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Benvenuti nel numero estivo di Warp.

Come ogni anno questo è tempo di narrazione. La nostra responsabile (colpevole) della comunicazione ritorna con un nuovo racconto.

Arrivederci a Settembre.

Le solitudini si somigliano tutte

Succede un giorno che l’inquilino del settimo piano, indossata una maglietta sdrucita con su scritto, “Dio c’è, ma non sei tu, quindi rilassati”, scenda al piano di sotto e bussi insistentemente alla porta di una vicina che da qualche ora ascolta a tutto volume una canzone di Ornella Vanoni. Succede che lei apra trafelata, addosso una maglietta con su scritto, “A me Briatore mi spiccia casa”. Succede che al posto di due esseri umani parlino due magliette, e che nonostante i loro proprietari vorrebbero prendersi a coltellate come da telegiornale estivo con cronaca di provincia e omicidi condominiali, le due magliette si trovino stranamente simpatiche. 

Luca che non crede in Dio, si ritrova a guardare negli occhi Sara che non può permettersi una donna a ore. Come se due sistemi di pensiero si ritrovassero improvvisamente in un’armonia celeste, l’ateismo e il sottoproletariato decidono di abbassare la guardia e scambiare due parole.

 

-  Scusi, ma non è solo una questione di gusti musicali, è che davvero non ce la faccio più a sentire la Vanoni e la sua malinconia. 

- Scusi lei, è che ho lasciato andare la musica mentre facevo qualcosa per casa e…

- Pensavo ci pensasse Briatore.

 

Le due magliette sorridono. Si salutano. Tornano alla loro funzione, avvolgere corpi soli troppo sudati per essere toccati, troppo soli per non desiderare di non esserlo. 

 

Il fatto è che in estate le persone sole come Sara, rimangono sole, quelle solitarie come Luca, godono.

E l’unica prova che la vita è ancora viva sono le finestre illuminate di via Luigi Tenco.

Il numero 23 è l’ultimo di numeri dati alla rinfusa, senza logica, per distribuire palazzi senza affinità con le leggi estetiche ma solo con la teoria del grigio. 

La teoria del grigio fu inventata negli anni Sessanta, con l’intento di collocare famiglie prolifiche senza tanti mezzi. L’idea pareva rivoluzionaria, il grigio sta bene con tutto, ci puoi stendere calzini gialli e arancione, montare tende a strisce bianche e verdi, o gialle e vinaccia. I condomini, grigi pure loro, avrebbero potuto vivere in aree ad alta densità usufruendo di tutti i servizi che di lì a poco tempo sarebbero sorti intorno al grigio. Sono passati oltre quaranta anni, e qui vicino hanno aperto il servizio pubblico più grande d’Europa, un centro commerciale dove trovi tutto, dal pane ai preservativi. Ovviamente grigio.

  Via Luigi Tenco finisce in un immenso campo incolto che durante il giorno si popola di cani di tutte le razze, e di notte di macchine con i vetri appannati e uomini e donne che si fondono tra loro.

  Da una parte il nulla di quadrupedi e sesso libero e scomodo. Dall’altra Via Tina Pica. 

 

Sara e Luca abitano in un parallelepipedo di cemento su una strada che è un destino: finire nel nulla. Un suicidio urbanistico che qualcuno cerca ancora di comprendere. Perché l’ha fatto? Siamo sicuri che si tratti di suicidio?

 

La tipa del piano di sotto è messa peggio di quanto immaginassi, però ha una maglietta da Oscar. Le perdono anche il suo pessimo gusto musicale. Avrà quarant’anni portati male nei giorni bui, portati bene in quelli di sole. Oggi deve essere stato proprio uno di quei giorni in cui ti ‘prende la malinconia’ per lei. Chissà cosa le è successo, magari ha litigato col marito, magari si sono lasciati, magari è solo incazzata perché Briatore non le spiccia casa. Decido di fare qualcosa per lei, in fondo fa parte del mio lavoro curare gli ammalati. Cerco tra i miei CD. Il Clavicembalo Ben Temperato di Bach. La perfezione della sezione aurea geometrica espressa in musica. La bellezza è sollievo sempre e comunque, la perfezione è la cura definitiva al male. Alzo il volume fino a farmi arrotolare i lobi delle orecchie. E mi sdraio sul pavimento. In ascolto. Di Bach, di lei. Ornella tace. Lei pure. Forse si è sdraiata anche lei, non sul soffitto, come una posseduta dal demonio, magari sul letto che attutisce i suoni. Forse respira piano in cerca di sé. Forse si sta trovando, e sta trovando la pace. Forse…sta suonando al mio campanello. Mi alzo di scatto, corro ad aprire aspettandomi estrema riconoscenza. Invece la trovo cambiata, sul seno una maglietta verde acido come il suo tono di voce.

- Cos’è, una ripicca?

- Come?

- Cos’è, devo mettere a tacere la Vanoni e ascoltare questa rottura di palle per il resto della giornata?

- Rottura di palle?

Dovrei togliermi questa maglietta e indossare una toga, perché sento già che sta partendo l’arringa difensiva di Bach.

- Aspetta, -le dico, mi allontano dalla porta e cerco un foglio di carta e una penna. Tra una bottiglia di birra e i panni sporchi trovo il mio blocco degli appunti, dove annoto i miei numeri preferiti, non del telefono.

Torno di corsa, la trovo insofferente. 

- Entra!

- Cosa?

- Entra un attimo. Ti spiego.

Il tono deve essere perentorio più che rassicurante, così lei entra, forse è una che obbedisce, come mia madre, incapace a dire di no.

Con un movimento del braccio tiro giù per terra tutto quello che è sul tavolo, faccio un gran fracasso, lei sussulta, forse ha paura. Poi prendo una sedia e la avvicino alla mia.

- Siediti.

Lei si siede, ora sembra spaventata.

- Ti intendi di matematica?

Lei mia guarda come se stessi parlando una lingua dimenticata, come se l’avessi catapultata col teletrasporto in Mongolia.

- Va bè, fa lo stesso. Ora ti spiego. Guarda..

Comincio a disegnare un cerchio, poi un pentagono dentro, e traccio dei segmenti a formare una stella a cinque punte.

- Cos’è, sei un brigatista?

- Ma che dici…Hai presente Leonardo da Vinci, l’uomo vitruviano?

- Si, allora?

- Ecco, quella è la perfezione della forma, è la proporzione perfetta. Lo sai che esiste un numero perfetto che rappresenta questa proporzione e che si trova in natura, nelle conchiglie, e perfino nel nostro orecchio?

Le afferro il lobo, lei fa uno scatto per scansarsi, ma io non mi ritraggo.

- Anche il tuo orecchio interno è una figura geometrica perfetta rappresentata da questo numero.

- E allora?

- Ma tu sai dire solo allora?

- No, ma non vedo la connessione tra il mio orecchio interno e la tua musica a palla, se non nel fatto che me lo stai sfondando.

- Ecco, torniamo alla musica. Il clavicembalo ben temperato di Bach è la realizzazione in musica di questa perfezione. È impossibile che tu non ne tragga beneficio. Questo curerebbe perfino un lebbroso.

Lei si alza, forse non si sente a suo agio, forse avrei dovuto andarci più piano.

- Scusami, forse non mi sono spiegato bene…

- No no, tu ti sei spiegato benissimo, è che io non ho la lebbra e non mi serve né Bach né la Vanoni. Mi serve solo tornarmene a casa mia e godermi un po' di silenzio.

Ci rimango male. In fondo volevo solo aiutarla. Mi sono sempre chiesto perché mai nessuno si faccia aiutare da me, se non i malati che ogni giorno mi trovo a lavare, medicare, rattoppare. Io vorrei curare un’anima ma quello che ho tra le mani è sempre garza e alcol per ferite purulente. 

- Io mi chiamo Luca e faccio l’infermiere.

Questo suonerà rassicurante.

- Mi chiamo Sara e sono psicologa, a Rebibbia.

- Però. 

- Però cosa?

- Niente, ci vuole fegato per stare in mezzo ai detenuti.

- Non più di quanto ce ne serva per stare in mezzo ai malati, credo.

Ci sorridiamo. Abbiamo tutti e due fegato. Spendiamo la vita a curare altri. 

Ci guardiamo negli occhi e sul fondo appare la bugia enorme sulla quale abbiamo costruito le nostre esistenze. Che possediamo una cura.

E ancora più a fondo di questi occhi umidi, appare, nascosta da molte lacrime, l’unica verità che ci accomuna.

Nessuno dei due ha imparato a curare sé stesso. 

 

Questo ragazzo è la prima cosa viva che mi capita a tiro da quando la mia famiglia se n’è andata in alto mare. Sarà per questo che mi fa tanta paura. Le cose vive fanno paura a chi ha oltrepassato la linea che le divide dalla morte. Mi sento soffocare ma ho ancora un barlume di dignità per darlo a vedere, così respiro a tempo col cuore che sta andando all’impazzata. Mi pare di conoscerlo, mi pare di conoscerli tutti quelli come lui, così diversi da me, eppure così simili. Alla perenne ricerca di qualcosa che dia un senso a tutto questo. Credo che lui lo stia cercando nei numeri e in Bach, bello avere vent’anni, che la chiave ti aspetti di trovarla nei numeri, in Bach, per poi scoprire che i  numeri ti serviranno solo per il 740, e Bach sarà solo musica di attesa in un numero verde. Vorrei dirglielo, ma mi manca il coraggio, lo scoprirà da solo, ha tempo per farsi svilire l’esistenza dalla realtà. 

Mi guarda come se non avesse mai visto una donna prima, mi guarda non come mio marito. Sarà per questo che mi ricordo d’un tratto d’avere un corpo inutilizzato da tempo, e me ne vergogno, vorrei coprirlo ma l’estate è una stagione per spudorati, e ora è come se avessi addosso un vestito della Barbie.  La mia pelle ora ha più freddo di me. E come sempre accade quando la paura incalza inizio a sentire il mio corpo come se non mi appartenesse più. Di chi sono queste mani che formicolano e che non so dove mettere, di chi sono queste braccia, queste ascelle sudate, questi seni sviliti, questa pancia morbida e queste gambe lunghe che non riescono a tenermi in piedi?

Mi lascio cadere su una sedia, come un sacco vuoto. E lo guardo. E non lo vedo, perché gli occhi hanno spento la luce e in questo istante tutto ciò che vedo è una penombra piena di stelle. 

 

Mio padre adesso citerebbe Ultimo Tango a Parigi. Ma qui siamo in Via Luigi Tenco, e io non sono Marlon Brando. Però mi viene di abbracciarla. Stretta, a sentire un cuore appoggiato all’altro, che battono in coro all’impazzata, e fiato corto, e respiro che quasi viene meno. È fredda e trema, è sudata e trema, respira e trema. Sono in ginocchio da lei come un cavaliere d’altri tempi, come Lancillotto. Lei si ritrae ma non abbastanza, si irrigidisce ma non abbastanza, vorrebbe fermarmi, ma non abbastanza. Così la abbraccio, la abbraccio come ho visto fare nei film, quando la disperazione si lascia circondare dal calore di un corpo e piano piano si attutisce, e diventa dolore, si, sempre dolore, ma più sopportabile. La abbraccio. Lei senza forze, non ricambia, non si muove. Ma lascia fare. Appoggia la testa alla mia spalla, e respira sempre più lentamente, fino a che quasi sembra non farlo più, e allora recupera in corner, con un sospiro enorme che quasi lascia senza ossigeno la stanza. Scusami. Mi dice. Scusami. Ma io vorrei ringraziarla. Perché in pochi minuti mi sono sentito Robert De Niro e Marlon Brando, Brad Pitt e Kevin Spacey. Mi sono sentito svalvolato come un tassista impazzito, misterioso come un uomo prossimo alla linea che divide la vita dalla morte, bello come un autostoppista nel deserto texano, inquietante come un uomo che sa più di quello che deve sapere. Mio padre sarebbe fiero di me. Mi darebbe un oscar. 

Scusami mi dice, scusami e lo ripete chissà quante altre volte, fino a che non le poso le dita sulle labbra. La sollevo piano, con delicatezza e la poso come una bambola di porcellana sul divano. Aspetta, le dico, prendo un bicchiere d’acqua fresca, ci metto un cucchiaino di zucchero. Sono un infermiere in fondo. Lei beve, un sorso alla volta, e insieme al palato le si addolciscono i lineamenti, la pelle del viso si distende un poco, e un sorriso le accende il buio del volto. 

 

-      Soffro di attacchi di panico. 

Me lo dice come un destino. Implacabile. Irreversibile. Ora capisco la sua disperazione. E non perché sappia di cosa stia parlando. La paura, la mia, quella dei più, quella è un’altra cosa. La paura è sana quanto un bicchiere d’acqua nel deserto. Ma il panico, quello no. Io lo so perché conosco la differenza tra stare sul bordo e cadere. So la differenza tra la vertigine e un salto nel vuoto. E so che se non sei mai precipitato non puoi comprendere fino in fondo la morte. Mi capitava da bambino di sognare la caduta, e trovarmi accoccolato ai piedi del letto con lo stomaco al posto della gola. E i piedi al posto della testa. E per un istante, nel sonno, ero morto. Ma poi mi svegliavo e il sollievo di trovarmi tra le mie coperte calde mi faceva dimenticare tutto. 

Immagino lei, che vorrebbe dimenticare, ma ogni giorno la morte le fa visita e le ricorda che sta cadendo. Vorrei darle sollievo, ma come si fa? Potrei aspettare, nascosto, e non appena quella si fa vedere, balzare con un salto, e mettermi davanti a lei, come uno scudo. Dirle, tu da qui non passi, veditela con me se hai coraggio. Ma non funziona così. La morte è sottile e precisa come un raggio laser, colpisce chi vuole colpire, arriva e se ne va non vista, come un ladro. E ti ruba l’anima.

Ecco perché ora mi pare esanime, un corpo vuoto.

-      Che si può fare?

Glielo chiedo come un bambino a cui si sia rotta una macchinetta e aspetta fiducioso che il padre gliela riaggiusti. Glielo chiedo con tale ingenuità, che lei non si arrabbia, non impreca per una domanda alla quale sono anni che tenta di dare una risposta, invano. Non si spazientisce. Mi guarda sorridendo.

-  Non lo so. Forse dovrei semplicemente lasciarmi andare, prendere per mano il mostro e lasciarmi portare dove vuole lui. Non combatterlo, non difendermi, ma solo avere fiducia.

-  Come si fa ad avere fiducia in un mostro?

-  Se rimani sola con lui, a qualcuno devi pure affidarti...

-  Potresti affidarti a me.

Lo dico piano che quasi mi sembra di bestemmiare.

-  Tu sei un umano. Non posso affidarmi a un umano quando di fronte a me ho un nemico che di umano non ha nulla.

- Ma io non sono un umano come tutti gli altri.

- Questo l’avevo capito.

Ride di una risata fresca come un vento di mare.

- Respiravi velocemente come se non avessi fiato.

- Ho fame d’aria. 

- Fame d’aria?

- Così chiamano gli attacchi di panico, fame d’aria. Come se d’un tratto mi catapultassero su Marte. Niente più ossigeno.

- Deve essere terribile.

- Non ho ancora trovato una parola giusta per definirlo. So solo che è come morire, ma non muori, e quando ti accorgi di essere ancora viva non tiri nemmeno un sospiro di sollievo, perché qualche volta sarebbe meglio che la morte facesse il suo corso, una volta per tutte, e ti portasse via.

- Io ho già risolto il problema della morte.

- E come?

- Ecco, ho pensato che l’unica cosa certa non è  che nasciamo, in fondo potremmo rimanere un’idea nella testa di qualcuno per l’eternità. Invece la morte è sempre certa, una volta nato devi per forza morire. Così se invece di considerarla la fine di tutto la considerassimo il principio, tutta la vita sarebbe solo un cammino da lei, e non verso di lei. 

- Ma sempre a lei torneresti. 

- Si, ma sarebbe un giro tondo. E vuoi mettere? È più rassicurante cantare la filastrocca dell’elefante che si dondola all’infinito,  o un bel girotondo intorno al mondo e alla fine tutti giù per terra?

- Sei pazzo.

- No, è che sono abituato ad accomodare le cose.

A casa mia niente ha mai funzionato secondo la logica, è per questo che mi piacciono i numeri, le cose perfette, almeno loro sono certe.  Come Bach, come la sezione aurea, come la formula di Eulero.

- Non sono mai andata bene in matematica.

- Neanche io sono un genio, ma la sento. Io so che questa formula funziona, e so che funziona malgrado sé stessa. È come la mia vita. Ci sarà prima o poi un incastro perfetto di cose e persone, ci sarà una somma, o una sottrazione, e alla fine io sarò il risultato, e funzionerò. 

- E io?

- Oh, tu sei un’espressione lunghissima, di quelle che a scuola dovevi mettere il quaderno per orizzontale, altrimenti non entravi nel foglio. Ti senti ridotta ai minimi termini, ma è solo il punto di vista sbagliato. La verità è che sei a un passo dalla soluzione. Non sei contenta?

 

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. D’un tratto mi ricordo di quando mani nella mani in circolo con Camilla e Serena passavamo ore a cantare filastrocche, e infine sdraiate sul pavimento, loro sopra di me, a ridere delle loro risate, a respirare il loro respiro, a scaldarsi coi loro corpi caldi. E lui ha ragione, si, ha ragione. Perché quando cominciavano a cantare “un elefante si dondolava…” allora al terzo elefante io ero già esaurita e avrei voluto sbarazzarmi dell’intera specie con un incantesimo.

Sono seduta su un divano straniero, in una casa straniera, con un ragazzo straniero, ho appena avuto un attacco di panico e non sono morta. Penso a quanto sia rassicurante partire dalla morte per tornarci dopo un giro intorno al mondo. La vita è originale, paradossale, inconsueta, e io che da sempre rifuggo l’originalità, il paradosso, l’imprevisto, io che da sempre cerco di controllare l’incontrollabile, io ora sto bene, inaspettatamente.

E ho fame. Non di aria. 

- Ora devo andare, mi sento meglio. 

- Se preparassi degli spaghetti?

- Spaghetti?

- Si, spaghetti. Aglio e olio. Come due amici.

- Come due amici.

Ripeto le sue parole come un’idiota. Non so dire altro. Sono passati vent’anni da quando un uomo mi ha chiesto di mangiare insieme a lui. E forse non era neanche mio marito, per lui il cibo è nutrimento, mai compagnia. Non è occhi che si mangiano né odori che si toccano.

Ora sono sull’orlo, nell’anticamera. Potrei rimanere seduta qui per sempre, per sempre rinunciare alla vita. O potrei entrare, senza sapere cosa ci sia oltre la soglia, con terrore, senza controllo. Sono sulla linea di confine che divide il lecito dall’illecito, il giusto dall’errore, la certezza dall’incertezza. Sono sulla linea, mi affaccio appena un po’, per vedere cosa ci sia dietro quel velo fatto di convinzioni inutili che mi hanno portato ad avere paura perfino d respirare. Mi dico, mangio solo un piatto di spaghetti, ma so già che un piatto di spaghetti basta a stravolgere un’intera esistenza fatta di questo si fa e questo non si fa. L’etica si frantuma sotto il peso del desiderio di vivere. E per un attimo non so più chi sono, chi sono stata, chi sarò.

- Hai almeno una pentola pulita?

 

L’aglio strepita in un pentolino d’olio, mentre gli spaghetti ballano nell’acqua bollente. Ho apparecchiato con la tovaglia buona, inserti all’uncinetto fatti da mia madre. Sara s’è sorpresa di tanto lino. 

-Mia madre lavora l’uncinetto con la maestria di una che nella vita sembra non avere fatto altro che questo. 

-Anche io sono brava con le mani, mia nonna mi ha insegnato tutto, quando ancora non sapevo neanche leggere e scrivere. Diceva che ero astuta, che avevo le mani d’oro. Ma non sono mai riuscita a finire neanche un maglione.

-Mia madre invece finisce tutto, metri di tovaglie, centrini, coperte. Ha finito anche sé stessa così.

-Perché?

-Perché s’è accorta troppo tardi che la vita avrebbe potuto essere altro. Si è disperata. E ha cominciato a coprire tutto quello che le ricordava la sua disperazione. 

-Magari fosse possibile. 

-Magari no. Magari fosse possibile guardarla in faccia la disperazione senza esserne sopraffatti. 

Sei un vecchio intrappolato in un ragazzino.

-Sono un ragazzino che ha visto invecchiare troppo presto chi aveva promesso di rimanere giovane per sempre. Guarda mio padre, un pazzo, uno scapestrato, eppure era vivo, era giovane di sogni. Ora è il cadavere di sé stesso, s’è rassegnato troppo presto. 

-Non essere impietoso. Cosa ne sai tu di quando arrivi al punto che la vita t’ha tramortito e non hai più la forza di seguirla.

 

Io lo so, ma non glielo dico. Scolo gli spaghetti e la invito a sedersi. Metto la pasta nei piatti del servizio Ikea, e le dico buon appetito. 

Mangiamo in silenzio, mangiamo e pensiamo, a quello che ognuno dei due vorrebbe dire, ma non ha il coraggio. Poi prendo fiato, riempio i polmoni e le chiedo

 

- Ci credi al destino?

Lei mi guarda sorpresa, le labbra lucide di olio. 

- Certo che ci credo, credo nel destino. 

-Io credo che ogni tanto bisogna tradirlo, mettergli le corna.

- Non è possibile. Se lo fai ti ritrovi col culo per terra. Io ce l’avevo il mio destino. Poi un giorno gli ho voltato le spalle, ed eccomi qui, sola, ad ascoltare Ornella Vanoni, imbottita di Xanax, a fottermi di paura.

- Che destino era?

- Aveva i capelli biondi. Hai presente quella storia della mela, tonda, perfetta?

- Io non ci credo…

- Non ci credi solo perché non hai ancora incontrato l’altra metà. 

- No, io credo che una mela può unirsi a una pera, e va bene così, che insieme hanno lo stesso un buon sapore.

- Si, certo, puoi fare un macedonia, puoi fare una melapera, puoi anche pensare che vada bene, ma non è la perfezione di una mela tonda, rossa, perfetta.

- E come mai è finita?

- Perché la perfezione non è di questo mondo. Perché alla fine tanta bellezza ti spaventa e confonde, e allora preferisci una rassicurante macedonia di frutta con un retrogusto che non digerirai mai, piuttosto che avere la responsabilità di prenderti cura della perfezione.

- Forse il tuo destino era quello di cercare la bellezza altrove.

- Forse. O forse semplicemente io non sono abbastanza per sostenerla.

- Hai sostenuto Bach.

- No, è tutto molto più meschino. È solo che ogni giorno mi convinco che se gli altri vivono forse ci riuscirò anche io. Ma so che morirò giovane. Ho voluto strafare. Ho voluto essere troppo, maschio e femmina, madre e bambina, uccello e toro. Il mio corpo non regge al peso, non ha mai retto. Cedo che i vecchi arrivino alla loro età perché hanno rinunciato prima.

- Cosa c’è di meschino nel sentirsi compagni di altri, nello stare nella stessa barca, nell’essere simili ai simili? È così, se gli altri vivono, ci riusciremo anche noi. 

- È bello avere la tua età, essere capace di sperare che le strade si moltiplicheranno davanti ai tuoi occhi e tu non avrai che da scegliere. Per me non è così, le strade si sono sgretolate sotto ai miei piedi. Sono rimasta sola in una casa in cui pure i muri si vergognano di tanta vita sprecata.

- Mia madre l’ha coperti all’uncinetto. 

- Vedi? Non è poi così insolito. Forse sono come tua madre. L’unica differenza è che io non ho la pazienza della maglia bassa.

- L’unica differenza è che lei non ha mai mangiato un piatto di spaghetti con un vicino di casa. 

Sara si alza, mette i piatti sporchi nel lavandino, con familiarità di cucine simmetriche, la mia cucina come la sua cucina, la mia sala come la sua sala, la mia musica non come la sua musica, ma la mia solitudine come la sua.

Giro giro tondo casca il mondo casca la terra…

Cristina Masciola

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