WARP, Maggio 2016

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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TOP NEWS

Il viaggio di un pallone in una terra lontana - leggi

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La parola d'accesso di questo numero è "Presugnanza" - leggi

MI PIACE! (+1) / NON MI PIACE (-1)

Astensionismo / Partecipazione - leggi

UNA PAGINA A CASO

Margherita Hack, Nove vite come i gatti - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Patrizia Cavalli - leggi

WARP ATTACK

194 e oltre - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Adolescenti - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia GMP - leggi


TOP NEWS

Il viaggio di un pallone in una terra lontana

Vogliamo aprire questo numero di WARP con un’avventura.
L’avventura di una ragazza in un mondo altro, geograficamente lontano da noi, eppure sempre più vicino. Questa generazione di ragazzi nati a ridosso del terzo millennio ci sorprendono ogni giorno. Purtroppo vengono alla ribalta troppo spesso quando le loro vite si spezzano. Ma sono più forti anche della storia. Sono quei ragazzi che hanno una carta d’identità come unico legame con il loro paese, perché in effetti sono cittadini del mondo, non conoscono frontiere e non temono le differenze, anzi, se possibile le cercano perché, più saggi dei loro genitori, hanno compreso la ricchezza del confronto. Sono persone consapevoli che il benessere di uno non può non coincidere con quello dei molti, affinché sussista e abbia ragion d’essere.
Tra questi giovani una ci è particolarmente cara e non solo perché figlia di una nostra collega. Ma per la gioia e l’entusiasmo con cui ci ha contagiato alla partenza per l’Africa.
Ha portato qualcosa di noi là, ed è tornata con un tesoro prezioso, che è la narrazione della sua esperienza.
Ecco l’avventura di Francesca.

(scorri la gallery qui sotto oppure scarica il PDF da questo link)


PASSWORD

"Presugnanza"

PRESUGNANZA

Ovvero, quell’orribile condizione di presunzione mista ad ignoranza.

Una volta si parlava di preconcetti o pregiudizi: non che fossero esattamente sinonimi, ma queste parole venivano comunemente usate a dire un pensiero che precede la consapevolezza dell’oggetto a cui si riferisce. Oggi senza troppa diplomazia, voglio parlare della presugnanza. Perché non è più come un tempo. Niente lo è. 
La consapevolezza dell’oggetto di cui si parla, ora appare scontata: internet e i media in generale, ci danno questa inevitabile sensazione di onniscienza su qualsiasi argomento. Basta leggere tre righe per essere esperti di onde gravitazionali, trivellazioni, leggi e medicina. Basta un’immagine confezionata per renderci conoscitori di culture altre. Soprattutto basta un istante. Il tempo dedicato alla conoscenza è ridotto al minimo, come si conviene a qualsiasi società basata sulla produttività: minimo sforzo per il massimo risultato. 

Così mi sorprendo ad ascoltare opinioni di persone che dopo aver letto un post di facebook di cui si sono ben guardati di controllare la fonte, sono certi che le bacche di Goji possano salvare dal cancro, che una trivella sia a 100 metri dalla spiaggia di Ancona (un fotomontaggio neanche troppo preciso), che si possa dimagrire di 7 chili in due giorni attraverso una nota erba tibetana, e che Dio esista perché si è rivelato anche lui con un post sulla pagina facebook del Cardinal Bertone.

Se guardo in cielo sono certa che la Luna e il Sole si muovono girando attorno alla terra una volta al giorno. Incredibile ma vero, me lo conferma anche la Bibbia. Eppure sappiamo che questa “evidenza” non è sorretta dalla prova dei fatti. Qualcuno più intelligente di me e meno presugnante di noi, un bel giorno ha scoperto che il moto del sole era una illusione ottica. 
In ultima analisi, serve una prova scientifica delle evidenze da cui ogni giorno siamo bombardati, che sia una prova prettamente scientifica, che sia il buon senso di cercare la verità oltre l’apparenza, cercando le fonti. 

La presugnanza è pericolosa. Confonde il sentito dire con la scienza, l’occhiata rapida con l’approfondimento, rende la nostra conoscenza un guazzabuglio di annotazioni disordinate e mai verificate. Ricordo pomeriggi, quando ancora la bolletta della luce equivaleva al semplice consumo della lampadina elettrica, e non a sei computer connessi a famiglia, ricordo pomeriggi interi passati a consultare libri, alla ricerca di qualcosa che potesse supportare e sostenere una ricerca assegnata a scuola. Ricordo anche l’entusiasmo di poter accendere un computer e trovare quelle stesse cose, e molte di più, molte più di quanto la mia libreria potesse contenere. Ma non ricordo il momento in cui ho scambiato la registrazione di un dato con la conoscenza assoluta. E’ avvenuto all’improvviso, non ha lasciato segni evidenti, perché è successo contemporaneamente a molti, ai più. Così adesso a volte taccio, semplicemente perché non so. O meglio so poco, e male. Ecco, forse dobbiamo tornare a pensare di sapere poco e male, e come antichi filosofi, coscienti della loro ignoranza, ricominciare a soffermarci, dilatare il tempo, andare a fondo, scavare, guardare oltre, e infine, ma proprio infine, esprimere un'opinione non presugnante.

Se avete citato almeno una delle notizie tratte dal servizio anti-bufala di Blogo, siete a rischio presugnanza:)
http://cronacaeattualita.blogosfere.it/categoria/antibufala


MI PIACE (+1) / NON MI PIACE (-1)

Astensionismo partecipazione

Anche questa volta un referendum non ha raggiunto il quorum. Negli ultimi venti anni, su sedici referendum, ben 7 rappresentano quorum mancati.

Dal Sole 24 Ore

La storia dei referendum abrogativi in Italia

Ecco una breve storia dei 53 referendum abrogativi svoltisi in Italia.


DIVORZIO - Poco dopo l'approvazione (1970) della legge di attuazione del referendum, comincia la raccolta delle firme per abrogare la legge sul divorzio. Per il primo scioglimento anticipato di ambedue le Camere, il voto slitta al 12 maggio 1974. Vincono i "no", con il 59,3 per cento.

I PRIMI REFERENDUM RADICALI - L'11 giugno 1978 si vota sulla legge Reale (ordine pubblico) e sul finanziamento pubblico dei partiti. Vincono ancora i "no". La Consulta ne aveva respinti altri quattro e due erano saltati per la modifica delle leggi.

PRO E CONTRO L'ABORTO - Il 17 maggio 1981 i referendum sono cinque: due sull'aborto (uno radicale per l'allargamento, l'altro, del Movimento per la vita, per la restrizione). Gli altri tre vogliono abrogare la legge Cossiga sull'ordine pubblico, l'ergastolo e il porto d'armi. Ancora una volta vittoria dei "no".

IL PRIMO REFERENDUM ECONOMICO - Il 9 giugno 1985, si vota sulla proposta di abrogare il taglio dei punti di scala mobile, deciso dal governo Craxi. Le firme sono raccolte dal Pci. Anche in questo caso la vittoria andrà ai "no", con il 54,3 per cento.

NUCLEARE - L'8 novembre 1987 si vota per cinque referendum, tre dei quali sul nucleare (Cernobyl è del 1986). Gli altri due su responsabilità civile dei giudici e commissione inquirente. Per la prima volta vincono i "sì", in tutti e 5 i casi.

FALLIMENTO PER I REFERENDUM AMBIENTALISTI - Il 3 giugno 1990, si vota su tre referendum di iniziativa ecologista, due sulla caccia e uno sui pesticidi. I "sì" sono più del 90%, ma il numero dei votanti non raggiunge il 50%, il quorum necessario affinché la consultazione sia valida.

IL PRIMO REFERENDUM SU LEGGI ELETTORALI - Il 9 giugno 1991 si vota per abrogare le preferenze elettorali. Respinte dalla Consulta altre due richieste (sistema elettorale di Senato e Comuni), presentate da Segni. I "sì" sono il 95,6%, i votanti il 62,2%, fallisce quindi l'invito di Craxi ad «andare al mare».

"PICCONATE" AL SISTEMA ELETTORALE - Il 18 aprile 1993 si vota su otto referendum. Gli elettori rispondono con otto "sì". Il voto più importante è quello che modifica in senso maggioritario la legge elettorale del Senato. Aboliti tre ministeri (Agricoltura, Turismo e Partecipazioni statali), il finanziamento pubblico dei partiti, le nomine politiche nelle Casse di Risparmio.

I REFERENDUM SULLA TV - L'11 giugno 1995 si vota per 12 referendum. Il "no" vince sui tre quesiti più importanti che riguardano la legge Mammì, e sulla richiesta di modificare il sistema elettorale per i comuni.

STAVOLTA TUTTI AL MARE - Il 15 giugno 1997 niente quorum per i sette referendum superstiti (dei 30 iniziali). Si vota su Ordine dei giornalisti, "golden share", carriera e incarichi extragiudiziari dei magistrati e altri argomenti minori.

FALLITO PER POCO IL REFERENDUM SUL PROPORZIONALE - Il 18 aprile 1999 il referendum per l'abolizione della quota proporzionale nel sistema elettorale per la Camera fallisce per pochissimo. Votano solo il 49,6%. Tra i votanti il "sì" ottiene il 91,5%. Errore di previsione dell'Abacus, le cui prime proiezioni danno per raggiunto il quorum.

NEL 2000 QUORUM LONTANISSIMO: si vota per sette referendum abrogativi. Nessuno di loro raggiunge il quorum. La percentuale dei votanti oscilla tra il 31,9 e il 32,5%. Il "sì" ha comunque la maggioranza nei referendum per l'elezione del Csm, gli incarichi extragiudiziali dei magistrati, la separazione delle carriere, i rimborsi elettorali, le trattenute sindacali e l'abolizione della quota proporzionale. Sono invece di più i "no" nel referendum sui licenziamenti.

E pensare che il referendum è lo strumento principe di una democrazia. 
Un cittadino che non si occupa di politica, più che esprimere un diritto, in effetti vi rinuncia. 
Se non ci occupiamo di politica dobbiamo comunque essere consci del fatto che la politica si occupa di noi.


UNA PAGINA A CASO

Margherita Hack, Nove vite come i gatti

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Un breve libricino, Nove vite come i gatti: un racconto in prima persona, dove la donna e la scienziata si raccontano spontaneamente, partendo dalla giovinezza, fino alla vita lavorativa, i successi, le soddisfazioni, e la vecchiaia.

Non si parla di astronomia. Si parla di una scienziata, di una ragazzina atletica, che avrebbe persino potuto partecipare a qualche evento internazionale sportivo, se non ci fosse stata la seconda guerra mondiale, e di una donna capace, una donna che ha affrontato le difficoltà, le ha superate, e ha ottenuto ciò che voleva veramente. La storia di una persona che ha avuto soddisfazioni, che non si è mai persa d'animo, e non ha mai smesso di lottare.

Una vita di scienziata che attraversa la storia e la racconta con toni leggeri, con ricchezza di suggerimenti, e perle di saggezza, che potrebbero essere applicate in tutti gli ambiti, e non solo in quello scientifico.


“Non potete neanche immaginare quanto sia divertente capire come funziona una stella. E il bello è che tutte queste cose si possono studiare anche senza lasciarsi divorare dalle solite eterne domande intrise di presunzione: «Chi siamo noi? Da dove veniamo? Qual è il senso della nostra vita? Cosa ci aspetta dopo la morte?».” 

“E' così bello fissare il cielo e accorgersi di come non sia altro che un vero e proprio immenso laboratorio di fisica che si srotola sulle nostre teste.” 

“La felicità è essere contenti di quello che si ha. E io non posso proprio lamentarmi. Ho avuto tanto senza mai scendere a compromessi. Ho battagliato, certo. Ma fa parte del gioco.” 

“Penso alla ciclicità delle mie molecole, pronte a sopravvivermi, a ritornare in circolo girovagando per l’atmosfera e non provo tristezza. Ci sono stata, qualcuno si ricorderà di me e se così non fosse, non importa.” 
“Con gli anni la nostra capacità di svolgere un mestiere si perfeziona, si trasforma, troviamo nuovi modi per compiere delle mansioni e – in questa maniera – cambiamo sempre lavoro anche se restiamo fermi. Vale per il panettiere come per l’ingegnere. Invece cambiando continuamente mestiere non facciamo altro che condannarci a restare apprendisti a vita.” 
“Solo un uomo che sa cos’è la vera modestia mette la sua sete di conoscenza davanti a stupidaggini come il titolo e gli allori.” 
“Lettori del presente, abbiate pazienza, ma mi tocca aprire una breve parentesi per quelli che dovessero mai raccogliere queste pagine in un lontano futuro. Se per caso state pensando di introdurre la proprietà privata, date retta a me: fermatevi finché siete in tempo. Noi lo abbiamo fatto e, da quando abbiamo piantato il primo paletto, il nostro mondo ha fatto un passo indietro da cui non si è più ripreso. Se invece anche la vostra civiltà vi ha spinto a vivere in zolle di terra delimitate dal filo spinato, be’… non serve spiegarvi che avete fatto un pessimo affare. Chiusa parentesi, rieccomi a voi.” 

E ora un originale confronto tra Margherita Hack e Andrea Camilleri


AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Patrizia Cavalli

Il cuore non è mai al sicuro e dunque,
fosse pure in silenzio, non vantarti
della vittoria o dell’indifferenza.
Rendi comunque onore a ciò che hai amato
anche quando ti sembra di non amarlo più.
Te ne stai lí tranquilla? Ti senti soddisfatta?
Potresti finalmente dopo anni
d’ingloriosa incertezza, di smanie e umiliazioni,
rovesciare le parti, essere tu che umili e che comandi? No, non farlo,
fingi piuttosto, fingi l’amore che sentivi
vero, fingi perfettamente e vinci
la natura. L’amore stanco
forse è l’unico perfetto.

Patrizia Cavalli
Datura
Einaudi


WARP ATTACK

194 e oltre

Legge 194, ancora un passo indietro... 

Una sintesi di ciò che sta accadendo, un racconto per andare oltre.


Il codice penale ereditato dal regime fascista faceva rientrare l’aborto tra i «delitti contro la integrità e la sanità della stirpe». Nel ’75 il Giudice costituzionale nel mutato contesto culturale sociale dichiarò l’illegittimità della norma, precisando che «non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare». Questo divenne tema centrale nell’azione politica dei Radicali, che insieme al Movimento per la liberazione della donna si fecero promotori di disobbedienze civili che determinarono l’arresto di Gianfranco Spadaccia, Adele Faccio ed Emma Bonino.

Per evitare a tutti i costi lo scontro sull’aborto, fu emanata la legge 194/78 «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della Gravidanza». Grazie a questa legge fu possibile liberare l’Italia dalla piaga dell’aborto clandestino. Un traguardo importantissimo per la salute delle donne, rispetto al quale però il Paese sta pericolosamente tornando indietro. Da anni, infatti, le associazioni di medici non obiettori denunciano come per le donne italiane ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza sia diventato un percorso a ostacoli.

La diffusione dilagante dell’obiezione di coscienza tra i medici ha reso, nella pratica, sempre più difficile assicurare questo servizio, creando problemi sia alle donne, che secondo la legge non possono abortire oltre un tempo massimo dall’inizio della gravidanza, sia ai medici non obiettori, che si vedono costretti a dedicarsi esclusivamente alla pratica dell’Ivg. A nulla sono valsi finora gli appelli al Governo e al Parlamento affinché il diritto all’interruzione di gravidanza non fosse leso dal diritto all’obiezione di coscienza e affinché fosse applicata correttamente la legge 194.

Con la sentenza del 10 Aprile 2016 del Consiglio d’Europa, l’Italia si conferma maglia nera d’Europa in tema di diritti. Questa decisione dimostra infatti come negli ospedali del nostro Paese siano sistematicamente violati i diritti delle donne e dei medici non obiettori che ogni giorno cercano di far rispettare la legge. Violazioni che il Consiglio d’Europa aveva già denunciato con una sentenza emessa due anni fa, a seguito del ricorso presentato dall’ Ippf En, e anche allora, come nel procedimento promosso dalla Cgil, come Associazione Luca Coscioni avevamo contribuito con le nostre osservazioni al Comitato per i diritti Sociali del Consiglio d’Europa. Nonostante ciò, non solo il governo ha continuato a fare finta di nulla, ma dal 15 gennaio scorso ha perfino inasprito le multe per le donne che, non riuscendo a interrompere la gravidanza per mancanza di medici non obiettori, sono costrette a rivolgersi a strutture non accreditate o a medici non autorizzati.

Un provvedimento che riporta l’Italia a un clima pre-194 e non considera che il ritorno dell’aborto clandestino è diretta conseguenza dell’aumento dell’obiezione di coscienza. Noi dell’Associazione Coscioni con l’Aied fin dal 2012 abbiamo lanciato proposte chiare e concrete per ripristinare un minimo di legalità a tutela dei diritti di tutti: la creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza; l’elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza; concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di Ivg, l’utilizzo dei medici «a gettone» per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori e infine una deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di Ivg sono scoperti. Garantire la piena applicazione della legge 194, senza ledere il diritto delle donne che decidono d’interrompere la gravidanza e quello dei medici che decidono di obiettare non è difficile: basta volerlo fare.
Filomena Gallo,  Manifesto dell’11 Aprile


Questo racconto arriva da una giornata diversa, una di quelle in cui d’un tratto ti accorgi di realtà che non conoscevi se non per sentito dire, e che si illuminano all’improvviso, lasciandosi vedere con chiarezza violenta e brutale. E’ dedicato a tutte quelle donne che con dolore hanno scelto e con dignità sono andate oltre, inevitabilmente sole.


CLUEDO
di Cristina Masciola

 
Sono quasi le sei di sera. La luce intensa di una giornata ancora lunga d’agosto illumina i miei quattro figli intenti a giocare a Cluedo. Cercano l’assassino. La nurse, o forse il generale, nell’anticamera con la corda. Sbagliato. Tocca a me. A uccidere Mr. Black è stata la Signora Elliot con il pugnale nella voliera. Sbagliato.
A uccidere mio figlio, questa mattina sono stata io. In un ambulatorio. Ho vinto.
 
All’Ospedale San Camillo di Roma, tra gli edifici lapidi di padiglioni in ristrutturazione, in mezzo ai calcinacci e alle erbe selvatiche, tra i viali costruiti per perdersi, c’è un palazzo crepato, color ocra. Lettere sbriciolate dicono Ostetricia. Dentro, un bianco immacolato.

Nel corridoio un viavai di infermiere, qualche donna con la pancia enorme cammina in vestaglia sperando in una contrazione, sperando che non arrivi, che tutto finisca al più presto, che quel momento non arrivi mai.

E’ una mattina di sole, giugno inoltrato. Qualcuno sventola un quotidiano. Fuori fa schifo, ma dentro sembra quasi un vero ospedale. Busso alla porta della medicheria, entro, mi guardano male, ho interrotto una colazione improvvisata, il cabaret di cornetti farciti sta sul registro delle pazienti, a digiuno in attesa di un cesareo. La mia mano gelida tiene in mano un certificato, lo mostro ad una donna grassa in divisa verde sala operatoria. Chiedo dove devo andare. Per una visita? Credo di si. E’ per un aborto. Senza scomporsi mi dice che non è qui. Mi avevano detto di andare in maternità. Una bestemmia. Questa si è la maternità. Per gli aborti devo uscire dall’edificio, sulla destra c’è una scala che porta giù. Nell’inferno.

Esco, vedo un gruppo di zingare appoggiate a un’inferriata, fumano, tengono bambini in braccio, una di loro tiene un pezzo di carta in mano, come il mio. Dietro di lei un foglio di carta appiccicato al muro, scritto a pennarello. Ben visibile, un numero, 194.
Ora sono un numero, non una donna, non una paziente, sono un numero, 194.

Scendo la scala di ferro che ad ogni passo scricchiola arrugginita. Ed entro. E’ una sala d’attesa e un lungo corridoio, porte aperte, scritte in lingue diverse, italiano, arabo, inglese. E una porta a vetri opachi, sala operatoria. E donne. Donne come me e diverse da me, zingare, polacche, rumene, una madre con una ragazzina che avrà sedici anni, stretta a lei, la faccia infilata nell’incavo della sua ascella, e delle lacrime che le bagnano la camicetta. Pochi uomini, uno col cellulare sta scattando una foto. E mi chiedo a cosa gli servirà. Ho paura. Una paura che mi stringe la gola, come farò a parlare? Mi avvicino ad una stanza, chiedo se bisogna prendere il numeretto, l’hanno già dato, mi dicono, allora aspetto che esca un’infermiera. Le mostro il certificato. Come fossi alle poste la donna mi indica gli sportelli, prima stanza numeretto, seconda analisi del sangue, poi al piano di sopra per l’ecografia e poi di nuovo qui per l’appuntamento.

Mi siedo. E mi ricordo che non sono sola. C’è mio marito accanto a me, ma l’avevo dimenticato. E questa è la prima lezione che mi accompagnerà per il resto della vita. Un giorno sentii un saggio dire che comunque vada, nella morte sei sempre solo. E di morte si tratta, qui, oggi. Mio marito non è più mio marito, è un enorme gomitolo di rabbia e sensi di colpa. Con due gambe, due braccia, una bocca serrata, e il cuore sfinito. Troppe difficoltà, troppa stanchezza, troppo di tutto, anche di figli. E a dire che sarebbe bastato un preservativo ci pensa la prima infermiera che mi capita a tiro, e con la quale mi scappa una lacrima. Come spiegarle che dopo tanti anni, dopo una corsa senza fiato, tra mille notti passate da un letto all’altro, a consolare figli per un brutto sogno, a pulire vomiti, a correre da “mamma, mi scappa la pipì”, è capitato così, che una notte che finalmente il letto era solo nostro ci siamo ricordati di essere un uomo e una donna, e con tutto lo sforzo possibile abbiamo cercato le ultime energie di una giornata infinita e con gli occhi chiusi ci siamo stretti più che potevamo, per dirci amore. E si, siamo stati attenti. Ma “signò, che non lo sa che ce vole un attimo?”. Si lo so, un attimo ci voleva, e un attimo c’è voluto. E un mese dopo senza neanche un ritardo io già lo sapevo, che dopo tanti figli, ti basta guardarti allo specchio e trovi negli occhi, sulla pelle, in quel sorriso appena accennato, il segno che non sei più una, ma due. E per la prima volta il tuo volto allo specchio si trasforma nel mostro che non avresti mai voluto vedere, “io non lo voglio”. E non è vero, lo vorresti con tutta te stessa, ma la paura di non farcela ti fotte il cervello. Eccomi qui. In fila. Dietro donne straniere lontane da me eppure adesso così simili a me. Tutte a trattenere il fiato, sperando che finisca presto, sperando di essere in grado di dimenticare, sapendo che non succederà mai.

Prelievo, anamnesi, pressione. Ora è il turno dell’ecografia. Vada su, mi dicono, esca e rientri dal portone in fondo. Arrivo e mi trovo di fronte a una ventina di donne felici, enormi, pregne. Aspettano di vedere il loro bambino, sapere se sia maschio o femmina, qualcuna tiene una videocassetta in mano, questa sera in salotto, con tutta la famiglia, mostrerà quel piccolo essere dentro di sé, fiera, potente.

Bastardi. Sono dei bastardi. Prima ci mandano giù nell’inferno, voi non siete come le altre, voi siete delle assassine. Poi ti rimandano sulla soglia del paradiso, per ricordarti che tanto non potrai mai più entrarci. Quando entro mio marito mi segue, ma viene bloccato. E’ una questione di privacy. Allora intervengo, io vorrei che entrasse. La dottoressa mi guarda. Non è qualcosa che posso scegliere. E’ così e basta. Lui si ritrae, forse sollevato. Almeno questo strazio, insieme a molti altri, non gli verrà inflitto. La dottoressa mi chiede a che mese sto. Neanche al secondo, e sono qui per la 194. Lo sguardo si fa serio, e io mi ritrovo a giustificarmi, come una scolaretta senza i compiti a casa. Ho già quattro figli. A maggior ragione, avrebbe dovuto usare anticoncezionali. Non posso prendere la pillola, e siamo stati attenti e …non mi va più di trovare scuse. Non ho più voglia di chiedere perdono, non a un dottore, non a Dio. L’unico a cui vorrei chiedere perdono è il figlio che non avrò. Mi sdraio sul lettino e improvvisamente sul monitor eccolo, un niente con una testa, un uomo potenziale, un desiderio negato, un impegno che non ce la faccio a prendere. E sento il suo cuore. Non avrebbero dovuto farmelo sentire. Ora che sento il suo cuore, ora ha uno spazio e un tempo dentro di me, ora è mio figlio, fino in fondo. In televisione solo tre giorni prima ho sentito l’ennesima discussione se l’embrione sia o meno da considerarsi un essere umano a tutti gli effetti. E mi chiedo perché mai non possa sfondare quello schermo, e prendere la parola e dire che non si tratta di capire se sia un essere umano o no, perché per una donna, dal momento che quel cuore batte, è sempre e comunque tuo figlio. Voi chiamatelo come vi pare, è mio figlio. E io lo sto strappando via da me. Intravedo un profilo inesistente, vorrei poterlo toccare. La dottoressa è professionale, le basta un attimo, ed è già finito. Dal monitor scompare l’immagine di mio figlio. Dalle mie orecchie scompare il dum dum del suo cuore veloce.

Torno nel girone delle madri assassine. Mostro i miei trofei, analisi, ecografia, scheda anamnesi. Mi danno appuntamento dopo un mese e mezzo. E io so che quarantacinque giorni saranno una lenta discesa verso il buio. Come posso sopravvivere tanto tempo così? Chiedo di anticipare, ma non è possibile. Mi arrendo. Passerò quarantacinque giorni a sentire qualcosa crescere dentro di me. E non farò nulla di quello che ho fatto già, accarezzare la mia pancia, metterci sopra la mano di mio marito, guardarmi allo specchio di profilo, andare da Prenatal e comprare la tutina che indosserà il giorno in cui verrà alla luce. Non conterò le settimane, non impazzirò per capire le fasi lunari, e la possibile data del parto. Non leggerò oroscopi, e non lavorerò all’uncinetto le sue prime scarpine. Vomiterò. Vomiterò e dimagrirò, come sempre ho fatto ad ogni gravidanza. Piangerò. Guarderò i mie figli e penserò che è solo un caso che siano arrivati prima loro. A chi di loro sarebbe somigliato. Sarebbe un maschio o una femmina. Mio marito mi guarda consumarmi, grazie a Dio esce la mattina e torna la sera. Non si avvicina, non si allontana, semplicemente assiste in silenzio. Mi consola solo una volta, non è una tua scelta, mi dice, è una nostra scelta, come se fosse possibile dividere il mio utero in parti uguali. Come fosse possibile fare a metà il senso di colpa, la disperazione, il dolore. Io sono sola. Lui è solo. E non c’è niente da fare.
E’ arrivato il giorno della mia 194. Chissà perché ho impiegato un’ora a scegliere cosa mettermi. Con l’illusione che se sarò vestita bene magari mi tratteranno meglio di zingare ed extracomunitarie. Porto nella borsa due paia di mutande, un  paio di pantofole. E basta. Non porto la valigia con le tutine, non porto riviste su come allevare i figli da zero a tre mesi. Non porto niente se non il mio utero e il mio cuore dentro di lui, pronto a frantumarsi.

Oggi con me ci sono altre quattordici donne. Siamo tre italiane, il resto lingue straniere e facce corsare. Nella stanza sono accanto a una ragazzina moldava. Piange. E io la consolo, come se fosse mia figlia, come se sapessi cosa la aspetta, come se io non avessi il suo stesso destino. Mi danno un antibiotico e mi dicono, si spogli, metta questa camicia e non vada in giro per il corridoio. In fondo c’è la sala operatoria, è un ambulatorio aperto, se mi affacciassi potrei vedere quello che stanno per farmi di lì a un’ora. Un’ora che non passa mai, un’ora di “come ti chiami”, “Svetlana”, metti le gambe qui, poggia i piedi lì, stai ferma, adesso ti faccio l’anestesia. Io non la voglio l’anestesia, io voglio essere presente. Lo dico ai dottori, mi chiedono se sono sicura. Si. Sono stata sveglia e vigile, ho sopportato quattro parti senza anestesia, devo almeno questo a mio figlio.

C’è la radio accesa e sento una canzone di Fiorella Mannoia. Un monito. Quello che le donne non dicono è tutto in questa stanza, sdraiata a cosce spalancate, mentre un medico infila un tubicino e succhia via la vita. Il cuore batte all’impazzata, il mio. Vorrebbero calmarlo, chiamano un cardiologo. Stupidi. Come pretendono che il mio cuore rimanga indifferente a questo?
Fatto. Non ho sentito dolore, non ho sentito nulla, se non la sensazione di essere stata svuotata. Mi hanno tolto tutto, un figlio, la speranza, la certezza che malgrado la vita mi abbia portato a fare e dire cose insulse, fino a questo istante io ero innocente. Ora non più.

Torno nella mia stanzetta in barella. Mi dicono che perderò sangue. Che dovrò avere pazienza per qualche giorno. Potrei avere un’emorragia. Non mi preoccupo. Sono vuota ormai. Ho bisogno di andare in bagno, mi alzo e non faccio in tempo a fare un passo che sento qualcosa di caldo tra le gambe e rosso sulla pelle, sul pavimento, nelle mani che cercano di frenare quell’onda. L’infermiera corre, non le abbiamo potuto fare il coagulante per via del cuore in tachicardia, deve avere pazienza. Arrivo in bagno e mi chiedo se anche questo non sia un monito, se anche questa pozza di sangue non significhi morte.

Sono quasi le tre del pomeriggio. Sono rimasta solo io. Le infermiere ridono nella loro sala, mi alzo, mi vesto, butto tutto, pantofole, mutande, ogni traccia del mio essere lì. Mi avvicino alle loro risate, chiedo scusa, vorrei andare via. Una mi chiede come mi sento. Io la guardo, non so cosa rispondere. Vorrei andare via. Solo questo. Mi fanno firmare una carta, declinano ogni responsabilità, come se ci fosse bisogno di precisarlo.

Apro la porta, salgo le scale. Nel sole pieno c’è mio marito. Mi accenna un sorriso. Mi apre lo sportello della macchina, mi siedo cauta. Trattengo il respiro. Prendo il cellulare, chiamo casa. Mi risponde mio figlio. “Mamma”.
 
Mamma. Qualcuno può ancora chiamarmi così.
 
“Mamma, ho vinto ancora una volta a Cluedo. Quando torni giochi con noi?”
 
E’ tempo di giocare ancora. E’ tempo di vivere ancora. E’ tempo di essere madre, ancora. Un’ora per tornare a casa, nel caldo, nel silenzio.
Io penso ai nomi, se fosse stato un altro maschio l’avrei chiamato Gabriele.
Ciao Gabriele. Devo fare una partita a Cluedo. Vincerò. Perché so già chi è l’assassino.

 


NO COMMENT

L'immagine del mese

Gente che si incontra per Roma... Foto di Riccardo Papi (il mi marito:) (cmasciola[at]aminstruments.com).


AM KIDS

Adoloscenti

Tornereste mai all’età della vostra adolescenza? 
A guardare i nostri figli, e con un piccolo sforzo di memoria, decisamente la risposta è quasi sempre no.
A sentire gli psicologi “l'adolescenza è famosa per essere un momento particolarmente delicato della crescita. Detiene il primato di crisi tra i diversi stadi evolutivi, dalla nascita in poi. Un'età problematica e complessa che, forse, non è così critica in sé perché la natura umana lo prevede, ma lo diventa a causa dell'atteggiamento educativo e relazionale di noi adulti.”.
Ecco, sempre colpa nostra!
“Che non vogliamo vedere soffrire i nostri figli, non sappiamo rispettare e riconoscere l'importanza della sofferenza, richiediamo che si comportino come se avessero esperienza, passandogliela noi, magari. Non sappiamo interpretare i loro segnali di disagio, non riusciamo ad accettare che non possano più trovare voglia di stare con noi, preferendo altro, che non siano soddisfatti di tutto quello che abbiamo dato loro. Che li vorremmo sempre piccoli, per non perdere potere e controllo su di loro. Oppure, al contrario, non accogliamo i loro bisogni di tenerezza e sicurezza, trovandoli fuori luogo per la loro età. Non accettiamo bisogni e desideri inaspettati, insoliti per loro o differenti dagli altri. Abbiamo difficoltà a lasciarli andare oppure li sproniamo per strade per le quali ancora non sono pronti. Li troviamo strani ed estranei, ci disorientano i loro cambiamenti, così come l'idea di quelli che dovremmo affrontare noi stessi. Si stanno separando da noi e noi siamo chiamati a farlo da loro.
Invece spesso tendiamo a fare degli stampi, mettendoci dentro tutte quelle cose che, secondo noi, ad una certa età deve avere ed essere un ragazzino. Uno stampo nel quale, poi, la persona - che è nostro figlio - non ci sta.”

Siamo praticamente, e parlo di noi genitori, delle armi di distruzione di massa. Mi pare che la realtà, sebbene a volte sfoci in questo genere di comportamenti, sia lievemente diversa. Si, li vorremmo sempre piccoli (ma neanche troppo, personalmente la patente della mia prima figlia significa poterla sfruttare quanto più posso per fare la spesa, ritirare ricette mediche, andare a prendere le sorelle più piccole:), non sopportiamo la loro sofferenza (anche qui avrei da ridire, in fondo è sopportabile, basta non sia troppo rumorosa!), non sappiamo decifrare i loro segnali di disagio (personalmente li colgo perfettamente in quanto il disagio adolescenziale fa un gran rumore anche quando coincide con il silenzio)!

“Possiamo dire che in adolescenza la normalità (per quanto risulti stretta come parola) è definita da uno stato di disarmonia. Non sempre visibile o costante, perché può anche essere nascosta. Ma spesso espressa da atteggiamenti strambi ed eclatanti.”

Di seguito alcuni di questi classici adolescenziali (tratti dal libro Distacchi di Judith Viorst, Ed. Frassinelli):

1. Un adolescente normale è così inquieto e distratto da riuscire a farsi male alle ginocchia non giocando a pallone ma cadendo dalla sedia nel mezzo di una lezione di francese.

2. Un adolescente normale ha il sesso nella testa e spesso in mano.

3. Un adolescente normale elenca come obiettivi principali della sua vita: 1) porre fine alla minaccia dell'olocausto nucleare; 2) possedere cinque camicie firmate.

4. Un adolescente normale passa dall'agonia all'estasi e ritorno in meno di trenta secondi.

5. Un adolescente normale può utilizzare cognizioni per meditare su profondi temi filosofici ma può dimenticare regolarmente di vuotare la spazzatura.

6. Un adolescente normale pensa che i propri genitori abbiano sempre torto oppure che non abbiano mai ragione.

7. Un adolescente normale è imbarazzato nel salutare la madre poi però ha bisogno di parlare con lei a cuore aperto.

8. Un adolescente normale imita gli altri, si identifica con i coetanei, desidera, ad esempio, vestirsi come loro ma contemporaneamente cerca la propria identità, vuole essere originale e unico.

9. Un adolescente normale è egocentrico, egoista, calcolatore e allo stesso tempo generoso, idealista e altruista.

10. Un adolescente normale non è un adolescente normale se agisce in modo normale. 

Per contro pochi giorni fa leggo con soddisfazione un articolo di Repubblica che finalmente mette in evidenza come l’adolescenza sia una vera prova non tanto per i ragazzi quanto per i genitori!

 

L'adolescenza è un'età difficile. Soprattutto per i genitori

L'affermazione, a prima vista paradossale, è il risultato di uno studio che lo psicologo Laurence Steinberg, professore alla Tumple University negli Stati Uniti, spiega così al New York Magazine: il senso di disorientamento e le crisi esistenziali dei ragazzi sono passeggere, metaboliche, mentre per gli adulti che sono loro accanto gli scompensi sono maggiori. Analizziamo assieme alla psicologa dinamiche e conseguenze che, non da ultimo, colpiscono madri e padri in modo diverso

DI BRUNELLA GASPERINI

Che l’adolescenza dei figli impatti in modo più devastante sui genitori anziché sui ragazzi, può sembrare paradossale. Ma è la tesi di un articolo apparso tempo fa sul New York Magazine sostenuta dagli studi dello psicologo Laurence Steinberg, professore alla Tumple University negli Stati Uniti. Un’idea di questa fase evolutiva che ribalta e scombussola alcune tradizionali convinzioni: che siano cioè solo i ragazzi ad essere disorientati, ad attraversare crisi esistenziali. È stato dimostrato invece che proprio sugli adulti l’adolescenza può portare scompensi maggiori. 
Per i giovani si tratta di un delicato momento di crescita, di rivoluzione interiore, di ricerca, di confronti e di prove, di esperienze intense, di definizione dell’identità personale. Spesso soffrono, lottano terribilmente per conquistare autonoma. Ma viene sfatato il mito del tumulto emotivo dei teenagers e degli sconvolgimenti ormonali dall’effetto dirompente: è la situazione dei genitori ad essere più complicata, perché sono loro ad accusare i cambiamenti, a faticare di più per ristrutturarsi quando i figli si allontanano. Confusione e conflitti sono più comuni negli adulti rispetto ai ragazzi.
Secondo uno studio longitudinale condotto dal professor Steinberg su più di 200 famiglie con primogeniti tra i 10 e i 14 anni, quasi la metà dei genitori infatti risente di disagi psichici e difficoltà di coppia alle soglie dell’adolescenza del figlio. Sentimenti di rifiuto, bassa autostima, calo della vita sessuale, aumento dello stress sono i sintomi più rilevati. Aspetti che sembrano ricollegarsi alla cosiddetta crisi di mezza età, ma il ricercatore suggerisce che l’individuazione della fase di sviluppo del figlio si presta come dato predittivo della condizione psicologica degli adulti più preciso rispetto alla loro età cronologica. Perché questa particolare fase del ciclo vitale, densa di grandi trasformazioni, coinvolge l’intero sistema familiare.
È tutta la famiglia che si ritrova a dover trovare nuovi assetti ed equilibri, a rinegoziare le distanze interpersonali per andare incontro alle nuove esigenze. Adesso il bambino lascia il centro della scena, i riflettori sono reindirizzati sulla vita dei genitori, come coppia si è chiamati a confrontarsi di nuovo come partner e non più solo come genitori. I figli esprimono sempre più il loro bisogno di indipendenza, i rapporti spesso di incrinano, gli adulti possono essere convinti che i loro “piccoli” non siano ancora pronti per fare da soli. Affiorano paure di abbandono, si deve imparare a lasciar andare il figlio, a pensare di non poterlo proteggere per sempre, si perde il controllo su di lui. E’ il momento in cui i genitori vengono “de-idealizzati”, non è facile reggere lo svincolo emotivo dai figli, retrocedere dalla loro vita, mollare il potere, fare passaggi di competenze. Accettando che lui possa fare senza di noi, senza i nostri obiettivi al centro della sua vita. Occorre interpretare i comportamenti degli adolescenti in prospettiva, considerare che nessuna vita può essere programmata.
Ma soprattutto, l’adolescenza di un figlio costringe a riflettere su se stessi. I bambini possono portarci a fare il punto su di noi e sono in primo luogo gli adolescenti a suscitare le autocritiche più intime, a smuovere dubbi e incertezze, valutazioni sulle nostre scelte. Portandoci a chiedere cosa faremo una volta che loro non avranno più bisogno di noi.
Sulla base di ulteriori studi, è possibile inoltre capire che il momento dell’adolescenza in casa colpisce mamme e papà in modo diverso. È stato dimostrato ad esempio che in questo periodo la percentuale di ore che i figli trascorrono con i genitori scende in modo consistente (dal 35 al 14 per cento); che le madri hanno tre volte di più, rispetto ai padri, la probabilità che la responsabilità disciplinare-normativa dell’adolescente cada su di loro; è più frequente che i ragazzi, sia maschi che femmine, siano verbalmente aggressivi e propensi a litigare in modo maggiore con le madri rispetto ai padri. Forse sono questi i motivi per i quali risulta che le madri tendono a soffrire meno dei partner quando i figli lasciano casa per motivi di studio o di lavoro (la “sindrome del nido vuoto” non è connotata al femminile dunque). L’entrata nell’adolescenza del figlio è correlata inoltre con un significativo calo di soddisfazione matrimoniale, in particolare negli uomini


ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia GMP


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