WARP #52 - Settembre 2017

WARP is in italian at the moment, but if your sense of humour is turned on, you can try an auto-translated version here, thanks to Google. :-)


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Abbiamo bisogno dell'entusiasmo, delle capacità e del talento di un PROGRAMMATORE PLC/SCADA
e di un OPERATORE ADDETTO AL CONTROLLO QUALITA’
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AM INSTRUMENTS al CPhI

Con My&Clean+ finalista ai CPhI Pharma Awards e una grande anteprima! - leggi

TOP NEWS

The Chain Of Love. Intervista ad Alessandra Ciceri, Supply Chain Manager AM Instruments - leggi

PASSWORD

La parola d'accesso di questo numero è "What if" - leggi

CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Earth, Wind & Fire" - leggi o ascolta

UNA PAGINA A CASO

Mark Haddon - leggi

AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Milo De Angelis - leggi

WARP ATTACK

La bellezza contro il terrore - leggi

MI PIACE! (+1)

Ma io pure lo voglio fa’! - leggi

NO COMMENT

L'immagine del mese - vedi

AM KIDS

Ma a che mi serve studiare il latino? - leggi

ORTENSIA MALINCUORE

Nuovi standard - leggi


My&Clean+ è finalista ai CPhI Pharma Awards!

Vieni a scoprire di più, dal 24 al 26 Ottobre 2017, al CPhI – presso la fiera di Francoforte, Hall 4.0  Stand  G42.

Iscriviti a questo link entro il 15 ottobre per ottenere l'accesso gratuito: https://goo.gl/tDLx7e


TOP NEWS

The Chain Of Love. Intervista a Alessandra Ciceri, Supply Chain Manager AM Instruments

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Una visione globale della catena logistica, dal fornitore del nostro fornitore al cliente del nostro cliente è l'elemento base per l'ottimizzazione della Supply Chain. Questo modo di vedere la catena logistica pone l'azienda al centro di un insieme di flussi, d'acquisto, di produzione e di vendita, che rende il coordinamento di queste attività estremamente complesso.
Secondo la tua esperienza, qual è la migliore definizione di supply chain?

In parole semplici, la Supply Chain (Catena di Distribuzione) è il flusso che consente di fare arrivare prodotti e servizi ai clienti. Generalmente riguarda la gestione coordinata e integrata delle diverse fasi che accompagnano le merci dai fornitori/ produttori, ai distributori, e infine, ai clienti.
La gestione della Supply Chain è sempre stata considerata un’attività da grandi imprese. È anche vero, però, che ogni organizzazione, grande o piccola che sia, ha una propria Supply Chain, che può variare in base alle dimensioni e ai prodotti trattati dall’azienda. In ogni caso questi prodotti devono sempre arrivare ai clienti; l’importante è “capire come” e agire affinché possano essere soddisfatte le esigenze dei clienti e nello stesso tempo siano garantiti e salvaguardati gli obiettivi aziendali. Non dimentichiamoci infatti che la Supply Chain ha un impatto finanziario importante su qualunque azienda.

Immagino che una delle tue parole d’ordine sia ottimizzazione. In questo senso uno degli obiettivi chiave credo sia l’abbattimento di sprechi eventuali e relativi costi. Come si realizza questo obiettivo?
Ad ottimizzazione aggiungerei anche semplificazione.
Credo che ognuno di noi debba sempre pensare a come fare “meglio con meno” e debba domandarsi se quello che sta facendo non possa invece essere fatto in modo diverso.
La revisione dei processi ed un miglior utilizzo delle funzionalità dei sistemi informativi sono sicuramente due aree sulle quali concentrare le nostre risorse.
La prima è la fase più critica e quella che richiede più tempo, perché prevede un’analisi attenta ed obiettiva della situazione: è il momento in cui porsi tante domande. È l’approccio americano del “think out of the box” nel quale la risposta “abbiamo sempre fatto così” non è contemplata. È lo step più difficile perché è quello in cui parte il cambiamento, per il quale naturalmente è necessaria una graduale implementazione. È qui che il fattore umano può fare la differenza, se ne ha la giusta consapevolezza.
Per quanto riguarda invece il sistema gestionale, dobbiamo trovare il modo di sfruttarne al meglio le funzionalità perché, non solo è uno degli strumenti che abbiamo per poter lavorare ma è anche il contenitore di tanti dati e informazioni dal quale attingere per monitorare i risultati e quindi costruire i nostri KPI.

Forse il nemico numero uno della supply chain è la variabilità dovuta a situazioni non direttamente controllabili. Mi riferisco a eventuali ritardi nelle consegne da parte dei fornitori, tempi di carico e scarico etc. Come si argina questa problematica?
Hai usato una parola chiave: arginare.
In effetti, credo sia impossibile controllare totalmente la Supply Chain.
AM Instruments, come tante aziende, movimenta migliaia di referenze e riuscire ad avere sempre il prodotto disponibile, al momento giusto, nelle quantità corrette, è difficile ma è sempre l’obiettivo a cui tendere.
Preparazione, analisi, pianificazione, controllo sono essenziali ma anche in questo caso, è possibile anticipare meglio la domanda, grazie a più strette interazioni con i clienti e pianificare meglio l’inventario, grazie a migliori rapporti con i fornitori.

Non tutte le supply chain sono uguali. In particolare, un settore delicato come quello del controllo della contaminazione, che difficoltà presenta?
La destinazione finale dei nostri prodotti ci obbliga a seguire rigide procedure di controllo qualità, stoccaggio, preparazione e spedizione.
Come azienda GMP oriented, siamo continuamente sottoposti ad audit da parte dei nostri clienti e la Supply Chain è un’area molto critica, sempre oggetto di verifica, specialmente il Magazzino.
Di recente ho partecipato ad un convegno nel quale sono state discusse le problematiche di Supply Chain nel canale Pharma e tutti i partecipanti (aziende farmaceutiche, distributori, etc) hanno sottolineato quanto la filiera farmaceutica e quindi la Logistica del Pharma stiano andando incontro a cambiamenti sostanziali che condizioneranno le scelte distributive del prossimo futuro.
Ciò significa che non possiamo permetterci di abbassare la guardia ma dobbiamo sempre più strutturarci (anche mentalmente) e strutturare i nostri processi in modo da essere preparati.

Come le nuove tecnologie impattano sulla supply chain?
In termini assoluti, l’impatto della tecnologia non è ovviamente trascurabile anche se l'eccessiva enfasi sugli aspetti tecnologici non deve poi farci perdere di vista le reali esigenze dei clienti.
Ci sono tanti strumenti e soluzioni a supporto della Supply Chain; dai pacchetti CMR, a quelli di Demand Planning, Inventory Control, Web Ordering, Warehouse Managing Systems etc. però sono e rimangono “strumenti”.
A mio parere, la conoscenza dei fornitori, dei clienti e del mercato, insieme alle relazioni costruite nel tempo non possono essere sostituite da nessuna tecnologia.

Parliamo di persone. La supply chain è non solo una struttura dinamica composta da professionalità diverse, ma anche punto di riferimento per tutti i settori di un’azienda. Quali sono secondo te i punti di forza della tua supply chain?
AM Instruments ha deciso di investire pesantemente sulla Supply Chain. Nel corso dell’ultimo anno sono state inserite nuove risorse che hanno portato in azienda tanta esperienza, professionalità e un… sacco di suggerimenti.
Acquisti, Customer Service e Magazzino lavorano davvero in team. Ho voluto che tutti conoscessero il lavoro dei colleghi in modo tale da capire l’importanza di ogni anello della “catena” e l’impatto che le nostre azioni hanno nei confronti dei clienti, perché non dimentichiamoci mai che l’obiettivo primario del nostro operato è quello di soddisfare un cliente.
Ovviamente un team che cresce ha bisogno di un po’ di tempo per stabilizzarsi ma io credo fermamente che insieme si possa fare tanto, e tanto abbiamo ancora da fare…
Mi piacerebbe molto che la Supply Chain in AM fosse riconosciuta come una sola entità, in grado di anticipare le esigenze dei clienti esterni ed interni.
Un gruppo motivato, lavora bene e trascina anche gli altri e a tal proposito riprendo una frase che mi piace molto ed ho usato nella mia prima presentazione in azienda: “Talent wins games, but teamwork and intelligence wins championships” (Michael Jordan)

Nel suo intervento alla 2017 Supply Chain Management Executive Conference, l’analista Tim Payne identifica uno strumento per ogni livello di maturità della supply chain. Le organizzazioni non possono gestire questa fase semplicemente ampliando il team, ma richiedono una migliore produttività ai pianificatori che sono chiamati a portare valore al processo con la loro conoscenza del business. Payne usa l’analogia del cervello umano. La mente cosciente può gestire circa 4 stimoli al secondo, il subconscio rileva e risponde a circa 20 milioni di eventi o stimoli al secondo. Il livello più basso di maturità del processo di Supply Chain Planning corrisponde alla pianificazione cosciente. Quando progredite verso un livello di maturità più elevato, avete bisogno del subconscio: pianificazione algoritmica end-to-end, in collegamento con i partner commerciali, i fornitori, e i clienti, per ottimizzare la supply chain e renderla più agile nel vostro mercato.
Ultima domanda: a che livello di subconscio siamo arrivati in AM?:)

Per riuscire ad implementare una soluzione efficace, efficiente e di successo dobbiamo considerare almeno un paio di elementi. Il primo è legato alla cultura aziendale: deve esserci una chiara volontà di cambiamento da parte dell’azienda. Inoltre, come già detto, il coinvolgimento di tutte le persone della Supply Chain è indispensabile, perché tutto ciò avrà un impatto significativo sul singolo, sul team e sull’intera organizzazione.
AM può contare su delle solide basi perché esiste già una coscienza “Customer Oriented” e quindi mi sento di dire che il subconscio è già più che in allerta…

Per contattare Alessandra Ciceri: aciceri[at]aminstruments.com


PASSWORD

"What if"

Ho più volte parlato in questi anni di WARP del valore del congiuntivo. E a pensarci bene, l’affrancarsi dal suo utilizzo va di pari passo con la perdita della curiosità intellettuale che sembra dilagare nelle nuove generazioni. La conoscenza attraverso pillole in rete ha preso il posto della ricerca. E la ricerca, quella vera, parte proprio da un what if, un come se. Cosa succederebbe se...questa spesso è la domanda di partenza di una ricerca. E’ un ribaltamento del reale a vantaggio di un potenziale che non esiste, ma che potrebbe assurgere a livello di realtà proprio grazie ad una partenza nel mondo del non ancora esistente. La ricerca parte da un congiuntivo che prende prepotentemente e temporaneamente il posto dell'indicativo.

E questa era una premessa. Il fatto è questo: avete per caso dei figli appena “maturati”? Se si saprete che molti di loro si sono trovati a gestire un problema di matematica piuttosto originale. Cosa succederebbe se le biciclette avessero ruote quadrate? 
La prima considerazione: questa volta la fonte ispiratrice del problema viene direttamente dal MoMath-Museum of Mathematics di New York.

Il problema ha suscitato qualche polemica. I ragazzi non svolgono un programma tale da consentirne una facile risoluzione, il Ministero dell’Istruzione non è a conoscenza della reale preparazione dei ragazzi e così via. Al contrario, trovo che la scommessa sia una ventata d’aria fresca anche per i ragazzi. Per quanto il problema potesse essere difficoltoso, soprattutto in termini di originalità, ha senza dubbio impegnato i giovani a giocare con un come se. Cosa succederebbe se le biciclette avessero ruote quadrate? 
A Roma sarebbe una svolta epocale, viste le buche!
Si, perchè una bicicletta a ruote quadrate è ottima per terreni scoscesi, perfettamente scoscesi, a forma di catenaria. La catenaria non è una malattia inguaribile, ma una speciale parabola con una equazione particolare

Una breve appendice.

La mia generazione ha imparato tutto ciò che serve nella vita dal Gran Mogol e Qui, Quo, Qua, e il loro Manuale delle Giovani Marmotte. Ma la mia attrazione per Pippo ha sempre vinto. Così la mia Bibbia ben presto diventò il Manuale di Superpippo. E indovinate! Tra le sue fantastiche invenzioni c’era la bicicletta con ruote quadrate...per salire le scale!

E per chi avesse voglia di cimentarsi con l’insolito problema, eccolo qua!

Divertitevi!


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CLEAN MUSIC

Musica per orecchie pure: "Earth, Wind & Fire"

Clean Music è una rubrica tutta da ascoltare, puoi farlo facendo clic sul pulsante play qui sotto, oppure scaricando il file audio da ascoltare sul tuo mp3 player da questo link. Se non hai la possibilità di ascoltare l'audio puoi comunque leggere il testo qui sotto.

Intorno alla metà degli anni 40 due fratelli ebrei, immigrati dalla Polonia, si stabiliscono a Chicago. Acquistano quasi per caso un negozio di liquori nel quartiere afroamericano a sud della città e poco dopo aprono un piccolo locale dove si suona musica. Il locale è un ambiente malfamato frequentato da prostitute e spacciatori ma si suona il jazz, il blues e il bebop più bello di tutta Chicago.
Il quel periodo il popolo afroamericano comincia a rivendicare i propri diritti e con l’acquisizione di un minimo di autonomia comincia anche a spendere.
I fratelli Chess, questo era il nome dei due fratelli Polacchi, tramite il loro locale Macomba Lounge, hanno tra le mani la migliore musica nera ed è in questo contesto che decidono di far diventare quella musica la loro miniera d’oro. Costituiscono la Chess Records, la casa discografica specializzata in blues e rhythm and blues da far ascoltare ai bianchi e soprattutto ai neri d’America.
Dalla Chess Records passano Chuck Berry, Buddy Guy, Willie Dixon, Muddy Waters, John Lee Hooker e la strepitosa Etta James.
Agli inizi degli anni 60 la Chess Records sta cercando di mettere insieme un gruppo di musicisti che sia sempre disponibile in studio e che possa accompagnare i numerosi artisti che registrano presso di loro. All’audizione di presenta il giovane batterista Maurice White che insieme al suo gruppo “The Jazzman” ha accompagnato Betty Everett nel famoso singolo “You're No Good” balzato in poco tempo alle vette di molte classifiche americane. White e il suo gruppo portano alla Chess Records ben 12 brani che suonano con tutta l’energia che hanno in corpo. Terminato l’ultimo pezzo, Leonard Chess entra in sala regia urlando: “siete grandi e da domani farete parte della Chess Records”.
Maurice White entra ufficialmente a far parte dello staff della Chess Records e la sua batteria suonerà per molti di quei mostri sacri che oggi conosciamo.
Alla fine del 1965 Ramsey Lewis, uno dei più stimati pianisti della scena jazz, entra alla Chess Records per cominciare delle sessioni di registrazioni per un nuovo album. White lo accompagna con la sua batteria in tutte le sessioni. La svolta avviene quando Redd Holt, batterista ufficiale del trio, decide di abbandonare il gruppo per formare una propria band. Ramsey, improvvisamente rimasto senza batterista, propone a White di fare una serie di concerti per un paio di settimane. White si trova così a suonare per la prima volta di fronte ad un pubblico vastissimo, il più vasto che si fosse mai trovato davanti. La sua batteria, mai sentita così amplificata, e l’emozione, con il cuore che batte velocemente, danno a White la perfetta dose di adrenalina per un successo travolgente. Concluso il tour, Ramsey propone a White di entrare ufficialmente nel suo trio. Scelta difficile per White che si appresta a diventare produttore alla Chess Records che nel frattempo sta espandendo il proprio impero. Alla fine Ramsey ha la meglio e White comincia a girare il mondo e a suonare la musica che più ama: il jazz.
Lavorare con Ramsey è pura linfa vitale per White. Sonorità nuove e continui stimoli spingono White, qualche anno più tardi,  a voler creare qualcosa di totalmente suo e di esprimersi in altro modo. White decide di abbandonare Ramsey e con l’aiuto di suo fratello Verdine mettono in piedi un gruppo composto da otto elementi dove mescolare la musica bianca e nera. Un concetto olistico per fare della musica un investimento che risvegli le coscienze. White cerca un nome per il gruppo che possa rappresentare energia.
Prende spunto dal suo segno zodiacale, il Sagittario, un segno di fuoco che è influenzato anche dall’aria e dalla terra. E’ da qui che prende vita il gruppo degli Earth, Wind & Fire.

Nel 1971 pubblicano il loro primo album che intitolano con il loro stesso nome e successivamente altri quattro album. Gli album ottengono buoni consensi dalla critica ma nulla che possa portarli al vero successo. Qualcosa non funziona ancora.

Alla fine del 1974 gli Earth, Wind & Fire stanno lavorando per la produzione di un nuovo album. Una notte White e Larry Dunn, tastierista degli Earth, Wind & Fire, passeggiano nei boschi del Colorado. La luna è brillante e le stelle sembrano così vicine che danno la sensazione di poterle toccare. White e Larry parlano della vita e si rendono conto che quello che manca alle loro canzoni sono le parole. L’atmosfera è perfetta per far scattare la scintilla creativa ed è in quel contesto che nasce la melodia e il testo per ciò che diventerà il primo grande successo degli Earth, Wind & Fire: Shining Star.
L’album That's The Way Of The World, dove è inclusa Shining Star, diventa colonna sonora del film Super Sly e arriva al primo posto della Billboard 100 guadagnandosi il Grammy Award.
Gli Earth, Wind & Fire sono finalmente riusciti a raggiungere l’anima di tutti, bianchi e neri in quella magia senza confini che solo la musica è capace di creare.
Maurice White muore il 3 febbraio 2016. Negli anni 90 viene colpito dalla malattia di Parkinson, che non gli consentirà più di esibirsi dal vivo.
Il suo ultimo lavoro è stato pubblicato nel 2007 con il disco “Interpretations: Celebrating the Music of Earth, Wind & Fire” dove diversi artisti ripropongono i grandi e intramontabili successi degli Earth, Wind & Fire.

Per flirtare con DJ Tommy Cassano: tcassano[at]aminstruments.com


UNA PAGINA A CASO

Mark Haddon

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AMORE E ALTRI INCANTESIMI

Milo De Angelis

Scena Muta
*
L’essenza della carne ferita
vagava tra due muri,
l’amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell’ora persa.
*
Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell’attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d’agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.
*
Eri l’ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini, il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.
Si muore così, all’ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.
*
Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l’idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.

 

Milo De Angelis


WARP ATTACK

La bellezza contro il terrore

La bellezza contro il terrore, le querce al posto delle barriere, per rendere più sicure le città. La proposta viene da Stefano Boeri, che su Facebook invita a “contrapporre all’istinto di morte di queste belve umane la calma presenza delle piante”. L’architetto invita gli amministratori a chiamare i creativi per progettare dei grandi vasi riposizionabili, ciascuno con un albero, da collocare agli ingressi di piazze o spazi pubblici. 

“Il mio invito ai sindaci e ai prefetti delle città europee - scrive Boeri - è di chiamare creativi, designer, architetti, uffici tecnici, studenti, artisti a progettare dei grandi vasi, all'occorrenza riposizionabili, ciascuno ospitante un albero. Collocati agli ingressi di ogni piazza o spazio pubblico urbano, i vasi di diversa dimensione (quello standard potrebbe essere cilindrico, alto 1 metro e di diametro di 3 metri) saranno pieni della terra necessaria a ospitare le radici, il fusto e i rami di un grande albero, in modo da proteggere il passaggio dei pedoni e ridurre al minimo il rischio di omicidi di massa. Con un piccolo investimento, distribuendo accuratamente le piante negli spazi più vitali e aperti delle nostre città, possiamo temporaneamente trasformare i nostri luoghi più cari in radure e boschi. Ben sapendo che un albero, diversamente da un New Jersey,  non solo ci protegge, ma ci fa ombra, assorbe con le foglie i veleni dell'aria urbana, ospita la vita degli insetti e degli uccelli. In una parola, accoglie e protegge quella vita che i terroristi vogliono annientare".

Boeri ricorda quanto fatto nel 1982 da Beyus a Kassel: l’artista vendette 7.000 pietre all’ingresso della mostra Documenta per comprare altrettante querce da piantare in città. “La sua lezione ci sia oggi di ispirazione per combattere con la vita chi sa solo predicare la morte. Anche una sola quercia può fermare il terrore”.


MI PIACE! (+1)

Ma io pure lo voglio fa’!


NO COMMENT

L'immagine del mese

Lights. Immagine di Ico Di Francesco (fdifrancesco[at]aminstruments.com).


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AM KIDS

Ma a che mi serve studiare il latino?

La scuola è appena iniziata e già riecheggia la solita domanda soprattutto tra i ragazzi che, indirizzati verso materie scientifiche, si ritrovano a tradurre Cicerone: ma a che mi serve studiare il latino? 
Già lo scorso anno una accanita diatriba aveva occupato le terze pagine dei giornali: vale ancora la pena mantenere in vita una cultura umanistica? Ma i ragazzi si sa, sono sempre pragmatici. A loro interessa più di ogni altra cosa togliere di mezzo 5 declinazioni, versioni, letteratura e vocabolario pesante.

Nicola Gardini, insegnante di letteratura italiana ad Oxford e recente autore del libro “Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile” è più che convinto che il latino sia una lingua tuttora in grado di dare un senso alla nostra identità, lo strumento espressivo che è servito e serve a fare di noi quelli che siamo.  Il giornalista e scrittore Giovanni Fighera sul settimanale “Tempi” ha analizzato a cosa serva il Latino oggi. Riprendiamo alcuni passaggi del suo articolo, riassumendoli in punti, capaci di sintetizzare i motivi per cui è utile studiare questa “lingua morta”.

AIUTA A COMPRENDERE LA REALTA’ – La conoscenza del Latino permette di apprezzare maggiormente molti aspetti della realtà. Ma quali? Solo lo studio e l’esperienza possono testimoniarlo a ciascuno. Anticipo, però, che bisogna avere il coraggio di far fatica, di impiegare tempo (come per la volpe del Piccolo principe), anche quando non se ne comprendono appieno le ragioni. Bisogna avere il coraggio di spendere del tempo per imparare bene la disciplina.

SVILUPPA LA LOGICA – Lo studio di una lingua antica e morta insegna a ragionare e sviluppa la logica. Chiaro che la motivazione non regge e i ragazzi comprendono l’inadeguatezza della risposta. Perché non imparare a ragionare con altri metodi meno faticosi e più allettanti?

AIUTA A CONOSCERE LE PROPRIE RADICI – In primo luogo, l’esperienza mi insegna che il Latino spalanca la comprensione del presente come epoca che è figlia di un passato. La nostra tradizione occidentale ha le sue radici nella cultura greca, in quella romana e in quella cristiana. Il ragionamento, la filosofia, il gusto della bellezza, etc. sono in gran parte eredità lasciataci dai Greci, il diritto, il senso dell’unità dello Stato, etc. provengono dai Romani, l’avvenimento cristiano ha, poi, introdotto una nuova concezione della persona, della civiltà, della società, etc. Quindi, studiare la civiltà, la letteratura e la lingua latine significa conoscere le proprie radici, è un po’ come conoscere meglio un proprio genitore. Permette di cogliere ciò che accomuna l’uomo di oggi all’uomo antico e, nel contempo, introduce alla comprensione del cambiamento avvenuto nei secoli.

ILLUMINA IL LINGUAGGIO E LE PAROLE – La lingua e la parola raccontano la storia di una civiltà, dell’evoluzione umana, della cultura di un popolo. Vorrei qui addurre un solo esempio. Pensiamo al vocabolo «cultura». Il fascino di una parola risiede nel fatto che essa descrive una storia, racconta una parte dell’avventura umana. Il verbo latino colo, che è alla base della parola «cultura», sottolinea e descrive il passaggio dell’uomo dalla condizione nomade a quella sedentaria. Il verbo significa «coltivare», «abitare», «venerare». Un popolo che diventa sedentario ha imparato a coltivare la terra, la abita e venera le divinità del luogo. Nel termine «cultura» risiede questo radicamento nelle proprie origini e nella propria terra, senza il quale non è possibile crescere e dare frutti. Da questo radicamento scaturisce la possibilità di trarre linfa vitale, ovvero la possibilità di germogliare, di crescere nel fusto e di dare frutti buoni. Capiamo allora che la cultura non ha a che fare con la conoscenza di tante componenti della realtà, ma deriva da un passato (il terreno in cui siamo cresciuti, la tradizione) e si apre ad una domanda sul presente e sul futuro.

PERMETTE DI CONOSCERE I GRANDI AUTORI DEL PASSATO – La lettura delle grandi opere della letteratura latina, di Virgilio, di Orazio, di Seneca, di Cicerone (per citare solo qualche nome illustre) permette di incontrare i «grandi del passato», di confrontarci con loro (come scrive Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513), di scoprire il loro pensiero, i loro vertici artistici.


ORTENSIA MALINCUORE

Nuovi standard


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