WARP #50 - Luglio 2017

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


AM Instruments cerca personale!

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TOP NEWS

Una mela, due idee. Intervista a Tommaso Cassano, IT Manager AM Instruments - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "eccellenza" - leggi

IN GOOD COMPANY

Volevo fare il benzinaio! - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Foo Fighters - Sonic Highways" - leggi o ascolta

UNA PAGINA A CASO

Le 8 montagne - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Maria Grazia Calandrone - leggi

WARP ATTACK

No is not enough - leggi

MI PIACE! (+1)

World Press Photo, i vincitori 2017 - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

L’amore alla mia età - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Orty in vacanza - leggi


TOP NEWS

Una mela, due idee. Intervista a Tommaso Cassano, IT Manager AM Instruments

Siamo nell’era dell’industria 4.0. Tutte le realtà industriali sono più o meno coinvolte in questa trasformazione, alcune più di altre per tipologia di business. Quali sono gli elementi di industria 4.0 che AM Instruments ha fatto proprio sui quali sta lavorando?

Negli ultimi anni il paradigma informatico applicato all’industria sta letteralmente cambiando. Il modello che abbiamo usato fino ad oggi nelle aziende è stato lo stesso utilizzato nell’uso domestico dell’informatica ovvero un modello chiamato “l’internet delle persone” dove gli esseri umani interrogano i sistemi per ottenere informazioni.  Nell’era “dell’Internet delle cose”, i dispositivi comunicano tra loro e ci forniscono dati; informazioni di qualsiasi natura.
Quando ci siamo trasferiti nella nostra nuova sede di Limbiate, siamo partiti proprio da questo nuovo modello spingendo al massimo la domotica industriale implementando, da subito, sistemi di controllo computerizzati per la gestione dell’illuminazione e della climatizzazione.
A distanza di soli 3 anni dal trasferimento nella nuova sede di Limbiate, AM Instruments sta per partire con un nuovo insediamento produttivo in cleanroom. Anche in questo caso abbiamo cercato di spingere al massimo l’automazione computerizzata e molti dei prodotti che usciranno dalla nostra cleanroom saranno realizzati attraverso sistemi robotizzati che dialogano con i server aziendali creando una interazione machine-to-machine. Personalmente considero questa fase solo un punto di partenza. Il mio reparto sta mettendo allo studio sistemi che si basano sulla realtà aumentata che potrebbero aiutare, attraverso una guida visiva, il reparto produzione nell’assemblaggio dei nostri prodotti, oppure sistemi di voice-collect per la gestione della logistica con l’intento di limitare al massimo eventuali errori di picking e spedizione. Insomma le idee non ci mancano.

 

AM Instruments ha un passato di oltre 25 anni, ed è stata protagonista di grandi cambiamenti. Crescita esponenziale di fatturato e personale, apertura a nuovi mercati, internazionalizzazione, non ultimo la creazione di prodotti e servizi innovativi.
Quale è il ruolo dell’IT in un processo di trasformazione aziendale così ampio e repentino? Quali sono le difficoltà da affrontare e quali le soluzioni?

In AM Instruments abbiamo adottato già da diversi anni sistemi virtualizzati che ci hanno permesso di ridurre i rischi di down dei servizi erogati. Abbiamo valutato anche l’utilizzo dei servizi in cloud ma la scelta è caduta sull’ambiente on-premise, non tanto per la qualità e la sicurezza dei servizi cloud disponibili ma soprattutto per escludere potenziali rischi dovuti all’infrastruttura internet che in caso di down o di erogazione limitata avrebbero avuto un impatto sensibile sul processo produttivo e logistico. Abbiamo appena completato un sistema di disaster recovery con la replica dell’ambiente virtuale in una sede remota che dovrebbe metterci al sicuro anche da eventi catastrofici.

Sicuramente l’introduzione di sistemi computerizzati interconnessi, aprono scenari delicati in ambito di sicurezza e privacy. Anche in questo caso abbiamo cercato di non sottovalutare l’argomento introducendo in AM Instruments competenze, con personale IT che arriva proprio dall’ambito della sicurezza, e con sistemi evoluti. Recentemente abbiamo ridisegnato la nostra rete aziendale con sistemi di networking Layer3, introdotto sistemi di controllo antivirus basati su sand box, MDM per i sistemi mobili e molto altro.

 

Quali risorse consideri essere necessarie dal punto di vista strategico, gestionale e operativo, per un piano di digitalizzazione che sia al passo con le attuali esigenze del nostro mercato?

Alla base di qualsiasi piano di digitalizzazione c’è l’infrastruttura di rete senza la quale, per ovvie ragioni, mancherebbe l’interconnessione. Oggi in Italia abbiamo ancora molte carenze con zone industriali non coperte dalla connettività internet.

E’ chiaro che questo non basta e occorrono studio, competenze e condivisione dei progetti. Oggi il reparto IT non può chiudersi all’interno di CED limitandosi a monitorare log o essere interpellato per la sostituzione di un mouse difettoso. L’IT deve interagire, ad esempio, con il marketing e con la ricerca e sviluppo per generare, insieme, nuove strategie. Penso a sistemi sempre più evoluti di e-procurement o all’omnichannel management ovvero la possibilità, da parte del cliente, di interagire con l’azienda usando diversi canali contemporaneamente (shopping online o acquisto tradizionale) senza soluzione di continuità riducendo sempre più il confine tra reale e virtuale. Tutti concetti marketing ma che senza IT non potrebbero essere applicati. Questo solo come esempio.

 

Ad oggi sappiamo da varie ricerche che esistono best practice tra le nostre imprese che hanno adottato in vario modo le tecnologie abilitanti: 3d, laser, robotica, CNC, sistemi di Cloud Computing, tecnologie RFID. Sono tutte soluzioni che parte del nostro tessuto imprenditoriale ha inserito nei propri sistemi produttivi e sta pianificando di integrare per dotarsi di soluzioni più complete. Ma a fianco di campioni di innovazione, troviamo una grande maggioranza delle imprese che non ha pianificato investimenti in tal senso o che (ancor peggio) non ritiene sia importante investire in queste tecnologie: una ricerca di Make in Italy – Prometeia – Fondazione Nord Est parla del 46% delle imprese. Dietro queste imprese ovviamente ci sono degli individui.

Parliamo allora di loro: esiste una resistenza individuale alla digitalizzazione per i non nativi digitali.  Come la affronti?


Molto spesso il reparto IT è vissuto nelle aziende come un costo. Mi piacerebbe trasformare l’IT da costo a risorsa. Tra le leve che possono spostare questo modo di pensare c’è, ad esempio, la Business Intelligence. Nell’era IOT, ovvero della digitalizzazione nativa, le aziende acquisiscono una quantità di dati impressionanti che arrivano dei sistemi gestionali, sito web, centralino, sistemi produttivi, etc.

Questi dati (Big Data) possono diventare valore se impariamo a leggerli. Basti pensare che nelle aziende, generalmente, solo una piccolissima percentuale di questi dati viene analizzata e si concentra principalmente sui dati di ordini/fatturato. L’analitica delle BI è l’unica modalità per far fruttare questi dati creando modelli che possono fornire all’azienda predizioni sui mercati, sui malfunzionamenti di prodotti industriali e molto altro. E’ chiaro che intuire le motivazioni di abbandono da parte di un cliente, del perché un prodotto viene più venduto in un’area geografica piuttosto che un’altra o quanto ci costano i resi possano attivare azioni correttive che si trasformano in monetizzazione in termini di riduzione dei costi o di implementazione delle vendite.

Un’altra leva, come indicavo precedentemente, è il coinvolgimento delle persone. L’IT viene vissuto passivamente o viene interpellato solo in caso di problemi. Caratterialmente sono portato ad un sistema partecipativo, per questo motivo vorrei creare in AM Instruments un comitato digitale coinvolgendo le persone dei vari reparti che abbiano una “predisposizione” digitale e creare, insieme, strumenti informatici che possano essere d’aiuto ai loro reparti e di conseguenza all’azienda stessa.

Tra le citazioni che amo di più c’è quella dello scrittore Irlandese George Bernard Shaw che recita così: << Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee >>. Mostrare la passione per il nostro lavoro e la condivisione delle idee, credo siano le corde giuste per raggiungere anche gli animi più lontani dai nostri.

Per contattare Tommaso Cassano alias DJ Tommy: tcassano[at]aminstruments.com


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"Eccellenza"

Questa è l’era del click.
Quel suono virtuale attraverso il quale magicamente otteniamo istantaneamente tutto ciò che desideriamo. Che sia reale o che sia solo un’illusione poco importa. Siamo tutti più o meno convinti di poter ottenere soddisfazione ai nostri bisogni con un rapido gesto dell’indice sul mouse.
In un’era come questa, che ruolo ha la ricerca dell’eccellenza?
Il quesito non ha risposta scontata. L’eccellenza certo non è frutto di un click. Come si concilia allora la sua realizzazione con i nostri tempi?

Andrea Giuliodori* (mi perdoni se lo cito così spesso, ma è sicuramente una fonte di ispirazione),
si è posto la questione e ha fornito una risposta piuttosto curiosa che si riassume in una sorta di formula:

SHU-HA-RI

Tutto comincia con SHU: segui la regola! Come dire passa la cera, togli la cera!

Se l’eccellenza non è realizzazione istantanea ma processo, la sua ricerca non può che iniziare dall’apprendimento, e non da un apprendimento qualsiasi ma da quello di un maestro. Che sia uno, e solo uno, al quale si obbedisca, senza fare domande.

“Quando sei un neofita nel tuo campo (e se pensi di non esserlo, molto probabilmente lo sei), l’errore più grave che puoi commettere è quello di perdere tempo a reinventare la ruota o, peggio ancora, a collezionare corsi di formazione come fossero figurine dell’album Panini.
In questo stadio iniziale, il tuo principale scopo deve essere quello di individuare il tuo maestro e
applicarne alla lettera gli insegnamenti, senza farti troppe pippe teoriche, ma soprattutto smettendola di fare di testa tua.
Metti la cera, togli la cera. Punto.”

Solo dopo 10.000 ore di pratica potrai passare alla fase successiva. 10.000? Si, ne una di più ne una di meno, ma soprattutto 10000 ore di pratica deliberata.

La pratica deliberata, o deliberate practice come è definita originariamente nel saggio di Gladwell, è un termine coniato dallo psicologo K. Anders Ericsson per sottolineare la qualità della pratica, piuttosto che la quantità. Secondo gli studi del Dott. Ericsson a differenziare i veri fuoriclasse non è la quantità di volte in cui è stata ripetuta una determinata attività, ma piuttosto il modo in cui è stato realizzato ogni singolo allenamento.
Nello specifico, la
pratica deliberata è contraddistinta da 2 elementi chiave:

  • la capacità di individuare gli ingredienti base del successo
    per quella specifica disciplina, ovvero quelle competenze, che una volta acquisite e perfezionate ti permetteranno di competere ai massimi livelli.
  • la volontà di fare pratica sfidando continuamente i propri limiti, ovvero allargando ad ogni allenamento il recinto della propria zona di comfort.

E ora siamo alla seconda fase: HA.
Dopo aver messo la cera e tolto la cera per 10000 ore, avrai acquisito la tecnica perfetta. Solo attraverso la sua padronanza potrai compiere le deviazioni che ti portano ad espandere le tue conoscenze.

Una volta che avrai dunque raggiunto la piena padronanza dei fondamentali, potrai permetterti di deviare dai canoni tradizionali, integrando le tue conoscenze con gli insegnamenti di nuovi maestri. Lo stadio Ha è la fase “espansiva” dell’eccellenza, quella in cui dovrai viaggiare in lungo e in largo alla continua ricerca dello stato dell’arte del tuo ambito professionale, quella in cui dovrai formarti senza sosta. Molti professionisti dedicano la loro intera carriera al raggiungimento di questo secondo stadio, ma in pochi sono in grado di trascenderlo, avanzando verso lo stadio successivo dell’eccellenza…

E infine ma solo infine e soprattutto non necessariamente giunge il momento miracoloso: RI.

Non osservi più le regole, ma le crei, sei tu la regola. Ebbene, forse il 90% delle persone che perseguono l’eccellenza non arrivano mai a diventare esse stesse maestre.

Nello stato Ri l’allievo non è più vincolato a rigide tecniche; queste sono ormai parte del suo subconscio e la loro applicazione è naturale ed istintiva. Questa profonda assimilazione della teoria, consente inoltre allo studente di esplorare liberamente nuove frontiere e di contribuire in prima persona all’avanzamento del proprio settore.

Ma in sostanza, anzi, come direbbe Andrea Giuliodori, in pratica, cosa dovremmo fare esattamente? Ecco una guida molto concreta per arrivare all’eccellenza:

Se vuoi davvero percorrere la via dello ShuHaRi, raggiungere l’eccellenza e diventare il migliore nel tuo campo, ci sono 3 elementi su cui devi concentrarti ogni giorno:

  1. Focus. La via dell’eccellenza non è per tutti. C’è chi è troppo preso dalle minchiate per perseguirla e c’è chi è per natura un multipotenziale. Se però ti è chiara la tua vocazione e aspiri a diventare il riferimento nel tuo settore, non puoi permetterti di sprecare le tue energie mentali in mille rivoli. Devi insomma seguire quello che è il segreto del fabbro di spade.
  2. Attenzione. Eliminare il superfluo e concentrarsi sulla nostra vocazione può non essere sufficiente. Viviamo in un mondo iper-distratto ed ogni giorno aziende multi-miliardarie impegnano i propri collaboratori più brillanti nell’ideazione di nuovi strumenti in grado di risucchiare la nostra attenzione. La ricerca dell’eccellenza non tollera una mente distratta.
  3. Pratica deliberata. Se sarai in grado di focalizzarti sui tuoi obiettivi prioritari e se ti sbarazzerai delle inutili distrazioni, l’ultimo elemento di cui avrai bisogno per intraprendere sul serio la via dell’eccellenza è la pratica deliberata. Esercitarti svogliatamente o rimanendo sempre all’interno della tua zona di comfort, è inutile. L’unico vero modo che hai per progredire è quello di sfidare i tuoi limiti ogni volta che se ne presenta l’occasione. Se non conosci il concetto di pratica deliberata, l’ho approfondito in questo post.

*Andrea Giuliodori – Responsabile di EfficaceMente, il blog italiano sulla Crescita Personale, la Produttività e la Motivazione


IN GOOD COMPANY

Volevo fare il benzinaio!

Quando ero bambino sono sempre stato affascinato da un mestiere, che credevo fosse status symbol di una vita all’insegna della ricchezza e del lusso sfrenato: il benzinaio. Alla vista del portafoglio traboccante di banconote, fantasticavo sulle sue Ferrari e sulle sue ville in località esotiche.

Col passare del tempo, non avendo mai visto un benzinaio girare in Ferrari, ho acquisito consapevolezza della sua marginalità, capendo che il benzinaio guadagnava di più vendendo un Arbre Magique piuttosto che facendo il pieno a un’utilitaria.

Abbandonando dunque l’idea di una vita lussuosa da benzinaio, la riflessione che ne deriva è spontanea: esistono davvero business che realizzano ricavi diversi da quello che è il loro business core? La risposta è si, e nella nostra vita quotidiana incontriamo vari esempi.

Detto del benzinaio che guadagna di più da Arbre Magique e affini, passiamo ai tabaccai: il loro core business dovrebbe essere la vendita di sigarette, ma visti i margini irrisori, un tabaccaio sarà decisamente più contento a vendere un accendino che un pacchetto di sigarette.

Dopo aver fatto benzina e rifornimento di sigarette, immaginiamo di andare in discoteca: il business model di molti gestori della night life prevede l’ingresso gratuito per invogliare molta gente e riuscire a riempire il locale, per poi proporre cocktail a prezzi carissimi.

Per rimanere nella nostra vita quotidiana, pensiamo ai supermercati, Esselunga e compagnia bella: essendo un supermercato, guadagneranno vendendo prodotti? Nossignore! La parte delicata nel business della Grande Distribuzione Organizzata è la gestione della tesoreria: i fornitori vengono pagati a 180 giorni solitamente, mentre i clienti pagano subito al termine della spesa. Per questo motivo spesso i prodotti vengono venduti al costo, per riuscire ad avere nell’immediato una massa di liquidità da investire nel breve periodo, avendo una discrepanza notevole nei tempi di pagamento con i creditori.

Spostiamoci al mondo dello sport con l’esempio di Michael Jordan, probabilmente il miglior giocatore di basket della storia, capace di vincere 6 anelli Nba e punta di diamante del Dream Team, premiato con la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona ’92. Essendo il più grande di sempre, Michael ha monetizzato al massimo la sua carriera, guadagnando complessivamente 94 milioni di dollari, quasi tutti dai Chicago Bulls, se si esclude la parentesi biennale negli Washington Wizards. Una volta ritiratosi nel 2003, Michael si concentra sulla sua famosa linea di scarpe, le iconiche Air Jordan. Nel 2015 Michael ricava dalle Air Jordan 100 milioni di dollari, guadagnando in un solo anno più di quanto abbia guadagnato nella sua intera carriera!
Cambiamo sport ma non la sostanza se pensiamo a Cristiano Ronaldo, che si contende da anni lo scettro di miglior giocatore del mondo con Messi. Poiché è tra i migliori, per le sue prestazioni sportive il Real Madrid versa 21 milioni di Euro all’anno a CR7. Finisce qui? Non proprio, perché poi Nike, Armani, Poker Stars, Castrol e Tag Heuer versano complessivamente altri 56 milioni di euro all’anno a Ronaldo per contratti di sponsorizzazione, mettendo di fatto i ricavi calcistici di Cristiano Ronaldo in secondo piano e trasformandolo in un cartellone pubblicitario ambulante.

Entriamo nella politica: Barack Obama, presidente uscente degli Stati Uniti, guadagnava circa 400 mila Dollari all’anno, cifra abbastanza contenuta se pensiamo alla responsabilità di guidare la nazione più importante del mondo. Qual è in questo caso la vera fonte dei ricavi? Obama ora si guadagna da vivere con royalties dei libri, convention e speech, per i quali chiede un milione di dollari! 
Facendo i conti in tasca ai coniugi Clinton il modus operandi non cambia, essendo loro in grado di realizzare 240 milioni di dollari dal 2001 al 2015 in speech e consulenze.

Ora pensiamo alle sale cinematografiche, business che con la vendita dei biglietti riesce a stento a coprire i diritti di distribuzione e i costi di struttura. Come si guadagna allora? Con un margine medio su popcorn e affini del 1275%!! 
Nello stesso ambito, anche per i produttori si può fare un discorso simile: se pensiamo alla Disney, i suoi film non rappresentano la prima voce di ricavi; il film è solo il contenuto, il traino sul consumatore, la vera marginalità è realizzata con i gadget relativi ai film, i giocattoli, e i parchi divertimenti.

Nella musica è curioso il caso di Dr. Dre, colonna portante dell’Hip Hop a stelle e strisce negli anni ’90 e produttore di più di 80 dischi durante la sua carriera. Sarà diventato ricco facendo il rapper? In parte. Dr. Dre ha lanciato il famosissimo marchio di cuffie “Beats by Dr. Dre”, per poi vendere recentemente ad Apple per qualche spicciolo…. 3,2 miliardi di dollari per la precisione.

Chiudiamo spostandoci al mondo digitale, con l’emblematico caso di Candy Crush. Il gioco, creato dall’italiano Riccardo Zacconi, è in free download. Come realizza quindi i propri ricavi? Con gli in-app purchase, ovvero gli acquisti degli utenti per riuscire a passare i livelli o per ottenere bonus. La app come detto è gratuita, e attira i clienti, e gli in-app purchase sono invitanti, in quanto sono una minima spesa di una manciata di centesimi, per il quale il consumatore striscia la carta senza pensarci troppo. Moltiplicando la manciata di centesimi per i giocatori in giro per il mondo, Candy Crush guadagna 600 mila dollari al giorno, non proprio bruscolini!

Infine, Youtube: il più famoso Youtuber è uno svedese, dal nickname PewDiePie, con un canale che può contare su 55 milioni di iscritti che bramano di vedere i suoi video, in cui intrattiene i suoi follower e da consigli sui gameplay, ovvero mostra agli utenti consigli e commenti ai videogiochi a cui gioca. Con la sua imponente fan base, grazie al flusso di visite che porta a Youtube e ad alcuni contratti di sponsorizzazione, il 28enne svedese si mette in tasca circa 20 milioni di dollari all’anno.

Col senno di poi, tornassi indietro guarderei meno alacremente il portafoglio del benzinaio, e cercherei di diventare uno Youtuber di successo!

Articolo di Giacomo Cremonesi (ingoodcompany[at]aminstruments.com)

Giacomo Cremonesi, classe 1994, si è laureato in Management e Imprenditorialità, ramo di Economia Aziendale, presso l’Università Carlo Cattaneo. La sua tesi di laurea ci riguarda da vicino, basta leggerne il titolo:
L’ANALISI DI BILANCIO, IL CASO AM INSTRUMENTS.


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Foo Fighters - Sonic Highways"

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

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In diverse occasioni ho scritto di quanto mi piace entrare nel profondo di una canzone cercandone gli aneddoti, le emozioni e i luoghi che l’hanno fatta nascere. Qualche giorno fa stavo ascoltando il disco dei Foo Fighters intitolato Sonic Highways e mi è venuto in mente quanto sia stato particolare il contesto in cui è nato quest’album.
Sonic Highways è l’ottavo disco in studio dei Foo Fighters, gruppo fondato da Dave Grohl, ex batterista dei Nirvana, ed è stato registrato in otto città americane. Otto diverse città dove sono stati scritti e registrati gli otto brani che compongono l’album e che, durante il percorso, si trasformano in qualcosa di più profondo fatto di legami tra le persone incontrate in questa immaginaria autostrada sonora.
Ciò che rende questo disco “unico” e ricco di sentimento è una nuova tecnica di scrittura. Dave, infatti, scrive i testi delle canzoni, quasi fosse un diario della giornata, solo l’ultimo giorno di ciascuna sessione di registrazione.

Il viaggio parte da Chicago e prosegue verso Austin, Los Angeles, Nashville, New Orleans, New York, Seattle e Washington.
L’idea, già di per se originale, diventa grandiosa quando i Foo Fighters decidono di trasformare in documentario il loro percorso. Le otto città diventano quindi otto episodi prodotti dal canale americano HBO nei quali si rivivono le contaminazioni culturali che la musica ha assorbito da ogni città. Nelle intenzioni dei Foo Fighters c’è l’idea di lasciarsi influenzare dalle sonorità del luogo e collaborare con i musicisti che hanno vissuto o vivono in quella particolare città.
A Chicago Dave incontra Buddy Guy e insieme parlano dei primi approcci con la musica e si toccano corde molto profonde in cui Dave racconta la sua rinascita dopo il devastante periodo seguito alla morte di Cobain dei Nirvana. A Chicago viene scritta “Something From Nothing” dove si racconta proprio l’incontro con il grande Buddy Guy.
A New Orleans si passa per la “Preservation Hall”, storico locale fondato nel 1961 e situato nel cuore del quartiere Francese. Alla “Preservation Hall” si suonano i migliori concerti  jazz di New Orleans, mostrando un'eredità musicale che risale alle origini del jazz stesso.
In questa città Dave si lascia influenzare dalle sonorità di Louis Armstrong, incontra il mitico Dr. John, artista poliedrico e misterioso e scrive il brano "In the Clear".
Ancora a Washington viene registrata "The Feast and the Famine" e si raccontano gli estremi di questa città che partono da Duke Ellington per finire a Marvin Gaye.

Insomma ogni brano di questo disco nasce dall’influenza degli incontri e dei racconti ascoltati in ogni città. Il messaggio che i Foo Fighters vogliono trasmettere è che la musica e la gente si sono contaminati a vicenda. La musica di ogni città ha plasmato le persone e le persone hanno plasmato la musica con la loro cultura. Dave, con Sonic Highways, ha dimostrato che la musica e le persone fanno parte della stessa trama sociale in continua evoluzione.
Sonic Highways non è il disco più amato dai fan dei Foo Fighters ma per quanto mi riguarda lo trovo particolarmente bello soprattutto per il sentimento con il quale è stato costruito.

Dave Grohl chiude l’episodio della puntata registrata a New Orleans con questa frase:

“Vorrei vivere in un posto come questo, in una città dove ogni domenica c’è sempre la parata con una banda che suona per strada e la gente esce di casa e la segue ballando e tu cammini per strada accanto ad un avvocato, che sta accanto ad uno studente, che sta accanto ad un bibliotecario, che sta accanto ad un poliziotto e tutti ridiamo, beviamo e balliamo e andiamo d’accordo. Penso che se ogni città d’america avesse un giorno a settimana in cui tutti potessero scendere in strada a ballare, la razza umana sarebbe davvero più felice.”

In questo periodo con un livello di civiltà disastrosa, con pochissima creatività artistica e con rapporti spesso superficiali, il desiderio di ritrovarsi a ballare per strada uno accanto all’altro non può che essere ossigeno per l’anima.
Solo questo è bastato per farmi amare questo progetto dal bellissimo nome di “Autostrade Sonore”.

Per flirtare con DJ Tommy Cassano: tcassano[at]aminstruments.com


UNA PAGINA A CASO

Le 8 montagne

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Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall'altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s'incontra qualcuno, un grande lago dall'aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l'altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c'è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l'alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C'è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell'altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l'altra ci siamo pure incontrati - io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario - senza poter immaginare che in un futuro lontano vent'anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno.

Poi avevamo superato il colle, la forca. Ecco un'altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l'allegria della discesa e l'ebbrezza dell'esplorazione. L'altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l'inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare.

Ecco a cosa stavo pensando: da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. Credo di avere appena spiegato perché questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all'inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere. Ero in cerca del mio Due di due e del mio Narciso e Boccadoro, del mio In mezzo scorre il fiume e del mio Gente del Wyoming. E quel giorno, nel Vallone della Forca, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l'hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l'hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c'ero già dentro fino al collo.

Poi me la sono presa comoda, perché ci ho messo due anni. Fosse stato per me, ne avrei impiegati anche tre o quattro. Io sarei come quei pittori che la mattina si alzano, si stiracchiano, guardano il quadro per un'ora o due, poi danno una pennellata e la giornata di lavoro è finita. Ma per fortuna con il lavoro bisogna anche guadagnarsi da vivere: dico che è una fortuna perché, per quelli come me, il morso della vita alle chiappe della scrittura fa un gran bene, aiuta a non stare troppo comodi e a non perdersi nei propri vizi. Ci ho messo due anni ma avrebbero potuto essere pochi mesi. Ho idea che non sarebbe cambiato nulla: questa storia è uscita così com'è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine. Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l'ultimo capitolo, di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all'ultima frase negli stessi giorni dell'anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Così come avevo pensato comincia!, ho pensato: ho finito. E adesso è questo libro che esce oggi. Non so se mi ricapiterà mai, è stata una gran bella avventura.


AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Maria Grazia Calandrone Cassian

La chiara circostanza

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata
dei finimenti muscolari, le valvole
che l’hanno finalmente abbandonata
sulla terra, l’angolo umile che fa la testa
per celare il sorriso
sulla cruda colonna del corpo
dice: ti ho aspettato per tutta la vita
ho visto la tua vita
nei miei sogni e tutta, notte
dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte
quando il cielo pieno di meraviglia coincideva
con la bolla degli alberi agitati dalla piena
luna, io mi svegliavo
per causa dei tuoi sogni
e portavo il tuo nome come una bandiera
che saliva dal petto e mi rendeva
invisibile: di me
si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo
che avremmo dovuto terminare vicini
qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso
eccomi, sono qui per finire
nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro
dalla tua bocca
e soffiarlo attraverso la bocca
che dopo te nessuno ha più baciato, 
al cielo.

Maria Grazia Calandrone


WARP ATTACK

No is not enough

Prendersi cura degli altri è la rivoluzione secondo Naomi Klein


Dal settimanale britannico New Statesman
Traduzione di Andrea Sparacino per Internazionale
 

Riportiamo alcuni stralci dell’intervista a Naomi Klein al settimanale britannico STATESMAN in occasione del People Summit di Chicago. Il suo ultimo lavoro è NO IS NOT ENOUGH.

“Prendersi cura, delle persone e delle cose, è un concetto assolutamente radicale”, osserva Naomi Klein. “È interessante il fatto che ci metta in difficoltà. Penso che dobbiamo farlo nostro”. Klein è quanto di più simile a una rock star si possa trovare nella sinistra radicale. È un personaggio pubblico fin da quando la sua opera prima, No logo, è diventato un libro di culto del movimento no global nei primi anni duemila, ma lei rifugge la celebrità. 

Il lavoro più urgente e personale

No is not enough è il suo lavoro politico più urgente e istruttivo, oltre che il più personale. Klein passa senza difficoltà dal discutere nuove strategie per combattere il programma sessista, razzista e schiavo delle multinazionali dell’amministrazione Trump alla descrizione della sua esperienza di madre (ha un figlio di quattro anni) e del modo in cui la sua comprensione della responsabilità umana è cambiata dopo l’ictus che sua madre ha avuto quando Naomi era appena un’adolescente. Ciò che tiene tutto assieme è l’architettura del prendersi cura. E il prendersi cura, mi spiega Klein, “è tutt’altro che un segno di debolezza”. Il lavoro di cura non implica tanto un programma femminista quanto un programma declinato al femminile“. The leap, il movimento canadese guidato da Klein, che combatte contro il cambiamento del clima e per la giustizia sociale, ha come slogan “Dedichiamoci alla terra e agli esseri umani”. In effetti, ammette Klein, sembra uno spot pubblicitario dell’attivismo biologico. Ma è anche un riassunto di ciò che gli esseri umani non sono riusciti a fare negli ultimi secoli e di ciò che dobbiamo imparare a fare, se non vogliamo andare incontro alla catastrofe. Il lavoro di cura dell’uno nei confronti dell’altro e delle nostre comunità non rientra tanto in un programma femminista quanto in un programma declinato al femminile, ed è per questo che per così tanto tempo è rimasto fuori dal quadro politico più generale. Dunque è perfettamente logico che il motore del People’s summit sia il principale sindacato di infermieri degli Stati Uniti, il National nurses united (Nnu), che ha più di 150mila iscritti, in maggioranza donne non bianche.

La resistenza nell’era di Trump

Klein ha un sesto senso per pubblicare il libro giusto al momento giusto. No is not enough è stato scritto in quattro mesi, mentre l’autrice gestiva un gruppo di attivisti e cresceva un figlio. È un’opera brillante, una guida alla resistenza nell’era di Trump, costruita sull’idea che limitarsi a resistere all’oppressione non basta. Come società, spiega Klein, dobbiamo decidere non solo quali atrocità sono intollerabili, ma anche cosa siamo pronti a costruire per combattere queste atrocità. Il libro ha un pregio rarissimo nella scrittura politica: è stimolante e profondamente sensato. Leggendolo – e partecipando al People’s summit – mi sono trovata ad annuire davanti alla richiesta di un cambiamento profondo nel modo in cui organizziamo la politica economica, quella ambientale, la giustizia razziale e molto altro, nello stesso modo in cui annuiamo davanti a un medico che ci spiega la cura per una grave malattia. È una proposta che fa paura, ma è anche l’unica sensata. L’urgenza di questa fase della storia umana lo impone. “Le nostre idee si diffondono sempre di più, ma lo stesso si può dire delle idee più dannose e pericolose del pianeta”, spiega Klein. “Si manifestano con atti estremi di violenza in strada, commessi dallo stato e dai suprematisti di destra, spinti dal fatto che alla Casa Bianca ci sono persone che la pensano come loro. È una sfida intellettuale, sociale, ambientale”.

In caduta libera

“Il mio paese è in caduta libera politica”. Parte del motivo per cui Klein ha potuto scrivere un libro così dettagliato in così poco tempo è che in un certo senso si preparava a scriverlo da tutta la sua vita adulta. È la sintesi delle teorie contenute nei tre libri politici precedenti: il potere politico dei marchi in No logo, il modo in cui l’élite sfrutta le crisi sociali ed economiche per consolidare il suo potere in Shock economy e il modo in cui la prossima crisi climatica renderà necessario un nuovo genere di attivismo per la sopravvivenza della specie in Una rivoluzione ci salverà. “Ho scritto il libro per molte ragioni, ma la più urgente derivava dalla sensazione che gran parte delle discussioni su Trump non avesse un contesto storico”, mi ha spiegato. Secondo Klein troppe persone continuano a trattare la crisi costituzionale in atto alla Casa Bianca “come una sconvolgente aberrazione destinata a sparire una volta che ci saremo liberati di Trump. Ma abbiamo già commesso questo errore, per esempio con George W. Bush”. Trump, in ogni caso, ha reso tutto molto più chiaro. Qui nessuno è contento che Trump sia il presidente degli Stati Uniti. Ma la posta in gioco ormai è evidente anche a quelli che prima tentennavano. Per esempio, è ovvio che le politiche favorevoli alle imprese e contrarie ai princìpi ecologici, oltre al ritorno al potere di sentimenti sessisti e razzisti, sono intimamente connessi, e la resistenza a queste due tendenze è una resistenza unica. Trump potrebbe essere l’onda d’urto – per utilizzare un’espressione di Klein – che spingerà la sinistra globale a rimettersi in sesto.

“Dobbiamo guardarci negli occhi. Penso che in questo momento ci sia un grande desiderio di creare una cultura della responsabilità e la capacità di ascoltare le critiche e di avere conflitti senza però mandare tutto all’aria”. Questa architettura del prendersi cura è il vero luogo della resistenza. Può essere un compito noioso come prendersi cura di una giornalista malata o una grande missione come riorganizzare la cultura di una superpotenza per dare la priorità alla salute e all’assistenza sociale. Può essere facile come garantire che i nativi d’America siano adeguatamente rappresentati nei nostri dibattiti o difficile come chiedere che il petrolio sepolto sotto le loro terre resti dov’è. È qui che si vive la lotta per il cambiamento. Manifestare nelle strade aiuta, ma non basta. Il centro di tutto è ciò che vogliamo per la nostra società, per il nostro paese e l’uno per l’altro. La lotta per l’assistenza sanitaria universale è diventata un tema fondamentale per la sinistra americana. La teorica Nancy Fraser ha identificato una “crisi del prendersi cura” accanto a quella che molti hanno indicato come crisi del capitalismo. L’opera di costruzione delle famiglie, delle comunità, delle istituzioni e della democrazia non è un lavoro che il capitale può assorbire e monetizzare, ma senza di essa la componente umana del capitalismo si atrofizza. La gente diventa triste e malata. Per questo la lotta per l’assistenza sanitaria universale, a prescindere dal reddito, è diventata un tema centrale della sinistra americana. Ripristinare Obamacare non è sufficiente. In tutti i dibattiti e in ogni intervento del People’s summit la richiesta di un’assistenza sanitaria per tutti viene ripetuta in diverse forme e suscita sempre le reazioni più calorose. Per fornire assistenza medica per tutti negli Stati Uniti ci vorrebbe una radicale redistribuzione delle ricchezze dai ricchi verso i poveri. In California lo stato potrebbe permettersi questo enorme costo, ma la legge per la creazione di un sistema sanitario gestito da un unico ente è bloccata al senato locale. È una questione di priorità, di senso del bene e del benessere comune. È una questione d’amore, e dico sul serio. Quando Hillary ha scelto “Love trumps hate”, l’amore sconfigge l’odio (gioco di parole con trump, sconfiggere in inglese) è sembrato uno slogan stupido, e lo era. Era insipido e banale perché non nasceva da una comprensione solida di cosa è l’amore. L’amore, in senso politico, non è un sentimento. È un’azione. È inarrestabile e spietato. È la disciplina dell’esserci l’uno per l’altro e per il bene collettivo, ancora e ancora.

Il potere della responsabilità

Amare le altre persone è molto difficile. “La gente” è immorale e distratta, si emoziona davanti alle celebrità e agli slogan. Per metà del tempo le persone non riescono a stare in una stanza con altre persone. Ma quando arriva il momento decisivo niente di tutto questo è importante. Importa solo esserci l’uno per l’altro. In tanti fraintendono il significato di “potere della gente”. Prima di tutto “la gente” non è unita di per sé, e la frase non si riferisce a un potere fisico. Non si intende il potere di resistere ai proiettili o agli attacchi dei droni. Quel tipo di “potere della gente” può essere abbattuto facilmente. Il vero potere della gente è il potere della memoria e della resistenza. Il potere di dedicarsi l’uno all’altro, il potere della responsabilità. 


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World Press Photo, i vincitori 2017

WORLD PRESS PHOTO OF THE YEAR, VINCITORE ASSOLUTO - BURHAN OZBILICI, THE ASSOCIATED PRESS
La foto vincitrice del World Press Photo 2017 ritrae l'attentatore Mevlut Mert Altintas nell'istante dopo aver sparato all'ambasciatore russo in Turchia, il 19 dicembre 2016, in una galleria d'arte di Ankara. Burhan Ozbilici, un fotografo dell'agenzia Associated Press, si è trovato a documentare l'attentato per caso: passando dalla galleria di ritorno dal lavoro, ha notato la presenza dell'ambasciatore e ha pensato di scattare foto per esigenze "d'archivio". Quando l'uomo ha iniziato a sparare, nonostante la paura il reporter ha fatto il suo dovere: raccontare l'accaduto.

CONTEMPORARY ISSUES, 1° PREMIO - JONATHAN BACHMAN, THOMSON REUTERS
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CONTEMPORARY ISSUES, 2° PREMIO
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Attraversamento dei migranti
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CONTEMPORARY ISSUES, 3° PREMIO - PETER BAUZA
"Copacabana Palace" è il titolo di una serie di scatti che ritrae un gruppo di oltre 300 famiglie ospiti di un condominio fatiscente del quartiere sud di Rio de Janeiro, associato nell'immaginario comune a spiagge da sogno, ma caratterizzato dalla povertà. Edilane è qui ritratta con tre dei suoi sette figli, più quello che sta per nascere: la donna guadagna 5 dollari al giorno grazie a una piccola attività di commercio online.


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