WARP #41 - Ottobre 2016

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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SIAMO AL CLEANTECH!

7-8 Novembre, Milano - leggi

TOP NEWS

Resilienza "vegetale" - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "Moralità economica" - leggi

IN GOOD COMPANY

Fail - leggi

UNA PAGINA A CASO

Jerome K. Jerome - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Maxence Fermine - leggi

WARP ATTACK

Vietato Vietare - leggi

MI PIACE! (+1)

Guerrilla Marketing - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

La vita facile - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

La nano-spider - leggi


SIAMO AL CLEANTECH!

7-8 Novembre

AM Instruments sarà presente come sponsor al Cleantech 2016, e parteciperà con una relazione dal titolo:

"AIHP, la ionizzazione al servizio dei processi di biodecontaminazione: case study di una tecnologia di nuova generazione"

 

8 novembre, ore 16:50 - Ulteriori informazioni qui.


TOP NEWS

Resilienza vegetale

Nello scorso numero di Warp abbiamo parlato di resilienza. Ne abbiamo parlato nelle sue accezioni più note, in termini ingegneristici ma anche psicologici. Ebbene, si è aperto un varco, in cui la parola ha trovato spazio per moltiplicarsi. Non a caso Giacomo Cremonesi, in questo numero, ci regala un articolo che racconta una storia imprenditoriale emblematica in tal senso.
Ma c’è di più. Una lettrice speciale ci ha fatto un regalo. Si tratta di Patrizia Galeffi, ricercatore presso la Divisione Biotecnologie e Agroindustria dell’ENEA, responsabile scientifico di un gruppo e di progetti nazionali e internazionali. E’ autore di numerosi articoli peer-reviewed, chairwoman e relatore invitato a convegni nazionali e internazionali per un’ampia area disciplinare comprendente la biologia e genetica molecolare vegetale, le biotecnologie, l’agroindustria, fino al “Patenting & technology transfer”.
Mi chiederete? Cosa c'entra la genetica molecolare vegetale con la resilienza? La risposta è in questa intervista che ci ha concesso e che ci illumina non solo sulla resilienza nel mondo vegetale ma anche e soprattutto nel mondo della ricerca.


INTERVISTA A PATRIZIA GALEFFI

D. Cito da una sua presentazione: 
“Resilienza: capacità di un ecosistema di ripristinare la condizione di equilibrio a seguito di un fattore esterno che può provocare un deficit ecologico”. Le chiedo: nel mondo vegetale, come negli esseri umani, è davvero possibile ripristinare un equilibrio, o siamo comunque irreversibilmente vittime dell’entropia?

R. La Resilienza è la capacità di rispondere ad una avversità e di ritornare alla condizione pre-esistente e all’equilibrio. L’equilibrio di cui si parla è un equilibrio dinamico, in continuo divenire. Ad ogni azione corrisponde una reazione. Il suolo si modifica nel tempo per una serie di cause - vedi piogge acide, siccità etc -  e la pianta risponde a questi cambiamenti cercando di adattarsi. La resilienza di una pianta consiste esattamente in questo: nel suo continuo “provare” ad adeguarsi alle trasformazioni dell’ambiente in cui trova e quindi sopravvivere. 

D. Nel pensiero comune siamo soliti attribuire eventuali squilibri del mondo vegetale alle condizioni del clima. Quello che ci ha colpito nei suoi interventi sull’argomento è stato invece la molteplicità dei fattori che influiscono sulle piante, e in generale sull’agricoltura.

R. L’agricoltura è un sistema molto complesso. Sicuramente il clima è determinante, ma l’effetto antropomorfico ha un peso enorme. Se dovessi definire gli elementi essenziali che influenzano pesantemente l’agricoltura direi: clima, acqua, uomo. E non si tratta di elementi distinti, quanto piuttosto di un circolo in cui l’uomo, con le sue attività, influisce sia sul sistema climatico, che su quello idrico. Le piante sono continuamente “vessate”, e devono essere produttive. La produttività delle piante (in condizioni estreme e variabili) è uno dei problemi più delicati e difficili che l’agricoltura deve affrontare.

D: C’è un rischio reale che riguarda la produttività delle piante?

R: Si, esiste. Anche se non vogliamo descrivere il problema in termini di apocalisse, la realtà è che il Nord del mondo, che oramai comprende non solo l’occidente, ma anche paesi economicamente importanti come la Cina, che consuma in modo esponenziale, di fronte a un Sud del mondo affamato e senza risorse proprie. La produttività di alcune piante ha però già raggiunto livelli altissimi che non è più possibile incrementare, per una serie di ragioni che vanno dai limiti fisiologici e genetici a quelli relativi ai nutrienti contenuti nel suolo. Inoltre, non c’è più suolo coltivabile e quello che c’è, è contaminato, impoverito, inquinato. 
La soluzione politica in passato è stata radere al suolo le foreste, il che ha causato tra l’altro  problemi di erosione del terreno con conseguente dissesto idrogeologico.
Un ulteriore problema è lo spreco di alimenti che ha oramai raggiunto livelli di guardia.
Pertanto, non è facile ottenere e gestire una alta produttività di piante alimentari che soddisfi tutte le condizioni attuali. Bisogna cambiare radicalmente direzione.
Questo è un problema innanzitutto politico, non solo scientifico!
 
D. Siamo al cuore del problema: se si deve pensare in un modo diverso, cambiare direzione, cosa fa la ricerca in tal senso?
 
R. La ricerca attuale è una ricerca applicata, indirizzata in modo specifico e focalizzata sulla risoluzione di problematiche strettamente connesse alla specie vegetale in questione. Lo scopo potrebbe essere rendere una pianta più produttiva, o una varietà più resistente ai suoi patogeni. 
Si tratta di una ricerca che ha comunque necessità di una ricerca di base: quel tipo di ricerca che non nasce da una necessità contingente, ma che è la risorsa essenziale per successive implementazioni ed applicazioni. La ricerca di base è fondamentale: da un sistema si estrapola un modello sul quale un ricercatore può trascorrere un’intera esistenza, quello è il terreno sul quale cresce la ricerca applicata che non è inferiore a quella di base, ma è più caratterizzante e legata a materie specifiche (per es. studio di base: studio un gene e la sua funzione biologica (uomo, piante, animali, microrganismi); studio applicato: utilizzo il gene studiato per costruire un marcatore molecolare utilizzabile in diagnosi genetiche di laboratorio (uomo, piante, animali e microorganismi). 
 
D. L’intervento della ricerca in agricoltura è spesso visto con sospetto. Penso ad esempio alla campagna anti OGM.
 
R. Il problema risiede innanzitutto in una scarsa cultura scientifica, soprattutto in Italia. L’OGM non è altro che una tecnologia applicata, è prendere un “pezzetto di DNA” da una pianta e trasferirla in un’altra pianta, per esempio, per renderla più resistente ad un patogeno vegetale. In Italia si è creata una diatriba tra quelli che sostengono che la “cultura tradizionale” sia sicura e sana al 100%, mentre quella “moderna” sia deleteria. Non è così. Un lavoro biotecnologico su una pianta non cozza contro la produzione tradizionale, anzi può essere di aiuto alle metodologie tradizionali. 
Es. Fare le marmellate o confetture in casa può essere fonte di avvelenamento per botulino!
Si tratta, quindi, di un contrasto ideologico che genera spesso un pensiero comune basato più sulla paura dell’ignoto (ignoranza) e pregiudizi che nulla hanno a che vedere con la Scienza e il metodo scientifico. OGM può essere utile, non è di per sé dannoso, da prove sperimentali eseguite negli USA non esiste a tutt’oggi una relazione diretta tra alimenti provenienti da piante OGM e l’insorgenza di tumori. Al contrario, è stato scientificamente dimostrato che donne in gravidanza che utilizzavano come alimento base la polenta da mais, contaminato da micotossine, hanno avuto un’alta percentuale di aborti, o hanno sviluppato bambini con deformazioni alla nascita, tra cui la spina bifida e in taluni casi anche  insorgenza di tumori. Consideriamo che il MAIS OGM più utilizzato negli USA è resistente ai patogeni che contaminano di micotossine le farine alimentari. Riflettiamo su queste importanti informazioni e non demonizziamo gli OGM.

 
D. Abbiamo parlato di ricerca. E viene subito in mente che se c’è una categoria vessata è proprio quella dei ricercatori. Dovete essere molto resilienti…
 
R. La resilienza è la dote principale di un ricercatore, è nel suo DNA, e non riguarda solo le vessazioni esterne di una politica che rende il lavoro del ricercatore oramai quasi impossibile. Il lavoro di ricerca è un lavoro costellato di mille fallimenti e altrettante ripartenze. Ad ogni fallimento si deve ricominciare, a volte da capo, a volte su altre basi, ma sempre con la “forza di volontà e la determinazione di resistere” alla frustrazione di un mancato obiettivo. Per un ricercatore ogni giorno può essere una sconfitta, e ogni giorno deve essere resiliente e andare avanti cercando di superare tutti gli ostacoli che ha di fronte.
 
D. Un’ultima domanda, personale. Nella sua attività di ricercatore quale è stato il “trauma” di fronte al quale ha dovuto dimostrare la sua resilienza?
 
R. Sicuramente la sottrazione della “maternità” di una mia importante ricerca. Il frutto di una mia ricerca originale, che ha visto il coinvolgimento di molti collaboratori per circa 5 anni, pubblicata su Nature nel 1993, una delle riviste più autorevoli del mondo scientifico Internazionale. Questa ricerca è stata un lustro per l’Italia, perché tutta italiana, completamente nuova e con dei risultati importanti, ancora oggi riconosciuta dagli esperti del settore. Purtroppo, però, questa ricerca è stata anche considerata un buon predellino di lancio per la carriera, ma ovviamente, non per la “mia personale carriera”!! Questa perdita è stata un’esperienza pesante, una grande delusione e frustrazione, superata però grazie alla resilienza innata di ricercatore (che io ho!), e alla pazienza, al sostegno e all’affetto sempre presente dei miei cari.


Quando saluto Patrizia Galeffi mi sento grata. Grata al suo lavoro e al mondo della ricerca. Ma anche angosciata per lo stato della terra. Mi chiedo se persone come lei, con le loro grandi armi intellettuali, riusciranno da sole, senza il nostro appoggio e senza quello dello stato, della politica e dell’informazione, a proteggere noi da noi stessi.

 


PASSWORD

Moralità economica

Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me.

Una password anomala, perché di fatto si tratta di due parole, tra loro associate: e questa associazione rappresenta la seconda anomalia, quasi un ossimoro. Eppure è necessario ed urgente parlare di etica confrontandosi con il mercato. 
Da sempre il pensiero comune associa il mercato ad un individualismo teso alla concretizzazione e alla crescita “indiscriminata” del benessere materiale del singolo. Di fatto individualismo ed egoismo sono due concetti differenti. La moralità economica risiede in un individualismo metodologico, per il quale il singolo si comporta "in modo appropriato alla situazione". “In modo appropriato alla situazione" non vuol dire massimizzare il benessere materiale, non significa approfittare della situazione, ma sfruttarla al meglio secondo regole morali ben precise. 
Il buon funzionamento di un'economia di mercato e di uno stato di diritto infatti, si basano anche su presupposti etici che devono essere condivisi e su un particolare sistema di valori che vanno oltre il semplice rispetto delle leggi.
Il rispetto e l'applicazione dei contratti non può fare affidamento solo sulle normative. Occorre anche che gli individui abbiano interiorizzato le norme che governano gli aspetti contrattuali, indipendentemente dal timore delle sanzioni. Il rispetto per i diritti di proprietà, il mantenimento della parola data e degli impegni presi, il rispetto delle aspettative e delle intenzioni tra le parti contraenti devono discendere anche da un comune sistema di valori, non solo dagli incentivi economici o dal timore di essere puniti dalla legge. Senza questi presupposti, un sistema basato sul libero scambio difficilmente potrebbe funzionare.
Vi è poi l'importanza dell'etica professionale. Indipendentemente da incentivi e sanzioni, chi svolge determinate professioni ha obblighi e responsabilità anche morali nei confronti della società: il medico nei confronti dei pazienti, l’imprenditore verso i suoi clienti etc.
La storia ci mostra come società e paesi traggano il loro successo anche dal radicamento e dalla diffusione tra i cittadini e nelle istituzioni di queste regole di comportamento e dalla forma che esse assumono. Una distinzione importante a questo proposito è tra norme di moralità limitata o generalizzata. La moralità limitata applica la nozione di giusto o sbagliato solo a un certo ambito di interazioni sociali: la famiglia, il clan, la comunità a cui si appartiene. Al di fuori di questo ambito, quasi tutto è moralmente permesso. La moralità generalizzata si fonda invece sul presupposto che la nozione di giusto o sbagliato debba valere universalmente, nei confronti di tutti gli individui.
La diffusione di norme di moralità generalizzata si accompagna alla diffusione di fiducia reciproca tra estranei, e spinge a forme di organizzazione economica, sociale e politica più efficienti e progredite. Dove vi è più fiducia generalizzata le imprese hanno un'organizzazione più decentrata, l'economia di mercato funziona meglio, vi è più senso civico, anche la partecipazione politica è più attenta al bene pubblico piuttosto che agli interessi di parte. 
Eppure ciò che vediamo realizzarsi quotidianamente è più spesso una vittoria del principio di autodeterminazione individuale che esula dalla moralità generalizzata. Il mercato stesso, per sua natura, porta a questo. E’ possibile allora salvaguardare l’individuo e il mercato, senza rinnegare principi etici e morali che ci difendano da abusi e sopraffazioni?
Possiamo invocare un legame più stretto tra etica ed economia, o invocare principi etici più forti, senza rinnegare la visione liberale dell'economia di mercato in uno stato di diritto? 
Ci piacerebbe dare risposte definitive. Personalmente ne conosco solo una che rimane per me la più valida, ed è la conclusione della Critica della ragion pura di Kant che da sempre porto con me:

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporre come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito.


IN GOOD COMPANY

Fail

Consultando un dizionario italiano, alla parola “fallimento” la definizione associata è la seguente: “esito negativo; rovina; disastro; insuccesso totale di un’iniziativa”. In termini giuridici il fallimento è il procedimento giudiziario attraverso cui il patrimonio di un imprenditore insolvente viene sottratto alla sua disponibilità e liquidato per soddisfare i creditori.
La conseguenza concreta del fallimento è una sorta di bollino nero applicato al fallito, che spesso sfocia nell’interdizione dai pubblici uffici, nell’incapacità giuridica di svolgere determinate professioni, e soprattutto nella difficoltà di trovare una banca disposta a concedergli denaro in futuro.
La parola fallimento è traducibile in inglese come fail, che nel gergo della tecnologica Silicon Valley è considerato un acronimo di First Attempt In Learning, il primo tentativo di apprendimento.
Lo stesso termine assume quindi connotati diversissimi nelle due culture: un fatto negativo che ti marchia a fuoco per il resto della tua vita nella cultura italiana, un punto di partenza per il futuro nella cultura anglosassone.
Howard Head ha avuto la fortuna di nascere nel mondo anglosassone, precisamente a Philadelphia nel 1914. Howard si mostra subito un ragazzo brillante, laureandosi ad Harvard e iniziando a lavorare nel campo dell’ingegneria Aeronautica.
La sua vita prende una svolta nel 1946, durante una sciata nel Vermont. Le sue capacità da sciatore erano inversamente proporzionali alle sue abilità da ingegnere. Non restava che mascherare la sua incapacità sciistica con i suoi amici incolpando l’attrezzatura.
Howard riteneva poco maneggevoli e poco flessibili i pesanti sci in legno in voga all’epoca, ed era convinto di poter progettare qualcosa di meglio attraverso le sue conoscenze ingegneristiche. Decise quindi di aprire un altro capitolo della sua vita, con un solo obiettivo in testa: ridisegnare il concetto di sci, producendoli con un’anima di plastica a nido d’ape fra due lamine di alluminio.
Lo sviluppo dei prototipi di Head non inizia di certo con metodi sofisticati e avanzati: Howard si stabilisce in una stalla, utilizzando i materiali aerei di scarto dell’azienda presso cui lavora, e per amalgamare i materiali utilizza olio usato, ottenendo la pressione ottimale tramite un tubo collegato al compressore di un vecchio frigorifero.
Dopo due mesi le prime sei paia di sci erano pronte,  Head si sentiva in Paradiso, felicissimo per il risultato ottenuto. Prese la macchina e corse nel Vermont, per far provare gli sci a degli istruttori.
Gli istruttori furono entusiasti alla vista dei nuovi sci, decisamente più leggeri e flessibili rispetto agli sci tradizionali. Tuttavia la flessibilità era eccessiva, visto che solo tentando di mettere gli sci si spezzarono a metà.
Head era distrutto, e pensava a tutti i suoi sforzi vanificati.
Ma non si diede per vinto.
Lasciò l’azienda aeronautica per dedicarsi a tempo pieno ai suoi sci, investì 6.000 dollari di vincite al poker che custodiva gelosamente sotto al letto, e si rinchiuse nella sua stalla/laboratorio.
Modificò i suoi sci inserendo una lamina d’acciaio per garantire la necessaria presa e un’anima in compensato per migliorarne la resistenza.
Nel 1950, dopo tre lunghi inverni, gli sci di Head erano finalmente pronti, e in una frizzante giornata invernale Head si incontrò nel New Hampshire con Clif Taylor, istruttore di sci.
Clif inforcò gli sci, e iniziò una rapida discesa in verticale, intervallata da curve eleganti accarezzando la neve. Head era riuscito a rivoluzionare gli sci!
<< Se avessi saputo allora che ci sarebbero volute più di 40 versioni prima di ottenere uno sci decente, forse avrei rinunciato >> affermò in seguito Head. << Ma per fortuna si pensa sempre che il prossimo tentativo sarà quello giusto, e alla fine ci sono riuscito.>>
La storia di Head non è solo un esempio di successo imprenditoriale, ma anche un insegnamento di vita: non basta avere a propria disposizione le capacità e gli strumenti adatti, ma serve anche un pizzico di resilienza, la capacità di affrontare gli eventi negativi, per raggiungere qualsiasi obiettivo.

Articolo di Giacomo Cremonesi (ingoodcompany[at]aminstruments.com)

Giacomo Cremonesi, classe 1994, si è da poco laureato in Management e Imprenditorialità, ramo di Economia Aziendale, presso l’Università Carlo Cattaneo. La sua tesi di laurea ci riguarda da vicino, basta leggerne il titolo:
L’ANALISI DI BILANCIO, IL CASO AM INSTRUMENTS.


UNA PAGINA A CASO

Jerome K. Jerome

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Eravamo in quattro: Giorgio, Guglielmo Samuele Harris, io e Montmorency. Seduti nella mia stanza, si fumava e si parlava di come stessimo male... male, intendo, rispetto alla salute.
                    
Ci sentivamo tutti sfiaccati e ne eravamo impensieriti. Harris diceva che a volte si sentiva assalito da tali strani accessi di vertigine, che sapeva a pena che si facesse; e poi Giorgio disse che anche lui era assalito da accessi di vertigine e appena sapeva anche lui che si facesse. Io poi avevo il fegato ammalato. Sapevo di avere il fegato ammalato, perché avevo appunto letto un annuncio di pillole brevettate nel quale si specificavano minutamente i vari sintomi dai quali il lettore poteva arguire d’avere il fegato malato. Io li avevo tutti.
                    
È strano, ma non mi avviene mai di leggere un annuncio di specialità brevettate, senza sentirmi tratto alla conclusione d’essere affetto dalla peculiare malattia – nella sua forma più virulenta – che forma il soggetto dell’annuncio. A ogni modo, la diagnosi par che corrisponda sempre esattamente a tutte le mie particolari sensazioni.
                    
Ricordo d’esser andato un giorno al British Museum a leggere il trattamento di un piccolo malanno del quale avevo qualche leggero attacco – credo che fosse la febbre del fieno. Mi feci dare il libro, e lessi tutto quello che dovevo leggere; e poi, in un momento d’oblio, voltai oziosamente le pagine e cominciai a studiare indolentemente le malattie in generale. Non ricordo più il primo morbo nel quale m’immersi – so che era un pauroso flagello devastatore – e prima che avessi dato un’occhiata a una metà della lista dei «sintomi premonitori», ero già bell’e convinto di esserne affetto.
                    
Rimasi per un po’ agghiacciato d’orrore; e poi, nell’incuranza della disperazione, mi misi a voltare le altre pagine. Arrivai al tifo – ne lessi i sintomi – scopersi d’averlo (dovevo averlo da mesi senza saperlo) – mi domandai che altro avessi; incontrai il ballo di San Vito – trovai, come m’aspettavo, d’avere anche quello, – cominciai a interessarmi al mio caso, e risoluto d’andare fino in fondo, cominciai per ordine alfabetico – lessi della malaria e appresi che ne ero affetto e che la fase acuta sarebbe cominciata fra una quindicina circa. Mi consolai trovando che l’albuminuria l’avevo soltanto in forma attenuata, e che quindi, per quel che mi riguardava, sarei potuto vivere ancora anni e anni.                
Avevo il colera con gravi complicazioni; e sembra che con la difterite ci fossi nato. Percorsi faticosamente e coscienziosamente tutte quante le lettere dell’alfabeto, e potei concludere che l’unica malattia che non avessi era il ginocchio della lavandaia.
                    
A questo sulle prime mi sentii un po’ offeso; mi sembrava che la cosa implicasse una specie di dispregio. Perché non avevo il ginocchio della lavandaia? Perché questa oltraggiosa distinzione? Dopo un poco, però, prevalsero dei sentimenti meno esclusivi. Pensai che avevo tutte le malattie note in farmacologia, e divenni meno egoista, e risolsi di fare a meno del ginocchio della lavandaia.


da "Tre uomini in barca" di Jerome K. Jerome


AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Maxence Fermine

Dipinto di:

Acquerello_giapponese__di.jpg

(ロベルトの溝)

 

Ci sono due specie di persone.


Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono.


E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita.


Ci sono gli attori.
E ci sono i funamboli.


Maxence Fermine
Neve


WARP ATTACK

Vietato Vietare

Non vi viene mai voglia di andare contro mano, appoggiare i gomiti sul tavolo, camminare a testa in giù, sdraiarvi sui letti perfetti dell’IKEA, allungare la mano e toccare cristallerie nelle vetrine?
Per tutti coloro che ogni tanto vorrebbero fosse vietato vietare!


È vietato l’ingresso ai non addetti al lavoro
È vietato il lavoro ai non addetti all’ingresso
È ingrassato l’addetto ai non vietati al lavoro
È lavato il gessetto ai non addetti all’ingrosso
È ingrossato il divieto ai non lavati di fosso
È addetto all’ingresso il non vietato al lavoro
È avvallato il lavoro all’ingresso del foro
È levato di dosso il divieto del tetto
È addossato il divieto ai non venati di rosso
È arrossato il viadotto ai derivati del cloro
È venduto il cruscotto con paletti di gesso
È ingessato il bompresso ai maledetti del fosso
È mozzato il permesso ai garretti del toro
È maledetto il congresso dei cavilli del moro
È forato il moretto nei contratti del coro
È contrito il foretto ai lavori del messo
È cessato il forzetto al divieto dell’oro
È venduto il merluzzo non senza decoro
È dettato il permesso ai verdetti del foro
È vietato l’ingresso agli addetti al lavoro

 

Bruno Munari 
Attenzione attenzione, 
in Stefano Bartezzaghi, Un personaggio in cerca di aurore, Mantova, Corraini 2016

Bruno Munari è stato uno dei massimi protagonisti dell'arte, del design e della grafica del XX secolo, dando contributi fondamentali in diversi campi dell'espressione visiva e non visiva con una ricerca poliedrica sul tema del movimento, della luce e dello sviluppo della creatività e della fantasia nell'infanzia attraverso il gioco.


MI PIACE! (+1)

Guerrilla marketing

Guerrila marketing è pubblicità che esce dagli schemi tradizionali, per penetrare in modo diretto nella città e incontrare la gente in modo provocatorio e spiazzante.
La guerrilla raggiunge il consumatore nei momenti e nei luoghi in cui non è attiva la sua “advertising consciousness” (come accade invece davanti alla TV o ascoltando la radio), quando cioè le sue difese nei confronti dei messaggi pubblicitari sono abbassate. Incuriosire, intrigare e coinvolgere sono gli effetti che la guerrilla produce sulle sue “vittime”. Infatti la guerrilla si può trovare nelle strade, sui muri, sulle panchine, sui fondi di bicchieri, in finte conversazioni, sui soldi, sulla frutta, sulla carta igienica, perfino sul corpo umano.
La guerrilla è fatta per colpire il singolo, generando spiazzamento nello spettatore, causando poi un effetto di passaparola che a sua volta causa una diffusione in maniera “virale” del messaggio nella popolazione.
Armi non convenzionali e molto spesso costi ridotti: qualche esempio nella gallery qui sopra!


NO COMMENT

L'immagine del mese

"Dov'è la mia strada?" Foto di DJ Tommy (tcassano[at]aminstruments.com).


AM KIDS

La vita facile

A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruirvi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.


Alda Merini, da “La vita facile”


ORTENSIA MALINCUORE

La nano-spider

Yeppaaaaaa!!!!!! Hanno vinto!

Lo sapete, vero, che quei tre geni hanno vinto il Nobel? E con le mie particelle nane!!!! Lo so che vi sembrerà una malattia, ma la verità è che le piccole dimensioni mi affascinano! Pensate, strutture di dimensioni di un miliardesimo di metro - non riuscite ad immaginarle? Pensate ad un capello, il suo diametro è di 100000 nanometri. Un globulo rosso ne misura 6000. Adesso, immaginate di aprire una scatola di Lego, e i pezzi sono così piccoli, e montateli insieme a costruire una fantastica decappottabile che è in grado di muoversi come voi desiderate, secondo movimenti controllati. 
Sauvage, Stoddart e Feringa sono giunti in tempi diversi a risultati uguali: magari con un po’ di applicazione potevo arrivarci anche io☺
Le molecole possono effettuare un compito quando si aggiunge energia. Il primo è stato Sauvage nel 1983. In quell'anno è riuscito a collegare tra loro due molecole dalla forma circolare, in modo da formare strutture più grandi chiamate catenani: sono strutture che possono muoversi l'una rispetto all'altra e il cui nome richiama la geometria di una catena. Poi è arrivato Stoddart, il quale nel 1991 ha sviluppato i rotassani (o rotaxani), costituiti da una molecola dalla forma circolare e da una molecola filiforme: la struttura di questo sistema ricorda quella di una ruota attorno a un asse. Infine è stato il momento di Feringa, il primo scienziato a sviluppare un motore molecolare, nel 1999: si trattava di una struttura simile a una pala di rotore molecolare che girava sempre nella stessa direzione.
Normalmente i movimenti delle molecole sono determinati unicamente dal caso, esattamente come i miei pensieri scoordinati☺ Ma utilizzando una lunga serie di accorgimenti chimici, quel genio di Feringa nel 1999 riuscì invece a creare una molecola che ruotava unicamente in una direzione, compiendo una rotazione di 180 gradi ogni volta che veniva esposta a raggi di luce ultravioletta. Inizialmente i motori di Feringa erano lenti come la mia vecchia Fiat, ma nel 2014 sono arrivati a compiere
ben 12 milioni di rivoluzioni al secondo, e hanno dimostrato di poter sollevare un cilindro di vetro 10mila volte più grande del motore stesso.
Da ora i chimici saranno in grado di costruire incredibili nanomacchine, che in futuro dovrebbero rivoluzionare la produzione di nuovi materiali, portare allo sviluppo di sensori e sistemi di depositi nanometrici.

Bernard, per gli amici, Ben, L. Feringa


WARP continua sul prossimo numero. Se non sei già nella nostra lista:

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