WARP, Gennaio-Febbraio 2016

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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GMP - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "Data integrity" - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: Sixto Rodriguez - leggi o ascolta

LA LENTE

La pianificazione attraverso il paradosso - leggi

UNA PAGINA "NON" A CASO

Ida Magli - leggi

CALEIDOSCOPIO

Il fenomeno LEGO® e Matisse e il suo tempo - leggi

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I + E = M, l'equazione della meritocrazia - leggi

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CLEANROOM E GMP

Ispezioni GMP

 

 

L'efficacia di un farmaco dipende dalla qualità delle sostanze che lo compongono. La certezza di questa qualità, dell'aderenza del prodotto a standard idonei e a normative vigenti, è assicurata in Italia da AIFA. Gli strumenti con i quali AIFA realizza tutto ciò sono proprio le ispezioni GMP. Nel caso poi di aziende che esportano i propri prodotti anche negli Stati Uniti, subentrano le ispezioni FDA.
 
AIFA:
L’Agenzia Italiana del Farmaco è l’autorità nazionale competente per l’attività regolatoria dei farmaci in Italia.
E’ un Ente pubblico che opera in autonomia, trasparenza e economicità, sotto la direzione del Ministero della Salute e la vigilanza del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia. Collabora con le Regioni, l’Istituto Superiore di Sanità, gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, le Associazioni dei pazienti, i Medici e le Società Scientifiche, il mondo produttivo e distributivo.

Nello specifico:

  • garantisce l'accesso al farmaco e il suo impiego sicuro ed appropriato come strumento di difesa della salute
  • assicura la unitarietà nazionale del sistema farmaceutico d'intesa con le Regioni
  • provvede al governo della spesa farmaceutica in un contesto di compatibilità economico-finanziaria e competitività dell'industria farmaceutica
  • assicura innovazione, efficienza e semplificazione delle procedure registrative, in particolare per determinare un accesso rapido ai farmaci innovativi ed ai farmaci per le malattie rare
  • rafforza i rapporti con le Agenzie degli altri Paesi, con l'Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e con gli altri organismi internazionali
  • favorisce e premia gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) in Italia, promuovendo e premiando la innovatività
  • dialoga ed interagisce con la comunità delle associazioni dei malati e con il mondo medico-scientifico e delle imprese produttive e distributive
  • promuove la conoscenza e la cultura sul farmaco e la raccolta e valutazione delle best practices internazionali.

 
FDA : La Food & Drug Administration è l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Dipende dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti.
 
Nello specifico, tra le competenze:

  • tutela la salute pubblica assicurando che gli alimenti siano sicuri, e adeguatamente etichettati ;
  • garantisce che i farmaci, anche a uso veterinario, i vaccini e altri prodotti biologici e dispositivi medici per uso umano siano sicuri ed efficaci
  • assicura che prodotti cosmetici e integratori alimentari siano sicuri e adeguatamente etichettati.

 
L’AIFA, sulla base delle normative europee così come di Canada Giappone, Australia, Nuova Zelanda e USA (cGMP), conduce ispezioni su officine di produzione farmaceutica assicurando l’aderenza ai criteri tecnici e metodologici imprescindibili per la qualità del prodotto finale.
 
L’azienda , da parte sua,  deve mantenere un sistema di controllo della qualità costantemente perseguito e soprattutto basato sul miglioramento continuo. Nello specifico, le officine che trattano materie prime non solo devono assicurare la riproducibilità e la consistenza chimico-fisica del prodotto e del processo, sia in condizioni routinarie che nel caso di imprevisti ed errori; devono anche fornire una documentazione adeguata (vedi articolo su DATA INTEGRITY nella rubrica Password).
 
I processi di produzione non sono evidentemente tutti uguali. Molti di essi sono caratterizzati da una crescente complessità che rende critico non solo l’adeguamento del sistema di qualità aziendale, ma la stessa ispezione AIFA.
 
Le ispezioni GMP hanno i seguenti scopi: 

  • valutare il livello di qualità della produzione farmaceutica
  • valutare la costanza nel mantenere detto livello
  • accertare l’adeguamento alle normative vigenti
  • valutare la capacità di affrontare emergenze
  • verificare chi fa cosa, come e quando.

 
Non tutte le ispezioni sono dello stesso tipo. Possiamo così classificarle:
 
ISPEZIONE GENERALE: riguarda tutto gli aspetti delle GMP e viene effettuata prima dell’autorizzazione dell’officina e periodicamente come conferma dell’autorizzazione
RE-ISPEZIONI: follow-up o rivalutazioni per controllare che le azioni correttive richieste siano state eseguite
ISPEZIONI MIRATE: spesso a seguito di reclami, quindi focalizzate su un prodotto o un processo specifico
 
Le normative a cui si fa riferimento per un’ispezione GMP sono le seguenti:
AIFA:
ISO 9001-2008 – SISTEMA DI GESTIONE PER LA QUALITÀ
UNI CEI ISO/IEC 17020:2012 – ORGANISMI DI ISPEZIONE
GMP
ANNEX 1 GMP – MANUFACTURE OF STERILE MEDICINAL PRODUCTS 2009

 

FDA:
cGMP FOR FINISHED PHARMACEUTICAL (21 CFR 210 & 211 DEL 2012)

 
A completamento della funzione ispettiva vengono richieste le AUTOISPEZIONI. A seguito di reclami, di audit di aziende partner o di autoispezioni precedenti, l’azienda provvede a identificare i punti critici nella catena del sistema di qualiità.
Ovviamente l’autoispezione deve generare una serie di azioni correttive immediate, o trovare risposte al problema affinché questo possa essere risolto in futuro.

Dal 2008 ha preso piede all’interno delle GMP un “Risk Based Thinking” che ha trovato piena realizzazione nell’analisi dei rischi, momento fondamentale del sistema qualità aziendale.
 
La produzione in ambienti sterili comporta criticità nei processi, nei metodi e nelle procedure adottate per l’intero flusso produttivo: il concetto stesso di sterilità contempla in sé il senso del rischio, che a maggior ragione diviene motivo di elevata attenzione da parte dell’ispezione.
 
La preoccupazione maggiore in asepsi è il pericolo derivante da una possibile contaminazione del prodotto con una conseguente perdita di sterilità.
Dopo un’attenta analisi dei rischi connessi a fasi o operazioni specifiche – conseguimento o meno del parametro “sterilità”, il sistema deve produrre una risposta che porti la fase o l’operazione da critica a non critica. In altri termini, prendere precauzioni da adottare proprio allo scopo risolutivo del rischio.
Sono questi elementi che saranno oggetto dell’ispezione, sia in termini di revisione che di discussione. A questo scopo la documentazione rappresenta una parte fondamentale nella gestione della qualità aziendale. La documentazione deve riportare in modo preciso ed evidente le modalità operative utilizzate per ridurre i rischi associati alla produzione sterile.
 
A questo link un PDF con le deviazioni ricorrenti riscontrate durante le ispezioni AIFA


PASSWORD

"Data integrity" L'integrità del dato sotto la lente FDA

Il numero di ispezioni da parte delle autorità in ambito di correttezza e adeguatezza dei dati è, negli ultimi anni, in aumento. Al momento dell’ispezione, l’autority esige un ciclo di vita del dato che sia nel pieno rispetto delle regole e delle norme GMP, e che l’azienda se ne faccia garante attraverso un miglioramento continuo del processo relativo.


FDA segnala in modo preoccupante una valutazione della correttezza del dato, da parte delle aziende,  come meno importante rispetto alla produzione vera e propria. 
In effetti la comunità della produzione farmaceutica spesso ritiene che record incompleti e documentazioni fallaci possano rappresentare un problema meno grave della contaminazione di una struttura o di prodotti non sicuri. 
Ma per i funzionari FDA, i dati che non sono validi e affidabili sono un chiaro segno che l’intero processo o l’impianto sono fuori controllo e non possono assicurare la qualità del farmaco. Proprio per questo, FDA si sforza di elaborare un approccio basato sul rischio e che prevede una supervisione della vasta rete globale di fornitori di ingredienti farmaceutici e produttori.
Il raggiungimento di una omogeneità nell’ispezione degli impianti a livello internazionale complica ulteriormente il quadro, ampliando la supervisione FDA a molte imprese che faticano ad oggi ad adeguarsi  agli standard americani. Record errati continuano ad emergere durante le ispezioni, nonostante anni di lettere di avvertimento che segnalano tali infrazioni.
La mancanza di integrità dei dati spesso è "solo frode", dice Howard Sklamberg, vice commissario FDA per le operazioni relative alle normative globali. FDA si basa su informazioni aziendali che documentano l'adesione a cGMPs, ha spiegato in una conferenza sul tema "Comprensione cGMPs" promosso dalla Food and Drug Law Institute (FDLI). Eppure quasi tutte le lettere di avvertimento recenti citano prove di record modificati e falsificati. 
Le più gravi violazioni di dati sono gestite dall'Ufficio FDA di Investigazione Criminale (OCI), presso l'Ufficio di Regulatory Affairs (ORA), che vanta 1800 investigatori  e circa 200 agenti speciali OCI.
I problemi di integrità dei dati sono sempre esistiti, ma ora  FDA sta facendo sforzi importanti per portare alla luce tali problematiche e sta esaminando più da vicino strutture internazionali per tracce di record alterate e manipolate.
 
Spesso si cita l’India ad esempio negativo. In effetti "non solo l'India" sta vivendo questi problemi, sottolinea  Sklamberg: una non integrità dei dati è emersa a livello globale. Certo, molte delle più eclatanti trasgressioni sono emerse presso le strutture API indiane. Dalla metà del 2013 alla metà del 2014, sette produttori indiani hanno ricevuto lettere di avvertimento che fanno riferimento all'integrità.
 
Per documentare che i processi produttivi siano conformi con le GMP, le aziende biofarmaceutiche sono tenute a conservare le informazioni riguardanti la produzione, complete ed accurate, e di metterle a disposizione degli ispettori FDA. Si osserva, tuttavia, una reiterazione di “errori” a volte inquietante: mancata attività di registrazione; retrodatazione; copia dei dati esistenti presentate come nuove informazioni; esecuzioni reiterate di test su campioni per ottenere risultati migliori; fabbricazione e scarto ad hoc di dati. Il vicepresidente Parexel, David Elder, ha citato recenti lettere di avvertimento da parte di FDA che fanno riferimento a "test non ufficiali" e analisi "prova" dei campioni fino a quando i dati siano soddisfacenti, e prova che i record sono stati firmati da personale dell'azienda assente dal lavoro in quel giorno.
 
Indicatori chiave
L'integrità dei dati è importante in quanto le informazioni registrate correttamente sono lo strumento base con cui i produttori garantiscono l'identità del prodotto, l'efficacia, la purezza e la sicurezza. Frances Zipp, presidente di Lachman, ha osservato che l'integrità dei dati è diventata un obiettivo principale delle ispezioni FDA: audit dell'agenzia mirano a determinare quanto una società monitora i siti produttivi ed assicura il "rigore" nel rispetto di una conformità globale. Prove di dati travisati o problemi con batch record trovati nel corso di un'ispezione rappresentano  un fattore primario che porta a ritardi nell'approvazione per il mercato.
Dati di produzione inesatti, inoltre, rischiano di minare gli sforzi di FDA per ottimizzare i processi di regolamentazione, il che è di particolare interesse per i capi delle agenzie. FDA sta lavorando duramente per stabilire sistemi per il targeting delle ispezioni per prodotti e processi ad alto rischio. L'obiettivo è quello di concentrare le risorse delle agenzie sulle più grandi fonti di rischio per i pazienti, ma anche di ridurre la supervisione su imprese che abbiano "sistemi di qualità robusti",  e che quindi possano  beneficiare di "meno interferenze da parte di FDA." Ma, affinchè tale strategia funzioni, i dati che riceve FDA "devono essere reali” .


Estratto da Pharmaceutical Technology
Volume 38, Issue 8


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: Sixto Rodriguez

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

La storia che racconteremo in questo numero è una storia fantastica, talmente fantastica che se il protagonista della vicenda non fosse essi stesso testimone della propria storia,  potremmo considerarla un romanzo di fantasia. In questo numero racconteremo la storia di Sixto Rodriguez, “l’uomo che visse due volte”.


Jesus “Sixto” Rodriguez nasce a Detroit nel 1942 da una famiglia operaia. Viene chiamato Sixto in quanto sesto figlio della famiglia.
Verso la fine degli anni 60 Rodriguez comincia ad esibirsi nei bar della città, dopolavori operai di una Detroit depressa.
Nello stesso periodo nasce in città una rampante etichetta discografica, la Sussex,  che cerca proprio nel circuito dei bar fumosi di Detroit nuovi talenti. Il talento di Rodriguez non passa inosservato e viene scoperto grazie alla soffiata di un amico del produttore della Sussex, il quale si reca nel locale dove si esibisce l’artista che lo trova con le spalle rivolte al pubblico a causa della sua imbarazzante timidezza. Il produttore intuisce, nonostante tutto, una grande potenzialità e propone a Rodriguez la registrazione di un disco.


Gli viene affiancato un team di ottimi musicisti alcuni dei quali stanno proprio collaborando con artisti di rilievo quali Jimi Hendrix e Marvin Gaye. Nasce così Cold Fact un disco incredibilmente bello che racconta, attraverso le canzoni costruite intorno alle storie degli ultimi e degli emarginati, gli scenari alienanti di Detroit. Canzoni di condanna al dio del denaro, alla tossicodipendenza e che incitano al riscatto della propria esistenza.
Purtroppo Cold Fact non ha alcun riscontro di pubblico divenendo, di fatto, un clamoroso fallimento. Capirne i motivi oggi risulta particolarmente complicato, ma una buona dose di responsabilità viene attribuita proprio al comportamento schivo di Rodriguez che di fatto non fa nulla per farsi conoscere.
Un anno dopo l’uscita di Cold Fact, Rodriguez torna in sala di incisione per mettersi al lavoro sul suo secondo disco, Coming From Reality, ma anche questo disco, nonostante i temi struggenti che non hanno nulla da invidiare al più noto Bob Dylan, non vende più di una manciata di dischi.
Falliti i lanci dei due dischi, Rodriguez rinuncia alla sua carriera artistica e torna alla sua vita normale lavorando come manovale e muratore. Rodriguez vive al limite della povertà, ma lo fa con il massimo della dignità non facendo mai mancare nulla ai propri figli.


Qui la storia sembra concludersi impietosamente per Rodriguez, ma non per il suo Cold Fact che, forse portato da una ragazza andata in visita ad un parente, attraversa l’oceano e arriva in Sud Africa.
Nei decenni successivi alla registrazione di Cold Fact, Rodriguez vive la sua vita senza particolari scosse. Si dedica al lavoro, alla famiglia, studia, laureandosi in filosofia, e tenta la carriera politica. Ma negli stessi anni, in un altro angolo del mondo, il suo disco vende centinaia di migliaia di copie facendo diventare quell’uomo misterioso, ritratto sulla copertina di Cold Fact con gli occhiali da sole e le gambe incrociate, pari ai grandi Elvis, Bob Dylan e ai Rolling Stones.
Cold Fact viene censurato dal regime razzista di Città del Capo ed entrando in clandestinità diventa un simbolo contro l’apartheid.
Tutto questo avviene senza che nessun diritto arrivi nelle tasche dell’ignaro Rodriguez. Su di lui nascono, infatti, incredibili leggende che lo danno suicida sul palco, chi dice con un colpo di pistola, chi invece dice cospargendosi di benzina e dandosi fuoco.
Rodriguez è completamente ignaro della sua fortuna oltreoceano fino a quando, solo nel  1997, un suo fan ed un giornalista musicale, cercano di capire di più sulla storia della sua presunta morte e sorpresi dal fatto che non vi riescano a reperire informazioni sull'artista, fondano un sito intitolato The Great Hunt Rodriguez per cercare notizie su di lui.
I due non sanno che da li a poco faranno una scoperta incredibile, infatti nel 1998 la figlia maggiore di Sixto scopre, proprio attraverso internet, che suo padre è divenuto una sorta di mito e scrive un messaggio in cui dice che suo padre è vivo e vegeto lasciando i suoi contatti per rintracciarlo.
Da questo avvenimento scaturisce la terza vita di Sixto, riscoperto dopo quasi quarant’anni di oblio inizia un tour nello stesso anno in Sudafrica dal significativo titolo “Dead Men Don't Tour: Rodriguez in South Africa 1998”. Sei concerti con uno scontato tutto esaurito per ogni data.
Sixto viene riscoperto in patria e nel mondo e nonostante apparizioni televisive e concerti sold-out Rodriguez non ha mai smesso di essere se stesso. Alle domande insistenti di molti giornalisti rispetto la sua decisione non di aver mai lottato abbastanza per il raggiungimento del successo, Rodriguez risponde semplicemente dicendo che il mondo non era pronto per lui e che la sua missione è stata questa.
Nel 2012 un regista Svedese, morto giovanissimo nel 2014, affascinato dalla sua storia ha prodotto un bellissimo Docufilm intitolato “Searching for Sugar Man” dove viene raccontata in maniera commovente la storia di Sixto.
Rodriguez grazie alla musica è sopravvissuto e anche se i parametri commerciali potrebbero considerarlo un perdente, lui ha vissuto senza avere paura di fare l’operaio, senza aver avuto paura di combattere per i diritti dei più deboli e, come dichiarato da sua figlia, ha insegnato l’amore, il bello e l’arte.

Per contattare DJ Tommy Cassano:

tcassano[at]aminstruments.com


LA LENTE

La pianificazione attraverso il paradosso

Partire dal futuro per costruire strategie attuali.

Si è soliti pianificare il futuro partendo dai dati immediati in nostro possesso, necessariamente “pescati” dall’esperienza passata e dalla quotidianità del presente.
C’è un aneddoto che riguarda Henry Ford, e che ci porta a guardare alla pianificazione in modo del tutto diverso. Un bel giorno Ford decise di chiedere al suo staff un piano produttivo da lì a 5 anni. Ebbene, il risultato mise in evidenza una netta flessione. Allora le auto erano a portata di chi possedeva molto denaro e poteva permettersi anche un autista, con sicure competenze nella meccanica. Ma il mondo stava cambiando. Ford mise l’accento proprio su questo. Come sarebbe stato il mondo? La situazione lasciava presagire che molti avrebbero avuto bisogno di un’auto, la maggior parte senza autista, e i più senza competenze meccaniche! Una produzione che non prevedeva auto di lusso ma “auto alla portata di tutti, senza necessità di manutenzione”. Basso costo e maggiore produzione. Insomma il contrario di ciò che il suo staff aveva detto.
 
La lungimiranza di Ford ci porta a vedere il problema da un punto di vista originale. 
Si pianifica partendo dal futuro. E qui torniamo a un tema che spesso viene relegato ad ambiti tutt’altro che scientifici, ma che pure li pervade nella loro interezza.  I poeti come gli scienziati, gli economisti come gli artisti nel momento della produzione di idee sconfinano nel mondo del possibile, nel mondo del come se.

Ford ragiona come se vivesse 5 anni dopo. E questo lo porta al successo.

La pianificazione strategica solitamente nasce proprio da un paradosso: un accoglimento di prospettive “paradossali” in quanto allo stesso tempo contrastanti ma tuttavia accettabili. Predire il futuro è impossibile, eppure diventa il modo per creare una strategia concreta. Come si risolve la contraddizione? 
F.Scott Fitzgerald diceva: “Un’intelligenza è di livello superiore nel momento in cui ha la capacità di avere due opposte idee in testa e nel contempo la capacità di continuare a funzionare”.

La strategia presuppone una sorta di sospensione dell’incredulità, fondando se stessa su elementi parzialmente “inesistenti”. La strategia è un  piano (intenzionale): una guida per andare da qui a lì - o diremmo noi, attuando un “planning from the future”, un “da lì a qui e ritorno”.

Nella storia delle organizzazioni la strategia ha assunto diverse forme. Esistono sostanzialmente diverse scuole di pensiero che ne hanno fornito teorie e quindi applicazioni differenti:

  1. La scuola progettuale (focus sul processo) la formazione della strategia come processo concettuale acquisibile attraverso l’apprendimento formale
  2. La scuola della pianificazione (focus sul processo) la formazione della strategia come processo formale che può essere scomposto in fasi distinte
  3. La scuola del posizionamento (focus sui contenuti) la formazione della strategia come processo analitico
  4. La scuola politica (focus sul contesto interno ed esterno) la formazione della strategia come processo di negoziazione interno ed esterno all’azienda
  5. La scuola culturale (focus sul contesto interno) la formazione della strategia come processo di interazione sociale basato su assunzioni o concezioni condivise
  6. La scuola ambientale (focus sul contesto esterno) la formazione della strategia come processo reattivo
  7. La scuola configurativa (focus sul processo, sui contenuti e sul contesto interno ed esterno) la formazione della strategia come processo di configurazione e trasformazione che può quindi essere sia di progettazione concettuale che di pianificazione formale, sia di analisi sistematica che di leadership visionaria, sia di apprendimento cooperativo che di negoziazione competitiva, focalizzato sia sulla cognizione dell’individuo, che sulla socializzazione collettiva o sulla semplice risposta alle forze dell’ambiente. 

Ora, alla luce di tutto questo, pianificare partendo dal futuro ci appare come una via trasversale che contiene in se non solo le diverse tipologie strategiche ma anche i processi che le guidano. Gli ingredienti sono gli stessi, ma il paradosso ne costituisce uno scheletro fondamentale, un paradosso costruttivo, una traiettoria sorprendente, un’opportunità creativa di rilevanza enorme.
Perchè, nel come se, nel mondo del congiuntivo, ci si può comunque focalizzare sul processo, dividerlo in fasi distinte, analizzare, interagire, reagire al contesto esterno (questo più che mai, in quanto viene acuita una sensibilità storica a ciò che avviene intorno a noi, per darne una interpretazione), configurare scenari possibili. 
La differenza non è nel contenuto ma nella direzione. 

Disegnare un futuro possibile per tornare al presente con azioni definite e finalizzate a quel disegno. Una linea del tempo scompaginata che ci porta a ciò che consideriamo la fine di una fase, per poterne disegnare con efficacia l’inizio.
In termini economici, come sarà il mercato tra cinque anni? Cosa ci chiederà? Delineare scenari futuri significa chiedersi innanzitutto quale potrà essere la possibile richiesta, come essa sarà cambiata in virtù di una serie di elementi significativi.
 
Per costruire uno scenario probabile per il futuro e identificare ulteriori opportunità per la strategia è necessario considerare alcuni momenti fondamentali che si traducono in una sorta di glossario:

SHAPING / forza motrice : forza esistente o prevista che agisce su una situazione per tenere le cose a posto o per creare il cambiamento in una certa direzione .
Come si può arguire, la forza esistente nel presente non necessariamente porta a un cambiamento, essa anzi può essere una forza di resistenza per manetenere lo status quo.

SCENARIO : un futuro orientato al riassunto di eventi, azioni o condizioni .
Disegnare uno scenario non è operazione limitata agli eventi che avranno possibilmente luogo nel futuro. Gli eventi stessi sono generati da condizioni che possiamo constatare nel momento attuale e che possiamo prevedere attuarsi nell’immediato futuro.

POSSIBILE FUTURO : Probabile , atteso o situazione o circostanze previste.
Considerata la forza motrice, considerati gli scenari delineati, a questo punto è possibile “prevedere il futuro”. La nostra palla di cristallo contiene elementi certi, malgrado non ancora esistenti. La certezza è data dall’aderenza del nostro progetto alla consapevolezza delle forze e delle condizioni, delle azioni e degli eventi.

OPPORTUNITÀ: Una circostanza o una combinazione di circostanze favorevoli o vantaggiose .
A questo punto non possiamo che mettere a frutto le armi di cui ci siamo forniti. Armi predittive generate da un come se, ma pur sempre reali nella loro origine virtuale.


Pianificare dal futuro è un viaggio di ritorno. Eppure ci porta avanti, molto più avanti che se studiassimo strategie partendo semplicemente da ciò che siamo e che siamo stati.


UNA PAGINA "NON" A CASO

Ida Magli

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La mia prima lezione all’università, nel 1987, fu in un’aula magna, Aula I della facoltà di Lettere alla Sapienza di Roma. Antropologia Culturale. Docente, Ida Magli.


Ida Magli è spenta a 91 anni solo pochi giorni fa. Pare fosse piuttosto infastidita dal dover abbandonare la sua indipendenza per la rottura di un femore. Posso immaginarla protestare, lei che ha fatto della sua indipendenza il senso stesso del suo essere in un mondo che giudicava preda dell’ovvio.
Leggo articoli, quasi tutti titolati “l'antropologa controcorrente”. E mi pare riduttivo, in fondo banale. Perché ciò a cui si è sempre opposta non era una corrente, ma il nostro stesso modo di pensare, di agire, di essere, inconsapevoli spesso del nostro pensare, del nostro agire e del nostro essere. 
Questo numero di Warp non prenderò pagine a caso. Anzi, invito chiunque ad afferrare la possibilità, se non lo avesse già fatto, di leggere ogni pagina di Ida Magli, con lo stesso senso critico con cui lei ha letto la nostra cultura. 
Ricordo bene un giorno in cui ci disse di evitare accuratamente di leggere introduzioni e critiche ai libri che approcciavamo. “Fatevi la vostra idea, non lasciatevi influenzare.”
Allo stesso modo, mi limito semplicemente a dare un punto di partenza.
L’antropologia culturale è stata per decenni una disciplina rivolta all’altro. Ricordo saggi su tribù sconosciute e tradizioni lontane. Ecco, non era quella la sua disciplina. Era inutile cercare l’altro. Perchè l’altro eravamo noi. L’occidente, con tutte le sue contraddizioni. 
La sua antropologia era rivolta a noi stessi, e, come antropologi, invitava i suoi studenti a quel giusto distacco imprescindibile se si vuole studiare una cultura. Quindi, a distanza, e vigili e attenti ai nostri schemi di pensiero ovvi ai quali non facciamo più caso, invito alla lettura di chi mi ha insegnato e ha insegnato a intere generazini di studenti una visione critica del mondo, un pensiero duro, sul quale non sempre sono stata in accordo, ma che pure ho rispettato perchè sapevo l’onestà della fonte.

Da Gesù di Nazareth

Cosa ha fatto dunque Gesù di Nazareth? È uscito da un modello culturale, proponendone un altro, oppure ha tentato di spostare l'asse della sua cultura forzandone la direzione? L'interrogativo rimane senza risposta. L'unica cosa certa è che, contrariamente a quello che tutti gli uomini fanno,  
Tutti sono stati contro di lui. Eppure è necessario rilevare tre cose fondamentali che hanno reso immensa l'opera di Gesù di Nazareth. La prima è consistita nell'universalizzare il pensiero della Bibbia in precedenza relegato al popolo israeliano, fino a quel momento proclamato popolo eletto (Antico testamento-Libri profetici- Giona) al di sopra degli altri, questo è da considerarsi un' opera di egalitarismo nell'ambito di tutta l'umanità in precedenza divisa tra "eletti" e non "eletti". La seconda cosa di enorme rilievo è consistita nell' avvicinare Dio all'uomo, prima di Gesù la figura Divina era considerata lontana, distante e giudicante, a volte anche feroce. Dopo di lui Dio è stato restituito alla collettività come parte integrante di se stessa, come anima vagante e vicina a tutti noi, come amore allo stato puro, finalmente una figura scremata dall'assillante compito di giudicare e punire. La figura di Dio è dunque divenuta guida per la conversione, termine centrale e fulcro del cristianesimo, via che ci indica che si può cambiare, si può migliorare ove la luce, finalmente intravista, ci illumini di amore. Anche questo secondo atto di avvicinamento tra Dio e l'umanità è dunque un atto di "democratizzazione universalistica", di appianamento dell'umanità non più costretta ad ampie diversificazioni da un giudizio senza appello ma guidata con amore e forza verso un'eguaglianza dovuta al perdono ed alla comprensione. Terzo ed ultimo punto fondamentale è quello che chiude questo cerchio ideale. Questo punto è tutto racchiuso in una frase di Gesù di Nazareth :" ...è più probabile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che un ricco vada in paradiso ..."(Il Giovane Ricco Luca 18:18-27 --versetto 25). Questa frase racchiude tutta la grandezza di Gesù uomo del suo tempo che si eleva oltre la stratosfera. Nessuna religione né prima né dopo aveva affermato una sorta di egalitarismo economico, nessuna religione contiene il concetto che essendo gli uomini molto simili tra di loro non è possibile che ve ne siano alcuni di tanto più ricchi della media, questo sarebbe infatti il trionfo dell'avidità. Con le sue parole Gesù ha finalmente riportato l'umanità nel suo alveo naturale... quello dell'eguaglianza.

Da La sessualità maschile

Quando, nel 1871, l'antropologo Edward Tylor definì la cultura come un "complesso insieme di norme, di valori, di costumi, di tecniche…" si compì certamente un passo fondamentale per giungere al concetto moderno di "cultura", ben diverso da quello che per secoli era stato adoperato come analogo a quello di "civiltà". Il carattere del tutto nuovo era inserito in quel "complesso insieme", ossia nell'aver capito che ciò che conta in una cultura è il modello globale, il suo essere un tutto interrelato di funzioni, di norme, di tratti nel quale il profilo significativo è il risultato non della somma ma dell'integrazione dei singoli fattori in una struttura. Tuttavia, malgrado fosse stato compiuto un passo determinante nella definizione di cultura, mancava ancora, almeno in forma esplicita e consapevole, il concetto di "proiezione", di "esteriorizzazione" al di fuori dell'organismo biologico che fa della cultura quasi una specie di duplicato, di specchio, senza il quale l'uomo non potrebbe vivere, un ambiente totale, nel quale è immerso in un continuo e costante interscambio.

Con l'Illuminismo l'uomo pone ormai domande che non hanno sicurezza di risposta: la ricerca diventa la condizione stessa dell'essere uomo. È la forma moderna della logica scientifica: il tempo della scienza, quindi, coincide con quella che possiamo chiamare la "struttura interrogativa" della musica; con un tempo musicale che da Debussy a Schönberg a Berg fino a Bussotti, si allontana sempre più dal concetto di durata, di inizio e fine, e cerca "continuità" nello "spazio", passando dalla dissolvenza del suono alla dissolvenza della tonalità. Nello stesso anno, infatti, in cui Einstein pubblica la "Memoria sulla relatività" – il 1905– viene eseguito per la prima volta, e accolto con fischi, il poema sinfonico "Pelleas und Melisande" di Schönberg, che segna una tappa fondamentale nella ricerca di una musica "spaziale". 

Nel cristianesimo le donne, da una parte recuperano la loro identità in quanto il posto femminile viene lasciato libero (e si ha di conseguenza il battesimo anche per esse, ossia la loro iniziazione, cosa che non sussiste in nessuna cultura), ma dall'altra si finisce col non sapere più neanche quale sia la loro valenza, il loro significato. Decade infatti la necessità dell'opposizione, quell'opposizione che si rivela nelle strutture della parentela. 

Appare chiara così la caratteristica essenziale dell'ebraismo e del cristianesimo: l'aver messo in luce, con l'assolutezza dei suoi significati, la fondazione sessuale maschile della cultura, proiettando su Dio l'opposizione mascolinità-femminilità, potenza e impotenza, continuamente alla ricerca di una vittima come strumento di mediazione. La sessualità rimane per sempre al centro delle preoccupazioni dei cristiani. 
Se il fondamento della costruzione culturale è il rapporto dell'uomo-maschio con la morte, con la vita dopo la morte, con l'aldilà, l'unico soggetto creatore e agente nella società è il maschio e gli scopi ultimi della sua azione sono appunto quelli di assicurarsi la vita dopo la morte, l'eternità. La donna è assunta a strumento, segno e simbolo del rapporto dell'uomo con la morte e con la vita dopo la morte.

Da Contro l’Europa

"O Europa o morte!" È troppo forte l'eterno richiamo da parte dei Potenti ad una meta di salvezza, per non fermarsi a riflettere sulla sua assoluta irrazionalità. È un grido fuori dal tempo, che ci obbliga, proprio per questo, a dubitare che si tratti di una vicenda "normale", per quanto importante, e che insospettisce per la sua carica di passionale emotività. Se poi a soffrire di sfrenate emozioni sono banchieri ed economisti, che vantano la loro inalterabile freddezza, e che, viceversa, fanno affermazioni "fatalistiche" come quelle del tetragono super Ministro dell'Economia italiano: "Il treno dell'euro è partito e un treno in corsa non si può fermare", allora il sospetto si trasforma in un dovere.
Come è evidente, tutti i problemi che l'Unione comporta sono problemi antropologici. Soltanto gli economisti, come i dittatori, si dimenticano dell'esistenza degli uomini. Il silenzio di fronte all'Europa degli psicologi, dei sociologi, degli antropologi è impressionante, tanto quanto quello dei poeti, dei musicisti, degli artisti. Ma la responsabilità etica di un antropologo, soprattutto di un antropologo che ha scelto di "osservare" noi, non gli "altri", i "diversi e lontani", è identica a quella dei Fisici di fronte alla scoperta dell'energia nucleare. Nel modo con il quale fino ad oggi è stata propagandata e accettata l'Unione Europea è facilmente riconoscibile l'inerzia di fronte all'invisibilità di ciò che è ovvio.
Combattere contro l'"ovvio" è una battaglia al tempo stesso assurda, per l'evidenza di ciò che dice, e disperata per la sua inutilità. Gli antropologi sono, nella lunga schiera dei perdenti a causa dell'ovvio, alcuni di quelli che hanno perso di più.


CALEIDOSCOPIO

Il fenomeno LEGO® e Matisse e il suo tempo.

The Art of the Brick, il Fenomeno LEGO®
Prorogata fino al 3 aprile - Roma, Spazio Eventi Set
http://artofthebrick.it/

Cosa state aspettando! The Art of the Brick è stata dichiarata dalla CNN una tra le 10 mostre da non perdere al mondo ed ha già attirato milioni di visitatori da New York a Los Angeles da Melbourne a Shanghai, da Singapore a Londra e Parigi! Nell’area gioco, situata alla fine della mostra, i visitatori potranno inoltre dare libero sfogo alla propria creatività divertendosi con i mattoncini LEGO ed i videogiochi della DM Comics messi a loro disposizione.

The Art of the Brick, il Fenomeno LEGO® 
Il mattoncino LEGO si trova a metà strada tra l’essere un oggetto moderno e vintage al tempo stesso, mai fuori moda e sempre attuale. 
Non c’è niente di più difficile che resistere all’attrazione del colore e delle forme di una pila di LEGO davanti a noi! 
The Art of the Brick pone la creatività e il gioco al centro della mostra. 
Si parte ammirando l’immaginazione e la bravura dell’artista che riesce a coinvolgerci fino a stimolare la creatività di tutti. Le opere in mostra sono una piccola parte di tutto ciò che ognuno di noi, con la propria fantasia, può sperimentare grazie ai mattoncini LEGO. 
Per questa capacità di affascinare, il lavoro di Nathan Sawaya è stato apprezzato ovunque nel mondo al di là di qualsiasi barriera culturale. 

The Art of the Brick è la prima grande mostra d’arte contemporanea che utilizza i mattoncini LEGO come unico mezzo artistico. Gran parte del lavoro che si vede in The Art of the Brick riguarda la trasformazione. 
Il passaggio da uno stato, un’emozione, una forma, all’altra. Prendere le parti di qualcosa trasformandole in qualcos’altro. 
Da bambini intuiamo il potere di trasformazione dei LEGO. Ed è per questo che Nathan Sawaya, creatore di The Art of the Brick, ha ha scelto i LEGO come suo mezzo espressivo. Che siano reali o immaginari, i personaggi e gli oggetti creati da Sawaya sono sorprendenti e lasciano i visitatori senza parole. Alcune delle opere d’arte che i visitatori hanno l’opportunità di vedere da vicino includono l’iconica “Yellow”, una scultura a grandezza naturale di un uomo che si apre il petto e dalla cui cavità escono migliaia di mattoncini LEGO gialli come il sole, lo scheletro di un dinosauro T-Rex lungo 7 metri, un gigantesco cranio fatto di LEGO.


La capacità di Sawaya di trasformare questo giocattolo comune in qualcosa ricco di significato, commovente e spesso provocatorio, insieme alla sua devozione per la perfezione spaziale ed al modo in cui egli concettualizza l’azione, gli permettono di prendere qualcosa con cui quasi ogni bambino ha giocato elevandolo allo stato dell’arte contemporanea. Questa mostra itinerante è una delle mostre più straordinarie e innovative di recente memoria, che tocca giovani e meno giovani, e per questo davvero accessibile a tutti. 


Nathan Sawaya è un acclamato artista di New York che a partire da un giocattolo crea opere d’arte stupefacenti. La sua arte si concentra su sculture in larga scala, realizzate usando unicamente i mattoncini LEGO®.
Sawaya è stato il primo artista in assoluto a portare i LEGO nel mondo dell’arte e la sua mostra itinerante The Art of the Brick® ha intrattenuto e ispirato milioni di appassionati d’arte in tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti, in Australia, Taiwan, Singapore, Cina. Secondo la CNN The Art of the Brick è una delle 12 mostre al mondo da vedere!
Originario dell’Oregon, i sogni d’infanzia di Sawaya erano sempre divertenti e creativi. Disegnava fumetti, scriveva racconti, perfezionava giochi di prestigio e, naturalmente, giocava anche con i LEGO. Le sue giornate erano piene di immaginazione. Quando arrivò il momento di andare al college, Sawaya si trasferì a New York City, frequentò la New York University e divenne avvocato. Ma dopo anni di fusioni da milioni di dollari e acquisizioni societarie, Sawaya comprese che avrebbe preferito stare seduto per terra a creare arte, piuttosto che seduto in una sala riunioni a negoziare contratti. 
Si allontanò dall’ambiente legale e corse il rischio di darsi all’arte dei LEGO. Oggi Sawaya è autore, conferenziere e uno dei più popolari e premiati artisti contemporanei

Matisse e il suo tempo
Fino a Maggio 2016
Torino -Palazzo Chiablese

Le opere di Matisse attraverso l’esatto contesto delle sue amicizie e degli scambi artistici con altri pittori.
 
Curata da Cécile Debray conservatore presso il Musée national d’art moderne-Centre Pompidou, la mostra Matisse e il suo tempo - dal 12 dicembre al 15 maggio 2016 a Palazzo Chiablese -  per mezzo di confronti visivi rende possibile cogliere non solo le sottili influenze reciproche o le fonti comuni di ispirazione tra le  opere di Matisse e quelle di artisti suoi contemporanei, ma anche una sorta di “spirito del tempo”, che unisce Matisse e gli altri artisti e che coinvolge momenti finora poco studiati, come il modernismo degli anni Quaranta e Cinquanta.

Le diverse sezioni della mostra consentono di attraversare l’insieme dell’opera e del percorso di Matisse dai suoi esordi nell’atelier di Gustave Moreau negli anni 1897-99 fino alla sua scomparsa, quando altri artisti si ispireranno, negli anni Sessanta, alle sue ultime carte dipinte e ritagliate. Nove sezioni con un centinaio di opere, di cui 50 di Matisse, sono articolate secondo un filo cronologico scandito da approfondimenti tematici: sulle figure eminentemente matissiane delle odalische o sulla raffigurazione dell’atelier, soggetto ricorrente nell’opera di Matisse ma che, negli anni bui della Seconda guerra mondiale, dà luogo a quadri stupefacenti a firma di Braque, Picasso o Bonnard, in un dialogo invisibile con l’artista isolato a Vence.
 
La figura di Matisse domina l’arte della prima metà del XX secolo. Artista prolifico e curioso, durante tutta la sua carriera è stato al centro dei dibattiti sulla scena artistica: volta a volta capogruppo dei fauves, osservatore critico del cubismo, discepolo e amico dei suoi predecessori Signac, Renoir, Maillol, Bonnard, maestro di un’accademia e dell’intera generazione degli espressionisti europei, rivale di Picasso, precursore di un’arte astratta per giovani artisti come quelli dell’espressionismo astratto newyorkese o del movimento Supports/Surfaces in Francia.


WARP ATTACK

I + E = M, l'equazione della meritocrazia

In una sorta di società ideale, in un platonico governo dei migliori dotati di saggezza e razionalità come ne La Repubblica di Platone, chi è veramente meritevole avrebbe la possibilità di accedere ai gradi più alti della scala gerarchica.
Senza arrivare a Platone, Sir Michael Young, il laburista inglese che nel 1954 creò il termine “meritocrazia”, ha inventato l’“equazione del merito”: I+E=M, dove “I” è l’intelligenza (cognitiva ed emotiva, non solo l’IQ) ed “E” significa “effort”, ovvero gli sforzi dei migliori. La “I” porta a selezionare i migliori molto presto, azzerando i privilegi della nascita e valorizzandoli attraverso il sistema educativo: è l’essenza delle “pari opportunità”. La “E” è sinonimo del libero mercato e della concorrenza che, sino a prova contraria, sono il metodo più efficace per creare gli incentivi economici per i migliori.
I due valori della meritocrazia, pari opportunità grazie al sistema educativo e libero mercato, sono spaventosamente carenti nella società e nell’economia italiane.
A dimostrarlo l’associazione no-profit Forum della Meritocrazia, che,  con la collaborazione di un pool di ricercatori ed esperti dell’Università Cattolica di Milano, ha provato a misurare lo “stato del merito in un Paese”, utilizzando dati forniti da Commissione Europea, Ocse, The Economist, World Justice Project e altri enti, rapportando il tutto a livello europeo e cercando di capire come siamo messi in Italia.  

L’Italia si colloca all’ultimo posto della classifica sui dodici Paesi europei presi in esame; in cima, le prime quattro posizioni sono occupate da Finlandia, Danimarca, Norvegia e Svezia. 
Il fatto Quotidiano giustamente pone l’accento sui singoli indicatori dell’indagine: dati particolarmente negativi sono stati riscontrati alle voci trasparenza, libertà e regole.

 


“La domanda sorge quasi spontanea: come può vincere il merito in un Paese, che si parli dell’Italia o no, in cui mancano le condizioni basilari che possano permettere a tutti di accedere a posizioni di leadership in ogni campo della società e regole chiare ed efficaci che garantiscano ai cittadini di far parte di un sistema i cui meccanismi premino effettivamente il merito, senza dover necessariamente pensare o far riferimento a scorciatoie di sorta?". Che vogliate essere esterofili o no, i dati parlano chiaro: in Europa siamo indietro, anni luce alle spalle di realtà – con le quali coesistiamo nella stessa Unione – che avranno sì i loro problemi, di ordine diverso rispetto ai nostri, ma rappresentano baluardi di civiltà su punti che dovrebbero costituire le fondamenta di una società contemporanea giusta e, appunto, meritocratica.

Ma esistono proposte reali per realizzare la meritocrazia in Italia? 
L’ingegnere, saggista, nonché collaboratore del Ministero dell’Istruzione Roger Abravanel, ne individua quattro.

1. Lanciare una delivery unit (“unità di consegna”) simile a quella utilizzata da Tony Blair per “consegnare” ai cittadini miglioramenti concreti e misurabili nella qualità del settore pubblico, grazie a un approccio innovativo per creare una giovane ed eccellente classe dirigente nella Pubblica Amministrazione.
2. Creare un sistema di testing nazionale standard per misurare la qualità della nostra scuola e il merito di insegnanti, che sono l’unica vera leva per aumentare il merito degli studenti. Gli obbiettivi sono

a) selezionare qualche università di eccellenza;
b) aumentare il numero dei laureati triennali che trovano lavoro adeguato;
c) migliorare drasticamente la qualità della scuola primaria e secondaria, in particolare al Sud.

3. Introdurre una Authority per i servizi locali (commercio, turismo, trasporti), che sono una parte essenziale dell’economia e che oggi sono vittime di policies anti-concorrenza e produttività perché la devolution rende le amministrazioni locali sempre più preda delle lobby locali. 
4. Introdurre una normativa o codici di comportamento per i Consigli di Amministrazione delle società quotate simile a quella norvegese, che impone che il 40 per cento dei membri di un CdA siano donne. Il “soffitto di vetro” nei CdA italiani per le donne è il peggiore in assoluto, e ridurlo è interesse delle imprese, non delle donne, perché abbondanti ricerche dimostrano che imprese con leadership anche femminile crescono e guadagnano di più.

Possiamo forse sperare in un cambiamento radicale? Non siamo troppo ottimisti.
Se dovessimo affidarci a ciò che vediamo in molte realtà, citando Beppe Severgnini:
“Il processo di selezione dei talenti è così marcio che nel Belpaese molte persone, soprattutto donne e dotate della capacità di essere manager, sono confinate al ruolo di segretaria. Mentre i posti dirigenziali sono affidati a chi è ben introdotto, anche se spesso incapace. Per questo in Italia ci sono le migliori segretarie e i peggiori manager.”


LE BUONE NOTIZIE

Wildpoldsried

Ecco una buona notizia direttamente da un piccolo paese, meno di 2.500 abitanti, nel sud della Germania, poco distante dal confine con l’Austria. Il nome è impronunciabile: Wildpoldsried, ma il record che detengono è invidiabile.
Nel 1997 l’allora neo sindaco, ancora oggi in carica, Arno Zengerle, raccolse il consenso dei cittadini proponendo tre nuove idee: ricerca e sviluppo delle energie rinnovabili, uso di materiali ecologici nella costruzione degli edifici e gestione sostenibile delle acque.
Da allora sono stati realizzati: 9 impianti solari fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici come la scuola, la palestra e la sala comunale, 190 impianti fotovoltaici privati, 4 impianti a biogas, 3 piccoli impianti idroelettrici, un parco eolico da 7 mulini a vento e una micro rete di teleriscaldamento con 42 collegamenti.
Tutto ciò produce il 321% di energia elettrica in più rispetto al fabbisogno del paese e con la vendita del surplus energetico il Comune incassa tra i 4 e i 5,7 milioni di euro all’anno. A fine anno invece di pagare l’IMU i residenti ricevono un assegno!


NO COMMENT

L'immagine del mese

"Apri le finestre della calma e vedrai d'improvviso erompere il radioso sole della gioia" foto di DJ Tommy Cassano (tcassano[at]aminstruments.com).


AM KIDS

Bullismo

AM Kids non può non parlare anche di questo. Oltre la notizia, condividiamo un post da facebook, scritto da un concittadino della ragazza, e che in modo crudo ma efficace esige risposte.

DAL “FATTO QUOTIDIANO”

Pordenone, ragazzina si getta dalla finestra e lascia un messaggio ai compagni: “Ora sarete contenti”

La dodicenne è ricoverata in terapia intensiva con numerose fratture, una prognosi di 40 giorni ma si escludono complicazioni più serie: "Avevo paura di urlare al mondo i miei timori". In un'altra lettera si è scusata per il gesto con i genitori.

“Adesso sarete contenti”. Questo un passaggio del messaggio che ha lasciato ai compagni di classe prima di gettarsi dal secondo piano di casa sua una ragazzina di 12 anni di Pordenone. Un lancio nel vuoto attutito da una tapparella del piano inferiore per poi finire a terra. Lei, che non voleva tornare in classe per paura, non ha mai perso conoscenza e ora è ricoverata all’ospedale di Udine con numerose fratture. Se la caverà: la prognosi è di 40 giorni e al momento si escludono complicazioni più serie. Il caso però scuote la politica e la senatrice del Pd Elena Ferrara chiede che venga calendarizzato il ddl già approvato al Senato per arginare il fenomeno del cyberbullismo. Anche perché i numeri del fenomeno fanno impressione: secondo un rapporto dell’Istat oltre il 50% degli under 18 ha subìto un atto di violenza. E quello di Pordenone è solo l’ultimo di una lunga serie di casi che poi finiscono nelle pagine di cronaca.

“Non ce la facevo a rientrare in quella classe”

 

Prima di compiere il gesto, sulla scrivania accanto al messaggio per i compagni, la ragazzina ha lasciato anche una lettera ai suoi genitori in cui chiedeva scusa per il gesto. Le lettere erano state scritte probabilmente giorni fa. La 12enne da circa una settimana non andava a scuola a causa di una infiammazione alle vie respiratorie. Ad accorgersi del tentativo di suicidio è stata la madre che è entrata nella camera per fare un aerosol e l’ha trovata vuota con la finestra aperta. Si è quindi affacciata e ha trovato la figlia distesa nel cortile sottostante, già soccorsa da un vicino di casa. “Oggi dovevo tornare a scuola dopo la malattia – ha raccontato all’uomo – ma io non ce la facevo a rientrare in quella classe. Avevo paura di urlare al mondo i miei timori e così ho deciso di farla finita”.
Anche nelle prime fasi dei soccorsi, tanto al personale del 118 quanto alla mamma e agli agenti della Volante la ragazza ha ripetuto il proprio disagio per i difficili rapporti con amici e coetanei nella scuola. Sono quindi partite le indagini della polizia insieme ai colleghi della scientifica e della postale. In particolare si stanno analizzando i messaggi sul cellulare e su Facebook della dodicenne. L’obiettivo degli inquirenti è capire se la prolungata assenza da scuola sia stata motivata da una causa scatenante che l’ha poi convinta a lanciarsi. La Procura per i minorenni di Trieste ha disposto il sequestro dei devices nella disponibilità della ragazzina. Un atto “necessario per poter cercare un collegamento tra le accuse che la dodicenne ha formulato in una lettera di addio e l’eventuale comportamento di qualche coetaneo”. Appena le condizioni della dodicenne lo consentiranno, la Procura per i minori disporrà un’audizione protetta. Solo dopo che avrà circostanziato possibili accuse gli investigatori potranno sentire, con le medesime modalità, eventuali minorenni coinvolti.

La preside: “Non c’era nessun segnale”

 

“Non c’era alcun segnale che lasciasse presagire quanto accaduto, siamo sconvolti” dice la dirigente della scuola. “Mai, né durante i Consigli di classe, né in situazioni più informali – aggiunge – era emerso disagio di alcun tipo, e men che meno episodi di presunto bullismo. I genitori di questa ragazzina e degli altri alunni non hanno mai accennato nulla a me o agli insegnanti. Insomma, un dramma che stava covando e di cui nessuno si era accorto ma non ci sono evidenze alla scuola che ci siano stati episodi particolari”.
“Dobbiamo cercare di capire perché questi ragazzini, sempre più giovani, arrivano a progettare questo tragico epilogo della loro esistenza. Invece c’è già la corsa al sensazionalismo, si sono già condannati amici e coetanei per il presunto bullismo mentre la scuola sarebbe inerme. Nel nostro caso abbiamo perfino uno sportello di ascolto gestito da una psicologa a cui però questa ragazzina non ha inteso accedere. Prima di qualunque giudizio, aspettiamo che la Polizia parli con lei. L’unica cosa importante è che questa nostra ragazza si possa riprendere pienamente”.


Ed ecco il post di Facebook:

Oggi una ragazza della mia città ha cercato di uccidersi.
Ha preso e si è buttata dal secondo piano.
No, non è morta. Ma la botta che ha preso ha rischiato di prenderle la spina dorsale. Per poco non le succedeva qualcosa di forse peggiore della morte: la condanna a restare tutta la vita immobile e senza poter comunicare con gli altri normalmente.
“Adesso sarete contenti”, ha scritto. Parlava ai suoi compagni.
Allora io adesso vi dico una cosa. E sarò un po’ duro, vi avverto. Ma c’ho ‘sta cosa dentro ed è difficile lasciarla lì.
Quando la finirete? 
Quando finirete di mettervi in due, in tre, in cinque, in dieci contro uno?
Quando finirete di far finta che le parole non siano importanti, che siano “solo parole”, che non abbiano conseguenze, e poi di mettervi lì a scrivere quei messaggi – li ho letti, sì, i messaggi che siete capaci di scrivere – tutte le vostre “troia di merda”, i vostri “figlio di puttana”, i vostri “devi morire”.
Quando la finirete di dire “Ma sì, io scherzavo” dopo essere stati capaci di scrivere “non meriti di esistere”?
Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo “che ha il professore di sostegno”, quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?
Che cosa deve ancora succedere, perché la finiate? Che cosa aspettate? Che tocchi al vostro compagno, alla vostra amica, a vostra sorella, a voi?
E poi voi. Voi genitori, sì. Voi che i vostri figli sono quelli capaci di scrivere certi messaggi. O quelli che ridono così forte.
Quando la finirete di chiudere un occhio?
Quando la finirete di dire “Ma sì, ragazzate”?
Quando la finirete di non avere idea di che diavolo ci fanno 8 ore al giorno i vostri figli con quel telefono?
Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale?
Quando la finirete di venire da noi insegnanti una volta l’anno (se va bene)?
Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non è una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere voi i primi a farlo, perché da sempre non sono le parole ma gli esempi, gli insegnamenti migliori? 
Perché quando una ragazzina di dodici anni prova a buttarsi di sotto, non è solo una ragazzina di dodici anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quell’età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto.
E tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola, una sola, che è: “Basta”.


WARP continua sul prossimo numero. Se non sei già nella nostra lista:

 

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