio penetrò la luce: ormai erano abituati al bagliore fioco emesso dall’unica lampadina presente nella stanza.
Udii dei passi scendere le scale.
«Ciao, amore. Com’è andata la giornata?»
Non gli risposi, limitandomi a prendere un profondo respiro.
«Oggi il lavoro è stato più stressante del solito», continuò imperterrito «Non hai idea di quanto pretenda da me il capo, praticamente l’azienda la dirigo io!» esclamò.
«Delle mie colleghe mi hanno chiesto di te, ho detto loro che i lavori di casa ti hanno tenuta più occupata del previsto. Sai, molte di loro mi reputano un ottimo fidanzato».
Sputai una risata amara e gli rivolsi uno sguardo freddo.
«Hai detto loro che sei uno schifoso depravato bastardo?» domandai sarcasticamente.
Vidi il suo viso incupirsi.
«Non dovresti parlarmi così duramente, devo forse ricordarti che ti ho salvata?» disse.
«Salvata? Salvata da cosa? Dalla libertà, forse? O dalla felicità? Illuminami!» esclamai.
«Dalle persone false e crudeli che ti circondavano!».
Si stava arrabbiando, lo notavo chiaramente.
«L’unica persona da cui dovrei essere salvata sei tu» lo sfidai.
Chiusi gli occhi dal dolore nel momento in cui la sua mano raggiunse la mia guancia.
Il suo sguardo divenne rosso fuoco, ma durò solo per un secondo, poi riacquistò la calma e le sue labbra si incurvarono nel sorriso gentile che mi aveva conquistata la prima volta che ci eravamo conosciuti.
«Dai, fammi controllare la ferita» disse.
Cacciò una piccola chiave dalla tasca anteriore dei pantaloni con la qualeaprì la catena agganciata poco sopra il mio piede; evento più unico che raro, di solito non mi liberava mai.
Trasalii quando con un dito sfioro le abrasioni sulla mia caviglia; scosse la testa in segno di disapprovazione.
«Che ti sia di lezione per la prossima volta che cercherai di liberarti».
Tirò fuori da un sacchettino, che non avevo notato, del cotone e una bottiglietta di disinfettante.
Cautamente, cominciò a tamponare la ferita.
«Non guarirà mai se continui a tenerci sopra il gancio» gli feci notare.
Si fermò per guardarmi negli occhi.
«Non posso togliertelo; proveresti a scappare, come facevi prima che ti portassi qui».
Pensai che avrebbe potuto benissimo trasferire il gancio da un piede all’altro, ma decisi che sarebbe stato meglio non dargli altre idee per tenermi ancora più prigioniera.
Prigioniera...
Perché era questo che ero, una prigioniera, una criminale sbattuta in cella a marcire.
Il mio cuore ebbe una fitta a quel pensiero.
Finì di medicarmi e rimise il gancio dov’era, chiudendolo con uno scatto metallico che echeggiò nella mia testa più e più volte.
Sparì al piano di sopra e tornò diversi minuti dopo con la mia cena.
Una volta portata via anche quella mi lasciò sola con i miei pensieri.
Mi guardai attorno; la piccola cantina era stata allestita in modo da avere a disposizione i servizi necessari a una persona. La catena, la prova concreta della mia prigionia, era abbastanza lunga da permettermi di usufruire di tali servizi, ma non abbastanza da raggiungere l’uscita.
Appoggiai la testa al muro contro cui ero seduta.
Mi ero posta molte domande da quando ero stata rinchiusa là, ma l’unica che continuava a martellarmi in testa era, semplicemente: perché?
Non ho mai creduto al caso nel corso della mia vita, né tantomeno alle coincidenze; per me le cose non succedono e basta, c’è un motivo se le cose accadono. Ma perché questa era accaduta a me?
Mi addormentai così, con la questione irrisolta e la consapevolezza che non sarei mai più uscita da lì.
A meno che non avessi fatto qualcosa perché avvenisse il contrario.
 
Il giorno dopo – un mercoledì, se non sbaglio – sembrava scorrere più lentamente del solito.
Avevo aperto gli occhi alle cinque del mattino, svegliata da un incubo che non oso ricordare.
Erano circa le sei e mezza quando la porta della cantina si aprì.
Avevo passato quell’ora e mezza a pensare; o, meglio, a cercare di non farlo. Avevo provato a distrarmi in tutti i modi, finendo poi a giocherellare con un bastone di metallo lungo circa trenta centimetri.
Ho un ricordo molto vivido dell’oggetto, e anche delle parole che gli dissi.
«Tu non sei stato creato per niente, giusto?» gli chiesi «Adesso sembri un oggetto inutile, ma scommetto che una volta servivi a qualcosa. Proprio come me» dissi, stringendomelo al petto.
Lo lasciai cadere immediatamente quando udii la porta aprirsi.
«Buongiorno, amore! Dormito bene?» disse.
Lo fissai senza proferire parola.
«Ti ho portato la colazione!» esclamò, appoggiando davanti a me un vassoio con del caffè e una brioche.
«Liberami» dissi soltanto
«Non posso, lo sai» mi rispose cauto.
Alzai lo sguardo verso di lui e in quei dolci occhi azzurri rividi tutto quello che avevo passato con lui; rividi il giorno in cui facemmo conoscenza, quello in cui mi innamorai e quello del nostro fidanzamento. E quella catena di eventi mi porto inesorabilmente a vedere l’inizio di quella tortura.
Qualcosa dentro di me si mosse; sentii un calore diffondersi nel mio corpo e una rabbia incontrollabile crescere sempre di più.
Non riuscii neanche ad elaborare il concetto; accecata dall’ira afferrai il bastone di metallo e, con tutta la forza che avevo, lo spinsi nel suo stomaco.
Strabuzzò gli occhi dalla sorpresa, mentre un fiotto di sangue fuoriuscì dalla ferita; cadde in ginocchio. Mi alzai in piedi e con un calcio lo costrinsi a sdraiarsi.
Estrassi il bastone dal suo addome e, dopo averlo guardato negli occhi, lo conficcai nel suo polmone destro.
Spalancò la bocca in un gemito e un rivolo rosso scarlatto scivolò fuori da essa.
Riestrassi il bastone e lo lanciai in un punto imprecisato della stanza.
Frugai nelle sue tasche alla ricerca di quell’oggetto tanto agognato da me negli ultimi otto mesi; ed ecco che la trovai: la piccola chiave. Non esitai un attimo. Aprii il gancio e calciai la catena il più lontano possibile da me.
Finalmente ero libera.
Mossi un passo verso la scala, pronta ad abbandonare per sempre quella cantina, ma qualcosa mi bloccò: una mano stretta attorno alla mia caviglia.
Voltai la testa; lui mi fissa boccheggiante, gli occhi pieni di lacrime.
«Chiamerò un’ambulanza, forse, dopo. Ma spero che per quel momento tu sia già morto dissanguato» dissi.
Mi liberai dalla sua presa e salii le scale, chiudendomi la porta alle spalle.
Mi guardai attorno, osservando la casa in cui ero entrata tante volte come fosse una qualche terra inesplorata.
Individuai la porta principale posta, con un’inquietante precisione, esattamente di fronte alla porta della cantina. Mi ci diressi, passando accanto a un cestino di vimini dov’erano appoggiate delle banconote da dieci dollari. Ne presi una. A me sarebbe servita, a lui no.
Girai la maniglia, trovando la porta aperta. Varcai la soglia, venendo subito investita dalla brezza primaverile. Inspirai profondamente cominciando a camminare.
Osservavo tutto ciò che mi passava accanto con gli occhi che brillavano e l’animo pieno di felicità. Sentivo il sole caldo sulla pelle, mentre il vociare delle persone si diffondeva attorno a me. Una lacrima solitaria solcò la mia guancia; otto mesi passati nel buio, otto mesi passati incatenata, otto mesi e finalmente potevo fare quello che volevo.
E la prima cosa che feci fu entrare in un piccolo pub che incontrò il mio sguardo.
Mi avvicinai al bancone sedendomi su uno degli sgabelli.
Il barista mi guardò in silenzio, aspettando qualche mia parola.
«Qualcosa di forte. Mi dia solo qualcosa di forte, e di molto alcolico» dissi, appoggiando la banconota sul piano in marmo.
Afferrò da sotto il tavolo un bicchierino e una bottiglia piena di un liquido dal colore strano.
Ne versò un po’, meno di quanto mi aspettassi, e fece scivolare il bicchiere verso di me.
«Cerca di dimenticare qualcosa?» mi domandò.
«L’alcol non basta per tutto ciò che ho da dimenticare».
Rimase a guardarmi per un po’ mentre sorseggiavo quella roba dal sapore orribile che probabilmente – per un motivo che ora mi era chiaro – avrei dovuto ingoiare in un solo sorso.
Quando finii la gola mi bruciava; mi alzai per andarmene e fu allora che l’uomo poté notare le macchie di sangue sulla mia maglietta.
«Signorina, è ferita? Signorina? Si sente bene?».
Non badai alle sue parole, varcando la soglia del bar con nonchalance.
Cacciai le mani nelle tasche, muovendo con calma la testa prima a destra, poi a sinistra. Respiravo piano e a pieni polmoni.
Fu allora che andai alla polizia.

Di Emma Belletti, classe '99.  Per contattare Emma scrivi a warpamkids[at]aminstruments.com

Non potevamo che illustrare questo racconto di Emma Belletti con il video che segue.


ORTENSIA MALINCUORE

Le parole magiche del 2015

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E anche il 2015 è iniziato. Sapete una cosa? Adoro le liste. Le compilo ogni giorno, da sempre. Quando ero bambina avevo un archivio con tutte le mie Barbie (era corto, solo tre e neanche originali), dei miei peluches (erano troppi, sintetici, e portatori di acari malefici) e dei miei amici (foglio rimasto tristemente vuoto per colpa di mia madre che al primo invito per una merenda offrì alle mie compagne di classe panino con coscia di pollo avanzata dal pranzo).
Come ogni anno, il primo gennaio inizio a compilare la mia lista di buoni propositi, cose da fare e da non fare, traguardi e parole magiche. Ci impiego almeno 15 giorni per metterla a punto. Così, nello spazio di due settimane, la lista si nutre, si fa e si disfa, si trasforma, fino ad arrivare alla perfezione assoluta. E la perfezione assoluta è scarna, elementare.
Spariscono i verbi, e rimangono solo poche parole, che diventano vie da percorrere per il nuovo anno. Sono parole che diventano ispirazioni, che tengo a portata di mano, scritte su un foglio incollato accanto al computer, e se le dimentico, loro si impongono inevitabilmente.

Le parole magiche del 2015 sono:

curiosità
qualita’
amore

Non avevo mai fatto una lista così breve. E’ che scrivendo e scrivendo e pensando e pensando mi sono resa conto che tutto si ricollegava a queste tre paroline.
La curiosità è il motivo per cui sono al mondo. Se sono curiosa sono viva e brillante e giovane. Scopro, invento, studio, cerco.
Se faccio le cose fatte bene sono seria, onesta, corretta, competente, pronta.
Se amo ho dignità, ho ragione di essere al mondo, accolgo, offro, prendo, dono.

Insomma, che altro posso fare di più in questo 2015? Mi basta ricordarmi di queste tre parole e sono a cavallo.

“Ortensia, lo sai che non si attaccano i fogli al muro? E poi con quello scotch con Winnie Pooh...Ma dove l’hai trovato?”.
“Era in offerta speciale all’Esselunga!!!!” Sorrido, ma forse è inappropriato.

In effetti, in questo ufficio lindo e pinto, l’orsetto col barattolo di miele stona. Sto per staccare tutto, quando avverto una presenza inquietante dietro di me. Il megadirettore è appena entrato. Incuriosito si è avvicinato. Aspetto trepidante un richiamo all’ordine. E invece sorride:

“Ortensia, a parte l’orso che non passerà alla prossima Audit, queste parole mi ispirano!”
Chissà se ispireranno anche voi!


La storia di Ortensia Malincuore continua sul prossimo numero di WARP. Se non sei già nella nostra lista:

 

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