WARP, Ottobre 2013

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)



TOP NEWS

AM INSTRUMENTS per gli ospedali - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "Smart City" - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: Selling England by the pound - leggi o ascolta

LA LENTE

Horizon 2020 - leggi

UNA PAGINA A CASO

Wisława Szymborska - leggi

CALEIDOSCOPIO

Giuseppe Verdi e i pittori della musica - leggi

WARP ATTACK

Makers - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Joey Baker e la piramide di Kukulkan - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia e l'agente in missione per conto di Dio - leggi

TOP NEWS

AM INSTRUMENTS contro le infezioni ospedaliere

Le infezioni ospedaliere sono infezioni contratte da pazienti ricoverati in un ambiente ospedaliero, che non sono manifeste o in incubazione al momento del ricovero, ma si manifestano durante o dopo il ricovero e da questo sono determinate.

Le infezioni ospedaliere sono state dichiarate dall'OMS un problema rilevante per la salute pubblica; hanno infatti un forte impatto sulla salute dei cittadini, oltre che un considerevole impatto economico.

La possibilità di insorgenza di una infezione nosocomiale, durante un ricovero, è alta, ed è strettamente legata allo stato immunitario del paziente, al tipo di intervento effettuato, ai giorni di ricovero, ma anche, alle procedure preventive messe in atto dalla struttura, che se ben attuate, possono ridurre di molto il rischio di insorgenza. Ed è qui che AM Instruments può intervenire.

Vogliamo però dare un profilo più preciso di quello che avviene in un ambiente ospedaliero. A tal fine sono stati da poco pubblicati i risultati della prima survey europea dell’Ecdc (European Centre for Desease Prevention and Control - l’Agenzia dell'Unione europea che ha il compito di individuare, valutare e comunicare le minacce per la salute umana provocate da malattie infettive) sulle infezioni associate ai ricoveri e alle cure sanitarie.

Ogni giorno che passa negli ospedali europei più di un quinto dei ricoverati (uno ogni 18) contrae almeno un’infezione; qualcosa come 80 mila ogni giorno, 3 milioni ogni anno.

Sono le cifre forse più impressionanti del Rapporto dell’Ecdc. La survey è stata effettuata tra settembre e novembre 2011 in circa 1.200 ospedali-campione di trenta Paesi europei nei quali in quel periodo erano ricoverate quasi 300 mila persone, e coinvolgendo un numero stimato in oltre 2.800 operatori sanitari.

Per quanto riguarda l’Italia in particolare, sono stati 49 gli ospedali interessati alla rilevazione, per quasi 15 mila pazienti.

La più alta prevalenza di infezioni, stando al Rapporto, si registra nelle Terapie intensive (19,5% dei pazienti è la media europea; 14,8% quella italiana), seguite, nel nostro Paese, dai reparti di Medicina (7%) e dalle Chirurgie (6,3%). Le più colpite sono le vie respiratorie (23,6%, in larghissima parte polmoniti; 24% in Italia), che per la media generale precedono i siti chirurgici (19,6%) e il tratto urinario (19%), mentre in Italia queste ultime, con il 21%, scavalcano i siti chirurgici (16%).

Gli agenti infettivi più frequentemente rilevati negli ospedali della survey sono stati l'Escherichia coli (15,9%), seguito dallo Staffilococco aureo e dall'Enterococco. In Italia, la “classifica” è risultata diversa: in testa la Klebsiella, seguita da Escherichia coli e Pseudomonas aeruginosa.

Per contrastare le infezioni il Rapporto stima che tutti i giorni 400 mila pazienti (praticamente uno ogni tre) ricoverati negli ospedali europei ricevano un antibiotico. Sebbene alcune di queste infezioni possano essere trattate facilmente, altre possono invece avere conseguenze più o meno serie per il paziente, con il duplice, negativo risultato di peggiorare la sua salute e di richiedere un ulteriore intervento sanitario, come un prolungamento della terapia antibiotica o addirittura un intervento chirurgico, con un innalzamento dei costi per il sistema sanitario. Basti pensare, per esempio, che nella survey ben il 41,2% dei casi di Stafiloccocco aureo sono risultati resistenti alla meticillina, il 10,2% delle specie di Enterococco alla vancomicina e un terzo degli Enterobatteri alle cefalosporine.

Alla luce di questo rapporto possiamo fare alcune considerazioni.

Le nostre competenze riguardano fondamentalmente le procedure messe in atto dalla struttura sanitaria sia in fase preventiva che in caso di infezione già in atto.

Abbiamo a tal fine considerato innanzitutto le problematiche strutturali.

Una sanitizzazione ambientale richiede delle situazioni a volte impossibili da attuare in una struttura ospedaliera. Difficile può essere, infatti, isolare completamente l’ambiente, sigillarlo, al fine di un intervento mirato.

Proprio per questo AM Instruments propone il Phileas, uno strumento portatile, maneggevole, programmabile e veloce. Grazie ad un innovativo dispositivo a dischi rotanti che non impiega né ultrasuoni né ugelli e aria compressa, il sistema Phileas è in grado di nebulizzare le soluzioni disinfettanti, appositamente realizzate, in aerosol a granulometria molto fine e costante pari a 10-15 µm.

Si realizza così un effetto disinfettante molto efficace che, senza lasciare residui e soprattutto senza impiegare sostanze cancerogene, è in grado di rimuovere spore, batteri e virus con riduzione fino a Log6 comprovata da un laboratorio esterno secondo un protocollo in accordo alle norme NF72281. Il sistema Phileas è disponibile in due configurazioni: una per il trattamento di volumi fino a 45 m3 e l’altra  per ambienti fino a 90 m3

Le soluzioni disinfettanti che possono essere impiegate sono anch’esse due: APASAFE, costituita da una miscela stabilizzata di perossido di idrogeno al 5,3% e acido peracetico e O2SAFE, soluzione di solo perossido di idrogeno al 6% stabilizzato.

Il sistema Phileas è riuscito così a colmare l’esigenza di disinfettare ambienti piccoli, spesso con angoli difficili da raggiungere manualmente, in modo semplice ed efficace, grazie in particolare al facile impiego e le dimensioni ridotte delle apparecchiature proposte.

Accanto al Phileas, AM Instruments offre una gamma completa di strumenti e servizi per la sanitizzazione. Dal servizio di sanitizzazione Six Log iHP al Fogcleaner, fino allo Smart Sterispray.

Per qualsiasi ulteriore informazione sulla gamma di prodotti e servizi per la sanitizzazione contatta Roberto Stroppa (rstroppa[at]aminstruments.com) o Denny Lazzari (dlazzari[at]aminstruments.com)


WARP in edizione cartacea è arrivata!

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Smart City

“L'espressione città intelligente (dall'inglese smart city) indica, in senso lato, un ambiente urbano in grado di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. La città intelligente riesce a conciliare e soddisfare le esigenze dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni, grazie anche all'impiego diffuso e innovativo delle TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), in particolare nei campi della comunicazione, della mobilità, dell'ambiente e dell'efficienza energetica. Benché il significato di tale espressione non sia ancora stato univocamente definito nei dettagli, si riscontra un certo accordo sulle caratteristiche di attenzione ai bisogni delle persone, di gestione oculata delle risorse, di sviluppo sostenibile e di sostenibilità economica.”

Nel 2050 il numero di persone che vivono nelle città sarà quasi raddoppiato, raggiungendo i 6 miliardi, e i problemi creati da questa urbanizzazione esponenziale sono tra le sfide più importanti del nostro tempo. Di tutte le questioni di gestione delle risorse, l’acqua, l’elettricità e il trasporto urbano meritano l’attenzione maggiore. Ogni altro servizio che una città competitiva fornisce – abitazioni funzionali, scuole, ospedali, negozi, corpi di polizia e vigili del fuoco, riscaldamento, raffreddamento, gestione dei rifiuti – dipende da un’infrastruttura affidabile per quelle tre risorse.

Un’associazione con base a New York, “Urban Omnibus”, ha suggerito 50 idee per stare al passo con la crescita costante delle nostre città. Forse non dovremmo considerarle semplice idee, quanto piuttosto suggerimenti evocativi, rimandi a comportamenti quotidiani del singolo cittadino, alla possibilità che il singolo cittadino ha di scegliere ogni giorno come vivere. Per questo le abbiamo riportate. Per chi avesse voglia di qualcosa di più “scientifico”, dal 16 al 18 Ottobre, alla Fiera di Bologna, ci sarà la Smart City Exhibition.

1) Combatti il cambiamento climatico adattando gli edifici esistenti

2) Supporta le arti attraverso le costruzioni in essere

3) Cattura l’energia delle persone che vivono la propria vita

4) Fai una piccola differenza nella comunità che conosci

5) Mappa tutto

6) Usa strutture temporanee per offrire attrazioni alle comunità che non ne hanno

7) Crea per la diversità generazionale

8) Cerca la sovrapproduzione dappertutto e usala bene

9) Ascolta il tuo ecosistema

10) Supporta una economia diversa

11) Aiuta le scuole ad attivare i bambini

12) Usa gli spazi pubblici per condividere idee e far partire le conversazioni

13) Lascia che la città racconti le proprie storie

14) Usa il teatro per investigare i temi del cambiamento del vicinato e lo sviluppo

15) Guarda alla città attraverso la lente del cibo

16) Fai leggi e regolamenti semplici da comprendere

17) Prenditi cura della natura dovunque si trovi

18) Incoraggia il settore privato a creare attrazioni pubbliche

19) Usa il sistema naturale per supportare le infrastrutture

20) Riconsidera dove, come e con chi lavoriamo

21) Recupera l’energia anche dalle onde, non solo dal sole e dal vento

22) Usa la città come un’aula di scuola

23) Rendi il funzionamento della città trasparente, in modo da far capire come funziona

24) Fai suddivisioni degli spazi sicuri e legali

25) Gioca con le implicazioni del digitale inserite in ogni aspetto della vita quotidiana

26) Coinvolgi i nuovi residenti

27) Celebra ed attiva l’ecologia della città

28) Guarda alla città come ad un software

29) Coordina piccoli progetti dalle logiche simili per attivare sforzi altrimenti isolati

30) Crea strumenti di business per condividere spazi e risorse

31) Pensa a mezzi di trasporto pubblico oltre alla strada e alle rotaie

32) Guarda attentamente alla diversità degli edifici che abbiamo in città

33) Impara dal suolo geologico che abbiamo sotto ai piedi

34) Progetta spazi ricreativi guardando come le persone giocano

35) Connetti il talento del web 2.0 con chi governa

36) Ferma il sovraccarico dei rifiuti con un design creativo e preventivo

37) Fai degli idranti le ancore di piccoli parchi temporanei

38) Chiedi ai cittadini come vogliono migliorare la propria città

39) Lascia accadere il caso

40) Pensa al di là dei ripari temporanei come aiutare i senzatetto

41) Lascia che i cittadini siano coinvolti nella manutenzione delle infrastrutture

42) Pensa a vagare e osservare le strade della città come una forma d’arte

43) Crea sistemi facili per il car-sharing

44) Trasforma terre tossiche in lotti agricoli produttivi

45) Condividi, discuti e sollecita proposte sull’arte pubblica, l’architettura e il design urbano

46) Celebra la bellezza urbana di ciò che vediamo ogni giorno

47) Investi nella cultura, dove la cultura viene fatta

48) Impara dalle città non costruite

49) Metti in discussione le tue ipotesi su cosa significhi sostenibilità

50) Invita ciascuno a condividere buone idee per il futuro delle città



CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: Selling England By The Pound


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Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

Ottobre 1973, esattamente un anno prima i Genesis pubblicano il loro quarto album intitolato Foxtrot che, primo tra i loro dischi, entra nella classifica inglese Top 20.

Ci sono volute 6 settimane di lavoro per mettere insieme le otto composizioni che avranno il pesante compito di rinnovare il successo avuto con Foxtrot. Gli otto pezzi daranno il titolo ad una delle pietre miliari della musica, così il 12 ottobre 1973 i Genesis rilasciano il loro quinto lavoro: Selling England By The Pound.

Le frequenti pubblicazioni di nuovi album e le innumerevoli esibizioni dal vivo stavano trasformando i Genesis in un gruppo di culto con un numero sempre più elevato di fans.

Le aspettative, per ogni nuova pubblicazione, divennero quindi sempre più alte. Quando i Genesis cominciarono a costruire le basi per il nuovo album, non sapevano davvero quale idee inventarsi. Questo creò nel gruppo i primi veri malumori e in più occasioni i componenti del gruppo temettero per la scissione.

Steve Hackett, chitarrista del gruppo fino al 1977, diede la svolta. Per allontanarsi dai seri problemi matrimoniali che lo affiggevano in quel periodo, dedicò molto tempo allo sviluppo dell'album. Già notato dai critici per le sue grandi tecniche chitarristiche, con Selling England By The Pound perfezionò a tal punto il suo stile da consacrare il disco come uno dei capisaldi della musica progressive.

Il titolo dell'album venne tratto da Peter Gabriel da un manifesto del Partito Laburista Inglese che denunciava la svendita del paese per interessi economici e può essere tradotto come "vendesi Inghilterra un tanto al chilo". Nei testi, comunque, non si riscontra alcun riferimento politico e anzi ci si trova spesso ad essere trasportati in mondi fantastici popolati di personaggi mitologici, castelli e giardini verdissimi.

Il singolo estratto dall’album è I Know What I Like ed è con questo pezzo che il gruppo ancora una volta accede nell’olimpo dei brani più venduti nel regno unito.

La particolarità del brano è l’inizio parlato con suoni echeggianti che all’improvviso esplodono con una accattivante melodia. E’ chiaramente il pezzo più facile del disco, leggero e orecchiabile.

Il livello più alto dei disco si raggiunge con Firth Of Fifth, una canzone con una struttura perfetta.

Il brano è concepito da Tony Banks per solo pianoforte dove Peter Gabriel aggiunge il testo e nelle ultime fasi della realizzazione vengono inseriti gli arrangiamenti di Mike Rutheford e la magistrale chitarra di Steve Hackett che per l’occasione migliora la tecnica del tapping, ovvero suonare le note direttamente sulla tastiera della chitarra, che diventerà molto popolare negli anni a venire .

Dal vivo il brano è quasi sempre stato eseguito senza l'introduzione al piano, in quanto lo stesso Banks, autore del brano, alcune volte sbagliò completamente l'intro. Perciò non volle più eseguire dal vivo quella che rimane fra le più affascinanti composizioni al pianoforte.

L’immagine di copertina del disco è un dipinto della pittrice inglese Betty Swanwick che ispirò Gabriel per il testo di I Know What I Like. Su richiesta del gruppo, l'autrice aggiunse all'illustrazione originale un tosaerba per richiamare un verso della canzone. Spesso, nei concerti dal vivo, Peter Gabriel introduceva e chiudeva il brano mimando proprio un giardiniere che aziona un tosaerba, immagine che voleva simboleggiare l'ossessione per l’apparenza dell'inglese medio, a partire dall'erba del giardino di casa.

Nel 2012, i lettori della rivista Rolling Stone hanno giudicato Selling England By The Pound il più bel disco progressive rock di tutti i tempi.

Il 15 marzo 2010 i Genesis sono stati ammessi alla Rock and Roll Hall of Fame, il museo dedicato alla memoria di alcuni tra i più importanti e influenti artisti, produttori, del mondo della musica rock, nella formazione comprendente Gabriel, Banks, Collins, Hackett e Rutherford.

Il video che vi propongo in questo numero è l’esecuzione dei brani Firth Of Fifth e I Know What I Like. Il video è tratto dall’emozionante concerto tenutosi a Roma nel 2007 dove oltre 500.000 spettatori hanno assistito all’evento con le bellissime immagini della carriera dei Genesis che scorrono sul mega palco allestito per l'occasione.

 

Per contattare DJ Tommy Cassano:

tcassano[at]aminstruments.com


LA LENTE

HORIZON 2020

LE PROSPETTIVE PER LA RICERCA IN ITALIA E IN EUROPA

Horizon 2020 è il nome del nuovo programma dell'Unione per il finanziamento della ricerca e dell'innovazione, compito che attualmente spetta al Programma Quadro per la Ricerca e lo Sviluppo Tecnologico, al Programma Quadro per la Competitività e l'Innovazione (CIP) e all'Istituto Europeo per l'Innovazione e la Tecnologia (EIT)  ed è sostenuto dal Parlamento europeo – nella sua risoluzione del 27 settembre 2011 – dal Comitato economico e sociale europeo e dal comitato per lo Spazio europeo della ricerca.

Riportiamo uno stralcio della premessa del documento redatto dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

L’Unione Europea tenta di percorrere nuove strade, di responsabilizzare gli Stati Membri attraverso strumenti come la Programmazione Congiunta della Ricerca sui grandi temi di rilevanza globale, la creazione di nuove grandi Infrastrutture di Ricerca d’interesse europeo (o l’upgrade di quelle esistenti), la sperimentazione di strumenti innovativi di finanziamento (risk sharing e pre commercial procurement) basati sulla condivisione del rischio, strumenti cui Horizon 2020, l’iniziativa europea tesa al potenziamento della ricerca, attribuisce ruoli di rilievo.

L’Italia, rimasta negli ultimi 15-20 anni spesso ai margini del confronto sulle politiche comunitarie della ricerca e dell’innovazione, non si accontenterà nel prossimo settennio di essere più presente e protagonista (come del resto è già avvenuto nel corso del 2012, con apprezzabili risultati), ma si dota oggi di uno strumento nuovo, Horizon 2020 Italia (HIT 2020).

Il programma HIT 2020, pur coerente con quello comunitario, presenta elementi che lo distinguono e lo qualificano. Nella incomposta contrapposizione tra la ricerca volta al progresso della conoscenza (knowledge driven) e quella più vicina ai bisogni dei cittadini (technology driven), ovvero tra gli aspetti più ‘tecnologici’ e quelli più sensibili alle variabili sociali, la Commis- sione Europea ha ritenuto di articolare il programma Horizon 2020 su tre grandi categorie concettuali, dotate ciascuna di un finanziamento proprio, denominate Excellent Science, Industrial Leadership e Societal Challenges.

In questo, HIT 2020 si differenzia da Horizon: nella consapevolezza che ricerca knowledge driven e innovazione nei beni e nei servizi per i cittadini costituiscono un continuum che solo artificiosamente si può interrompere, che il sistema della ricerca pubblica, con la sua forte componente orientata alla conoscenza e competenza, e quello privato, naturalmente orientato al ‘prodotto’, debbano fluidamente interfacciarsi e che l’inte(g)razione tra discipline tecnologiche e discipline sociali ed uma- ne incrementa la qualità della ricerca e la sua competitività; anche su questo concetto si è registrato grande consenso da parte dell’opinione pubblica.

L’inte(g)razione fra discipline diverse è al primo o al secondo posto tra i dieci fattori proposti nella domanda quali determinanti la qualità della ricerca e dei suoi risultati per il 49,7% dei partecipanti per il 50,8% degli enti pubblici

Tuttavia, nonostante gli sforzi compiuti, da una parte, da università ed enti pubblici di ricerca e dall’altra dal sistema produttivo, permane una difficoltà nel trasformare i risultati della ricerca in innovazioni di processi e di prodotti capaci di rispondere con sollecitudine ai bisogni dei cittadini. Questa difficoltà emerge con chiarezza da alcuni confronti con i principali competitori, per esempio in termini di capacità brevettuale e di export ad elevato contenuto tecnologico, dalle collaborazione tra sistema pubblico e sistema delle imprese. Ed oltre alla menzionata scarsa fluidi- tà nella traduzione dei risultati della ricerca in prodotti socialmente fruibili, permane anche una limitata capacità di comunicare la ricerca ed i suoi risultati, mentre un’autentica esigenza in tal senso risulta chiaramente avvertita dall’opinione pubblica.

Questa limitata capacità di trasferimento, diffusione e valorizzazione dipende sia dalle caratteristiche dei ricercatori italiani le cui conoscenze e com- petenze sono concentrate su abilità e tecniche di ricerca del proprio ambito disciplinare a discapito di attività di management della ricerca, di ricerca di finanziamenti, di networking, di diffusione e valorizzazione dei risultati in forme diverse dalla pubblicazione scientifica, sia dal fatto che le università e gli EPR nazionali offrono servizi di supporto ancora insufficienti su que- st’ultime tematiche e, salvo eccezioni virtuose, non presentano uffici, dota- ti di competenze specialistiche, dedicati a realizzare tali attività in modo sistematico.

Comunicare efficacemente ad un pubblico non specialista i risultati della ricerca e le ricadute sociali dell’innovazione è fondamentale per incrementare la quota di risorse pubbliche destinate alla ricerca e all’innovazione.

Con HIT 2020 s’intende generalizzare questo approccio e formalizzare una sostanziale innovazione di metodo:

- nella definizione delle priorità nazionali e territoriali;

- nello stimolo alla caratterizzazione delle istituzioni di ricerca e alta formazione del Paese;

- nella valutazione dei programmi e dei progetti.

La concretezza del Programma sarà assicurata da strumenti efficaci e semplici di gestione, tempi definiti per la realizzazione e dall’indicazione delle risorse complessive allocate, adeguate e certe nel tempo.

Da parte sua, il MIUR applicherà questo metodo nelle proprie attività istituzionali riferite ad Università ed Enti Pubblici di Ricerca, ma lo pro- porrà altresì al settore privato, nella consapevolezza che le collabora- zioni pubblico-privato nella ricerca rappresentano il più interessante banco di prova circa la scalabilità del metodo stesso, non solo in termini dimensionali, ma anche di complessità. La diffusione pervasiva di tale metodo passa anche e soprattutto tramite la sua condivisione con le Amministrazioni Regionali: il raccordo fra il metodo proposto e le strategie di supporto e promozione attuate sui territori è fondamentale alla realizza- zione di un sistema di azioni coerenti e coordinate in grado di moltiplicare i loro effetti e di generare le premesse di sinergie tra attori e politiche.

A ben guardare, con HIT 2020 il MIUR indirizza uno stimolo, un ingaggio alla collaborazione tra ricerca pubblica e privata, affinché venga definita la visione complessiva delle strategie, costruendo finalmente un quadro generale, completo ed unitario, del sistema nazionale della ricerca.

Si offre così una risposta concreta al bisogno espresso da tutti i soggetti di dotare il Paese di un vero programma per la R&I, con obiettivi chiari e con- divisi, tempi definiti di attuazione, strumenti semplici e risorse adeguate chiare e certe nel tempo, ponendo la base metodologica per i futuri Pro- grammi Nazionali della Ricerca (PNR) che ne costituiranno l’implementa- zione di dettaglio.

Se si riuscirà a raggiungere questo risultato, tanto insolito ed ambizio- so, quanto necessario al Paese, non è fuor di luogo immaginare che HIT 2020 diventi anche un punto di riferimento importante per il Parla- mento nell’elaborazione dei futuri Piani Nazionali della Ricerca.


AM Instruments ha introdotto dei nuovi sistemi di campionamento monouso, fai clic qui o sull'immagine per vederne i vantaggi e scaricare il minicatalogo. 


UNA PAGINA A CASO

Rubrica di passioni letterarie

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Non un romanzo questa volta. E neanche un saggio. Nella convinzione che il mondo abbia bisogno di poesia, questa volta apro non proprio a caso uno dei miei libri preferiti. La raccolta completa delle poesie di Wisława Szymborska, premiata con il Nobel nel 1996 e generalmente considerata la più importante poetessa polacca.

Foglietto illustrativo

Sono un tranquillante,

Agisco in casa,

funziono in ufficio,

affronto gli esami,

mi presento all'udienza,

incollo con cura le tazze rotte -

devi solo prendermi,

farmi sciogliere sotto la lingua,

devi solo mandarmi giù

con un sorso d'acqua.

So come trattare l'infelicità,

come sopportare una cattiva notizia,

ridurre l'ingiustizia,

rischiarare l'assenza di Dio,

scegliere un bel cappellino da lutto.

Che cosa aspetti -

fidati della pietà chimica.

Sei un uomo (una donna) ancora giovane,

dovresti sistemarti in qualche modo.

Chi ha detto che la vita va vissuta con coraggio?

Consegnami il tuo abisso -

lo imbottirò di sonno.

Mi sarai grato (grata) per la caduta in piedi.

Vendimi la tua anima.

Un altro acquirente non capiterà.

Un altro diavolo non c'è più.

 

Nella moltitudine

Sono quella che sono.

Un caso inconcepibile

come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere

altri antenati,

e così avrei preso il volo

da un altro nido,

così da sotto un altro tronco

sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura

c’è un mucchio di costumi:

di ragno, gabbiano, topo campagnolo.

Ognuno calza subito a pennello

e docilmente è indossato

finché non si consuma.

Anch’io non ho scelto,

ma non mi lamento.

Potevo essere qualcuno

molto meno a parte.

Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,

una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.

Qualcuno molto meno fortunato,

allevato per farne una pelliccia,

per il pranzo della festa,

qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,

a cui si avvicina un incendio.

Un filo d’erba calpestato

dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,

buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,

o solo avversione,

o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta

nella tribù sbagliata

e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,

mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato

Il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta

L’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,

e ciò vorrebbe dire

qualcuno di totalmente diverso.


Amore a prima vista

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da molto tempo potevano incrociarsi ?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano-

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole ?

uno scusi nella ressa ?

un ha sbagliato numero nella cornetta ?

-ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava e allontanava,

tagliava loro la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla a un’altra ?

Qualcosa fu perduto e qualcosa fu raccolto.

Chissà, forse già la palla

tra i cespugli dell’infanzia ?

Vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo

un tocco si posava su un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

Subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

CALEIDOSCOPIO

Giuseppe Verdi e i pittori della Musica

GIUSEPPE VERDI E I PITTORI DELLA MUSICA

Cento anni di editoria musicale negli spartiti illustrati (1840-1940)

Milano, Biblioteca Nazionale Braidense. dal 3 ottobre al 6 novembre 2013.

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L’Accademia Nazionale d’Arte Antica e Moderna, e la Biblioteca Nazionale Braidense, in collaborazione con L’Unione Europea Esperti d’Arte ha promosso una mostra nell’ambito delle celebrazioni ufficiali del secondo centenario della nascita di Giuseppe Verdi.

La mostra si fregia del logo ufficiale del Comitato per le Celebrazioni Verdiane del Consiglio dei Ministri e dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

La mostra vuole essere una retrospettiva di copertine di spartiti musicali delle opere di Giuseppe Verdi privilegiando le edizioni illustrate. Verranno esposti pezzi storici come L’Aida nella prima edizione, illustrata in cromolitografia dallo stesso editore Giulio Ricordi, l’unica rarissima edizione italiana illustrata di Ernani con una litografia di Gaetano Dura e tutta una serie di copertine illustrate a iniziare con le xilografie di Francesco Ratti e le litografie di Roberto Focosi, primi grandi illustratori di Giuseppe Verdi. Sempre di Verdi verranno esposti anche spartiti di edizioni straniere, tra cui rari fogli provenienti dal Sud America, dagli Stati Uniti e dalla Russia.

Tutti gli spartiti esposti sono originali e provenienti da tutto il mondo a partire dal 1840 fino al 1940.

Saranno presenti gli spartiti delle più importanti case editrici internazionali. Gran parte della collezione riguarda la produzione della Casa Editrice Ricordi che per prima si è avvalsa dell’opera di affermati artisti per illustrare le splendide copertine delle sue edizioni che hanno fatto la storia della musica.

Affiancheranno gli spartiti storici delle arie di Giuseppe Verdi, le opere di Bellini, Leoncavallo, Puccini, Rossini e molti altri importanti compositori. L’esposizione riguarderà non solo l’opera lirica, ma anche tutte le altre tematiche musicali che, soprattutto nel Novecento, hanno raccolto consensi in tutto il mondo. Ecco così le accattivanti copertine di musica jazz o foxtrot realizzate dai maggiori artisti di oltreoceano come Rolf Armstrong, Antonio Vargas, Norman Rockwell, oltre ai rari spartiti dei primi film animati di Walt Disney.

Gli spartiti francesi sono numerosi e riccamente illustrati da artisti del calibro di Gustave Doré, Henri de Toulouse-Lautrec, Pierre Bonnard, René Magritte, Eugene Grasset, Theophile Alexandre

Steinlen, che hanno realizzato per le edizioni musicali dell’epoca, capolavori di grafica presenti in tutti i

maggiori musei del mondo. Sarà presente anche quello che è considerato il più raro spartito da reperire sul mercato: La damoiselle élue, illustrato da Maurice Denis.

Dalla Spagna arrivano due importanti lavori di grafica musicale realizzati da Pablo Picasso e Salvador Dalí. In Inghilterra alcuni editori hanno utilizzato opere dei preraffaelliti per illustrare spartiti musicali, possiamo così ammirare illustrazioni di Edward Burne-Jones e Dante Gabriel Rossetti. In particolar modo in Inghilterra è stata molto importante l’opera di Waler Crane che ha illustrato numerosi spartiti e libri musicali ancora oggi fonte di numerose ristampe. Oltre all’opera di Crane saranno esposti gli spettacolari spartiti di epoca vittoriana con le illustrazioni in litografia policroma di Alfred Concanen, Harry G. Banks, Arthur Rackam e un rarissimo spartito di Aubrey Beardsley.

La Germania e l’Austria sono rappresentate dai rari lieder di Brahms e Wagner illustrati da Max Klinger e Franz Stassen, oltre alle operette illustrate da Paul Telemann, Wolfgang Ortmann e Julius Bohmer, primo illustratore delle opere di Mozart.

Dal resto dell’Europa e del mondo saranno esposti spartiti dell’Avanguardia Russa e dell’Est europeo. Vi sono inoltre curiosi spartiti portoghesi, scandinavi, greci, turchi, egiziani, brasiliani.

Le immagini selezionate fanno riferimento ai temi musicali più vari, con illustrazioni che ritraggono eventi storici e imprese memorabili: dalla Guerra Civile americana alle Guerre d’Indipendenza, dalla Rivoluzione Industriale, con le grandi scoperte e invenzioni, alla Prima Guerra Mondiale. Vi sono le prime immagini di areostati, treni, aerei, automobili.

La mostra circuiterà, nel corso del 2013, attraverso la rete mondiale delle Rappresentanze Diplomatiche e Culturali del Ministero degli Affari Esteri nei seguenti Paesi:

Brasile, Argentina, Perù, Messico, Oman, Cina, Repubblica Ceca, Slovenia, Estonia, Iraq.

È la prima volta che viene proposta una mostra su questa particolare tematica musicale.

Non esistono studi approfonditi sul rapporto tra musica e grafica delle copertine degli spartiti, per questo, in occasione della mostra, sarà anche presentato un volume riccamente illustrato con un saggio storico scientifico scritto da Stefano Liberati e pubblicato da Palombi Editori. Il saggio vuole essere un approfondimento storico artistico della grafica applicata alla musica con oltre 600 illustrazioni e la biografia di 380 artisti che hanno lavorato per l’editoria musicale. Un capitolo viene dedicato anche la collezionismo, al mercato e alle rarità. Il volume ha ottenuto il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali quale pubblicazione di alto valore culturale.

Per ulteriori informazioni scarica il depliant della mostra da qui. 


WARP ATTACK

Makers Attack!

I Makers non sono nerd, anzi sono dei tipi piuttosto fighi che si interessano di tecnologia, design, arte, sostenibilità, modelli di business alternativi.

Massimo Banzi (Arduino)

Molti makers sono hobbysti, appassionati o anche studenti ma hanno in comune tutti uno spirito innovativo, creano nuovi oggetti e soprattutto producono valore per la comunità.  Molti invece sono diventanti imprenditori e hanno fondato delle nuove società.

Andando in giro per la prima Fiera dei Makers che si è conclusa a Roma Domenica 8 ottobre.

Inventano stampanti 3D, costruiscono macchine 'sparadolciumi', progettano pedalate virtuali, realizzano gioielli fatti con Led: i 'nuovi' ragazzi plasmano la tecnologia a loro piacimento in maniera creativa. La rivoluzione dei makers è nelle mani della nuova generazione tecnologica, nella prima Maker Faire europea, a Roma.

I più giovani sono quindi in primo piano fra gli ''artigiani del futuro'' non solo per presentare i nuovi arrivati sulla scena dei creativi digitali, ma per scatenare con workshop e laboratori la creatività dei loro coetanei. Dai circuiti elettrici fatti di plastilina oppure con colori speciali, ai gioielli fatti di led, ai nastrini colorati e alle bombe ecologiche fatte di semi: sono sono alcune delle decine di attività presentate nella rassegna, frutto dei giovanissimi 'maker'.

Tra questi non potevamo non citare Mattia Fossati, un altro “figlio di…” AM Instruments!!!

Ebbene, in rappresentanza dell’ITIS di Desio, e con due compagni d’avventura, Matteo Moroni e Marco Pirola, ha partecipato alla Fiera dei Makers con un progetto che andiamo a presentare.

GALLERIA DEL VENTO CON ARDUINO 2

SCOPO: utilizzare Arduino 2 per assemblare una galleria del vento di piccole dimensioni ma di significativa efficacia.

MATERIALE UTILIZZATO:

·        Legno

·        Plexiglass

·        Rotaia per modellismo

·        Ruote in metallo per rotaia sopracitata

·        Ventola per modellismo (d=20cm)

·        2 Motori per modellismo

·        Cannucce

·        Resistenze e transistor vari

·        Corpi da studiare (Cubo e Piramide)

DESCRIZIONE:

La galleria costruita in legno e plexiglass misura (LxHxW)  0.85m x 0.28m x 0.23 m, la parte della galleria predisposta come camera misura invece (LxHxW)  0.50m x 0.22m x 0.22 m. La struttura può essere utilizzata per lo studio di flussi d’aria con l’ausilio di semplici fialette drager e per il calcolo del coefficiente di penetrazione (Cx), per una delle prime volte, mediante il calcolo di un valore di tempo gestito dal microcontrollore Arduino 2.

La creazione della corrente d’aria è resa possibile da una ventola (20cm  di diametro) collegata ad un motorino da modellismo alimentato da un alimentatore (DC 12V) e gestibile da Arduino, sia per quanto riguarda l’accensione sia per la scelta della potenza da fornire al motore, le correnti in questione vengono canalizzate a creare una situazione di fluido semilaminare attraverso una struttura creata con alcune cannucce da bar. Per il calcolo del Cx è stato scelto di utilizzare dei corpi in movimento di  M.R.U.A, l’accelerazione è data dal traino effettuato da un motore anch’esso gestito da Arduino e alimentato da un alimentatore (DC 9V), il moto avviene lungo una rotaia in metallo percorsa da una slitta su cui sono appoggiati i corpi allo scopo di mantenere le condizioni dinamiche costanti.  Il controllo del tempo viene eseguito dal microcontrollore che è in grado di stopparsi grazie all’utilizzo di sensori elettrici completamente artigianali anziché di onerose fotocellule, per lo più sensibili al vento. Le condizioni della galleria sono costantemente tenute controllate da un sensore di temperatura e da uno di pressione. 


NO COMMENT

L'immagine del mese

"Per rifrescarsi un po' alla faccia di Caronte" immagine di Ernesto Gefonti per tutti "Geffo" (egefonti[at]aminstruments.com) - dati di scatto: fotocamera Canon PowerShot G12, TV (Velocità otturatore) 1/1250, AV (Valore diaframma) 4.0, Distanza focale 6.1mm


AM KIDS

Joey Baker e la piramide di Kukulkan

Immagine di Davide Bottazzi, classe '98

Sono stanca di scappare, e, del resto, è del tutto inutile. So bene che, ovunque vada, non avrò scampo...
...Ho già fatto tutti i calcoli. Fuori ci sono almeno due elicotteri che mi attendono, più squadre specializzate chissà quanto armate; lo capisco dai rumori che provengono dall’esterno.
Gli spari echeggiano nel corridoio alle mie spalle.
Mi sento come in un film d’azione, anche se, purtroppo, questa è la realtà. E dubito che me la caverò, come il grande Indiana Jones fa in ogni sua avventura.
Se esco, come minimo le autorità messicane mi daranno l’ergastolo; se faccio dietrofront, mi uccideranno.
Sia maledetto il giorno in cui i miei genitori mi regalarono quella piccola piramide di Kukulkan in granito!
Forse, però, è meglio approfondire quello che è successo prima di questo momento...
 
Fin da quando mi era stata regalata quella statuetta, all’età di dieci anni, avevo cominciato ad appassionarmi alla civiltà Maya. Leggevo libri su libri, consultavo siti Internet, raccoglievo informazioni da chi era più esperto di me... Questa passione mi aveva accompagnato per tutta l’adolescenza, e aveva iniziato a occupare uno spazio fondamentale nella mia vita quando i miei genitori mi portarono in viaggio proprio a Chichén Itzá.
Arrivata all’università più carica che mai, mi ero iscritta al corso di archeologia, specializzandomi nelle culture originarie dello Yucatan. E, senza neanche aver finito gli studi, avevo formulato una mia ipotesi sulla presenza di un terzo tempio nascosto (dopo El Castillo e il tempio segreto al suo interno). Come arrivarci? “E al sorgere e al calar del sole, quando il dì e la notte saranno perfettamente bilanciati, il dio Kukulkan tornerà per benedire i templi maya e i loro sacerdoti”, dicono i grandi storici; tradotto in lingua attuale: al sorgere e al tramontare del sole, durante gli equinozi, gli angoli della piramide proiettano l’immagine di un serpente piumato, il dio Kukulkan, appunto.
Inizialmente avevo pensato che l’ombra conducesse direttamente al tempio, ma l’ipotesi si rivelò improbabile quando scoprii che questa veniva proiettata sulla fiancata di una scalinata. Scoraggiata, pensai di abbandonare tutto e concentrarmi sui miei esami, ma il mio brio era tornato ad assalirmi quando mi venne in mente che l’ombra poteva condurre ad una mappa, o ad un’indicazione.
Comprati i biglietti dell’aereo e preparate le attrezzature, ero partita assieme ad un gruppo di amici, appassionati almeno quanto me, per il famoso sito archeologico.
Durante il lungo viaggio avevo avuto modo di elaborare una teoria sulla base della quale l’indicazione/mappa si trovasse nell’occhio del dio.
Appena messo piede in Messico ci eravamo subito messi al lavoro, preparando il campo di ricerca.
Avevamo montato le tende lì intorno, con un permesso speciale fornitoci dall’università, in modo da poterci svegliare all’alba.
Quando l’ombra comparve davanti ai nostri occhi, non perdemmo un attimo per catapultarci sulla piramide.
Una volta confermate le mie ipotesi, ci misi meno di un minuto a tradurre e trascrivere i simboli, tale era l’eccitazione.
Con mia grande sorpresa, il terzo tempio si trovava un chilometro distante dal sito, sebbene fosse collegato alla piramide tramite una galleria sotterranea.
Fummo costretti a prendere la Land Rover per raggiungerlo, e proprio in quel momento mi sarei dovuta accorgere del SUV che ci stava seguendo.
L’adrenalina della scoperta mi aveva accecata.
Arrivati in un’anonima radura, un mio compagno individuò l’entrata del tempio, nascosta da una folta vegetazione.
Sfortunatamente, uno spesso strato di rena aveva ostruito il passaggio: servivano i picconi.
Dopo un’ora di lavoro, i miei compari si erano fermati per una pausa, vista la mancata colazione, mentre io continuavo, spinta da chissà quale forza.
Dopo un’altra mezz’ora, il mio piccone affondò più del dovuto nella rena, aprendo uno squarcio in cui potevo chiaramente vedere delle scale.
Pensai di chiamare i miei amici, ma ormai erano tornati alla macchina a rifocillarsi; aprii un varco ancora più grande e penetrai nelle viscere del tempio.
Le meraviglie contenute là dentro erano inimmaginabili. A differenza di molti altri templi, questo non era stato profanato, e le sue ricchezze erano ancora perfettamente conservate.
Un oggetto in particolare attirò la mia attenzione: un’urna, altra trenta centimetri e larga venti circa, decorata sfarzosamente. A quanto dicevano le leggende, l’urna conteneva le ceneri del primo sovrano maya, il più importante in assoluto, colui che era stato eletto dagli dei.
Trafficai nelle tasche dei pantaloni alla ricerca della mia fotocamera. Scattai foto su foto, e girai più e più filmati.
Proprio mentre stavo girando un ultimo filmato, sentii un rumore metallico alle mie spalle.
Dietro di me, un uomo alto e robusto stringeva un revolver 357 Magnum... e me lo puntava contro.
–Fine dei giochi, bambina– disse.
Aveva un accento statunitense, più duro e marcato del mio inglese.
Spuntò un altro uomo, probabilmente un complice, e dai rigonfiamenti nella giacca pareva anch’egli ben armato.
Lì per lì non seppi cosa fare, se non cercare di mantenere la calma e darmi un tono.
–Non so cosa abbiate in mente di fare– dissi, con voce tremolante –ma le autorità non vi permetteranno di farla franca–.
Il ghigno che comparve sui loro volti mi raggelò il sangue.
Il secondo uomo recuperò una ricetrasmittente dalla cintola e vi disse qualcosa in spagnolo, che riuscii a intendere come “l’abbiamo trovata”.
Una voce metallica risuonò dall’apparecchio:
–Signorina Baker, si consegni immediatamente alle autorità messicane e non le sarà fatto alcun male!–
Sbarrai gli occhi.
–C-cosa?!– domandai incredula.
–Se si consegna immediatamente e restituisce il manufatto, la rispediremo in Inghilterra senza condanna!– tuonò la voce.
Se non fosse stata attaccata al resto del corpo, la mia mascella avrebbe sicuramente toccato terra.
–Il manufatto che hai rubato questa notte dalla sala dei sacerdoti del tempio– spiegò il primo uomo, mostrandomi una ciotola in ceramica avvolta in un panno.
Ora tutto pareva più chiaro: mi avevano incastrata.
Ma perché? Cosa avevo fatto?
L’ipotesi che mi apparve più chiara, fu quella dei soldi.
Rubare le meraviglie di questo posto e venderle a collezionisti privati avrebbe fruttato un sacco di soldi a quei due.
E l’unico modo per farlo, era mettermi fuori gioco.
Rassegnata, mi avviai verso l’uscita con i due energumeni.
–Ah, e dammi quella dannata telecamera!– esclamò uno dei due.
Ma certo! La fotocamera aveva ripreso tutto, era l’unica prova della mia innocenza.
Senza pensarci troppo, assestai una feroce gomitata in faccia a uno dei due bruti e, piroettando su me stessa, cominciai a correre per i cunicoli del tempio.
Dovevo almeno provare...
Ed ora eccomi qua, stanca, affannata, che corro per questi corridoi freddi e umidi, sperando che i due uomini non si rendano conto che sto girando in tondo.
Ora che ci penso, forse non è stata una grande idea.
Mi sento un topolino; una piccola cavia da laboratorio che è riuscita a sfuggire dalla sua gabbietta, per concedersi qualche momento di libertà prima della contaminazione letale.
Forse devo consegnarmi, ma, avendo tentato la fuga, la mia posizione deve essersi aggravata, e anche tanto.
Un’idea mi balena in testa.
Il tempio è collegato alla piramide tramite una galleria sotterranea, se riuscissi a trovarla, potrei raggiungere il sito e fuggire da lì!
Una volta stabilito che l’alternativa al mio piano è una pallottola in corpo, mi avvio alla ricerca.
Eccola, finalmente! Una galleria poco più larga di un metro che sprofonda nell’oscurità più totale.
Posso solo sperare che sia un tunnel per la maggior parte rettilineo.
Mi ci fiondo dentro e comincio a correre ancora più veloce.
Ora è la paura che mi dà forza, è il mio carburante.
Dopo innumerevoli minuti – percorrere un chilometro di corsa, per giunta al buio, non è mica facile – sbuco in una sala simile a quella visitata prima.
Questo è il secondo tempio, quello nascosto all’interno della grande piramide.
Sebbene non vi sia mai entrata (la sala è stata chiusa al pubblico nel 2006 dopo uno spiacevole incidente) riesco a riconoscere il trono rosso a forma di giaguaro.
Secondo le mie informazioni, l’uscita dovrebbe condurmi direttamente alla base della scalinata nord della piramide.
Dolorosamente, scopro che la mia salvezza si trova dietro una porta rigorosamente chiusa dall’esterno.
Un’ultima speranza s’accende in me.
Mi tolgo lo zaino dalle spalle e ne estraggo il piccone.
Comincio a batterlo sui cardini della porta, sperando che i sette anni in cui sono stati lì abbiano aiutato a indebolirli.
Ed ecco che un cardine salta; dopo innumerevoli colpi anche il secondo fa la stessa fine, per essere seguito dal terzo.
Lascio cadere l’arnese senza badare allo zaino. L’unica cosa che conta ora è la fotocamera.
Mentre la fresca aria primaverile mi investe, cerco di formulare un piano che possa mostrare la mia innocenza.
–Joey?!– mi sento chiamare.
A pochi metri da me vedo uno dei miei compagni di spedizione, tornato per recuperare qualcosa probabilmente.
–Matt, sia lodato il Cielo! Matt, ascolta, devi aiutarmi!– esclamo.
Il ragazzo è confuso, ma pare ascoltarmi.
–Senti: devi portare questa videocamera alle autorità!– dico, mostrandogli l’oggetto.
–Ma...– cerca di obbiettare.
–Porta loro questa dannatissima videocamera!– sbraito, lasciandomi scappare un’imprecazione.
Matt annuisce frettolosamente, per poi prendermi la videocamera dalle mani e correre verso la macchina.
Non sono sicura che abbia capito a pieno quello che deve fare, ma ripongo in lui la mia più totale fiducia.
Ora devo solo preoccuparmi di rimanere in vita.

 

Di Emma Belletti, classe '99. 

 

Per contattare Emma e Davide scrivi a warpamkids[at]aminstruments.com


ORTENSIA MALINCUORE

Ortensia e l'agente in missione per conto di Dio

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Buongiorno, mi chiamo Ortensia Malincuore, e vengo in pace. Penso che mi presenterò così al mio primo incontro con un agente AM. Io questi agenti non li ho ancora mai incontrati, sono delle entità astratte che oggi,almeno in parte, prenderanno forma. E che forma! Quando arrivo alla Stazione Termini vedo un sorriso che dice” Ehi, tu devi essere Ortensia, ti ho riconosciuta dai capelli!”
“Anche io!” rispondo. Ed ecco la prima gaffe. Lui di capelli ne ha svariati, come dire, contabili, nel senso che se mi ci metto ne conto trentatré. Raccolti in una bella coda beat anni 70.
Lui ride. “Beh, ai miei tempi anche io vantavo una certa chioma!”.
Arrossisco. Ho una facilità nel fare figuracce che se fosse proporzionale al mio intuito scientifico a quest’ora avrei già vinto il Nobel.
Ci incamminiamo verso la macchina. Ci vorranno quasi due ore per arrivare alla meta. Un’industria farmaceutica dove hanno problemi di campionamento.
Mi sono preparata mentalmente una serie di argomenti per evitare quei terribili buchi neri di silenzio imbarazzato dove vengo inghiottita ogni volta che incontro una persona nuova.
Saliamo. Cintura. Mette in moto.
“Allora Ortensia, sei felice?”

GULP!!!!

Mi avevano detto che questo agente era uno strano tipo di agente, mi avevano detto che parlava strano, e faceva cose ancora più strane. Ma che domanda è dopo due minuti che ci conosciamo? E il bello è che non sono domande tanto per dire, sta li che guida e aspetta la risposta.
Così mi impegno. Penso.
“Felice non so. La felicità è una meta.”
“O uno stato” risponde, “uno stato mentale. Non presuppone un impegno attivo, ma un porsi diversamente di fronte alle cose del mondo”.
Non ce la posso fare.
“Beh, quando ero in laboratorio di fronte alle mie nanoparticelle ero felice, era un lavoro bellissimo.”
“Di solito non faccio citazioni, odio le citazioni, ma proprio ieri sera un grande architetto rispondeva a una domanda su quale fosse la differenza tra un buon lavoro e un bel lavoro. Il buon lavoro non solo è bello, è bello profondamente, perché contiene un’etica. E non sempre un bel lavoro ce l’ha.”

Questo tipo mi fa pensare più di quanto mi aspettassi. Avevo messo a riposo metà emisfero cerebrale, ma credo mi servano entrambi oggi. E ha pure ragione. In laboratorio avevo dimenticato i miei principi a favore di un’assurda competizione con me stessa e con chi mi circondava. Ora ho un buon lavoro. Avevo un bel lavoro. Ora ne ho uno buono. Mi piace.

“E tu?”
“Cosa?
“Tu sei felice?”
“Oh si!!!!”
Lo dice talmente convinto che penso sia vero, vero per davvero.
“Io sono felice. Non potrei non esserlo. E’ talmente semplice essere felici…”

Questo agente mi piace proprio. Ma mi pare che sia in missione per conto di Dio, altro che AM.

La strada diventa due, poi tre corsie, e veloce si va, impigliandosi in mille argomenti. Nessuno combacia con la mia lista.
Nell’ordine:
i Fori Imperiali e i suoi segreti (sembra una guida turistica alternativa!), i carciofi alla romana (che non sono carciofi normali e se vengono puliti male sembra di mangiare i capelli di Barbie), la pietas, intesa non cpme pietà umana, comunemente detta, ma empatia con la sofferenza degli altri (qui andiamo sul filosofico spinto e un pò mi perdo!) e infine siamo nel mio territorio, la ricerca.

“Vedi, spesso la gente confonde “avere un’idea” con la ricerca” mi dice. Ah come sono d’accordo.
Qui gongolo e sto per cominciare una dissertazione.
“Si, è quello che dico sempre, le persone sembra siano convinte che se uno ha una idea su come risolvere un problema, allora sia ricercatore ad honorem. Ma non è così!”
“Già...Vedi, dove stiamo andando adesso hanno un problema. Dovremo inventarci una soluzione. La soluzione non sarà frutto di una ricerca, ma puro bricolage. Noi avremo pezzi a disposizione e li assembleremo in modo insolito. E questa sarà una buona soluzione.
La ricerca parte dal futuro e torna indietro cercando la via per arrivarci non con un salto o un volo, ma con delle prove. L’idea invece nasce dal passato e si proietta nel futuro concretizzandosi”.
Gli darei un bacio da quanto sono contenta che qualcuno finalmente sappia che voli pazzeschi ho fatto e quante volte tornando indietro non ho ritrovato la strada!

Siamo arrivati, documenti, pass, ed eccoci dentro. Ci accoglie il direttore di produzione, un uomo sulla cinquantina, già nervoso. Deve essere una giornataccia.
Il mio compagno di viaggio gli sorride, lo saluto come fosse un amico di vecchia data. E il direttore respira. Almeno per un istante. Sembra già sapere che questo agente gli troverà la soluzione. E mi viene in mente che questi agenti sono una modificazione genetica di un comune rappresentante. Loro non vendono, o meglio, questo è solo il finale. Loro risolvono problemi, come John Travolta in Pulp Fiction.

Ci troviamo di fronte a un tank. I campionamenti devono essere effettuati in punti precisi, a distanze precise e a profondità precise. Non devono esserci errori.
L’agente apre la sua borsa. Non una comune ventiquattrore. Più una roba da montanari.
E come dalla borsa di Mary Poppins esce fuori un mondo di sorprese.
E tricchete e tracchete, un pezzo metallico, binari, un goniometro, tubi. E tricchete e tracchete, mi ci metto pure io nella costruzione. E sono cose che conosciamo, che possiamo avere, dal passato. E le mettiamo insieme con fantasia e ragione e con tricchete e tracchete sorprendente. Un nuovo strumento per il campionamento. Ora dobbiamo solo tornare in officina e costruirlo.
Il direttore respira meglio di prima. L’agente sorride come prima. Io rido come una scema, all’idea che ho fatto qualcosa, ho risolto un problema, ho fatto bricolage tecnologico e ho imparato come essere felice in modo elementare.

Questi agenti AM sono proprio figherrimi!


La storia di Ortensia Malincuore continua sul prossimo numero di WARP. Se non sei già nella nostra lista:

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