WARP, Luglio 2014

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


 

TOP NEWS

"Ride The Future" - leggi

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La parola d'accesso di questo numero è "Qualità" - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: (I Can’t Get No) Satisfaction - leggi o ascolta

LA LENTE

Sistemi LAF - leggi

UNA PAGINA A CASO

Solaris - leggi

CALEIDOSCOPIO

Frida Kahlo e Sebastião Salgado - leggi

WARP ATTACK

Riprendiamoci la nostra follia! - leggi

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Ortensia al Summer GAME - leggi


"Ride The Future"

L’evento più originale nel settore del controllo della contaminazione

Il 7, 8 e 9 Ottobre 2014, presso la nuova sede operativa di AM Instruments, si svolgerà Ride the Future, l’evento più originale nel settore del controllo della contaminazione.
 
Nel gennaio 2014 AM Instruments ha cambiato la sua sede. Un luogo pregettato e realizzato con lo scopo di creare lo spazio ideale per intraprendere le nostre nuove sfide. Una scelta importante che riguarda chi lavora in AM Instruments e i nostri clienti.

Ride the Future non è l’inaugurazione della nostra sede: abbiamo voluto oltrepassare i confini “autoreferenziali” tipici di queste iniziative. Abbiamo deciso di creare qualcosa che non riguarda la sola realtà aziendale: quello che offriamo è la possibilità di partecipare a delle giornate di formazione e informazione che si traducono in un vero e proprio investimento di carattere professionale.

Chiunque lo desideri, può aggiornarsi, conoscere e confrontarsi sui temi più attuali con i referenti di industrie, ricerca e istituzioni.

Ride the Future avrà luogo presso la nostra sede di Limbiate dal 7 al 9 Ottobre 2014. L'evento di tre giorni sarà suddiviso in aree tematiche scelte in virtù della loro centralità nel settore del controllo della contaminazione. PRODUZIONE, QUALITA', REGOLATORIO. Potrai liberamente decidere se partecipare a una, due o tutte e tre le giornate.

Ogni giornata sarà caratterizzata da conferenze, training, area espositiva e demo. Le conferenze riguarderanno gli argomenti più attuali delle tre aree tematiche, e saranno tenute dai protagonisti di industrie italiane e straniere e importanti istituzioni.

Per ricevere aggiornamenti sul programma e iscriverti all'evento compila questo form:

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Qualità

Ho studiato diversi anni “Antropologia Culturale” con Ida Magli. Ida Magli è una strana figura nell’ambito dell’antropologia. Il suo lavoro è stato tutto al contrario: se l’antropologo studia le culture altre, forte della distanza e obiettività che il suo essere “occidentale” gli consente di avere, la Magli ha fatto nel corso degli anni un percorso opposto. La sua attenzione si è concentrata sull’Occidente, alla ricerca di quello che chiamava “ovvio culturale”. Non sarà stato facile, per lei e per chiunque l’abbia seguita, mantenere la giusta distanza, l’equilibrio tra il dentro e il fuori una cultura a cui si appartiene.

Faccio questa introduzione, perché ritengo la riflessione sul concetto di qualità un classico esempio di lavoro al contrario. La maggior parte delle nostre azioni sono vissute da noi come ovvie, e per questo stesso motivo, non sono oggetto di riflessione da parte nostra. Invito quindi chiunque abbia il desiderio di leggere questo articolo a focalizzare l’attenzione sull’ovvietà delle proprie azioni. Invito alla distanza, per poter vedere meglio, come un perfetto antropologo.

Una cultura della qualità: questo concetto, così ampio e complesso, contiene in sé il nucleo della sua stessa debolezza. Se volessimo considerarlo dal punto di vista antropologico, tutto ciò che definiamo cultura finisce per essere talmente parte di noi e vissuto come ovvio, che spesso dimentichiamo di esserne portatori. Per questo è necessario riflettere costantemente sui significati delle cose che diamo per scontate.
Fare bene le cose e farle bene al primo ciak! Tutto ciò è così ovviamente corretto che la maggior parte di noi dimentica di valutare le proprie azioni. Ciò che facciamo abitualmente, proprio perché fatto per abitudine, assume automaticamente lo status di “cosa ben fatta”. Solo una riflessione attenta sulle dinamiche particolari delle nostre azioni quotidiane riesce a svelare l’errore, l’ostacolo, la dimenticanza. In fondo è proprio l’esercizio di questa riflessione che porta alla qualità.

La Metafisica della Qualità (spesso abbreviata in MOQ, Metaphysics of Quality) è una teoria sulla realtà ideata dallo scrittore e filosofo statunitense Robert Pirsig. Ne “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” Pirsig si interroga su cosa sia la realtà, che cosa sia buono, che cosa sia giusto, e arriva a sorprendenti conclusioni sull'esistenza, operando una sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale.
L’idea di qualità diventa il sommo valore dell'animo: qualità nei propri pensieri, nelle proprie azioni, nei propri desideri.
Pirsig sosteneva che definire la qualità in termini oggettivi non fosse affatto facile mentre è facile rilevarne la mancanza. Quando manca la qualità, infatti, ce ne accorgiamo subito.
La qualità può essere intesa in molteplici modi, proprio per l’ambiguità della sua composizione: una parte oggettiva dettata dalle caratteristiche intrinseche dell’oggetto o dell’azione, e una parte fortemente soggettiva, data dal valore di aderenza della cosa o dell’azione a delle aspettative. E’ un rapporto tra una realizzazione e un’attesa perché esprime il livello di corrispondenza tra le aspettative del soggetto e le risposte dell’oggetto o dell’azione. In termini a noi vicini, è la distanza tra le aspettative del cliente e il prodotto/servizio offerto: più le aspettative e il prodotto/servizio si sovrappongono, più questi saranno giudicati prodotti/servizi “di qualità”.

Vogliamo sottolineare che quando parliamo di cliente, non ne parliamo in senso univoco intendendo il nostro referente esterno: cliente è chiunque sia al termine dell’azione che stiamo compiendo. Anche il collega che sta aspettando una mia risposta può essere definito, in quella situazione, il mio cliente.

“La qualità è “customer driven” perché i livelli di performance e di conformità sono stabiliti dai clienti e i clienti sono i soli deputati a valutare il livello di qualità. Parafrasando un detto famoso che diceva che "la bellezza è negli occhi di chi la contempla", potremmo dire che la qualità è negli occhi dei nostri clienti.

Proviamo ora a considerare la qualità dal punto di vista dei clienti e dal punto di vista delle eventuali aziende e vediamo cosa cambia. Se guardiamo la qualità dal punto di vista dei clienti è:

  • design, sensazioni comunicate dal prodotto, affidabilità, ecc.
  • valore (qualità rapportata al prezzo pagato per il prodotto/servizio)

Se guardiamo la qualità dal punto di vista delle organizzazioni è:

  • conformità ai requisiti
  • un costo (costi di prevenzione, costi per controlli, costi dovuti a prodotti difettosi, costi per la gestione ecc)

La percezione della qualità è, come si può intuire, multidimensionale e può dipendere dalla natura del prodotto/servizio, dal contesto di riferimento (ciò che in un determinato contesto viene considerato di qualità può essere considerato di scarsa qualità in un contesto diverso o da un’altra persona), dalle aspettative, dalla percezione (basata sulle conoscenze specifiche del prodotto/servizio, sui convincimenti, sui valori, sulle emozioni, sulle informazioni raccolte attraverso la pubblicità,i media, i colleghi), dai bisogni al momento della valutazione, ecc.

David Garvin nel 1987 individuò 8 componenti della qualità:

  • la prestazione (il prodotto fa il lavoro richiesto?)
  • l’affidabilità (con quale frequenza il prodotto si guasta?)
  • la durata
  • la manutenibilità (la manutenzione può essere fatta facilmente, in tempi brevi e con costi bassi? Come funziona il servizio post-vendita?)
  • gli aspetti formali (come si presenta il prodotto, ha un aspetto gradevole o un design superato? È confezionato in modo accattivante?)
  • la funzionalità (cosa fa il prodotto? Si installa facilmente?)
  • la qualità percepita (qual è la reputazione dell’azienda fornitrice? Quanto devo aspettare perché il prodotto mi venga consegnato? La persona con la quale ho parlato al telefono è stata gentile? È stato fatto un corso di formazione per l’utilizzo del prodotto? Il manuale che è stato fornito col prodotto è chiaro?)
  • la conformità alle norme (c’è aderenza alle specifiche? Il prodotto è sicuro? Il fornitore è stato capace di comprendere ed interpretare secondo le normative i desideri del cliente? Esistono delle garanzie?)

La qualità, dunque, è il punto di incontro tra diverse esigenze che possono ricondursi principalmente a tre:

  • l’efficacia (la qualità del prodotto/servizio)
  • l’efficienza (il contenimento dei costi e dei tempi)
  • l’elasticità (la risposta al cambiamento)

E all’interno delle organizzazioni? Come si riconosce se un’organizzazione lavora in qualità?
Potremmo sostenere che non c'è qualità se manca anche uno solo di questi fattori:

  • voglia e capacità di cambiare per tenere il passo del progresso
  • capacità di cambiare rapidamente
  • etica
  • motivazione

Forse, tornando a Pirsig, è più semplice definire cosa certamente non è qualità.
Non basta imporre delle regole e perseguire la conformità alla norma per essere soddisfatti del livello di qualità raggiunto.
“Qualità” non è qualcosa di aggiuntivo al lavoro, da incastrare nei propri impegni quotidiani, quando e se si ha tempo di farlo.
Se qualcuno vi dice “non ho tempo per pensare alla qualità, devo produrre”, potrete essere certi che questa persona non ha davvero capito di cosa si sta parlando!
“Qualità” non può essere tollerare gli errori
“Qualità” non può essere scarsa professionalità

A questo punto non ci rimane che riflettere, costantemente e in modo obiettivo, sulle nostre azioni quotidiane, soprattutto quelle che dimentichiamo di fare eppure facciamo, perché abituali, ripetitive, conosciute.


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: (I Can’t Get No) Satisfaction

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

10 maggio 1965, mentre mia madre si recava in ospedale per dare alla luce il sottoscritto,  i Rolling Stones entravano al Chess Studios di Chicago per registrare uno dei singoli più venduti, ascoltati e suonati. Il riff di chitarra, insieme a quello di “Smoke On The Water” dei Deep Purple diventerà tra i più celebri della storia del rock. In questo numero racconteremo la storia di (I Can’t Get No) Satisfaction.

I Rolling Stones erano nel bel mezzo del loro secondo tour americano e i due singoli "Time Is On My Side" e "The Last Time" avevano raggiunto i primi posti delle cassifiche americane.

Il 7 maggio 1965, i Rolling Stones sono a Clearwater in Florida e 3000 persone hanno appena terminato di godersi il loro concerto al Jack Russell Stadium. E’ quasi l’alba quando i Rolling Stones si ritirano nel loro motel. Keith Richards prende sonno quasi subito, ma poco dopo si sveglia con una melodia in testa. Ha la chitarra appoggiata sul letto proprio accanto a lui, prende il piccolo registratore e preme il tasto di registrazione. Suona le otto note di riff accompagnandole con la strofa  “I can’t get no satisfaction”. Immediatamente dopo crolla nuovamente in un sonno profondo.
Al risveglio, Richards riascolta il nastro e nota come ci siano circa due minuti di chitarra acustica e poi solo il rumore del suo russare fino alla fine del nastro.
Poco dopo Richards incontra il resto del gruppo e fa sentire quelle 8 note di riff a Mick Jagger. Jagger non è molto entusiasmato da quelle note ma è ispirato e butta giù velocemente il testo della canzone.
Solo tre giorni dopo i Rolling Stones entrano in studio di registrazione dove incidono il disco per farlo diventare, contro il parere di Richards, il nuovo singolo da lanciare.
Nel giugno del 1965 il singolo viene rilasciato negli Stati Uniti raggiungendo quasi subito la vetta della classifica dei dischi più venduti.
Il testo della canzone racconta l'insoddisfazione giovanile e attacca il consumismo, per questo fu percepita come un attacco alla società.
In Europa, un po’ perché molti ritenevano il testo del brano sessualmente esplicito, un po’ perché la casa discografica stava preparando l’uscita di un live del Rolling Stones, Satisfaction venne rilasciato solo alla fine di agosto.

Nei decenni successivi alla sua uscita, Satisfaction è stato ripetutamente acclamato da parte dell'industria musicale. Nel 1976, la rivista britannica “New Musical Express” ha elencato  Satisfaction tra i 100 migliori singoli di tutti i tempi.
Nel 1979 la canzone fu inserita nella colonna sonora di Apocalypse Now e nel 1991 la rivista Newsweek elencò Satisfaction tra le "100 canzoni che sconvolsero il mondo".

Di Satisfaction vennero incise anche diverse cover. La versione più particolare venne incisa dal gruppo americano dei “Devo”. Il brano venne pesantemente stravolto fino al punto da dover coinvolgere i legali per raggiungere un accordo sui diritti. In uno dei colloqui, Jagger ammise che gli piaceva molto la versione dei Devo. Il suo giudizio fu determinante per il raggiungimento dell’accordo.

Come curiosità, c’è da sottolineare che la frase "I Can’t Get No Satisfaction", è grammaticalmente scorretta; infatti è un doppio negativo e il vero significato sarebbe: "I can't get any satisfaction”.

Per contattare DJ Tommy Cassano:

tcassano[at]aminstruments.com


LA LENTE

Sistemi LAF

AM Instruments progetta e realizza una linea completa di flussi laminari adeguabili ad ogni esigenza di spazi e funzioni.

Il modulo standard MULTIPLO® è un’unità indipendente con filtro HEPA e ventilatore.
Ogni modulo è costituito da unità a flusso laminare e può essere realizzato in quattro dimensioni standard.
Può essere assemblato secondo le esigenze del layout zona lavoro in classe ISO5 (secondo ISO 14644-1) di dimensioni e geometrie variabili per rispondere alle esigenze tipiche delle industrie nelle quali è necessario operare in alcune fasi della produzione, in ambienti controllati dal punto di vista particellare e/o microbiologico.
L’aria ambiente aspirata attraverso prefiltri laterali ad alta efficienza, viene convogliata dal motoventilatore in un plenum a sezione ottimizzata che distribuisce la pressione sulla superficie del filtro HEPA in modo uniforme così da garantire la laminarità dell’aria a valle dello stesso.
Le zone circostanti il motoventilatore sono tenute a pressione negativa, si ottiene quindi una tenuta dinamica che aumenta la sicurezza intrinseca del sistema MULTIPLO®.

  • gambe di sostegno
  • cortine in PVC
  • tri clamp su pannello per la verifica dell’efficienza dei filtri con generatore di aerosol e fotometro
  • attacco tri-clamp su pannello per inserimento del tracciante all’interno del plenum
  • illuminazione a LED o lampade a goccia
  • misuratore di pressione differenziale
  • pressostato
  • quadro elettrico remoto

 

La Cappa Downcross AM Instruments è un’unità a flusso laminare verticale per locali pesate o per la preparazione dei lotti di produzione, garantisce livelli di esposizione dell’operatore <100µg/m3 TWA, che possono essere migliorati con l’uso di schermi flessibili o rigidi per <10µg/m3 TWA.
L’alta qualità nella finitura e la sua struttura in acciaio inox AISI 304, la rendono ideale per il settore farmaceutico.

  • cGMP compliance
  • ventilatori ad alte prestazioni
  • struttura in acciaio INOX AISI 304
  • quadro elettrico dedicato
  • sistema di allarme su richiesta

 

Il Passbox con generatore di H2O2 integrato, può essere facilmente installato tra due diverse aree classificate per il passaggio di materiale, garantisce la sterilizzazione superficiale dei materiali da introdurre in ambiente sterile.
Questo dispositivo è essenziale quando i prodotti/componenti da sterilizzare non sono autoclavabili.
La riduzione della carica batterica è superiore a 6Log.  Il passbox ha un’alta compatibilità con tutti i materiali utilizzati in ambienti controllati e
non necessita di particolari attrezzature : viene richiesta solo aria compressa e allacciamento linea elettrica.
Il design semplice ma completo lo rende adatto a qualsiasi esigenza.

  • generatore di nHP integrato
  • completamente in acciaio  AISI 304  (camera lavoro e struttura esterna)
  • HMI con touch screen
  • funzionalità di reporting durante il processo di sterilizzazione
  • cicli di sterilizzazione completamente programmabili
  • l’aria in ingresso zona lavoro è filtrata HEPA H14 per garantire un ambiente in classe B, secondo cGMP Annex 1
  • soluzioni personalizzate hardware e software
  • facile collegamento ad un sistema di monitoraggio centralizzato tramite interfaccia SQL e OPC
  • funzionalità completa per invio e-mail/SMS in caso di allarmi
  • richiami, anomalie o messaggi di fine-ciclo
  • sterilizzazione a bassa temperatura
  • veloce, ripetibile, affidabile
  • validabile
  • non pregiudica materiali termolabili
  • ciclo sostenibile: i residui di perossido di idrogeno non sono tossici (acqua e ossigeno)

 

Il LAF Trolley o carrello flussato è progettato per consentire la manipolazione ed il trasferimento dei materiali da una camera in classe A all’altra, passando attraverso differenti aree classificate (es. in classe B), senza il collegamento alla rete di alimentazione elettrica (per un tempo di circa 30 minuti) in completa sicurezza. Il Laf Trolley è comunemente utilizzato per il trasferimento di fiale parzialmente chiuse dalla linea riempimento ai liofilizzatori e viceversa. L’aria viene aspirata dall’ambiente attraverso prefiltri laterali, filtrata dal filtro HEPA, spinta orizzontalmente nella zona di lavoro, quindi espulsa attraverso delle aperture poste sugli sportelli di chiusura della zona lavoro.

  • carpenteria realizzata in acciaio inox AISI 304 esternamente satinato Scotch Brite.
  • filtro assoluto tipo HEPA con efficienza del 99,999% su particelle da 0,3  µm; classe Eurovent H14.
  • prefiltri piani ad alta efficienza con rete di protezione in inox.
  • ventilatore dimensionato per garantire una velocità dell'aria in uscita dal filtro HEPA di 0,45 m/sec. ±20%.
  • quadro elettrico integrato nel carrello, con interruttore generale a vista

 

La doccia d’aria consente il trasferimento di personale e materiali da un locale non classificato ad una zona classificata (es. classe D). La struttura è completamente costruita in acciaio inox AISI 304, finitura Scotch Brite.
Il collettore di polveri è dotato di due porte di accesso interbloccate, poste una di fronte all’altra con un ciclo di funzionamento preimpostato.
La zona interna è mantenuta in costante depressione da un ventilatore che aspira aria dalla zona pallets.

  • struttura in acciaio inox AISI 304.
  • filtro HEPA, classe Eurovent H14 o H13
  • ventilatori centrifughi
  • barriere  d’aria ad alta velocità
  • luce interna.
  • misuratore di pressione differenziale
  • porte d’accesso con dispositivo di interblocco
  • dimensione esterna (circa) : mm. 1500 x 1200 x 2750
  • superficie utile interna (circa) : mm. 900 x 1100 x 1950
  • velocità media di uscita : > 15 m/s
  • obiettivo classe di contaminazione classe: ISO 5 secondo la norma ISO 14644-1

 

Gli armadi flussati sono realizzati in acciaio inox AISI 304 con ventilazione e filtrazione dell’aria per garantire condizioni ISO 5 nel vano interno a porte chiuse. Finitura Scotch Brite sia per superfici esterne che per vano interno.

Per ulteriori informazioni puoi contattare Roberto Stroppa (t. 02-873892.1 - rstroppa[at]aminstruments.com)


AM Instruments ha realizzato il nuovo catalogo strumentazione controllo e analisi, fai clic qui o sull'immagine per scaricarlo. 


UNA PAGINA A CASO

Rubrica di passioni letterarie

Unapagina.jpg

Quando avevo vent’anni, un amico, appassionato di fantascienza, mi prestò un romanzo: “Solaris”, di Stanislaw Lem. Nella mia ignoranza riguardo il genere letterario, lo presi con diffidenza, credendo di afforntare la lettura di pianeti avversi e lotte tra astronavi.
Pagina dopo pagina mi ritrovai spiazzata: ero di fronte a qualcosa che somigliava a un procedere lento nel senso stesso della vita e della morte. Un viaggio filosofico in senso stretto: perché se la filosofa è continuo interrogarsi cercando interpretazioni per il nostro essere nel mondo, allora Solaris è davvero un romanzo flosofico.

Il protagonista è di per sé un’anomalia: non un astronauta comune, ma uno psicologo, figura portata per ruolo a interrogare e interrogarsi sull’umano. Ma qui le domande si allargano, coinvolgono la scienza stessa, il suo valore, la sua etica.

Inviato su Solaris, un pianeta non pianeta,  un oceano plasmatico che pare assumere forme e consistenze diverse, lo piscologo deve studiarne la natura. Una natura che prende sembianze incomprensibili, strutture anomale, ma anche in grado di emulare la forma delle apparecchiature umane con cui entra in contatto. Solaris è un essere vivente, per alcuni addirittura in grado di pensare, che sfugge a qualsiasi tentativo di comprensione umana.

La scienza stessa, alla base di qualsiasi romanzo di genere, perde il suo valore e il suo primato. Soprattutto ne viene svelato il vero scopo. L’uomo non cerca l’altro da sè, semmai uno specchio che ne moltiplichi l’immagine all’infinito.

La scienza? Sciocchezze. In questa situazione la mediocritá e il genio sono ugualmente inutili! Noi non vogliamo affatto conquistare il cosmo. Noi vogliamo allargare la terra alle sue dimensioni. Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio. Ci affanniamo per ottenere un contatto e non lo troveranno mai. Ci troviamo nella sciocca posizione di chi anela una meta di cui ha paura e di cui non ha bisogno. L'uomo ha bisogno solo dell'uomo!

La base spaziale, all’arrivo del protagonista, è un mondo abitato da presenze antropomorfe, in grado di comunicare con i pensieri più intimi dei membri dell’equipaggio.
Lo stesso psicologo, Kelvin, ritrova sua moglie, morta suicida. Il ricordo della donna, o meglio, il sentimento di lei, presente nel protagonista, assume una forma fuori di lui, si materializza e comincia a godere di vita propria.

Se da una parte questo susseguirsi di presenze può portare alla follia,
- É orribile, non riusciró mai ad abituarmi a tutte queste resurrezioni -
dall’altra mette a contatto con la propria anima, con i propri sentimenti più intimi; la realtà perde consistenza e assume il valore che noi le diamo.

Solaris è questo per me. E’ la nostra storia. E’ la storia della nostra anima. Per quanto razionali, per quanto legati alla realtà delle cose, i nostri sentimenti, i nostri ricordi riempiono il mondo di presenze impalpabili eppure reali, con le quali facciamo i conti ogni giorno. Non importa la forma, il colore, le cellule, gli atomi che le compongono: loro sono le nostre creazioni, e come tali interagiscono con noi. L’attimo stesso che un sentimento è espresso, comincia ad avere una vita tutta sua che spesso non siamo più in grado di controllare.

C’è una pagina in particolare. Mi colpì a vent’anni e per sempre pensai fosse metafora della nostra vita. Il protagonista viene circondato lentamente dal plasma di Solaris. Non è un attacco, è piuttosto un tentativo di conoscenza, è un abbraccio di qualcosa che prendendo la sua forma, il suo contorno, lo definisce, lo comprende, lo conosce. Ecco, questa forma di approccio al diverso è, credo, una delle pagine più poetiche di tutto il romanzo.

Vivamente consigliato. :)


CALEIDOSCOPIO

Frida Kahlo e Sebastião Salgado

FRIDA KAHLO
ROMA - Scuderie del Quirinale
20 marzo 2014 - 31 agosto 2014

Alle Scuderie del Quirinale una grande mostra sull'artista messicana Frida Kahlo (1907-1954), simbolo dell'avanguardia artistica e dell'esuberanza della cultura messicana del Novecento.

Roma e Genova presentano con un progetto congiunto e integrato due importanti mostre incentrate sull’opera dell’artista messicana Frida Kahlo.
La mostra romana, alle Scuderie del Quirinale, dal 20 marzo al 31 agosto 2014, indaga Frida Kahlo e il suo rapporto con i movimenti artistici dell’epoca, dal Modernismo messicano al Surrealismo internazionale, analizzandone le influenze sulle sue opere.
La mostra genovese, Frida Kahlo e Diego Rivera, a Palazzo Ducale, dal 20 settembre 2014 al 15 febbraio 2015, prosegue il racconto iniziato, analizzando l'universo privato di Frida, un universo di grande sofferenza, al centro del quale sarà sempre il marito Diego Rivera, delineando un rapporto che lascerà enormi tracce nella sua arte.

Non vi è dubbio che il mito formatosi attorno alla figura e all'opera di Frida Kahlo (1907-1954) abbia ormai assunto una dimensione globale; icona indiscussa della cultura messicana novecentesca, venerata anticipatrice del movimento femminista, marchio di culto del merchandising universale, seducente soggetto del cinema hollywoodiano, Frida Kahlo si offre alla cultura contemporanea attraverso un inestricabile legame arte-vita tra i più affascinanti nella storia del XX secolo. Eppure i suoi dipinti non sono soltanto lo specchio della sua vicenda biografica, segnata a fuoco dalle ingiurie fisiche e psichiche subite nel terribile incidente in cui fu coinvolta all'età di 17 anni. La sua arte si fonde con la storia e lo spirito del mondo a lei contemporaneo, riflettendo le trasformazioni sociali e culturali che portarono alla Rivoluzione messicana e che ad essa seguirono.

Fu proprio lo spirito rivoluzionario che portò alla rivalutazione del passato indigeno e delle tradizioni folkloriche, intesi come insopprimibili codici identitari generatori di un'inedita fusione tra l'espressione del sé e il linguaggio, l'immaginario, i colori e i simboli della cultura popolare messicana. Allo stesso tempo Frida è un'espressione dell'avanguardia artistica e dell'esuberanza culturale del suo tempo e lo studio della sua opera permette di intersecare le traiettorie di tutti i principali movimenti culturali internazionali che attraversarono il Messico del suo tempo: dal Pauperismo rivoluzionario all'Estridentismo, dal Surrealismo a quello che decenni più tardi avrebbe preso il nome di Realismo magico.

La mostra intende riunire attorno ad un corpus capolavori assoluti provenienti dai principali nuclei collezionistici, opere chiave appartenenti ad altre raccolte pubbliche e private in Messico, Stati Uniti, Europa. Completa il progetto, una selezione dei ritratti fotografici dell'artista, tra cui quelli realizzati da Nickolas Muray negli anni quaranta, indispensabile quanto suggestivo complemento all'arte di Frida Kahlo sotto il profilo della codificazione iconografica del personaggio.

Se infatti la mostra intende presentare e approfondire la produzione artistica di Frida Kahlo nella sua evoluzione, dagli esordi ancora debitori della Nuova Oggettività e del Realismo magico alla riproposizione dell'arte folklorica e ancestrale, dai riflessi del realismo americano degli anni venti e trenta (Edward Hopper, Charles Sheeler, Georgia O'Keefe) alle componenti ideologico-politiche ispirate dal muralismo messicano (Rivera, Orozco), è il tema dell'autorappresentazione a prevalere in questo progetto di mostra, sia in rispetto del peso numerico che il genere "autoritratto" assume nella produzione complessiva dell'artista, sia - e soprattutto - per lo specialissimo significato che esso ha rappresentato nella trasmissione dei valori iconografici, psicologici e culturali propri del "mito Frida".

La progettazione della mostra e del catalogo è affidata alla cura di Helga Prignitz-Poda, accreditata specialista dell'opera di Frida Kahlo, autrice con Salomon Grimberg e Andrea Kettenmann del catalogo ragionato dell'artista nel 1988.

Il raffinato ed emozionante bianco e nero di Sebastião Salgado
Palazzo della Ragione, Milano
Dal 27/06/2014 al 02/11/2014

Dopo aver incantato Venezia e Roma, ora Genesi affascina Milano. L'ultimo progetto del fotografo brasiliano Sebastião Salgado è in esposizione a Palazzo della Ragione: oltre duecento scatti in bianco e nero realizzati dall'autore nel suo viaggio per i cinque continenti. Emozione e raffinatezza nelle immagini in mostra, che ritraggono il Pianeta esaltandone le bellezze non ancora intaccate dall'intervento dell'uomo occidentale.


WARP ATTACK

Riprendiamoci la nostra follia!

Perché si possa ascoltare un «matto» bisogna avere una competenza intorno alla follia e questa competenza ognuno di noi l’ha perché siamo folli anche noi. Soltanto usando le nostre componenti folli, possiamo trovare un tramite per venire in relazione con chi vive una condizione che appartiene all’uomo – tra le condizioni umane la più sfuggente. Noi nasciamo folli e questa follia non si smarrisce, come mostra il sogno, il teatro dei nostri deliri. Se recuperiamo questa dimensione, possiamo cominciare a parlare con i folli. Un parlare che non è un diagnosticare, che non è propriamente un ascoltare, ma un entrare a poco a poco nel loro delirio, riducendolo. In sintesi questa era la strada che Basaglia intraprese mezzo secolo fa, dando inizio a una vera e propria rivoluzione in ambito psichiatrico, una rivoluzione rimasta interrotta.
In una intervista di Sergio Zavoli a Basaglia, alla domanda “Cos’è in definitiva il malato di mente e perché continuiamo a rifiutarlo?»
«No guardi, io non posso dirle cos’è il malato di mente, perché non lo sa nessuno» risponde l’intervistato Franco Basaglia.
Concetti ripresi anni dopo nelle Conferenze brasiliane, in cui lo psichiatra veneziano, ripercorrendo la propria esperienza, ammette di non sapere che cosa sia la follia. Dopo vent’anni di esperienze e di trasformazioni di cui egli è stato il promotore, dichiara che la follia può essere tutto o niente e che, semplicemente, è una condizione umana. «In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere che è poi quella di far diventare razionale l’irrazionale. Infatti quando qualcuno entra in manicomio smette di essere folle per tra- sformarsi in malato, e così diventa razionale in quanto malato». E concludeva dicendo che il problema è come disfare questo nodo e riconoscere la follia dove essa ha origine, cioè nella vita.

Il non sapere è una scelta di campo vera e propria: non è giusto rinchiudere la follia nelle mura spesse e opache della malattia, considerarla come un disturbo di tipo organico come fa il sapere psichiatrico sostenuto oggi dal grande sforzo delle neuroscienze. Ma allora la follia abita in ognuno di noi? Perché l’abbiamo sempre esclusa e allontanata? Come accettare l’idea che la follia fa parte del nostro essere umani? E soprattutto, come usare le nostre componenti folli nella relazione di cura, dal momento che – dice il filosofo Umberto Galimberti (I miti del nostro tempo, Feltrinelli) – costituiscono la via privilegiata per venire in ascolto, in relazione con i folli?

Riportiamo la trascrizione di un’intervista a Galimberti,  rilasciata in occasione
del «Festival dei matti».

La condizione della follia viene spesso emarginata: è una dimensione che ci mette a disagio, e pertanto preferiamo relegarla ai margini e non accettarla. Che cosa ci inquieta così tanto?
I cosiddetti matti sono quelli che rappresentano, sul grande schermo, la follia individuale di ciascuno di noi, per questo ci inquietano così tanto. Nella condizione della follia, come in uno specchio, è dato cogliere oscuramente quel che è in ciascuno di noi, perché ciascuno di noi, anche se non se ne rende conto, è quotidianamente impegnato ad armonizzare le dissonanze tra il mondo della ragione e il mondo della follia che ci abita.
La ragione, diceva Kant, è un’isola piccolissima nell’oceano dell’irrazionale. Non è il luogo della verità o della giustizia, è solo un sistema di regole attraverso le quali possiamo convivere e che funziona a patto che tutti vi si attengano. E quando c’è qualcuno che a quelle regole non si attiene, subisce una sorta di esclusione sociale: capita ai delinquenti ma capita anche ai matti, che infatti un tempo venivano ricoverati nelle prigioni proprio al pari dei delinquenti. La storia della psichiatria – la scienza che la società ha incaricato di occuparsi della follia – è lì a dimostrare come gli uomini abbiano sempre cercato di difendersi da questa figura inquietante. Una figura che Basaglia definiva semplicemente una condizione umana, presente in noi al pari della ragione, ma che la società – diceva – ha sempre tradotto in malattia allo scopo di escluderla, allontanarla da sé.
La medicalizzazione come difesa dalla follia
Non era però questo l’intento di Philippe Pinel, lo psichiatra francese che inaugurò a Parigi il primo manicomio.
No, non era questo. Pinel in realtà è stato colui che ha liberato i folli dalle prigioni, in base al principio che il folle non poteva essere equiparato al delinquente. Siamo a fine ’700 quando lui, contemporaneamente all’italiano Vincenzo Chiarugi e allo spagnolo Jean Etienne Dominique Esquirol, cominciano a sostenere che i matti si comportano come i delinquenti – accoltellano, disturbano, gridano... – però non lo fanno con consapevolezza. E per motivare questa distinzione utilizzano due categorie religiose: dicono infatti che i matti non hanno «piena avvertenza» e «deliberato consenso» delle loro azioni. E, com’è noto a quanti da piccoli sono andati a catechismo, per fare un peccato ci vogliono ambedue queste condizioni.
Partendo da qui, questi psichiatri cominciano a distinguere i matti dai delinquenti e a ritenere di doverli separare. Con questo atto di nascita la psichiatria si presenta come scienza della liberazione dell’uomo. Ma fu un attimo, perché il folle, liberato dalle prigioni, venne subito rinchiuso in un’altra prigione che si chiama manicomio.
Fin dai suoi inizi, dunque, la psichiatria si presenta come difesa sociale più che scienza competente. Ne è prova il fatto che, prima di chiamarsi medicina della mente, come la si intende oggi, era «medicina dell’anima». Dell’anima, nella storia dell’Occidente, si era detto di tutto: che fosse mortale, im- mortale, innata, acquisita... Nel ’700 si cominciò a dire che fosse anche ammalata. È allora che nasce questa scienza come cura (iatria) della malattia dell’anima (psiche). Ma a quale scopo? Forse si conoscono le malattie dell’anima? Sono sperimentabili? Sono suscettibili di essere osservate oppor- tunamente? No.
Già un secolo prima, quando Cartesio aveva ridotto il «corpo» a «organismo», a pura sommatoria di organi – inaugurando un sapere scientifico del corpo che noi oggi riconosciamo nel sapere medico –, tutti quei mali che non si riuscivano a spiegare a livello organico erano stati rubricati in una scienza allora nominata del «morbus sine materia», malattia senza riscontro organico. E chi è il malato senza riscontro organico? Il folle, perché, se esaminato con uno sguardo medico e metodi scientifici, il suo corpo non presenta alcuna alterazione. Così, chi era affetto da questo morbo passava di competenza di una medicina che un secolo dopo fu chiamata «psichiatria». Una scienza strana, quindi, perché senza riscontro scientifico.

Ma allora è possibile avere una “buona relazione con la nostra follia?

Da un lato dici: se non ci produciamo nella razionalità compromettiamo il nostro ordine del mondo e la possibilità di stare insieme. Dall’altro richiami il fatto che è nella qualità della follia che sta la nostra unicità. Come facciamo a tenere insieme le due cose?
Direi così: c’è chi cammina con una gamba sola, ma solitamente con due si va molto meglio nella vita! Anche in bicicletta dobbiamo usare tutti e due i pedali. È una battuta, per dire che bisogna camminare con una gamba nel mondo della ragione e con l’altra in quello della follia. Nella ragione dobbiamo esserci, per carità, senza non potrei dire le cose che sto dicendo. Però quando la ragione comincia a consistere nella difesa dalla propria follia, qui abbiamo quel surplus di carica emotiva della razionalità che Freud chiamava «razionalizzazione», che ci impedisce di intendere il folle. Quando ci difendiamo non lo facciamo solo dalla follia, ma anche dallo straniero, dal diverso in genere, dall’altro. E la ragione tende a diventare la «nostra ragione», la sola che funziona e che nei casi peggiori finisce per diventare paranoia. Quando cioè la ragione non si istituisce come convenzione per potersi intendere, ma come difesa da tutto ciò che non sono io, allora non riusciamo più a comprendere tutto il mondo dell’alterità, il folle, lo straniero, tutti coloro che non condividono le nostre opinioni. Solo una buona relazione con la nostra follia ci permette di capire che anche noi stessi siamo altro rispetto al concetto che abbiamo di noi.
Ora le neuroscienze verranno a dirci che la follia è uno stato patologico, che dipende da disfunzioni neuronali, ma è errato pensare che la follia sia una dimensione di alcuni e non di altri. Chiunque di noi può cadere in una dimensione folle. Oltre agli esempi già fatti, proviamo a pensare alla demenza senile, quando la coscienza sparisce e lascia emergere la verità. Ascoltiamoli i dementi, dicono la verità su tutto quello che hanno patito nella vita: gli odi che hanno dovuto trattenere, gli amori che non hanno potuto vivere... Normalmente si dice che «sono fuori di testa», in realtà stanno raccontando proprio ciò che nella loro vita non hanno mai potuto dire perché la buona educazione glielo impediva, le convenzioni sociali li avrebbero esclusi dalla definizione di normalità. Allora il problema della follia è un problema nostro: ciascuno di noi deve fare i conti con la propria.

Possiamo dire che il trattamento che riserviamo ai folli, di esclusione sociale, non è altro che la rappresentazione allargata del trattamento che riserviamo alla nostra follia, ovvero di esclusione psichica?

Proprio così. Noi escludiamo di essere folli, ci teniamo lontani dalla nostra follia e con questo atteggiamento non possiamo parlare con quelli che sono strani o stranieri. Certo è necessario anche il lavoro sociale che permetta di chiudere i manicomi e aprire strutture atte a sostenere la follia, perché non
possiamo pensare che la famiglia da sola regga il carico di una persona schizofrenica in casa. Tuttavia è l’atteggiamento di fondo che conta: nella misura in cui ci difendiamo dalla nostra follia, ci precludiamo la possibilità di comprendere il folle. Il lavoro grosso dobbiamo farlo su di noi: dobbiamo avere un contatto con la nostra follia.
Per concludere con la domanda precedente, se dobbiamo camminare su due gambe, andare in bicicletta con due pedali, analogamente dobbiamo non essere arroccati nella conoscenza razionale – premessa della depressione senile – ma bisogna attingere alla follia nella seconda parte della vita.


NO COMMENT

L'immagine del mese

Il famoso "freccia rotta". Immagine di Ernesto Gefonti, per tutti "Geffo" (egefonti[at]aminstruments.com)


AM KIDS

Vacanze vietate ai bambini (?!????)

VACANZE VIETATE AI BAMBINI!!!
(noi non condividiamo!!!!)

L’articolo della Stampa che mi capita sotto mano inizia così!!!!

“Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha provato l’incontenibile desiderio di sopprimere un bambino. Accade quando, in aereo, per esempio, il pargolo altrui piange per tutto il volo intercontinentale, corre per i corridoi, grida per cercare attenzione. Accade quando, al ristorante, non si riesce a parlare con il proprio dirimpettaio perché il pupo dell’altro tavolo è imbizzarrito. Accade quando, in albergo, appena preso sonno, vieni svegliato da urla belluine di un bambino provenienti dalla stanza accanto. Come esorcizzare il male e vivere sereni? Qualcuno ci sta pensando a risolvere il problema all’origine eliminando la presenza bambino senza ricorrere «alla violenza». E ci stanno pensando proprio adesso, alla vigilia delle vacanze pasquali ad alto rischio minorenne.”

Così alcune compagnie aeree hanno deciso di creare voli “adults only”. Sollecitate dai reclami sempre più numerosi di chi viaggia in business class, e che vede tradite le aspettative di relax e comfort per colpa di ragazzini urlanti, le compagnie seguono a ruota ciò che le ferrovie hanno già attuato da tempo in alcuni paesi: le carrozze “silenziose”. Mi chiedo se non si tratti di discriminazione ma pare che l’organismo di controllo per i passeggeri degli aerei abbia già dato il suo placet. Le compagnie sono aziende private e rispondono alle necessità della clientela. Ma quale?
L’Alitalia la pensa diversamente ad esempio, istituendo addirittura una Mille Miglia Kids per i passeggeri più piccoli. Ma gli aerei sono solo il mezzo per arrivare in vacanza. Che cosa succede una volta arrivati? A Capri, nell’albergo considerato tra i più belli del mondo, si “sconsiglia” l’accesso ai bambini.
La discriminazione nei confronti dei piccoli vacanzieri si sta allargando a macchia d’olio: Germania, Austria, Spagna. Alcune catene alberghiere vietano l’accesso ai minorenni.
Il bello però deve ancora venire.

Un movimento nato in America ed esportato in Europa al seguito del libro di Corinne Maier, mamma pentita, “No kid. Quaranta ragioni per non avere figli” suggerisce alle giovani generazioni: «Crescete e non moltiplicatevi». Perché i figli costano e uccidono l’armonia di coppia. Nel libro anche avvertimenti in salsa agrodolce per un mondo “children free” che ha scatenato anche il popolo del web, con forum di discussione sull’argomento e giudizi al vetriolo da parte di quelli che pensano che “figli è bello”.

Eppure, dicono gli esperti, ci vorrebbe veramente poco per riuscire a conciliare il bello della vacanza al bello della figliolanza. Di consigli preziosi sono pieni i libri, eppure il tutto si potrebbe riassumere in una sola regola di buonsenso. Buona educazione dei genitori uguale buona educazione dei figli, persino di quelli più vivaci.
Insomma, bambini, ribellatevi, a voce bassa, a questa manovra contro di voi!


ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia al Summer GAME

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Summer GAME a Limbiate. No, non è un torneo di beach volley, e neanche una caccia al tesoro nella Brianza. E’ il nostro meeting semestrale. Il primo in sede. Il primo nella nuova sede. Il primo con tutti, ma proprio tutti!

E’ un evento speciale, si respira un’aria eccitata. Quando hanno annunciato che non ci saremmo spostati di un metro, qualcuno di noi si è depresso. Si immaginavano in qualche località esotica, con un cocktail con gli ombrellini colorati e olive galleggianti. L’unica davvero felice ero io. Ho paura di qualsiasi mezzo di locomozione e sapere che quei tre giorni sarei stata al sicuro tra queste mura trasparenti mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo!

Tutto è stato preparato in gran segreto. Ci hanno dato un programma scritto con inchiostro simpatico: praticamente non sappiamo cosa andremo a fare.
Prima tappa, la cena del lunedì sera. Sono al tavolo con la squadra di AM Tech, i ragazzi dell’assistenza sono dei loschi figuri appassionati di fotografia, la prima volta che li ho visti sembravano la banda di Ocean’s Eleven. Senza Clooney. Quando sono da loro non fanno altro che prendermi in giro. Mi chiamano col nome di particelle contaminanti. E anche stasera non si risparmiano. Entrano i boss. E con loro un tipo alto e ben vestito. Assoluto mistero su di lui. Ma capiamo subito che c' entra qualcosa con quello che accadrà il giorno dopo.
E il giorno dopo arriva, e sorpresa nella sorpresa, il tipo della sera prima ci dice che è qui con noi per costruire insieme a noi la nostra carta dei valori. O meglio, noi la faremo, lui ci darà solo degli input. Mi piace. Mi piace pensare che tutti insieme stiamo per discutere di cosa vogliamo essere, come individui e come azienda. Nessuno mi aveva mai chiesto di partecipare a qualcosa del genere.
Ci dividiamo in gruppi, eterogenei e numerosi. All’inizio c’è il vuoto da riempire, ma basta che uno di noi dia il la, e si parte. Nell’aria si sentono parole importanti, di quelle parole che solitamente si leggono ma difficilmente si pronunciano ad alta voce, come fossero sacre. Etica, crescita personale, trasparenza, correttezza, onestà, sviluppo. E in effetti a pensarci sono davvero parole sacre. Sono parole che hanno un peso specifico, sono quelle parole che rendono il vocabolario pesante, corposo, importante. E dirle a voce alta non è solo un esercizio linguistico. Significa qualcosa di più. Se dico etica non torno più indietro. Se dico trasparenza, non posso più nascondermi.  
Questo sta succedendo. Ognuno di noi dice cose importanti e mentre le dice sa che non potranno essere dimenticate. Che saranno la nostra guida, come in fondo lo sono state fino ad ora, sebbene taciute, sebbene non scritte. Ora che le abbiamo pronunciate è stato come mettere ceralacca su un documento e renderlo ufficiale.
Il mio gruppo ha steso il documento. I nostri valori. Quando ci ritroviamo nella sala riunioni, aspettiamo il nostro turno. Stiamo per presentarli. Li stiamo per dire ad altri di noi, come noi, che come noi hanno steso la loro lista. Così, in poche ore, discussione dopo discussione, viene fuori una statistica anomala. Già. Il tipo alto e ben vestito ci dice che, sebbene separatamente, tutti abbiamo parlato di trasparenza. Tutti di onestà. Tutti di creatività. Tutti di originalità. Ed è incredibile. Perché in fondo ognuno di noi ogni giorno siede alla sua scrivania, lavora, si occupa di cose differenti. E ognuno di noi avverte la stessa natura nel proprio lavoro, la stessa necessità: creare qualcosa, lavorare onestamente, essere corretto con colleghi e clienti. Le nostre priorità si sono rivelate simili. Mi colpisce un valore, più di altri.
Empatia. Non ne avevo mai sentito parlare sul lavoro. A malapena il mio primo e unico fidanzato ne conosceva il significato ed è per questo che l’ho lasciato! Invece qui si parla di empatia. Sulla Treccani c’è scritto:

empatia: capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro. Con questo termine si suole rendere in italiano quello tedesco di Einfühlung.

Ebbene, così come siamo ogni giorno, presi dai ritmi forsennati di lavoro, chi mai avrebbe immaginato che ci saremmo preoccupati di cosa sente il nostro vicino di scrivania, il cliente che abbiamo davanti, il nostro capo, o la signora che ogni mattina troviamo spolverare le nostre postazioni?! Invece è proprio cosi. O meglio noi aspiriamo a questo.
Ci rifletto un po’.
E’ vero, non siamo tutti uguali. Ma non ci eleva l’aver pensato che su un documento ufficiale di un’azienda comparisse questa parola? Non è forse questo il senso di questa strana riunione? Portarci a pensare che ogni mattina arriviamo in un luogo che non è altra cosa dalla vita, ma ne è parte integrante. E i principi che ci guidano fuori, devono guidarci anche dentro, e quelli che qui impariamo potremo rimbalzarli fuori, a casa, tra gli amici, nel mondo.
Così, fine della riunione, una carta dei valori creata a nostra misura e a misura di quello che vogliamo essere nel mondo. Mi sento di aver fatto qualcosa di buono.
E sento che da oggi in poi queste parole saranno meno pesanti. Perché avranno preso vita.


La storia di Ortensia Malincuore continua sul prossimo numero di WARP. Se non sei già nella nostra lista:

 

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