WARP #46 - Marzo 2017

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Papà - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "Babbo o Papà?" - leggi

IN GOOD COMPANY

Family business - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Jim Croce" - leggi o ascolta

UNA PAGINA A CASO

Iliade. Ettore e Andromaca - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

A mio padre - Alfonso Gatto - leggi

WARP ATTACK

Generazioni a confronto - leggi

MI PIACE! (+1)

Riccardo Rossi - leggi

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AM KIDS

Prova a lasciare tuo figlio solo col papà… - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Papà - leggi


TOP NEWS

Papà

Depositphotos_Papà.jpg

Questo numero di Warp è interamente dedicato ai padri. E non solo perché Marzo è il mese della festa del papà. Lo dedichiamo a tutti gli uomini che un bel giorno, più o meno consapevolmente, hanno intrapreso una carriera difficile, a volte tormentata, ma meravigliosa: quella di essere padre.
E perdonerete la citazione autoreferenziale, ma non ho trovato un modo migliore per esprimere la mia personale idea di padre.

“...l'amore di un padre è quello che ti cambia la vita. La madre ti deve amare per legge di natura, sei un pezzo della carne sua e pure quando sei assassino, lei una carezza te la deve dare. Ma un padre no, lui non t'ha portato in pancia, non s'è dissanguato per te, non t'ha maledetto per il male che sentiva, né benedetto per l'improvvisa ragione di vita che gli hai donato quando sei venuto al mondo. Lui ti ama perchè decide di amarti. Ci pensa e ci ripensa, ti tiene tutta in una mano, che ancora non parli, non vedi, non senti, e lui ti guarda e ti chiede, che sei tu, perché devo amarti, e allora decide. E ogni giorno, pure quando non entri più in quella mano, pure quando è vecchio e tu sei già grande da potertene prendere cura, lui decide di amarti. Oppure no…”

Dal romanzo “Razza bastarda”
Cristina Masciola
Finalista Premio Strega 2008


PASSWORD

"Babbo o Papà?"

Babbo o papà?:)
Ad occuparsene anche l’Accademia della Crusca!

Molti utenti ci chiedono se “in lingua italiana” sia corretto dire babbo o papà. M.L. da Pontedera vuol anche sapere, nel caso che entrambi siano corretti, quale sia quello “usato per primo”, mentre M.M. da Genova si domanda quale sia preferibile e M.F. da Alba Adriatica chiede se sia vero che papà è un francesismo. S. M. di Ladispoli vuole sapere perché se in Toscana si usa babbo, altrove invece si dice papà e da dove questa parola sia “venuta”.

I nomi del padre

Accanto a padre, voce solo denotativa che indica "uomo che ha generato un figlio, considerato rispetto a quest'ultimo", l'italiano comune attuale dispone di due forme familiari affettive usate soprattutto come allocutivi: babbo e papà.

Le due voci si sono affermate in epoche diverse e con percorsi differenti, "affrancandosi" dal panorama delle varietà locali sottostanti in cui ancora nella prima metà del secolo scorso dominavano, sia al nord che al sud, derivati dal latino patrem contrastati da babbo diffuso in Sardegna, Toscana, Romagna, Umbria, Marche e Lazio settentrionale, oltre che da tata, in Lazio, Abruzzo, Puglia settentrionale e Campania, e atta in Puglia, Basilicata e Campania meridionale. Anche papà, benché a fianco di altri termini, era già diffuso in Piemonte, lungo la valle del Po, in Veneto, a Roma, in Umbria e nelle Marche (cfr. AIS, c. 5 I vol.).

Sia papà che babbo (come anche il meridionale tata e mamma o mammà) sono forme tipiche del primissimo linguaggio infantile, costituite dalla ripetizione di una sillaba, perlopiù formata dalla vocale a e da una consonante bilabiale (p, b, m), i suoni più facili da produrre per i bambini. Mentre babbo è una forma "autoctona", papà è effettivamente un francesismo, benché di "vecchia data", tanto che se ne trova testimonianza già nel XVIII secolo per il veneziano (cfr P. Zolli, L'influsso francese sul veneziano del XVIII secolo) e, nella variante pappà, appare già usato nel XVI secolo da un autore toscano, Pietro Aretino, in un dialogo dei suoi Ragionamenti, in libera alternanza con babbo: "Chi è la vostra figlia? Pappà, babbino, babbetto, non sono io il vostro cucco?".

La storia del progressivo affermarsi delle due forme può essere letta attraverso le testimonianze lessicografiche. Babbo compare sostanzialmente invariato dalla prima fino alla quarta edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, dove si chiarisce che “dicesi solo da' piccoli fanciulli, e ancora balbuzienti” e si citano il volgarizzamento Libro della sanità del corpo di Aldobrandino da Siena (“Sì come è a dire, mamma, pappo, babbo, bombo”) che rimanda al linguaggio infantile, e il XXXIII canto dell'Inferno (“Che non è impresa da pigliare a gabbo Descriver fondo a tutto l'Universo, Né da lingua, che chiami mamma, o babbo”). La "V Crusca" è più esplicita: “è voce, per lo più, de' fanciulli e, scrivendo, dello stile familiare   e
giocoso. Raddoppiamento della sillaba ba ch'è uno de' primi suoni che con facilità articoli il fanciullo, e che ha analogia in quasi tutte le lingue”.

Nessuna delle edizioni del Vocabolario degli Accademici registra papà o pappà; né lo troviamo nelle schede preparatorie alla lettera P della V edizione (pubblicata dal 1863 al 1923, fino alla lettera O). La voce aveva comunque già iniziato a penetrare almeno in certa lessicografia: nella seconda edizione del Dizionario universale critico enciclopedico della lingua italiana di Francesco d’Alberti Di Villanuova (1825) troviamo il lemma PAPÀ definito "lo stesso che Babbo" e a BABBO leggiamo:
Padre; e dicesi solo da' piccoli fanciulli, e ancor balbuzienti, e da coloro che con essi favellano. Osservisi che in tutte le lingue il Vocabolario infantile delle robe necessarie è di parole dissillabe, e ripetuta la prima sillaba per facilità di tenere a mente. Così Papà, Mamma, Pappa, Poppa, Bombo, Dindo, Cuccio [sic], Tato, Chicca.

Da notare che l'edizione precedente, del 1797, non registrava papà, né questo compariva nell'enumerazione delle voci infantili a chiusura del lemma babbo.
Papà non appare neanche tra le voci a lemma nell'altro grande monumento della lessicografia ottocentesca, il Tommaseo-Bellini (1861-1879); appare invece nella trattazione di babbo il motivo della sua estromissione:
Nome che al padre dànno in Toscana, non solo i bambini, ma familiarm. tutti; Padre essendo nel ling. fam. parola troppo grave, e Papà suonando francese oggimai.

Troviamo censura del termine ancor più decisa nel Lessico della corrotta italianità di Pietro Fanfani e Costantino Arlìa (1877), dove lo si definiva "voce francese ricevuta in cambio della più cara ed affettuosa di Babbo"; alla voce mammà si riprendeva l'argomento:
[...] Questa voce e l'altra Pappà e Papà che abbiamo prese ai Francesi, in iscambio delle amorevoli Babbo e Mamma ora com'ora pur troppo in tutta Italia, salvo che in Toscana, sono sulla bocca del ceto signorile. Nel popolino poi c'è varietà di locuzione; così in Piemonte dicono Pare e Mare [...], in Lombardia Mama, nel Veneto, nel Napoletano e nella Campagna Romana Mamma la madre, e Tata il padre. In Toscana senza distinzione di classi, salvo l'eccezione su indicata, da tutti dicesi Babbo e Mamma.

Nella successiva edizione del 1890, riveduta e con molte giunte, in cui l'italianità del titolo, oltre che corrotta, suona anche infima, si aggiunge una coda polemica: "e certi nostri compaesani, perché passeggian pe' sette colli, credono di far bene a smetter quella per dire Pappà e Mammà! Belle mi' nerbate !" Alla voce mammà si inserisce poi, laddove si cita l'uso toscano di babbo, oltre all'osservazione che è diffuso anche in Umbria, una nota che così recita: "Così fu scritto nella prima e seconda edizione di questo Lessico; ma ora pur troppo debbo dire che pure in Firenze da certuni, per mostrarsi gente di alto affare, si vuole che i lor figliuoli chiamino papà e mammà il babbo e la mamma. Poveri grulli!"

Non tutti però la pensavano allo stesso modo: nella "nuova edizione con duemila aggiunte per cura di Giuseppe Frizzi" del Vocabolario dei sinonimi della lingua italiana di Pietro Fanfani (1865), al paragrafo intitolato BABBO, PADRE, PAPÀ si legge:
Padre è la voce vera e nobile, la quale si riferisce a tutti i padri in generale; e si trasporta a significare paternità spirituale, e comecchessia Colui che primo ha dato origine a una cosa. – Babbo è voce da fanciulli, ed è usata anche dagli adulti a significazione di affetto, e suol dirsi parlando del proprio padre o del padre di colui a cui parliamo. – La voce Papà è una leziosaggine francese che suona nelle bocche di quegli sciocchi, i quali si pensano di mostrarsi più compiti scimmiottando gli stranieri.

Si aggiunge il commento del curatore:

Ragion vuole, però, che si noti che Papà è voce comunissima anche nel popolo in molte parti d'Italia; e che, mentre a’ Toscani suona affettato il Papà, a’ non Toscani suona tale il Babbo. – So che molti mi grideranno la croce addosso per questa affermazione; ma ciò non toglie ch’io affermi la verità; e contro la verità non c'è pedanteria che tenga. E poi, chi può dar della straniera a una voce comune a tante lingue e a tanti dialetti? G. F.

All'inizio del '900, per quanto ancora avversato da alcuni – nel Vocabolario italiano della lingua parlata di Giuseppe Rigutini e Pietro Fanfani alla sua terza edizione (1903) si nota che babbo è la voce dei bambini e "s'intende di quelli del popolo, ché per quelli de' signori c'è la voce Papà", trasferendo la questione sul piano sociale come già aveva fatto Arlìa – papà è accolto e sostenuto da Alfredo Panzini nel suo Dizionario moderno (1905):
mammà e papà Non piacciono ad alcuni puristi, e sono ritenuti per gallicismi. Storicamente ciò è sicuro; ma queste voci hanno anche tal valore onomatopeico da diventare accettabili ovunque. Il Pascoli in una sua nota in Fior da fiore, scrive: "Papà: si vuole che non sia italiano papà! Vorrà dire che i bimbi coi loro labbruzzi fanno, senza che nessuno abbia loro insegnato, dei gallicismi! E si dice altrettanto di mammà. O bambini: dite papà e mammà quanto vi pare e piace: sono parole della lingua universale".

Anche Giulio Cappuccini nel suo Vocabolario della lingua italiana (1916 e 1935) registra il termine glossandolo come dialettale e aggiungendo che è "in fondo un francesismo per Babbo", notazione che, nell'edizione del 1945 a cura di Bruno Migliorini, scomparsa la glossa dialettale, diverrà "voce sempre più diffusa, d'origine francese per Babbo".
Nella seconda metà del Novecento Aldo Gabrielli, nel Dizionario linguistico moderno: guida pratica per scrivere e parlar bene (1956), alla voce babbo rimanda per la trattazione a papà, dove si legge:

è comunemente considerato francesismo, come derivato cioè dal francese papa (che si lègge appunto "papà"); ma è piuttòsto vóce onomatopèica infantile, che ripète il balbettìo puro e sémplice dei bimbi di tutto il móndo. I puristi sostèngono che si dèbba dir babbo (usato peraltro sólo in alcune regióni), la quale è pur éssa vóce onomatopèica infantile: óra nói pensiamo che non ci sia da segnar barrière nella vóce istintiva dei bimbi, sia éssa pa- pa o ba-ba, e non prometteremo "belle nerbate" [...] a coloro che dicono papà invece di babbo.

E chiude questo "discorsetto" con le parole del Pascoli già citate da Panzini. Nella IX edizione dello ZINGARELLI (1965) babbo si dice che è usato "specialmente in Toscana (altrove papà)" e specularmente per papà si rileva solo che è "usato fuori di Toscana spec. come appellativo". E così sostanzialmente è nella lessicografia dei giorni nostri. Ormai il "francesismo", sostenuto anche dal suo configurarsi come un "balbettamento" infantile per dire padre, è la scelta più condivisa, mentre babbo si configura come un regionalismo.

Per valutare la situazione odierna del parlato comune di questo secolo abbiamo a disposizione uno strumento di recentissima pubblicazione, la banca dati LinCi "un progetto di ricerca che mira, attraverso le dichiarazioni dei parlanti, a testimoniare l'italiano comune corrente informale della nostra contemporaneità" tramite inchieste svolte in 31 città italiane. Una delle domande, sottoposte a 12 informatori per città, differenziati in base a sesso, età e grado di istruzione, tende a indagare, tra l'altro, quale sia la voce usata tra babbo e papà.

Benché l'indagine non copra tutto il territorio nazionale, da un lato conferma l'uso pressoché esclusivo di papà in Piemonte, a Milano, Genova e Verona, a l'Aquila, Lecce e Catania; dall'altro si rivela particolarmente funzionale per stimare la situazione di aree in cui babbo è tradizionale o si trova a collidere con papà: la Sardegna, il Lazio, Modena e, naturalmente, la Toscana.
Della situazione della Sardegna troviamo una sintesi di Cristina Lavinio nel suo contributo in
La lingua delle città. Raccolta di studi:

è emersa una presenza significativa di papà a Cagliari (dove gli informatori si suddividono paritariamente fra papà e babbo) e a Sassari (dove comunque babbo prevale, anche se citato da alcuni informatori in alternanza con papà [...]).Papà è però assente a Nuoro, dove tutti gli informatori dicono solo babbo, ed è poco presente anche a Oristano, dove solo tre informatori dicono di usare anche papà, due di loro alternandolo a babbo [...]. (p.166)

Nella stessa raccolta il profilo laziale è tracciato da Paolo D'Achille:

[...] la seconda forma [papà] è d’uso generale a Roma, a Rieti [...] e a Latina [...]. A Viterbo, invece, papà si divide equamente le risposte con babbo, indicato da 6 informatori [...]. Se pensiamo che babbo è invece la risposta data da tutti gli intervistati di Bolsena [inchiesta non “ufficiale” condotta col questionario LinCi], evidentemente l’isoglossa che separa le due voci attraversa oggi la Tuscia. (p. 243)

Il panorama quindi ci mostra una progressiva perdita di terreno di babbo rispetto a papà che ormai appare affermato sia al sud (occorre ricordare che in molte zone del meridione babbo vale 'stupido'), sia al nord. Resiste decisamente l'area toscana che mostra compattamente babbo, eventualmente affiancato, peraltro nell'uso di pochissimi informatori, da pappà a Lucca e da pa' in area occidentale.

Caso toscano a parte, papà risulta la forma familiare per 'padre' più usata in lingua: ne sono testimonianza alcune espressioni ormai molto diffuse come figlio di papà, aspirante papà, neopapà, festa del papà, seguire le orme di papà, le cui alternative, per quanto possibili (tranne nel primo caso), hanno una diffusione (almeno stando alla rete) decisamente più ridotta. In controtendenza è invece il rapporto tra babbo Natale  e papà Natale (11.900.000 a 11.100 occorrenze per le pagine in italiano il 15 dicembre scorso); anzi in alcuni casi, babbo Natale è Il Babbo per antonomasia. Non è detto però che ciò sia da intendersi come un sintomo di vitalità del termine: è più probabile che sia una sorta di specializzazione, un insolito percorso dal nome comune al nome proprio... almeno fuori di Toscana.

A cura di Matilde Paoli

Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca


IN GOOD COMPANY

Family business

Nella cultura Mediterranea il valore della famiglia è molto diverso rispetto ad altre parti del mondo. Non è semplicemente il luogo in cui si nasce, si cresce e ci si munisce degli strumenti per affrontare il mondo, ma più diffusamente è visto come il caldo nido d’amore dove potersi rifugiare.
Per questo concetto passionale, la famiglia è un istituto che può trascendere oltre le mura familiari, e arrivare ad essere un’impresa: secondo i dati dell’AIDAF, Associazione Italiana delle Aziende Familiari, in Italia sono presenti 784.000 aziende familiari, pari all’85% del totale delle aziende, nelle quali trova occupazione il 70% della forza lavoro totale.

Tuttavia, quando il nido caldo della famiglia coincide con quello dell’impresa, possono sorgere delle criticità, come la prevalenza della logica familiare su quella imprenditoriale, l’indistinzione fra l’istituto dell’impresa e quello della famiglia, l’assenza di un ordine gerarchico all’interno dell’azienda e una scarsa distinzione dei ruoli all’interno dell’impresa.

Nell’immediato dopoguerra la storia imprenditoriale italiana è legata in maniera indissolubile alle imprese familiari, che con la loro iniziativa e spirito imprenditoriale hanno contribuito al boom economico e al benessere del paese. Tuttavia molte imprese che hanno vissuto in quel periodo in crescita e prosperità, si sono ritrovate nei decenni successivi ad affrontare il problema della continuità aziendale con i loro figli.

Infatti una tematica calda nell’ambito delle imprese familiari è il passaggio generazionale, e le statistiche in letteratura forniscono dati eloquenti: solo il 30% circa delle imprese familiari sopravvive alla transizione dalla prima alla seconda generazione, e solo il 10% delle imprese riesce a sopravvivere in salute fino alla terza generazione.
Queste statistiche si possono riassumere in un detto molto in voga a Wall Street: “la prima generazione fonda l’impresa, la seconda l’accresce, la terza la fa esplodere.”

Il processo di successione rappresenta un passaggio critico, capace di generare da una parte opportunità, con l’ingresso di una ventata d’aria fresca in azienda, ma anche delle minacce, con la continuità dell’impresa che può essere messa a dura prova dal cambiamento dei vertici aziendali.

Proprio per le criticità del passaggio generazionale, la letteratura aziendalistica ha elaborato diverse teorie per rendere il processo il meno traumatico possibile, ma la maggioranza degli studiosi è d’accordo sul fatto che sia un processo lungo e duraturo nel tempo, da pianificare con attenzione. La voce fuori dal coro è Gianni Agnelli, che in passato si era dichiarato favorevole alla successione improvvisa: “ho imparato dalla filosofia del Vaticano: di successione non si parla fino a quando non avviene la vacatio”.

Andando con ordine, le teorie aziendalistiche sostengono che la successione non debba avvenire in maniera casuale, ma seguendo un chiaro piano di sviluppo personale per il successore. Innanzitutto, il successore non deve entrare in azienda per diritto di sangue, e nemmeno sotto spinta genitoriale, ma solo nei casi in cui ne abbia le capacità e sia motivato a farlo. Uno strumento in voga per delineare i requisiti della successione sono i cosiddetti patti di famiglia, firmati dai membri della famiglia e che contengono i criteri per l’ingresso in azienda, come ad esempio il numero di lingue parlate, le lauree specifiche, e che talvolta possono prevedere anche un periodo lavorativo esterno all’azienda, per iniziare a lavorare in un ambiente meno protetto, per ampliare il network sociale e per acquisire know-how da apportare successivamente nella propria azienda di famiglia.

Una volta entrati in azienda i giovani della famiglia devono avere ruoli e compiti ben delineati, non devono essere trattati in maniera differente dagli altri dipendenti, ricevendo una retribuzione in linea con gli standard aziendali, e preferibilmente dovrebbero essere sottoposti alla sorveglianza di supervisori esterni alla famiglia e imparziali.

L’ingresso dei giovani costituisce un momento di difficoltà non solo per i suddetti, ma anche per l’imprenditore: abituato spesso ad agire come attore unico accentratore, deve riuscire a delegare il più possibile per trasferire il potere alla nuova generazione, trasformandosi in supervisore in un primo momento fino a diventare un semplice consulente, quando il processo decisionale e di leadership è trasferito totalmente nelle mani della nuova generazione.

Un esempio concreto delle tematiche trattate sul passaggio generazionale è la Illycaffè, fondata a Trieste dall’ungherese Ferenc Illy nel 1933, dopo aver inventato la prima macchina da caffè automatica in grado di sostituire l’acqua in pressione con il vapore.

Ai giorni nostri la padrona di casa è Anna Illy, moglie dell’ormai defunto Ernesto Illy, primogenito di Ferenc, e presidente onorario del gruppo, con i quattro figli tra i vertici aziendali.

In Illy se ne intendono di passaggi generazionali, visto che ora siede nel consiglio d’amministrazione anche Daria Illy, poltrona che ha guadagnato non certo per caso, ma incarnando i valori e i principi dell’azienda, l’intuito imprenditoriale, la preparazione manageriale e un innato entusiasmo nel voler fare del bene. Daria rappresenta la quarta generazione di un’impresa familiare che può vantare di essere l’unica azienda familiare ad essere inserita nel prestigioso elenco delle World Most Ethical Companies dell’Etisphere Institute.

La famiglia Illy è stata presa come modello dal Financial Times per i suoi efficienti patti di famiglia, redatti dal prestigioso Studio Ambrosetti, revisionati ogni dieci anni e necessari per regolamentare le gerarchie e i rapporti familiari all’interno dell’azienda: basti pensare che arrivati alla quarta generazione, sono presenti ben 9 cugini nell’apparato aziendale.

Illy è un esempio di passaggio generazionale efficiente, di come ogni generazione rappresenti un punto di discontinuità virtuoso e rivolto al futuro rispetto alla generazione precedente, basti pensare che Daria, da buon late millenial come ama definirsi, per ampliare gli obiettivi dell’azienda sta puntando sui social media e sull’e-commerce.

Ripensando ai dati disastrosi sulla sopravvivenza aziendale in seguito al passaggio generazionale, la Illy rappresenta un esempio straordinario per dimensioni raggiunte, ma se pensiamo alla longevità vi sono aziende che potrebbero mettersi a ridere pensando a quattro generazioni di imprenditori: per informazioni chiedere alla Pontificia fonderia di campane Marinelli, dedita dall’anno 1000 nella costruzione delle campane papali e alla giapponese Hoshi, albergo termale attivo dal 718.

 

Articolo di Giacomo Cremonesi (ingoodcompany[at]aminstruments.com)

Giacomo Cremonesi, classe 1994, si è laureato in Management e Imprenditorialità, ramo di Economia Aziendale, presso l’Università Carlo Cattaneo. La sua tesi di laurea ci riguarda da vicino, basta leggerne il titolo:
L’ANALISI DI BILANCIO, IL CASO AM INSTRUMENTS.


CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Jim Croce"

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

Visto il contenuto particolarmente sentito di questo numero di Clean Music, DJ Tommy ha deciso di non allietare il nostro udito con la sua leggendaria voce ma di utilizzare un mezzo che potesse enfatizzare ancor più il messaggio importante del suo testo.

Nella mia personale collezione discografica non ho moltissimi cantautori americani. Della cultura musicale americana mi piace molto di più il blues, il rock dei mostri sacri e tutti i suoi derivati. C’è però un cantautore americano che mi ha coinvolto più di altri, capace di dipingere sentimenti e amore malinconico ma soprattutto di narrare la stessa cultura americana, la vita di tutti i giorni, bella, brutta o banale, attraverso l’ironia e l’emozione.

Purtroppo oggi sono in pochi a ricordarsi di lui ed allora in questo numero cercherò di raccontarvi la storia di Jim Croce.

Jim Croce nasce a Philadelphia nel 1943 da genitori di origine italiana e, come spesso accade nell’ambito dei grandi compositori, si appassiona alla musica in età molto giovane, infatti a soli 5 anni impara a suonare la fisarmonica.
Soltanto più avanti, durante la permanenza al college, impara a suonare la chitarra che resterà il suo strumento principale.
Jim Croce ha una memoria fotografica incredibile tanto che gli basta ascoltare solo una volta una canzone per poter essere immediatamente in grado di suonarla. Per questo suo talento, subito dopo il periodo universitario, Jim comincia ad esibirsi nei club di Philadelphia dove viene molto apprezzato per la capacità di intrattenere il pubblico divenendo un vero e proprio jukebox umano.

Incide il suo primo disco nel 1966 grazie al dono di nozze dei genitori,  500 copie che vengono tutte vendute.
Jim si esibisce insieme alla moglie continuando a cantare cover ma cominciando ben presto a scrivere la propria musica.
Verso la fine degli anni 60 Jim Croce e sua moglie vengono contattati da un produttore discografico che incoraggia i due ad incidere un nuovo disco, la loro prima vera produzione musicale.

Trascorrono alcuni anni girando l’America, ma rimanendo sempre nell’ambito dei circuiti universitari e dei caffé. Lo stile di vita non appassionano Jim e sua moglie che delusi dal mondo della musica e soprattutto per la mancanza cronica di denaro, decidono di vendere le chitarre, abbandonare gli spettacoli e ripiegare verso attività che hanno poco a che vedere con l’arte e infatti Jim comincia a lavorare come camionista.

Il lavoro di camionista non offusca completamente la creatività di Croce che continua a scrivere canzoni.
Nel 1970 Croce incontra un ex amico del college che lo presenta a Maury Muehleisen, un pianista di formazione classica che lo incoraggia a registrare nuove canzoni. Le canzoni vengono inviate alla ABC Records che decide di pubblicarle producendo un nuovo disco intitolato “You Don't Mess Around With Jim”.

Il disco ha un successo immediato diventando in breve tempo uno dei migliori venti album negli Stati Uniti.
Dal 1972 al 1973 Croce esegue in più di 250 concerti e diverse apparizioni in programmi televisivi.
Nei primi mesi del 1973, Croce pubblica il suo album secondo, “Life and Times”, con il singolo "Bad, Bad Leroy Brown" che racconta, in una sorta di caricatura, il classico bullo Americano.

Il singolo arriva al primo posto nelle classifiche americane nel luglio 1973 e anche Frank Sinatra se ne impossessa per reinterpretarla.

A questo punto la strada del successo per Jim Croce è aperta e il destino per andare a braccetto con i grandi cantautori americani è certo.

Il 20 settembre del 1973 Jim ha appena chiuso un concerto presso la Northwestern State University Prather Coliseum ed è pronto per raggiungere Austin per la successiva tappa del suo tour.
Jim con il caro amico Muehleisen altri tre componenti della band si recano in aeroporto dove li attende un volo charter. Al momento del decollo il velivolo non riesce a prendere quota andando a schiantarsi contro l’unico albero nel raggio di centinaia di metri intorno alla pista. Jim Croce e la sua band muoiono sul colpo.

La morte di Jim lascia sgomenti. Jim è stato un cantautore dall’animo gentile, un poeta maledetto che non è stato ucciso dagli eccessi della vita come era solito tra gli artisti di allora, ma semplicemente da un errore umano.

Jim Croce ha scritto bellissime melodie ed era in fase di maturazione. Purtroppo la prematura scomparsa gli impedì di diventare ciò che Bob Dylan o Simon e Garfunkel sono stati per molte generazioni passate e future.

Per flirtare con DJ Tommy Cassano: tcassano[at]aminstruments.com


UNA PAGINA A CASO

Iliade. Ettore e Andromaca

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In un numero dedicato alla figura paterna non poteva mancare questa pagina, una delle mie preferite, una pagina leggendo la quale ogni volta non riesco a non commuovermi.

Ettore, come sappiamo, uccide Patroclo che si era travestito da Achille. Achille decide di riprendere la battaglia dopo che si era ritirato perché adirato con Agamennone, deciso soprattutto a vendicare il suo amato compagno. Ettore sa molto bene che Achille è il più valoroso dei achei, è un semidio, quasi invincibile. Ettore è consapevole che affrontando Achille morirà, eppure non si ritira, nonostante le preghiere delle donne che cercano di dissuaderlo. Prima fra tutte la moglie Andromaca che lo accosta piangendo e, prendendogli la mano, dice: “Infelice, proprio il tuo valore ti ucciderà. Non hai pietà del piccolo ancora in fasce, né di me, che sarò vedova tra poco, quando gli achei tutti insieme, ti assaliranno [...] Ettore tu sei per me sposo e insieme padre, madre, fratello. Non fare un figlio orfano, me vedova."

Il conflitto di Ettore è tra essere padre e marito vicino ai suoi affetti oppure scendere nella battaglia, morire e rischiare di consegnare per sempre Troia agli achei. Ma egli non ha alcun dubbio, i  suoi principi e la sua etica lo spingono verso quello che deve essere, verso i suoi valori di combattente.
Ettore tende le braccia al figlio che si spaventa perché il padre ha l'armatura e l'elmo sovrastato da un'imponente chioma. A questo punto madre e padre sorridono. Ettore si sfila l'elmo, lo pone a terra e può abbracciare il figlio. Formulando un augurio per il futuro, alza il figlio in alto con le braccia e con il pensiero. Questo gesto sarà per tutti i tempi il marchio del padre. Ettore prega per il bambino, sfidando le leggi dell'epica in suo favore. Ma qual è questa sfida, rivoluzionaria, di Ettore padre? La vera rivoluzione sta nell’augurio che pronuncia a favore del figlio: “Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio. E che un giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno dica: È molto più forte del padre".

Ettore è un padre che sfida la tradizione classica ma, a mio avviso, anche moderna, che vorrebbe il padre in competizione con il figlio, timoroso che il figlio lo superi nel tempo, un padre preso da se stesso, direi troppo spaventato dall’altro, figli compresi. Che vuole bene ai figli ma sempre all’interno di una strada ben segnata che lo vuole dominante. “Ma Ettore prega gli dei perché accordino proprio il contrario: che suo figlio diventi più forte di lui. Oggi non è facile immaginare un padre altrettanto generoso. Le interpretazioni prevalenti vedono nei rapporti padre-figlio una costante presenza d’invidia e di gelosia.” Luigi Zoja (psicoanalista Junghiano)

Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo
rossore dei Teucri1, delle Troiane dal lungo peplo,
se resto come un vile lontano dalla guerra.
Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso ad esser forte
sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,
al padre procurando grande gloria e a me stesso.
Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore:
giorno verrà che Ilio sacra perisca,
e Priamo, e la gente di Priamo-buona lancia:
ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri,
non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo,
e non per i fratelli, che molti e gagliardi
cadranno nella polvere per mano dei nemici,
quanto per te, che qualche Acheo dal chitone
di bronzo trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti:
allora, vivendo in Argo, dovrai per altra tessere tela,
e portar acqua di Messeide o Iperea,
costretta a tutto: grave destino sarà su di te.
E dirà qualcuno che ti vedrà lacrimosa:
‘Ecco la sposa di Ettore, che era il più forte a combattere
fra i Troiani domatori di cavalli, quando lottavan per Ilio!’
Così dirà allora qualcuno; sarà strazio nuovo per te,
priva dell’uomo che schiavo giorno avrebbe potuto tenerti lontano.

Morto però m’imprigioni la terra su me riversata,
prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!»
E dicendo così, tese al glio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino, sul petto della bàlia dalla bella
cintura si piegò con un grido, atterrìto all’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,
e lo posò scintillante per terra;
e poi baciò il caro glio, lo sollevò fra le braccia
e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi:
‘Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo
mio glio, così com’io sono, distinto fra i Teucri,
così gagliardo di forze, e regni su Ilio sovrano;
e un giorno dirà qualcuno: È molto più forte del padre!
quando verrà dalla lotta. Porti egli le spoglie cruente
del nemico abbattuto, goda in cuore la madre!’


Iliade VI


AMORE E ALTRI INCANTESIMI

A mio padre - Alfonso Gatto

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
«Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno». Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.


A mio padre

Alfonso Gatto


WARP ATTACK

Generazioni a confronto

Siamo tutti figli dell’amore eterno!


MI PIACE! (+1)

Riccardo Rossi

Lettera di un padre a una figlia

Riccardo Rossi
 


NO COMMENT

L'immagine del mese

Immagine di Federico Di Francesco (fdifrancesco[at]aminstruments.com).


AM KIDS

Prova a lasciare tuo figlio solo col papà…


ORTENSIA MALINCUORE

Papà.


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