WARP #62 - Luglio 2018

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


Per imparare ad andare bisogna prima imparare a stare.

Racconto di Cristina Masciola

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Mia madre mi diceva così tutte le volte che mettevo due magliette e un paio di jeans in borsa, pronta a partire. Allora le sue parole suonavano come una catena ben fissata al tavolo della cucina con un lucchetto di cui solo lei custodiva la chiave. Nessuna madre ama vedere andare via il proprio figlio. Non ci credo a quelle che dicono che sono felici di vedere i figli aprire le braccia e lanciarsi nel vuoto. Si, perché il mondo non esisteva, il mondo era una voragine agli occhi di mia madre. Ogni partenza era possibilità di un non ritorno. E anche quando sorrideva leggevo in lei il terrore. E più sorrideva più io acquistavo velocità nell’infilare la porta. Grazie a Dio esistono i padri. Mio padre era abbastanza distratto da non accorgersi dell’umanità presente all’appello casalingo. Lui entrava ed usciva con disinvoltura. Dentro c’era la sua casa e fuori c’era il suo mondo. Da proprietario niente lo spaventava se non qualche perdita di tubi del bagno o qualche acquazzone improvviso che lo coglieva sul suo Malaguti sgangherato che metteva in moto sempre più a fatica tutte le mattine per raggiungere il centro. Per conoscere le sorti familiari c’era lei, mia madre. Papà chiedeva in prima persona plurale: abbiamo pagato il gas? Abbiamo fatto la revisione della macchina? Era una prima persona fatta di una che compiva l’azione e uno che ne aspettava gli esiti. Mamma era soggetto, predicato verbale, complemento oggetto, papà complemento di fine o scopo. Quando chiedeva di me invece perdeva il possesso della sua genie: tua figlia studia? Tua figlia è uscita?

Per imparare ad andare bisogna prima imparare a stare.
Io non stavo da nessuna parte e stavo dappertutto. A vent’anni non sei umano, sei dotato di teletrasporto per arrivare mente e corpo ovunque. Non hai bisogno di documenti. Sei libero. Tutto è concesso, tutto è scontato. Anche mia madre lo era. Lei era disegnata sullo sfondo della cucina. Un vestitino a fiori che doveva essere stato uno di quelli della domenica e che, caduto in disgrazia, era diventato divisa da lavoro. Un lavoro inesistente ai nostri occhi. Scontato. Non pagato. Eppure era stata una studentessa brillante. E negli occhi si leggeva una certa malinconia per tutto ciò che odorava di carta. A volte la sorprendevo a curiosare tra i miei libri. E mi arrabbiavo. Cosa cerchi, lo sai che mi da fastidio che tocchi le mie cose! Gridavo. Solo adesso, in questo istante, che è domenica e io sono qui a liberare una casa in cui è rimasta la sua assenza, solo adesso mi rendo conto che era un desiderio di toccare, le dita spianano le pagine, e sentono la rugosità di un foglio, le mani si fanno ombra di matita, e l’odore di stampa ti avvolge. Lei cercava un desiderio. Un desiderio di sapere che non le era più concesso di manifestare.
Io non sono mai diventata madre. C’è stato un momento in cui a vederla io ho pensato: non voglio diventare come lei. Avevo 23 anni. Era sera. Gennaio. Pioveva forte. Avevo studiato tutto il pomeriggio. Non mi aveva staccato dalla sedia neanche il sentirla piangere di nascosto nel bagno. Io avevo i miei pensieri ed erano importanti, grandi, ingombranti. Non c’era spazio per niente e nessuno, se non per me. Io ero tutta la mia vita. E i confini erano definiti. Nessuno poteva entrare senza permesso. Neanche lei. Soprattutto lei. Il suo pianto era un rumore di sottofondo che infastidiva, ma non abbastanza per farmi alzare e chiedere cosa fosse successo. Era scontato anche il suo pianto. In fondo avrei pianto anche io nelle sue condizioni. Le sue condizioni, l’ho scoperto dopo, quando adulta mi ritrovavo ad aperitivi serali con colleghe, moglie e madri, che lamentavano una vita fatta di sottrazione di tempo, di spazio, di identità. Era un sentito dire per me, che avevo la mia vita perfetta che non prevedeva scontrini da pagare a niente e nessuno. Ma quei lamenti erano diventati ideologie, parvenze postfemministe nelle quali era stato facile incasellare mia madre, saltando una generazione.

Io ero andata via. E oggi, domenica, lei, senza neanche più esserci, mi stava costringendo a stare. Non era stata eroica neanche nella morte. Un colpo secco, notturno, di quelli che non lasciano il tempo di metter via le cose, di lasciare messaggi ai posteri, e neanche di dire un’ultima parola.
L’armadio ha quell’odore di cose indossate un giorno e rimesse a posto, non abbastanza sporche per finire in lavatrice, ma neanche così pulite da non lasciare traccia di lei, della sua pelle matura.
C’è ancora il vestito a fiori, e accanto altri dieci uguali, fiori di ogni colore e su ogni sfondo. Noto solo ora che non c’è traccia di nero, quel nero che rende il mio armadio una camera oscura.
E mi chiedo cosa indossasse a fare quella primavera per poi passarla in bagno a piangere di nascosto.
Li prendo uno ad uno, senza attenzione, li infilo in un sacco grigio. Il suo cappotto, lo indosso un istante. Un capo vintage potrebbe andare anche a me, ma mi guardo allo specchio e sussulto, che in questo istante mi accorgo che sono lei, i miei lineamenti sono i suoi, le sopracciglia folte, il naso a punta e quella sorta di bocca che pur non volendo sfocia sempre in un mezzo sorriso. Lo tolgo subito e via nel sacco.
I suoi cassetti sono senza senso. Non c’è dedica. Non uno per la biancheria, uno per i maglioni, uno per i pigiami. E’ tutto sconsideratamente in disordine. Mi viene in mente quando almeno 10 volte al giorno entrava nella mia stanza e raccoglieva le mie tracce dal pavimento brontolando ma non troppo. E io a dirle, è la mia camera, me la gestisco io. E lei sussurrava qualcosa che forse era un’offesa grave ma non ne ho mai avuto la certezza.
Nel terzo cassetto i suoi documenti. Anche questi senza senso. Tre carte di identità scadute, una patente sbiadita. Bollette che “abbiamo” pagato mentre lei era sola in fila alla posta. E poi fogli scritti a mano, una lista della spesa, una lista di cose da fare, una lista di numeri a caso. E sotto, sotto a tutto, un “sei un per sempre”. E niente altro. Non c’è altro, non un nome, non una spiegazione, non un codice per scoprire chi sia l’eterno.
Non era mio padre. Non avrebbe potuto esserlo mai, lui che era solo un susseguirsi di presenze istantanee, mai continue, e senza nesso. Lui c’era non c’era c’era non c’era. Lui era un piede dentro e uno fuori. Ero io? Io sono un per sempre? Non mi sentivo un per sempre neanche per me stessa. Un amante. Mia madre che ama. Non riesco a immaginarlo. Una madre ama un figlio, sopporta un marito, ma amare come amo io, e per giunta uno sconosciuto, è impossibile. O forse no. Non mi di piace, allora tiro fuori tutto, smonto comodini, stanze, cassetti, ma niente. Nessuna traccia di un’emozione. Mia madre all’improvviso è un mistero. Come si è permessa? Come ha potuto?

Mi siedo sulla poltrona a dondolo. Sulla spalliera un telo a fiori, sul bracciolo una tasca. Telecomando, telefono. Un piccolo libro. La bambina pugile. Mia madre leggeva poesie. Apro.

Perché non c’è pericolo
nel tuo amore
che ci espone alla nuda
luce,
perché la conoscenza è radicale vigilia
dell’altro
e chiede: “Dove sei?
“Dove vivi?”
“Cosa tocchi?”
Perché ogni opera non è
che gratitudine.
Perché è un luogo spazzato
e solo
il luogo delle interrogazioni,
perché distilla uno strumento
sufficientemente delicato
per non spaventare la nostra
carne umana
che trema ai soffi
e alle voci e resiste
ai bisturi.
Perché è ancora tutto
da dire
e insieme
già tutto detto,
perché sappiamo insieme
e l’universo è tutto
tutto abitato
mirabilmente.

Così, in mezz’ora mia madre è versi, un amore eterno, una primavera mai vissuta solo ai miei occhi che forse lei ha conosciuto anche l’estate. E io non me ne sono accorta. Ma mi accorgo che è facile per chi non guarda. Forse se quel pomeriggio fossi uscita dalla mia stanza, forse se fossi corsa in bagno, se solo le avessi chiesto a chi erano dedicate quelle lacrime, forse se avessi aperto la sua porta, guardato i libri sul suo comodino, forse avrei imparato versi. E tutto questo adesso avrebbe un nome. E un senso. Mi viene da piangere, e non mi chiudo in bagno. Piango sul suo dondolo. Su questi versi fatti di “dove vivi, cosa tocchi?” e penso li leggesse ogni sera per lui, chiedendosi che fine avesse fatto il suo eterno.
Affondo il viso sul bordo della spalliera, sento forte l’odore dei suoi capelli. Che mi sono persa? Mi sono persa i tuoi capelli, mi sono persa la tua pelle, mi sono persa i tuoi desideri.
Come posso tornare indietro? Dove sta il bottone? Cosa devo fare per essere seduta alla mia scrivania, tu entri e sfiori il mio libro, e io ti afferro la mano e la bacio. E poi quel libro te lo offro, perché tu puoi leggerlo, perché forse lo comprendi meglio di me, forse tu da ogni pagina sei capace di accaparrarti il meglio, mentre io ricordo solo le briciole, nozioni inutili per dire sono andata bene all’esame e poi rimuovere tutto come polvere sotto al divano.

Non posso sopportare oltre. Prendo le buste, a fatica, verso l’ascensore, scendo. La portiera si avvicina, mi dispiace tanto per la signora. Mi ha lasciato una cosa per lei. Come mi ha lasciato una cosa. Ma quando? Eh, sapesse, è stato due tre anni fa, mi disse, se dovesse succedere qualcosa devi cercare mia figlia e dargliela. E io, guardi, se non fosse passata oggi, avevo qui il numero, l’avrei chiamata, sa…

Una busta. Sigillata. Senza fiducia per la portiera. Che se le venisse in mente di aprirla lascerebbe traccia del suo passaggio. La portiera si aspetta che la apra, ma non voglio darle soddisfazione. Sono bastarda. Mi allontano. Salgo in macchina.

Amore mio

Se ti conosco sei seduta in macchina. E’ il tuo posto. E’ il mio dondolo. Da quando sei ragazza e patentata, ogni volta che hai avuto un problema sei scappata su qualcosa di mobile, che fosse ruota o rotaia. La fuga, andare. Ricordi cosa ti dicevo? Per andare bisogno prima imparare a stare. Chissà quanto sei stata qui oggi. Se sei scappata, se hai mandato qualcuno a buttare via tutto. Se sei stata capace di stare. Ecco, questo è il mio unico desiderio. Che tu stia adesso qui, ferma, a leggere. E conviva con il vuoto. Il mio. Perché sono stata sempre un ingombro per te, lo so, forse sei tu a non saperlo, ma una madre occupa uno spazio immenso anche quando fuggiamo da lei. E il motivo sta nelle prime parole di questa lettera. Amore mio. L’amore occupa spazio, è avido, si allarga. E io ti ho amata. E ora che sei qui, sola, sono certa che avverti un peso enorme di uno spazio vuoto. Sai una cosa? Non c’è stato un solo giorno nella mia vita in cui io non abbia preso il volo. Lo so che non è la stessa cosa che salire sulla tua auto e pagare al casello. Non ne ho avuto il coraggio. E ho pagato. Ma non rimpiango nulla. E’ stato bello aspettarti, amore mio. Aspettarti e sperare che finalmente imparassi davvero a stare, come io sapevo stare, nel vuoto.
Come un astronauta. Rimani qualche minuto qui con me, stai….E poi vai. Sarà diverso, ne sono certa.
Tua madre


Sono le sette di sera. Ho ascoltato lo stesso cd almeno 10 volte. I sacchi ancora sul marciapiede.
La lettera in mano. Il vuoto.
Non so perché rido. Sarà la genetica, quella bocca che sfocia sempre e comunque in un sorriso. Prendo i sacchi, li metto nel portabagagli. Non butto. No. Voglio riempire casa di primavere sbiadite e odore tuo. Metto in moto. E per la prima volta mi pare di poter dire che sto andando. Vado a casa mamma.


Di Cristina Masciola (cmasciola[at]aminstruments.com)


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